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Liberi i profughi eritrei detenuti (alcuni da sei anni) a Gibuti

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
15 aprile 2014
Sì, era nell’aria da giorni. I profughi eritrei detenuti in un penitenziario di Gibuti sono stati liberati. Erano commossi e piangevano. Aspettavano di uscire da quell’inferno da anni: alcuni addirittura da sei anni.Bus1

Per prima cosa hanno mandato le fotografie ad Africa ExPress. Abbiamo cercato di portare all’attenzione delle autorità la loro situazione drammatica. E ci siamo riusciti. Qualcuno ci ha anche accusato di avere inventato tutta la storia. Questa volta la collaborazione di tutti ha portato buoni frutti. Insieme si può.

Elsa Chyrum, attivista per i diritti umani e presidente di Human Rights concern Eritrea lo aveva annunciato. All’inizio di questo mese Elsa aveva fatto uno sciopero della fame di tre giorni a Ginevra davanti alla missione di Gibuti presso l’ONU. Con il suo gesto ha attirato l’attenzione delle istituzioni internazionali, anche se negli ultimi mesi si era già parlato molto dei rifugiati eritrei detenuti nell’ex colonia francese.

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L’altro giorno la dichiarazione del governo di Gibuti: siete liberi, vi affidiamo all’UNHCR e questa mattina, finalmente, il sospirato trasferimento in pullman per oltre 260 eritrei dal centro di detenzione Negad verso il campo per rifugiati All Ahdee sempre nella piccola repubblica alle porte del Mar Rosso.

dentro il Bus1C’è ancora però qualche problema. Alcuni dei rifugiati tenuti a Negad sono esponenti politici dell’opposizione alla sanguinaria dittatura eritrea. Temono senza protezione di essere assassinati dai sicari del regime. Hanno così preferito restare a Negad, dove almeno godono della protezione delle guardie carcerarie. Alcuni di loro hanno chiesto asilo politico all’Italia. Forse è il caso di concederglielo subito. Chi decide in merito tenga presente che queste persone rischiano di essere assassinate da un momento all’altro

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

danielNella foto qui accanto  Daniel, che, con le foto, ci ha inviato anche una dedica: “Questo sono io, Daniel, il tuo amico, Cornelia. Sono felice, sono un uomo libero”. Per oltre due mesi Cornelia Toelyes ha chattato quasi ogni giorno con i detenuti che erano riusciti a procurarsi un telefono cellulare. In alto due degli autobus sui quali i detenuti hanno lasciato Negad. Infine l’interno di uno dei veicoli

Bocche cucite sulla sorte dei missionari sequestrati in Camerun: rapiti da terroristi o da criminali?

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
14 aprile 2014
Silenzio tombale sulla sorte dei due missionari italiani della diocesi di Vicenza, Gianmario Marta e Gianantonio Allegri, e della suora canadese, Gilberte Bussier, rapiti nel nord del Camerun, ai confini con la Nigeria. Nessuno parla e nessuno fa commenti: né in Italia, né in Africa. Ma ormai è chiaro che i tre religiosi sono nelle mani del gruppo terrorista Boko Haram.

In quell’area però sotto il nome di Boko Haram operano diverse fazioni: alcune estremamente religiose e radicali, altre più inclini al crimine che a terrorismo: si spera che gli ostaggi siano nelle mani di questi ultimi con cui si può sempre trattare. La loro vita sarebbe quindi meno in pericolo e sarebbe solo una questione di soldi. Se fossero invece nelle mani  dei fedeli di Allah allora la matassa sarebbe più complicata e difficile da sbrogliare.

durante messaNigeria e Camerun da un paio d’anni hanno cominciato una sorta di cooperazione per combattere violenza e terrorismo. Un patto di consultazione per scambiarsi idee e informazioni sui problemi che attanagliano i due Paesi. Martedì scorso, esponenti dei due governi si sono riuniti a Yaounde, la capitale del Camerun. I primi punti all’ordine del giorno sono stati : Boko Haram e il rapimento dei tre religiosi prelevati la notte 4 e il 5 aprile dalla missione di Tchéré, dove erano molto attivi nel campo dell’educazione.

Sul loro sequestro la procura di Roma ha aperto un fascicolo qualche giorno fa. Ipotesi di reato: rapimento a scopo di terrorismo. La nostra ambasciata a Yaoundé e la Farnesina hanno inviato le loro relazioni al PM Sergio Colaiocco.  Non ci è dato di sapere se anche la rispettiva procura canadese abbia aperto un dossier per quanto concerne suor Gilberte.

Pochi giorni dopo il loro rapimento Radio Camerun ha annunciato il ritrovamento di un arsenale, probabilmente appartenente ai Boko Haram, nel piccolo villaggio di Kokle, nel nord del Paese: cinquemila quattrocento mitra e armi leggere. Nell’occasione sarebbero stati arrestati alcuni estremisti islamici.

boko haramIl capo del villaggio Alim Baobir è convinto che si tratti solamente di propaganda governativa. “Se ci fosse stato un arsenale nelle vicinanze, lo avrei saputo”, ha dichiarato alla Deutsche Welle (DW). Anche l’Imam Hamounde non è a conoscenza che ci siano dei detenuti islamici nella prigione di Kolofata.

Possibile propaganda governativa, possibile paura dei leader locali. Poco tempo fa – afex ne parlò in un articolo – è stato rapito dai Boko Haram un capo villaggio. I terroristi hanno minacciato di uccidere chiunque avesse anche solo cercato di recuperare  il corpo.

Secondo un rapporto dell’UNHCR a causa dei continui attacchi del gruppo terrorista negli Stati Adamawa, Borno e Yobe, nel nord-est della Nigeria, al confine con il Camerun, gli sfollati sarebbero quattrocentotrenta mila. Altre cinquantasette mila persone si sono rifugiati negli Stati confinanti. Già nel maggio scorso il presidente nigeriano Goodluck Jonathan aveva dichiarato nei tre Stati della confederazione lo stato di emergenza. Malgrado ciò gli attacchi si sono intensificati, spargendo morte e terrore tra la popolazione.

Anche le forze di sicurezza nigeriane sono state accusate da Amnesty International di non essere in grado di proteggere la popolazione e di violare continuamente i diritti umani. Molti civili vengono uccisi durante i contrattacchi delle forze regolari, non sempre fondati. Il 20 marzo scorso è stata segnalata la presenza di militanti del gruppo Boko Haram nel villaggio di Kayamla, nello Stato del Borno. I terroristi uccisero 15 civili, disarmati e innocenti.

Per non parlare di ciò che è successo dopo l’attacco dei terroristi alle baracche militari, che comprendevano anche una prigione. Quel giorno le forze di sicurezza hanno ucciso centinaia di persone, prevalentemente ex-detenuti.

Gli assalti dei militanti islamici si intensificano continuamente. Il loro scopo è quello di trasformare – almeno in parte – la Nigeria in uno Stato islamista. Infatti, tradotto liberamente “boko haram” significa: “L’educazione occidentale è peccato”. E chi pecca, nelle loro concezione fanatica e violenta, dev’essere ucciso.

bus saltatiL’ultimo attacco risale a stamattina, alla periferia di Abuja, la capitale della Nigeria. Nel “Nayam Motor Park”, una stazione di autobus, è stato fatto esplodere un pullman, minato con una bomba ad alto potenziale. A quell’ora del mattino, tutti i mezzi erano appena stati riforniti di carburante, dunque 24 minibus e 16 autobus di lusso, secondo il portavoce della polizia, Frank Mba, sono saltati per aria.

Secondo Abbas Idris, capo dell’agenzia “Abuja Emergency Agency” sono state uccise 71 persone e ferite 124. “L’attacco non è stato rivendicato immediatamente –  ha detto Idris – ma è ovvio che l’impronta è quella dei Boko Haram”.

Domenica, cioè ieri, i terroristi hanno messo a segno un altro attentato, proprio al confine con il Camerun, ad Amchaka. I membri della setta sono arrivati in camion, motociclette e due mezzi blindati. Hanno sparato sulla folla spaventata che tentava di scappare e poi hanno incendiato diverse case. Secondo le dichiarazioni all’Agenzia France Presse di Baba Shehu Gulumba, amministratore del governo locale, i morti sarebbero sessanta, un numero imprecisato i feriti. I miliziani folli, sempre secondo Gulumba, avrebbero distrutto anche l’unica pompa per l’acqua potabile del villaggio.

Sabato quattrocento studenti non si siano presentati agli esami di ammissione all’università in segno di protesta. Nelle ultime settimane nella regione sono state chiuse ottantacinque scuole secondarie, centoventimila ragazzini resteranno senza regolare istruzione per mesi, forse anni, perché le forze dell’ordine nigeriane non sono in grado di proteggere le scuole.

Un problema che Goodluck Jonathan dovrà affrontare in modo serio, viste anche le accuse che gli sono state rivolte da autorevoli enti internazionali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Tre reporter di Al Jazeera da 100 giorni in prigione in Egitto: la loro colpa? Fare giornalismo

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Dal Nostro Inviato
Massimo A. Alberizzi
#freealstaff
Nairobi 12 aprile 2014
Vorreste i giornalisti imbavagliati così? Giornalisti con il bavaglio che riferiscono solo quello che vogliono i governi o i potentati economici?

Ebola l’epidemia non si arresta, anzi passa le frontiere e si diffonde in Africa Occidentale

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
10 aprile 2014
“E’ la peggiore epidemia di ebola che abbiamo dovuto affrontare finora. Ci vorranno due, tre, forse anche quattro mesi prima di poterla arginare. Abbiamo intensificato i nostri sforzi per combatterla, estirparla. Negli ultimi giorni sono stati attivati dei corsi speciali per il personale sanitario. Simultaneamente è stato aperto un centro operativo unico a Conakry, capitale della Guinea, in collaborazione con il Ministero della sanità per un maggiore monitoraggio della malattia. Fino ad oggi sono stati accertati oltre centocinquanta casi, compresi i morti. Centouno in Guinea, dieci in altri paesi nell’ovest dell’Africa”.

Ilaria e Miran: un’irresponsabile distorsione mediatica

Speciale per Africa ExPress
Giovanni Porzio
8 aprile 2014
Settantuno, centoventidue: il numero dei giornalisti uccisi sul campo nel 2013 e nel 2012. Ottocentodieci nell’ultimo decennio. Molti li conoscevo. Di alcuni, troppi, ero stato amico e compagno di viaggio. Come lo ero di Ilaria.

Ibrido culturale: ritornano a Milano le opere dell’artista anglo-nigeriano Yinka Shonibare MBE

Nostro Servizio Particolare
Alessandra Panunzio
Milano 8 aprile 2014
Insignito nel 2004 della prestigiosa onoreficenza Most Excellent Order of the British Empire, cui fa riferimento la sigla MBE aggiunta al suo nome, l’artista anglo-nigeriano Yinka Shonibare MBE ritorna in Italia. Seguendo il fil-rouge che attraversa la sua opera, la mostra personale inaugurata il 26 marzo a Milano presso Brand New Gallery e aperta fino al prossimo 10 maggio, ripropone attraverso quadri – la serie Fake Death Pictures -, manichini in costume – tra cui l’inquietante ibrido “Fox Girl”, ragazza-volpe in abiti vittoriani armata di pistola dorata e di blackberry – ed attraverso il filmato “Addio del Passato”, di ispirazione verdiana, il tema delle intricate relazioni e degli scambi tra diversi universi e culture. Fa da sfondo comune alle opere esposte un’ironica rivisitazione dei classici temi ottocenteschi di amore, morte, desiderio.shonibare1

L’artista è apprezzato e riconosciuto a livello internazionale: la sua produzione, che spazia attraverso i media più diversi, dalla fotografia alla pittura, alla scultura, alle installazioni e alle performance, è approdata in mostre temporanee e permanenti nei musei e nelle gallerie d’arte di tutto il mondo. Tra gli altri, la Tate Gallery di Londra, il Moma di New York, lo Smithsonian di Washington D.C., la Biennale di Venezia.

Nato a Londra nel 1962 e trasferitosi a Lagos, Nigeria, all’età di tre anni, fa ritorno nella capitale inglese per completare la sua formazione. Studia al Central Saint Martins College ed al Goldsmiths College dove consegue il Master of Fine Art, entrando così nel novero degli “Young British Artists”. In una continua spola tra i due paesi, vive a cavallo di due mondi, quello della storia e della cultura occidentale europea e quello dalla tradizione africana, facendone confluire gli spunti nella spiazzante commistione che caratterizza la sua poliedrica espressione artistica.

shonibare4L’opera artistica di Shonibare esplora attraverso un punto di vista non convenzionale i temi dell’identità culturale, dell’ibridazione tra razze e culture, dell’eredità coloniale nel mondo post-coloniale e nella globalizzazione, dell’ambiguo rapporto tra colonizzatori e colonizzati. Il suo sguardo provocatorio e destabilizzante mette continuamente in discussione ogni definizione precostituita di cultura e di nazione, introducendo nuove prospettive e inaspettati punti di osservazione.

La mostra dal titolo non casuale di “Double Dress” ospitata dal PAC di Milano nel 2003, evidenziava già in pieno il linguaggio e i temi cari all’artista: manichini decapitati, a simboleggiare identità perdute e non completamente ricostruite; tableaux vivants popolati di personaggi appartenenti al mondo britannico settecentesco ed ottocentesco in una prospettiva ribaltata, con dandy neri assistiti da servitori bianchi; sontuosi abiti ibridi, di fattezze europee, ma realizzati nelle tradizionali stoffe “wax” multicolori di provenienza africana.

Shonibare3Alla personale allestita in questi giorni presso Brand New Gallery ritroviamo il genere dei quadri fotografici: minuziose ricostruzioni di ambientazioni europee dei secoli passati ed incursioni stilistiche di ispirazione africana negli abiti di eleganti personaggi storici, suicidi o in punto di morte. Di nuovo incontriamo uno degli emblemi della cultura e della storia britannica, Lord Nelson, già fonte di ispirazione per Shonibare nell’installazione site specific Nelson’s Ship in a Bottle, esposta a Trafalgar Square a Londra dal maggio 2010 al gennaio 2012.

La figura dell’ammiraglio Nelson, simbolo dell’impero britannico alla sua apoteosi, aleggia anche nel video “Addio del Passato”, dove una Violetta-Fanny nera, originale rappresentazione della moglie abbandonata da Nelson, canta l’aria dell’ultimo atto della Traviata, facendosi portatrice di tutte le sovrapposizioni culturali di cui si è parlato (tradizione musicale operistica, storia britannica, identità post-coloniale, estetica africana).

I manichini con gli abiti settecenteschi di Lord Nelson e di Fanny, ricchi di dettagli d’epoca, ma realizzati con variopinti tessuti africani contemporanei, completano il percorso straniante attraverso i mondi di riferimento di Yinka Shonibare.

Alessandra Panunzio
apanunzio@hotmail.com

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Centrafrica, Appello alla pace di Ban-Ki Moon: “Rischio genocidio come in Ruanda”

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
7 aprile 2014
Visita lampo a “sorpresa” del segretario generale dell’ONU Ban-Ki Moon a Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, sabato 5 aprile 2014, dove ha incontrato la presidente del governo di transizione Catherine Samba Panza e rappresentanti degli sfollati. “La crisi del Paese – ha sottolineato  Ban – è terribile, c’è il rischio di un genocidio, come è avvenuto vent’anni fa in Ruanda. Allora la comunità internazionale ha fallito totalmente e qui c’è il rischio di fallire di nuovo. Non faremo mai abbastanza per voi”, ha concluso il segretario generale, rivolgendosi alla popolazione.

Ban Ki a BanguiLa crisi del CAR è iniziata nel dicembre del 2012 e da allora è in atto una pulizia etnica-religiosa senza tregua. Musulmani (Seleka) contro cristiani (anti-balaka), anche se la maggior parte dei musulmani residenti è ora fuggita.

Migliaia di morti. Duemilioniduecentomila persone (quasi la metà dell’intera popolazione del Paese) necessità di aiuti umanitari, oltre seicentocinquantamila sono sfollati e quasi trecentomila sono rifugiati nei paesi confinanti. Ed è proprio di oggi l’appello della FAO: “La crisi nella Repubblica centrafricana ha delle conseguenza devastanti per il sostentamento. Bisogna inviare al più presto aiuti alimentari per affrontare una situazione allarmante e complessa”.

“Ricordatevi – ha esortato Ban-ki moon la popolazione – il destino della Repubblica Centrafricana è nelle vostre mani. Il futuro è lì, vi attende. Non c’è più alcuna sicurezza. Il caos è totale. Sappiate però che non siete soli: la sicurezza deve essere al centro del percorso di riconciliazione”.

file di milizianiPoi, rivolgendosi alla comunità internazionale, ha esortato: “Il mondo intero si gira dall’altra parte. Bisogna fare di più per la Repubblica Centrafricana e bisogna farlo ora. La popolazione non deve essere più lasciata nelle condizioni di scegliere tra morire o scappare perché è stata lasciata sola. Il Consiglio di Sicurezza sta per approvare l’invio una nuova forza di pace”.  Subito dopo le agenzie di stampa hanno battuto la seguente notizia: “L’ONU intende approvare l’invio di 12 mila caschi blu in Centrafrica”, a sostegno delle forze già presenti: duemila militari francesi (operazione Sangria) e quelli del MISCA (acronimo francese per Mission internationale de soutien à la Centrafrique).

Le truppe del Ciad, che facevano parte del MISCA sono state escluse proprio qualche giorno fa, perché accusate di aver usato la popolazione come scudo umano. E’ stato accertato che a causa loro sono morte trenta persone e seriamente ferite altre trecento in un sobborgo di Bangui.

Anche oggi nel Paese ci sono state varie sparatorie: a Boua importante centro sull’asse strategico che collega Bangui al Camerun. E’ stato necessario l’intervento delle truppe francesi. Per ora gli appelli di pace di Ban-Ki Moon sono caduti nel vuoto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmali.it
twitter co@toelgyes

Nigeria, altro massacro della fazione di Boko Haram che ha rapito i 2 sacerdoti italiani in Camerun

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
6 aprile 2014
Questa mattina il vescovo della diocesi di Vicenza, Benjamino Pizziol, in una conferenza stampa ha confermato il rapimento dei due missionari sacerdoti fidei donum vicentini, don Giampaolo Marta, 47 anni, e don Gianantonio Allegri, di 57, e di una suora canadese, Gilberte Bussier.  Tutti e tre si trovavano nella parrocchia di Tchére, nella diocesi di Maroua nel nord del Cameroun. Il prelato ha spiegato di non sapere assolutamente come stiano, dove e in che mani siano i due sacerdoti e la suora.

Tappeto di cadaveriAfrica-Express ha raggiunto telefonicamente don Alessio Graziani, addetto stampa della diocesi di Vicenza, che ha precisato: “Per ora nessuna rivendicazione. Il gruppo Boko-Haram non ha né smentito né confermato il sequestro. I nostri due sacerdoti conoscono bene l’Africa, e il Camerun in particolare. Don Giampaolo Marta si trova nel Paese da oltre dieci anni, mentre Gianantonio Allegri vi è ritornato un anno fa,  dopo un’assenza di dieci anni. Vi aveva lasciato il cuore. Don Allegri aveva confidato al vescovo della diocesi di Vicenza, che aveva fatto vista alla missione lo scorso gennaio, di aver notato molti cambiamenti. Non era il paese che aveva lasciato”.

Mentre si attendono notizie dei due sacerdoti, il gruppo Boko-Haram ha colpito nuovamente in Nigeria. Diciassette persone sono state uccise nel villaggio di Buna Gari, che dista un centinaio di chilometri da Damaturu, capoluogo dello Stato di Yobe. Abdullahi Bego, portavoce del governo locale di Kobe ha raccontato:”Uomini armati sono entrati nel villaggio, sparando all’impazzata, uccidendo anche musulmani riuniti in preghiera nella moschea del villaggio. Prima di fuggire hanno dato fuoco ad alcune case ed incendiato delle macchine”.  E aggiunge: “Lo stesso gruppo terrorista è sospettato di aver rapito due sacerdoti italiani ed una suora canadese la notte tra venerdì e sabato”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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South Sudan, many pasts, no solutions? Is the international community helping or hindering?

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Special for Africa ExPress
Ferdinand von Habsburg-Lothringen*
Juba, 13th April 2014
The storm clouds have gathered – this was the feeling, as the first major political rumbles of thunder echoed around Juba in early December of 2013. Few doubted that the internal exchanges within the ruling party, Sudan Peoples’ Liberation Movement (SPLM), were serious.

bambini profughiThe subsequent fighting that broke out among the Presidential Guard, in South Sudan’s capital Juba, and rapidly escalated across into Jonglei State, exposing the major, known fractures within the national Sudan Peoples’ Liberation Army (SPLA), and the rapidly ensuing polarization that pitted the key communities in South Sudan against each other on a level unprecedented since the second civil war indicated that none of this came out of the blue.

The contours of these major fault lines were known to all South Sudanese and any international observer interested enough to read or ask questions.

The fall-out of this violence over nearly 4 months are catastrophic – an estimated tens of thousands dead, over 1 million internally displaced, over 250,000 refugees, a fractured army, a shaky cessation of hostilities that is hardly holding, a political dialogue nurtured by the Inter-Governmental Agency for Development (IGAD) that few South Sudanese have confidence in and a failed development project. Three state capitals have been razed to the ground and the future of the world’s newest country is as insecure as it has ever been, even during its interim phase after the Comprehensive Peace Agreement (CPA) signed in 2005.

miliziani armatiRecent observers, disaster journalists, fresh-faced diplomats and eager humanitarians have expounded fluently on the crisis, waxing lyrical on the political fall-out and the latest clashes as well as the gossip around the talks in Ethiopia.

But the international community’s knowledge of the underlying causes of the conflicts in South Sudan, despite years of consecutive analysis, apparently fell short of predicting all this as one senior international official after another exclaimed surprise over the crisis – perhaps exposing over-confidence in their political leverage, recognition of their personal failures and ultimately need for professional self-preservation.

Now, the headlines seem to predict the trajectory of yet another failed state: committees investigating human rights abuses, demands for accountability, threat of sanctions, the call for justice, humanitarian appeals, accusations of international interference, trials against coup plotters… The war of words between yet another entrenched African government and donors… Was independence a mistake, do the many birth attendants regret having being invited to bring it into the light of day, knowing that the parents were so frail and close to divorce?

pelle e ossaCertainly, the humanitarian crisis will dominate the headlines again and for many months to come, as millions are food insecure and vulnerable, while the international community ruminates on its next steps, nursing bruised egoes and pulling out a more combative line to attempt to check what it sees as a potentially authoritarian state.

But perhaps this indicates a much more worrying set of issues too, besides those accompanying seemingly failed post-conflict states and one we are much less comfortable in talking about.

Bilateral engagements have tangled humanitarian and development programmes with wider economic and security interests, overemphasizing “stabilisation” of a new state through investment in security only to find that a fractured army and police with weak command and control, discipline and cohesion have used these investments to turn on themselves or strong-arm those opposing it, putting into question civilian oversight.

nuvole e bandieraA number of diplomats have privately admitted that this was a risky endeavor, but scaling down of similar programmes elsewhere around the globe offered an easy transfer of approaches and resources to South Sudan. A more careful calibration should have been made given South Sudan’s predictable trajectory, focusing more on dialogue around nation building and bringing cohesion to the many communities and political groupings.

External priorities have clearly been imposed for more than a few years onto a country and people struggling to draw themselves out of over half a century of violent conflicts (including two civil wars that stretched between 1955 and 1972 and again 1983 and 2005) – only as recently as last year has the international community agreed that its priorities needed to be aligned more closely to the South Sudanese priorities through the New Deal (an extraordinary confession), but meantime there has been bickering and competition over the choicest, most accessible places with little forethought to the implications of more emphasis in some areas over traditionally isolated, insecure and hence marginalized communities, thus entrenching conflict rather than preventing it.

Countering the cycles of violence that go back far beyond the crisis by investing in these marginalized areas is essential.

profughi in marciaThe over-tendency on quick fix projects with poor analysis of the context and conflict dynamics in South Sudan for many a decade has been well documented, steering from the complex and very real issues to those easiest to address in short, donor-dictated timeframes.

In a nation with 63 ethnic groupings and over 40 base languages, with 70% illiteracy, massive poverty and over 60% classified as youth, the challenges have barely been addressed. Ignoring or simplifying the history, culture and social dynamics to suit external needs is ensuring that few if any of the investments will stand the test of time, and as long as these are furthermore based on limited information that is poorly researched and fuelled by the in-country ‘international gossip mill’ that excludes grassroots voices or uses only a limited, well- versed and often unrepresentative group of South Sudanese, the future of humanitarian action and development remains in question.

caschi blu e profugoThis latest outbreak of violence and the response to it indicates the unrealistic expectations laid on South Sudan in terms of what, among the many approaches, has taken root and impacted work ethic and social norms and behaviour. Given the short-term focus, lack of patience and inability to stay the course by many in the international community, as well as a frequent mismatch of technical staff (all- too-often young, brash, impatient, lacking in compassion or too technical), the development framework is at risk of producing further failures.

Cutting and pasting from projects in Kosovo or Afghanistan, while broadly relevant, needs contextualization and since one size does not fit all, more advice needs to be taken from South Sudanese staff and more responsibility given them.

pastore con mitraWith little or no experience of and appetite for dialogue, reconciliation and peace building work, the international community with few notable exceptions1 has utterly failed (despite clear and consistent high level advice to the UN, diplomatic corps and NGO community) to shore up a functional, solid, wider conflict prevention strategy in support of existing and crucial national and local bodies.

Initiatives such as the Committee for National Healing, Peace and Reconciliation (established in April 2013 but only receiving minimal international support in December 2013 – the month of the crisis), the National Reconciliation Platform (which has been the subject of negative international opinion despite showing its independence) and the All-Jonglei process and conference (January – May 2012 which received minimal international support and maximum cynicism) are prime examples, but the absence of either a strategy or financial support by the international community speaks louder than words.

miliziani2The adage “prevention rather than cure” has, as yet, not infused the work of the UN or the NGOs in South Sudan, and a new, reflective strategy is needed with political and financial investments behind it.

The international community has reeled back from an ever-growing crisis, failing to ascertain
where obvious longer-term emphasis can be placed to prevent further, deeper social and political fissuring, aiming its sights at blaming individuals rather than affirming its failure to help address the well- known root causes through conflict-sensitive approaches. Humanitarian aid will be the sticking plaster over South Sudan’s gaping wounds, as the country bleeds before its divided leaders and unattended by a divisive and ineffective international community. Attending to the proverbial plank in the international community’s eye may be the first order of business. “Physician heal yourself!”

Ferdinand von Habsburg-Lothringen

*Ferdinand von Habsburg-Lothringen, a Swiss citizen, has been living and working in South Sudan for 16 years, as a humanitarian worker during the second civil war, as well as spending 6 years as an advisor to UNDP in Sudan and in Southern Sudan in focusing on Governance, Peace Building and Community Security and Arms Control. Under UNDP, he was later seconded to the Sudan Council of Churches inter-communal mediation efforts in Jonglei in 2011, and supported the work of the Presidential Committee on Peace, Reconciliation and Tolerance in Jonglei. He has also worked with the Ministry of General Education and Instruction and UNICEF supporting to conceptualise their programme on Peacebuilding, Education and Advocacy. In the last two years Ferdinand joined the core team supporting the process of the Road Map to Reconciliation under the then Vice President H.E. Dr. Riek Machar in an advisory capacity. His most recent appointment is as advisor to the Committee for National Healing, Peace and Reconciliation in South Sudan. He is married to a South Sudanese and speaks colloquial South Sudanese Arabic.

1 Norway, Switzerland and Catholic Relief Services

Fear of Boko Haram recruitment In the Cameroon area where the Italian priest have been kidnapped

IRIN
MAROUA, 16th April 2014
Nigeria’s extremist Islamist group Boko Haram are believed to be actively recruiting fighters across the border in Cameroon’s Far North Region, according to residents and local government officials.

miliziani al soleMore than 100 suspected Boko Haram fighters and preachers (the latter presumed to have links with the group), have been arrested in Far North Region since 2012, but many have been released due to lack of evidence, according to a local security official.

“There are many Muslim brothers coming from Nigeria with the aim of preaching to the youths. The government has warned against this practice, but they still reach out to the young people because they make them promises and give them money,” said Ibrahim Haman, an Islamic preacher and elder in Mora District in the Far North.

Residents of Mayo-Sava area in Far North Region say that unidentified preachers are secretly reaching out to youths in their locality. Haman pointed out that some youths have managed to escape the sect after being recruited, but many others have not returned.

“Boko Haram is considered here as just another religious group, and it is not difficult to be a member if you want to. Young people from here have been induced into joining Boko Haram,” he said.

MILITARY TRAINING

Seventeen-year-old Mustapha* recounted to IRIN how he was brought back home to Cameroon blindfolded after failing to cope with the insurgent’s military training. He had been taken to Nigeria by a preacher.  “I was the youngest among eight other boys who told me they came from the towns of Banki, Kolofata and Ngeshawa [in Cameroon] and Maiduguri [in Nigeria]. Before I was taken, they told my father that I would come back rich and a great Muslim, so he allowed me to go. We were reading the Koran and they would preach to us about fighting for the Muslim faith,” said Mustapha.

miliziani 3 “I went for my second military training in the mountains, but suffered many injuries and I was bedridden for one month,” he said, explaining that he was brought back as his injuries ruled him unfit for combat.

A government official in Mora District, however, said that it is difficult to ascertain that Boko Haram is recruiting from Cameroonian border villages. There are similar ethnic communities in Cameroon’s Far North and north-eastern Nigeria who have family on either side of the border, speak the same language and share a common culture, making undetected cross-border movement easy.

“We don’t really have enough evidence to say clearly that Boko Haram recruits Cameroonians, but what is clear is that those fighting with them are from the border regions and can claim the nationality of either country whenever it suits them,” said the official on condition of anonymity.

But a Mora resident who gave his name only as Daibu said that his brother disappeared in 2012 soon after joining a local Koranic school. “He just left and never came back. We heard from people that he had joined Boko Haram.”

WIDENING THREAT

The threat of Boko Haram  is widespread in Cameroonian villages bordering north-eastern Nigeria. A Nigerian military offensive launched in May 2013 pushed back the Islamists from major towns in the country’s northeast to remote areas. But attacks by the insurgents have since become more deadly and frequent.

mappa comerunThere are suspicions that Boko Haram is also recruiting from neighbouring Niger. Some observers have also linked the group with Islamist insurgents who seized Mali’s north after the March 2012 overthrow of the government in Bamako.

Insecurity in Cameroon’s Far North Region caused by Boko Haram has crippled trade between the region and north-eastern Nigeria. Yaoundé authorities have bolstered security, but infiltration and kidnappings by gunmen suspected to be linked to the radical Islamists have not stopped.

In the third kidnapping of foreigners here since early 2013, suspected Boko Haram fighters earlier this month seized two Italian priests and a Canadian nun.  “Boko Haram had sent a letter to villages with warnings that all beer parlours should stop the sale of alcohol in Mora, Banki and other localities along the border. We can’t identify them but we just know that they are among us or have informants here,” said Mercel Kenfor, a trader in Mora.

The Mora government official told IRIN: “Boko Haram has often sent warnings to the communities. We have issued a curfew from 6pm to 6am that covers all communities in Mora District. We also forbid motorbike traffic at night because we discovered that Boko Haram use motorbikes to commit crimes.”

There are military patrols as well, said the official, “but the military needs to be given the right weapons and capacity to fight Boko Haram that has [more lethal] weapons like rocket launchers and grenades.”

parco Wanza“We strongly believe that Boko Haram has elements in Cameroon and the authorities are doing everything possible to track them down. The manoeuvres they make in Cameroon territory is evidence that these groups have a good mastery of the terrain and the armed men could include local Cameroonians and those from neighbouring countries,” said Emmanuel Bob-Iga, head of the police division at the Far North governor’s office.

Military commander Beaufils Mana said Boko Haram incursions are being abetted by some local residents. “It is obvious that Boko Haram uses some Cameroonians. This is because an intruder cannot enter your territory when he has no idea of the area. Boko Haram must be colluding with Cameroonians to be able to move around easily.”

IRIN
The humanitarian news and analysis service of the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs.

*Not a real name