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Nairobi, attentato alla stazione di polizia: 4 morti

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 23 aprile 2014
Sventato un attentato che poteva provocare una strage. Invece a perdere la vita sono stati “soltanto” due poliziotti e due terroristi. Si deve mettere a bilancio anche un numero imprecisato di feriti.

ingresso staz poliziaStasera intorno alla 9 una pattuglia della polizia ha fermato nella piazza del quartiere commerciale di Pangani un veicolo commerciale con a bordo due persone. Dopo aver controllato i documenti, gli agenti volevano capire meglio chi fossero coloro che erano a bordo. Sono montati a loro volta sul mezzo e hanno ordinato a quello che sedeva al volante di muoversi verso la stazione di polizia del quartiere.

Una volta che il veicolo è arrivato davanti all’ingresso della caserma, i due hanno fatto detonare l’esplosivo che era probabilmente nascosto da qualche parte sotto il pianale di carico. L’esplosione è stata violentissima e il boato si è sentito a parecchi chilometri di distanza.

Probabilmente i terroristi, vistosi scoperti, sono stati costretti a far saltare l’auto, ma in realtà l’attentato mirava a distruggere qualcosa d’altro: insomma, data la quantità di esplosivo usata  l’obbiettivo doveva essere ben più importante.

I giornalisti sono arrivati pochi minuti dopo, quando, poco vicino, c’è stata un’altra esplosione. Non si conoscono ancora le conseguenze.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Divise delle poliziotte troppo sexy in Kenya: i bacchettoni protestano

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Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
1° Maggio 2014
Proteste e liti tra conservatori e progressisti per le divise delle donne poliziotto addette al traffico. I bacchettoni le giudicano troppo strette, con le gonne troppo corte e sexy, altri sostengono che aver sollevato un pandemonio sulle uniformi è sciocco e antiquato.

Assalto al petrolio in Congo-K (1): contratti oscuri, società fantasma, trame segrete e investitori senza scrupoli

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Speciale per Africa Express
Federico Franchini
Lugano, 21 aprile 2014

Se non lo sai non lo immagineresti mai. Eppure, all’interno di questa villetta a due passi da Lugano, in Svizzera, si tirano le fila dei grandi appalti petroliferi africani. La sede è quella di due società attive nel settore dell’energia e delle risorse naturali: la Medea Development SA e la Medea Consulting SA, entrambe filiali operative di due omonime lussemburghesi[1]. Nomi sconosciuti nella Confederazione ma ben noti in quella Repubblica democratica del Congo (RDC) dove, negli ultimi anni, sono stati rilevati giacimenti petroliferi potenzialmente ricchissimi.

Torre petrolioUn eldorado che ha suscitato l’appetito delle multinazionali: i contratti che vengono negoziati valgono miliardi e le imprese sono disposte a tutto pur di accaparrarseli. Anche a lanciarsi in operazioni opache. La RDC (o Congo-K dal nome della capitale Kinshasa) è nota infatti per il grande livello di corruzione e le concessioni nel settore delle materie prime sono spesso gestite sulla base degli interessi personali della classe dirigente.

Se si vuole ottenere qualcosa, insomma, bisogna essere abili a bussare alla porta giusta. Ed è proprio ad una di queste porte che probabilmente ha bussato Giuseppe Ciccarelli, milanese, ex quadro dirigente di una società della galassia ENI[2], e rappresentante legale delle due SA del Canton Ticino.

DUE MISTERIOSE SOCIETÀ

È il 18 giugno 2010 quando il nome di Medea appare per la prima volta nelle cronache congolesi. Un decreto del presidente Joseph Kabila concede il diritto di esplorazione dei blocchi 1 e 2 sul lago Alberto a due sconosciute società registrate alle Isole Vergini: la Caprikat Ltd e la Foxwhelp Ltd. Queste due imprese, operative solo da qualche mese, non dispongono però né della tecnologia né del savoir-faire necessario per sviluppare questo genere di attività.

Cartello MedeaSi rivolgono allora a Medea Development che diventa il loro partner tecnico ufficiale mente il suo direttore assume il ruolo di portavoce di questa alleanza. Ciccarelli è molto attivo nella regione dove sta anche sviluppando un progetto di oleodotto per il trasporto del petrolio dal lago Alberto all’oceano Indiano. Inoltre, consiglia i governi di Uganda, Congo e Kenya su questioni energetiche e vanta conoscenze ad alto livello nelle élite dirigenti sudafricane.

Il contratto del lago Alberto è oscuro e controverso. L’assegnazione di questi due blocchi era già stato oggetto di un accordo precedente, stipulato in termini più vantaggiosi per lo Stato africano con altre due società, la Tullow Oil e la Divine Inspiration. In molti si chiedono come mai il Governo abbia tolto di mano ai precedenti investitori il diritto di concessione, modificando in peggio le condizioni per la RDC.

I sospetti portano a pensare che l’entourage presidenziale abbia degli interessi da difendere attribuendo queste concessioni a Caprikat e Foxwhelp. Sospetti che sono poi alimentati dalla creazione di una joint venture locale, la Oil of RDCongo. Il cui capitale azionario è detenuto all’85% dalle due società offshore e al 15% dal Governo.

La Cohydro, la società dello Stato congolese specializzata negli idrocarburi, è scartata dall’accordo quando, di norma, è lei che ha l’autorità per negoziare i contratti petroliferi sul territorio congolese.

Villa Medea 2 copia 4Secondo un rapporto pubblicato nel 2012 dall’International Crisis Group, dietro questa inversione di marcia vi è una lotta di potere ai livelli più alti dello Stato. Il settore petrolifero del Congo è stato per parecchio tempo un mercato secondario in questo paese che rigurgita di altre materie prime, una volta considerate più redditizie (oro, rame, coltan, ecc.).

Da quindici anni a questa parte, però, il petrolio sta diventando un nuovo Eldorado, e la sua gestione è passata progressivamente sotto la gestione diretta dell’ufficio presidenziale, cortocircuitando così il ministero competente.

LA PISTA SVIZZERA

Ma chi si nasconde dietro Capirkat e Foxwhelp, società sconosciute ma capaci di ottenere il via libera per scandagliare un fondale petrolifero potenzialmente ricchissimo?

Alcune piste portano in Svizzera, negli uffici del noto avvocato di Ginevra Marc Bonnant. Nominato amministratore delle due società, l’avvocato elvetico concede la procura di firma a Khulubuse Zuma, nipote del presidente sudafricano Jacob Zuma, per rappresentare Caprikat. Delega poi a Michael Hulley, avvocato personale del presidente Zuma, la gestione di Foxwhelp. Come mai?

Contattato lo scorso 3 marzo, l’avvocato ci risponde laconico il giorno dopo: “Non sono più l’amministratore di Caprikat Foxwhelp. Non sono quindi in grado di fornire le informazioni da lei richieste”.

Impianti OilUn abbozzo di risposta lo fornisce lo stesso Ciccarelli in un’intervista rilasciata nel luglio 2010 al giornale congolese la Prosperité: “Questa impresa comune permetterà alla RDC e al Sudafrica di lavorare in stretta collaborazione per consolidare le loro industrie e economie”. Ma nell’estate 2010, gli investitori restano ancora nascosti nell’ombra. “Non è il buon momento di svelare la loro identità”, affermerà lo stesso manager italiano un mese più tardi, in un’altra intervista rilasciata alla Reuters. In quell’occasione Ciccarelli riconosce però che Khulubuse Zuma e Michael Hulley non detengono nessuna parte nelle società che amministrano, dietro la quale opererebbe in realtà un non meglio precisato “trust elvetico”.

Cerchiamo allora di capirci qualcosa. All’epoca Zuma e Hulley sono anche gli amministratori dell’Aurora Empowerment System, una società d’investimento sudafricana, attiva nelle miniere d’oro e presieduta da Zondwa Gadhafi Mandela, nipote di Nelson Mandela.

MPPASecondo la rivista specializzata Africa Intelligence, proprio poco prima che Caprikat e Foxwhelp ottennero le concessioni in Congo, Aurora Empowerment System avrebbe beneficiato di un finanziamento di 78,8 milioni di euro da parte del fondo d’investimento Global Emerging Markets (GEM), attivo nel settore delle materie prime con partecipazioni per diversi miliardi di dollari.

Quest’ultimo è un’entità legata ad una piccola società di Ginevra, la GEM Management Sagl[3], che a sua volta gestisce e amministra le società del gruppo GEM Management Ltd, basato alle Isole Vergini britanniche. Il fondo è specializzato nell’aprire linee di credito a compagnie petrolifere che non possono ottenere prestiti dalle banche a causa della loro inesperienza o di una reputazione discutibile. Ciò che GEM avrebbe fatto appunto finanziando, tramite Aurora, le due società offshore rappresentate da Medea. Ma questa resta per ora un’ipotesi che non ha potuto essere verificata. Ad inizio 2011, Aurora Empowerment System è messa in liquidazione non potendo più svelare i suoi segreti[4].

L’opacità tipica di questo genere di operazioni, sovente mascherate da società schermo e da prestanomi, non aiuta a capire chi siano i reali beneficiari di queste concessioni petrolifere. Per Valentino Arico della Dichiarazione di Berna, ONG svizzera da anni è attiva nel monitorare il ruolo delle imprese elvetiche nel commercio mondiale di materie prime[5], l’attività della società ticinese nella RDC è emblematica del problema della trasparenza che pone l’intero settore: “In rappresentanza di società estere registrate alle Isole Vergini, Medea partecipa ad una struttura opaca che non permette di determinare chi siano i veri detentori dei diritti economici di queste attività petrolifere così come il montante dei pagamenti effettuati al governo congolese”.

Federico Franchini
f.franchini83@gmail.com
twitter @ffranchini83
(1 – Continua)

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1 Contattata per e-mail, la società Medea non ha risposto alla nostra richiesta d’informazioni.

2 Ex direttore delle operazioni internazionali della SNAM, la società una volta detenuta al 50% da ENI che dispone del quasi monopolio dell’importazione in Italia di GNL

3 GEM Management Sagl ha un capitale di soli 20’000 franchi svizzeri (circa 16’500 euro). Contattata per e-mail, GEM non ha risposto alla nostra richiesta d’informazioni.

4 Aurora Empowerment System conoscerà anche dei problemi giudiziari. I lavoratori delle sue miniere d’oro di Pamodzi (circa 1’200 persone) hanno fatto causa alla società alla quale recriminano il mancato versamento dei salari (per più di un anno). I lavoratori accusarono i dirigenti di Aurora di avere fatto fallire consapevolmente la società ritirandovi dei capitali.

5  Negli ultimi anni la Confederazione svizzera è diventata una delle principali piattaforme mondiali del commercio di materie prime. Si calcola, ad esempio, che un terzo del petrolio mondiale (e tre quarti di quello proveniente dall’ex blocco sovietico) siano scambiati sulla piazza svizzera. Le più importanti società svizzere per volume d’affari sono ormai dei giganti del trading e dell’estrazione di materie prime (Glencore-Xstrata, Trafigura, Mercuria, Vitol, Gunvor, ecc.).

Sullo stesso argomento puoi leggere anche:

I sospetti sugli attacchi alle scuole in Nigeria: destabilizzazione del Paese o veramente Boko Haram?

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
21 aprile 2014
E’ ancora avvolto nel mistero l’attacco alla scuola secondaria di Chibok  ed il rapimento delle studentesse, avvenuto esattamente una settimana fa nello Stato del Borno, nel nord-est della Nigeria, a pochi chilometri dal confine con il Camerun. Chi sono i rapitori? Il leader dei Boko Haram, Abubakar Shekau, in un video, messo in rete il 19 aprile 2014, ha rivendicato la paternità dell’attentato di Abuja, capitale della Nigeria, del 14 aprile 2014, nel quale morirono oltre settanta persone. Nessun accenno, invece, sul rapimento delle ragazze della scuola secondaria di Chibok.

Pianti e lacrimeSecondo il governatore dello Stato del Borno, Kashim Shettima, mancano ancora all’appello settantasette ragazze. Ma quante sono state rapite veramente? Fonti ufficiali parlano ora di ottantacinque ragazze, i genitori delle studentesse affermano che sono duecentotrentaquattro. Quante sono veramente? Dove sono? In un rifugio nell’immensa, fitta e pericolosa foresta Sambisa al confine con il Camerun? Possibile che le ragazze riescano fuggire ai loro rapitori in un luogo del genere?

Il rapporto rilasciato dagli inquirenti  poche ore dal rapimento – “solo otto ragazze sono ancora in mano ai rapitori” – ha suscitato non poche polemiche e ha fatto infuriare i genitori e la preside della scuola, Asabe Kwambura.

Mappa ChibokCi si chiede inoltre come mai il ministro alla difesa Aliyu Gisau, nominato dal Goodluck Jonathan i primi di marzo 2014, dopo che la poltrona del Ministero era rimasta vacante dalla fine di giugno 2012 perché l’allora ministro Haliru Mohammed Bello non era stato in grado di contrastare il gruppo terrorista-jihadista, non sia ancora intervenuto in modo incisivo dopo i violenti  attacchi di alcune cellule di Boko Haram. Sono tante le domande ancora aperte e alle quali qualcuno dovrà rispondere prima o poi.

militari perlustranoE solo ieri notte un gruppo di matrice ancora sconosciuta ha fatto irruzione nella tranquilla città di Yana  nello Stato del Bauchi. Il portavoce della polizia, Haruna Mohammed, ha dichiarato all’Agenzia France Presse: “Sono arrivati verso l’una e trenta, e hanno effettuato alcuni attacchi ben coordinati. Hanno anche incendiato alcune case degli insegnanti di una scuola femminile, mentre le centonovantacinque ragazzine riposavano nei dormitori. Un insegnante che ha voluto mantenere l’anonimato ha detto: “Sembrava che avessero volutamente evitato di entrare nei dormitori delle studentesse”. Un bambino di cinque anni sarebbe morto in uno degli incendi.

Nel frattempo vanno avanti le indagini per individuare i finanziatori di Boko Haram. Uno dei primi indagati è l’ex-governatore della banca centrale nigeriana, Lamidu Sanusi, sospeso dal presidente Jonathan alla fine di febbraio 2014, dopo essere stato accusato dal Department of State Security Service (SSS) di essere il finanziatore occulto del gruppo terrorista.  Non si capisce allora perché il 29 marzo 2014, durante un congresso dei ministri di economia, bilancio e finanza dell’Unione Africana, tenutosi ad Abuja il 20 marzo 2014, lo stesso Jonathan abbia dichiarato ai giornalisti: “Boko Haram è finanziato da forze esterne al Paese, forze che vogliono distrugge il Continente “.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Sud Sudan di nuovo in fiamme, dopo l’attacco ai rifugiati nel campo ONU Ban Ki Moon parla di crimini di guerra

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 20 aprile 2014
La conferma arriva con un breve messaggio stamattina all’alba: “Ci sono violenti combattimenti nello Unity State intorno alla capitale Bentiu. Altri forti combattimenti si segnalano nel nord dello Stato di Upper Nile”, la cui capitale, Malakal, nelle scorse settimane ha cambiato di mano almeno due volte.

gost townLa situazione è drammatica e il Sud Sudan è di nuovo in fiamme. I combattimenti sono scoppiati di nuovo feroci tra l’esercito regolare fedele al presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, e le truppe leali al vicepresidente, defenestrato nel luglio scorso, Riek Machar Teny Dhurgon, di etnia nuer. In teoria i due contendenti sono cristiani ma il giorno di Pasqua non li induce a parlare di pace. Tutt’altro: rullano invece i tamburi di guerra.

Giovedì scorso il ribelli di Riek  hanno catturato Bentiu, capitale dell’Unity State, e le ricche zone petrolifere. A Bor, capitale del Jonglei State, c’è stata la reazione della popolazione locale, dinka, che ha preso d’assalto la base dell’ONU dove ci sono rifugiati almeno 5 mila civili nuer. I morti sono stati almeno una cinquantina. I caschi blu hanno reagito, ma troppo tardi.

Spiega ad Africa ExPress Samuel Mut Gai, colonnello dell’esercito sudsudanese, nuer, amico di Riek Machar: “I dinka hanno attaccato i civili per ammazzarli e i militari indiani del contingente internazionale hanno permesso l’eccidio. Se fosse accaduto al contrario, e cioè che i nuer avessero assalito i dinka, sarebbe accaduto un pandemonio”. Non è proprio così secondo Ayom Wol Dhal, che scrive ad Africa ExPress: “Il gruppo di persone armate che ha assalito il compound dell’ONU era composto da sostenitori del governo. Questo però non vuol dire che il governo sostenga questi gruppi”.

ssla_rebels_in_unity_state_august_2011_bonifacio_taban_-58caf-53cf4Occorrerebbe a questo punto un’investigazione indipendente per capire se l’assalto alla base ONU e l’omicidio dei dinka sia stato organizzato o se si sia trattato di una dimostrazione spontanea. Non è facile da dimostrare. Come diceva un mio amico, ironicamente, “le manifestazioni spontanee sono le più difficili da organizzare”.

E’ vero comunque, come ha dichiarato alla Voice of America Joe Contreras, l’inviato speciale di Ban Ki Moon in Sud Sudan, che i capi del contingente indiano vista a situazione drammatica, appena è cominciato l’attacco e alcune granate sono state lanciate contro le tende dei rifugiati hanno chiesto e ottenuto dalle truppe governative di venire in fretta al campo per provvedere alla sua sicurezza.

Mentre il bilancio finale dei morti non è ben chiaro (anche se supera 60) e neppure quello feriti (comunque oltre 100) si delinea meglio la dinamica dell’attacco, anche grazie alle dichiarazioni del governatore del Jonglei State, generale John Kong Nyuon.

La protesta è cominciata pacificamente, un gruppo di dimostranti si è presentato prima davanti all’abitazione del governatore e poi, visto che non c’era, si è mosso verso il quartier generale dell’ONU. Volevano presentare una petizione (di cui Africa Express si è riuscita a procurare una copia) per chiedere che i membri del White Army, cioè una milizia nuer creata di recente per combattere a fianco delle forze ribelli, fossero allontanati dal campo UN dove secondo i manifestanti, avrebbero trovato protezione. “Era una manifestazione pacifica – ha dichiarato al quotidiano Sudan Tribune uno degli organizzatori della protesta – di cui abbiamo perso il controllo ed è finita in mano a un gruppo che l’ha trasformata in un attacco violento”.

caschi blu e profugoIl segretario dell’ONU, Ban Ki Moon, e il Consiglio si sicurezza tutto, hanno manifestato una dura indignazione e espresso una severa condanna per l’accaduto: “Ci sono i termini per parlare di crimine di guerra da portare all’attenzione del tribunale internazionale”, hanno commentato.

“La guerra è insensata – ha sottolineato il colonnello Samuel Mut Gai incontrato a Nairobi  -. Non è nata come una guerra etnica ma un scontro di potere all’interno dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army, il partito al potere in Sud Sudan, ndr). Il presidente Salva Kiir ha usato come pretesto un tentativo di colpo di Stato organizzato dai nuer contro di lui, ma non è vero. Non c’è stato nessun tentativo di golpe, piuttosto, da parte sua, c’è stata la deliberata volontà di far fuori i nuer che erano alleati nel suo governo”.

Impianti OilSalva nel luglio scorso ha defenestrato il suo vice Riek Machar e tutti i ministri nuer si sono ritirati. Anche alcuni eminenti dinka non hanno condiviso le scelte del presidente, e si sono schierate con i ribelli. Tra gli altri Rebecca Garang, la vedova di John il leader storico del SPLA.

“Il problema del Sud Sudan è la corruzione – racconta il colonnello Samuel Mut Gai -. Salva Kiir ha accentrato il potere su di sé, la sua famiglia e i suoi amici. E anche le royalty del petrolio finiscono nelle loro tasche. Riek ha protestato. Cercava di raddrizzare la situazione ed è stato cacciato dal governo. Ma quando ha annunciato di volersi candidare alle presidenziali del 2015 ha provocato la reazione violenta di Salva che si è inventato un tentativo di colpo di stato da parte dei nuer e quindi il suo controgope. Così è cominciata la guerra fratricida”.

L’ufficiale, originario proprio di Bentiu, non intende rientrare in Sud Sudan: “Ho combattuto trent’anni per ottenere l’indipendenza non posso combattere contro i miei fratelli è un’assurdità”.

Di guerre apparentemente insensate ce ne sono tante in Africa. Ma insensate sono solo per la gente che muore o che combatte senza sapere per chi e perché. Parole come democrazia, rispetto dei diritti umani, progresso si sprecano. Forse però sarebbe meglio parlare di interessi economici, di sfruttamento delle risorse, di appetiti inconfessabili. Una descrizione che vale anche per il Sud Sudan.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Ebola non è sconfitto, ma si sta lentamente ritirando. Ingiustificate le paure in Europa

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
19 aprile 2014
Il micidiale virus ebola, il cui epicentro è la Guinea, miete ancora vittime. L’organizzazione mondiale per la sanità (OMS) pubblica regolarmente i suoi bollettini di monitoraggio. I suoi collaboratori sono presenti nei Paesi colpiti, collaborando e supportando logisticamente i Paesi che devono affrontare questa terribile battaglia.

posterAlle ore 18.00 del 16 aprile 2014 la situazione nei paesi colpiti era la seguente:

Nella sola Guinea sono decedute finora centoventidue persone. Uno staff clinico dell’OMS, del GOARN (acronimo inglese per Global outbreak alert and response network) e un team di Medici senza frontiere (MSF) sono presenti sul territorio. Collaborano con i sanitari locali, organizzano  corsi specialistici  per la cura e la prevenzione dell’ebola per il personale medico e paramedico della Guinea

Nel Mali non risultano decessi causati dal virus. Le sei persone sospette di averlo contratto, sono poi risultate negative al test, effettuato non solamente da laboratori locali, ma anche dall’Istituto Pasteur di Dakar, in Senegal

Il Ministero della Sanità della Liberia comunica che, dopo aver contratto il virus, sono morte tredici persone.

scafandrati 1Le autorità della Sierra Leone segnalano la morte di due persone del loro paese, ma decedute mentre erano in Guinea. Sono state riportate a casa per i funerali. I dodici casi sospetti, segnalati dal 19 marzo in poi sono risultati negativi ai test. Le persone che sono state in contatto con i deceduti, sono sempre sotto stretto controllo medico, ma stanno bene.  Solo una decina di giorni fa si pensava che l’epidemia si fosse propagata anche in Sierra Leone. Una volta effettuate le analisi del sangue sui casi sospetti, questi sono risultati negativi, mentre alcuni tra loro erano positivi alla febbre di Lassa, endemica in molte zone dell’Africa, di cui i ratti sono portatori sani.

L’OMS non sconsiglia di recarsi nei Paesi dove si sono riscontrati casi di ebola, tanto meno ha emesso restrizioni per quanto riguarda gli scambi commerciali con tali Stati.

Dunque è infondato l’allarme lanciato qualche giorno fa, che l’ebola sia arrivato a Lampedusa tramite i profughi,  avvallato da un comunicato del nostro ministero alla Sanità.

Di ebola si muore, la mortalità è altissima, può arrivare al novanta percento secondo alcuni esperti, ma si può anche sopravvivere al letale virus.

pulizia scarpeAbdullah è stato ricoverato nell’ospedale di Conakry, capitale della Guinea, alla fine di marzo del 2014 perché  aveva la febbre molto alta. Quando gli è stato comunicato di essere affetto dal devastante virus era disperato, convinto che non avrebbe più rivisto né la moglie, né i suoi due gemelli. Abdullah è giovane, ha solo 29 anni ed è forte;  i migliori specialisti della Guinea, medici dell’OMS e MSF, un perfetto team che svolge la sua attività nel reparto di isolamento di Donka, si è preso cura di lui e lo ha seguito passo per passo fina alla guarigione.

Mappa guinea liberia Sierra gifTom Fletcher, medico dell’OMS, specialista in malattie infettive, è arrivato in Guinea appena si sono verificati i primi casi di ebola. E’ convinto che se un paziente, affetto da tale malattia è ben seguito in un reparto di isolamento, ha più probabilità di sopravvivere, anche se, confessa: “Nel caso di Abdullah ero molto scettico. Stava malissimo. Il fatto che lui sia sopravvissuto, è la dimostrazione che la mia teoria non è del tutto sbagliata”.

Non c’è cura per l’ebola. Non esiste alcun vaccino. Il paziente va seguito accuratamente in un reparto di cure intensive e isolamento. Deve essere ben idratato sia per via orale che endovenosa e deve essere trattato sia con farmaci “sintomatici” che attraverso l’utilizzo di eventuali antibiotici per prevenire potenziali sovra infezioni.  E’ importante che il paziente si presenti in ospedale non appena appaiono i primi sintomi.  Non sempre è facile decidere di farlo. Spesso si ha vergogna, paura di essere additati dai vicini di casa, che sono, come tutti del resto, terrorizzati da tale malattia. Vincere la paura da una possibilità in più per poter sopravvivere all’ebola.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Misteri e silenzi sulle 150 ragazze rapite in Nigeria e i 3 religiosi sequestrati in Camerun

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
18 novembre 2014
Il mistero sulla sorte delle quasi 150 ragazze rapite da militanti del gruppo Bako Haram a Chibok nello Stato del Borno nel nord-est della Nigeria, nella notte tra lunedì e martedì scorso, s’infittisce sempre di più. Non si hanno notizie delle studentesse dal giorno del loro rapimento. Solamente quattordici sono riuscite a scappare in un attimo di confusione durante il viaggio quando il convoglio di camion e pullman ha dovuto rallentare, perché un mezzo si è bloccato per un guasto. Non hanno perso tempo, sono saltate giù dal bus su cui le avevano stipate e si sono nascoste nei cespugli, secondo quanto hanno raccontato alla polizia.

blindato in sambisaIl rapporto reso noto dagli inquirenti parla “solo” di otto ragazze che mancano all’appello: cioè solo loro sarebbero ancora tenute in ostaggio, mentre le altre sarebbero riuscite a tornare a casa. Ma questo bilancio ha provocato la violenta reazione delle famiglie e degli insegnanti. La preside della scuola, Asabe Kwambura, ha dichiarato all’Agenzia France Presse: “I militari sbagliano o mentono: confermo invece che solo quattordici ragazze sono riuscite a scappare”.

Giornale bugie militariSolo poche settimane fa tutte le scuole secondarie dello Stato del Borno erano state chiuse, proprio per i continui attacchi dei terroristi islamici. Dunque come mai questa scuola era aperta? Le ragazze stavano studiando sodo per gli esami finali, che avrebbero dovuto sostenere nei prossimi giorni.  Non volevano precludersi la possibilità di accedere alle scuole superiori, all’università. Ed è proprio questo che alla setta islamica proprio non va giù. Secondo il loro leader, Abubakar Shekau, le donne non devono ricevere alcuna istruzione; è ciò ha dichiarato in uno dei suoi ultimi video.

Già in passato membri di Boko Haram, durante altri assalti a scuole e collegi avevano rapito ragazzine. Generalmente non uccidono donne, le sequestrano, rendendole schiave. Ma è capitato anche che, dopo aver ucciso i compagni di scuola, avessero addirittura mandate a casa le studentesse con questa raccomandazione: “Tornate a casa, cercatevi un marito”.

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Chibok, dove sono state rapite le ragazze, dista pochi chilometri dalla Sambisa Forest, una giungla intricata e perfetto nascondiglio, già da tempo utilizzata dai miliziani di Boko Haram come base e santuario. Più volte le forze dell’ordine hanno tentato di “bonificarlo” e, infatti, all’inizio marzo gli uomini di varie agenzie di sicurezza nigeriane avevano preso d’assalto l’oasi naturale e, secondo fonti ufficiali, avevano messo in fuga i terroristi. Erano stati scoperti e distrutti cunicoli e stanze sotterranee, fortificazioni e sequestrate grandi quantità di armi e munizioni.

MAPPA EST NOGERIA“Non possiamo percuotere il tamburo della vittoria – aveva commentato alla fine dell’operazione un alto funzionario delle forze di sicurezza -, ma vi posso assicurare che i giorni della paura sono finiti. I terroristi sono in rotta per la guerra che gli stiamo facendo”. Non è la prima volta per altro che il governo grida alla sconfitta totale della setta che invece risorge subito più forte di prima.

Per altro Sambisa Forest è vicinissima (più o meno 150 chilometri) dal luogo dove il 5 aprile sono stati rapiti i missionari italiani e la suora canadese di cui ancora non si sa niente. Africa ExPress ha inviato sul posto un suo stringer e speriamo in qualche giorno di darvi notizie sulla sorte dei tre religiosi.

militari su blindatiComunque ancora non è ben chiaro come si siano svolti veramente i fatti nella scuola di Chibok.  Secondo alcune testimonianze, i militanti sono arrivati nella scuola a notte inoltrata, mentre tutti dormivano, travestiti da militari. Avrebbero detto alle ragazze che nella scuola erano in pericolo e che le avrebbero accompagnate in un posto sicuro. Sembra che, almeno apparentemente, le giovani siano salite spontaneamente sui mezzi di trasporto che li attendevano all’esterno. Solo più tardi alcune di loro hanno avuto dei sospetti e sono riuscite a scappare.

Mentre i genitori piangono sulla sorte delle loro figli, si temono nuovi attacchi del gruppo jihadista durante le prossime festività pasquali.

E qualcuno in Nigeria maligna su twitter: “Mentre il governo federale e i suoi capi della sicurezza  stanno perfezionandosi a scrivere discorsi di condoglianze, Boko Haram continua a rafforzarsi e crescere”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Più di cento studentesse rapite dai terroristi di Boko Haram in Nigeria

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
16 aprile 2014
Quante sono le ragazze rapite ieri in Nigeria? C’è chi dice fossero cento, i familiari affermano che siano duecento. Probabilmente sono centoventinove,ma qualcuno dice che centoventuno sono riuscite a scappare e mettersi in salvo. E’ difficile essere precisi in momenti di confusione e disperazione. Il sequestro di più o meno centocinquanta ragazze c’è stato ed è avvenuto ieri notte, quando uomini armati della setta islamica Boko Haram sono entrati in un collegio femminile a Chibok nello Stato nordorientale del Borno. Dopo una colluttazione con le guardie, i terroristi sono entrati nei dormitori delle ragazze e se le sono portate via.

miliziani in jallabia biancaUna di loro, che insieme ad altre tredici è riuscita a fuggire, racconta a Mohammed Kabir Mohammed, reporter della BBC ad Abuja, capitale della Nigeria: “Sono entrati mentre dormivamo. Hanno ordinato ‘niente panico’. Poi ci hanno fatto uscire e salire sui camion. Il convoglio si è mosso ma dopo poco ha dovuto rallentare per un guasto ad uno dei mezzi. Con alcune mie amiche ho approfittato della confusione e sono scappata. Ci siamo nascoste nei cespugli e non ci hanno trovate”.

Alcuni residenti hanno riferito di aver sentito un’esplosione, seguita da una sparatoria e un testimone, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha dichiarato ai giornalisti dell’agenzia France Press che i soldati di guardia nella scuola sono stati sopraffatti dai terroristi.

Il governatore dello Stato del Borno, Kashim Shettima, ha messo a disposizione la somma di cinquanta milioni di naira (la moneta nigeriana, più o meno 3 milioni e mezzo di euro) per compensare chi darà informazioni sulle ragazze. Per ore soldati, volontari, residenti e familiari hanno setacciato i boschi della zona alla ricerca delle centoventinove studentesse.

ragazze a scuolaUn ufficiale della polizia ha anche confermato che uno dei camion usati per trasportare le giovani è stato trovato abbandonato, perché guasto.

Tra martedì notte e mercoledì mattina membri del gruppo Boko Haram hanno messo a segno altri due colpi, sempre nello Stato del Borno. Martedì sera i terroristi hanno preso di mira il villaggio di Sabon-Kasuwas, a 210 chiometri a sud di Maiduguri. Sono entrati nell’abitato come se niente fosse, dirigendosi verso il palazzo del capo del distretto, ammazzandolo insieme alla sua guardia del corpo.

Mercoledì mattina verso le sette, invece, uomini armati sono entrati a Wala, che dista 130 chilometri da Maidugori, uccidendo diciotto persone e ferendone parecchie altre.

Forse, finalmente, è giunto il momento che Goodluck Jonathan, il presidente della Nigeria, debba prendere una decisione seria e riflettere bene come procedere per fermare il gruppo terrorista. La prima mossa dovrebbe essere quella di colpire con decisione la corruzione endemica del Paese. Varare nuove leggi serie e draconiane. Il settanta per cento della popolazione nigeriana è povera, se non poverissima, eppure il paese è ricchissimo di petrolio. Ma i proventi finiscono nelle tasche di pochi. In Nigeria puoi avere tutto o quasi, basta allungare la mano e concedere bustarelle a destra e manca.

Miliaizno con volto copertoBoko Haram, setta islamica estremista, compare per la prima volta in Nigeria nel 2009, ma prima nell’ex colonia britannica c’erano stati altri fenomeni simili. Negli anni Settata miete successo tra le masse diseredate un predicatore, Mohammed Marwa, un hausa, meglio conosciuto come Maitatsine. Con i suoi sermoni violenti contro lo Stato, corrotto e inefficiente, infiamma la folla.

Originario di Mawra, nel nord-est del Paese, in una regione che un tempo faceva parte del Camerun, sosteneva che chi leggesse un altro libro all’infuori del Corano fosse un pagano. Durante il colonialismo era stato mandato in esilio, ma subito dopo l’indipendenza era rientrato a Kanu. Era contrario alle biciclette, agli orologi, alle automobili e sosteneva che era peccato possedere più denaro del necessario per vivere.

Durante le sue prediche attaccava tutti: autorità civili e islamiche. Erano attratti dalle sue teorie e dalla sua ideologia soprattutto i giovani. Man mano che cresceva il numero dei suoi seguaci, aumentavano anche i confronti con la polizia. La polizia e l’esercito, era il 1980, intervennero per sedare alcune dimostrazioni violente.  La repressione costò la vita a cinquemila persone. Fu ucciso anche Maitatsine.

mappa BornoDopo la sua morte, ci furono altri sporadici tumulti nei primi anni Ottanta. In particolare i militanti di Yan Tatsine nel 1982 insorsero a Bukumkutta, vicino a Maiduguri, e a Kanu, dove molti adepti si erano trasferiti dopo la morte del leader. Intervennero le forze dell’ordine che uccisero più di tremila persone. Allora molti membri sopravvissuti si spostarono a Yola, dove, guidati da Musa Makanik, un discepolo del maestro, nel 1984 organizzarono svariati attacchi violenti.

Negli ultimi scontri ci furono un migliaio di morti e metà dei sessantamila abitanti di Yola persero la loro casa. Makanik scappò prima a Gombe, la sua città natale, dove fino al 1985 si susseguirono sanguinosi attacchi mortali, e poi in Camerun dove rimase per molti anni. Nel 2004 fu arrestato in Nigeria.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Congo-K, the conditions of Emmanuel De Merode are improving: the battle in favour of the gorillas continues

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Emmanuel De Merode
20th April 2014
On 15th April, I was fired upon by 3 gunmen on the road from Goma returning back to Rumangabo. I am now recovering with my family. Unfortunately the attack is not an uncommon incident for Virunga National Park. Our rangers are targeted frequently due to their difficult work in protecting the park and it’s many valuable resources. They continue to face such risks to restore peace and the rule of law to the area and the people in their care.

con gorilla sulle spalleI would like to express my deepest gratitude to the Congolese armed forces and members of the public who helped me at the scene of the attack to reach the hospital. I would also like to thank the surgeons and medical staff from Heal Africa and the UN surgeons who operated on me at such short notice. These people collectively saved my life.

I have been made aware that a full investigation is now underway by the appropriate legal authorities and I have confidence in the process that’s been initiated by the Congolese authorities. For my part I have no indication as to who may have engineered this attack and would respectfully ask that others refrain from speculation prior to the findings of the enquiry.tra o rangers

I hope to recover very soon I am looking forward to getting back to my work with renewed vigour.

I am deeply thankful for the outpouring of support I have received both from within Congo and internationally and I hope this can be extended to the overwhelming number of Congolese public servants and their families who suffer injuries or sometimes death in the line of duty.

Emmanuel de Merode
Directeur Parc National des Virunga

 

Congo-K, attentato a Emmanuel De Merode In fin di vita il principe belga difensore dei gorilla

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 15 aprile 2014
Emmanuel De Merode, famoso paleontologo, conservazionista, impegnato nella difesa delle specie in via d’estinzione, direttore del Parco di Virunga (uno dei più belli e ricchi del mondo e patria dei gorilla di montagna) nella Repubblica Democrtica del Congo, ha subito un attentato alle 5 di questo pomeriggio a Goma. Le notizie sono ancora frammentarie, ma un commando armato gli si è avvicinato e l’ha mitragliato.

abbracciato a un gorillaColpito all’adome da quattro pallottole è stato immediatamente ricoverato all’ospedale di Heal Africa. Nella capitale del Nord Kivu. Le sue condizioni sono gravi, ma fortunatamente stabili. Domani mattina De Merode sarà trasportato con un aereo ambulanza a Nairobi dove gli ospedali sono molto più attrezzati.

Emmanuel De Merode è l’erede di una delle più famose famiglie del Belgo. Entrambi i genitori possono fregiarsi del titolo di principe, il padre Charles Guillaume, principe di Merode, e la madre Princess Hedwige de Ligne, sorella di Charles-Antoine, principe de Ligne de la Trémoille, sono infatti tre le casate più blasonate e influenti del regno.

Nato nel 1970 Emmanuel, antropologo, conservazionista e pilota, si è dedicato a combattere il bracconaggio e la caccia agli animali selvatici in una dei luoghi più belli e selvaggi del pianeta ma che più pericolosi per la guerra che imperversa, senza soluzione di continuità, praticamente dall’indipendenza del Congo, nel 1960.

con gorillinoDa piccolo – suole raccontare – sognava di fare il ranger, da grande la sua attività primaria è quella di dare sostegno ai ranger che tentano di tenere lontana la guerra dalle montagne dove, tra l’altrto, vivono i gorilla. Questa sua passione è condivisa con la moglie Louise, figlia di Richard Leakey il più importante conservazionista keniota di origini inglesi.

Emmanuel De Merode vive con la moglie e le due figlie a Rumangabo, dove c’è il quartier generale del Parco del Virunga, il più antico, tra l’altro di tutta l’Africa.

Qualche anno fa l’ho incontrato a Goma subito dopo che aveva raggiunto un accordo tra il governo e il capo ribelle Laurent Nkunda per permettere ai suoi ranger di rientrare e muoversi nelle zone controllate dai guerriglieri. Aveva chiesto e ottenuto che i belligeranti non sparassero e ammazzassero gli animali, gorilla, elefanti, okapi e scimpanzé.

Coraggioso e libero il giovane De Merone, non guarda in faccia nessuno. Ultimamente ha cominciato una campagna durissima contro le compagnie petrolifere che hanno lanciato prospezioni nell’area del Virunga e presto intendono passare allo sfruttamento. Una iattura per le specie animali e vegetali. Per questo si era attirato ancora di più – se mai ce ne fosse bisogno – antipatie e avversioni. Ma l’odio più grande – per altro reciproco – era sentito dai bracconieri, ai quali con la sua politica di non toccare le specie in estinzione, aveva tolto il business.

La sua storia ricorda quella di Diane Fossey, zoologa e studiosa dei gorilla di montagna nel parco dei Vulcani, praticamente la continuazione di quello del Virunga, in Ruanda. Diane ha vissuto 18 anni con i primati studiandoli e diventandone amica. Anche lei dava fastidio a bracconieri e businessman: infatti il 26 dicembre 1985 qualcuno vigliaccamente l’ha assassinata.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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