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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Ma le ragazze rapite in Nigeria esattamente un anno fa sono state veramente sequestrate?

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City, 14 aprile 2015

Il tempo passa inesorabile anche per le ragazze di Chibok, dello Stato di Borno nel nordest della Nigeria. Era il 14 Aprile del 2014, quando il mondo intero ha appreso la notizia del rapimento di circa 300 ragazze mentre si trovavano nel luogo di studio da membri del gruppo terrorista Boko Haram.

La notizia era senza dubbio straordinaria e a effetto. Infatti, ha fatto il giro dei media mondiali, ha suscitato lo sgomento dei autorevoli e importanti personaggi della politica e della società: Michel Obama, Ban Ki Mon ed altri, creando una catena umana di solidarietà e la ferma richiesta al governo nigeriano di fare tutto il necessario per il ritrovamento immediato delle studentesse con uno specifico hashtag #Bringbackourgirls, che esiste tuttora.

chibok-schoolgirls

Le ragazze di Chibok paiono scomparse nel nulla. Dopo i primi 3, 4 mesi, le notizie sulla loro fine si sono affievolite. D’allora in Nigeria non se n’è più parlato anche perché era chiaro che il governo federale aveva problemi più “urgenti e superiori” di cui occuparsi, ossia le elezioni presidenziali che li impegnava già prima del rapimento.

Sin dall’inizio la vicenda delle ragazze è apparsa di per  sé molto opaca: la dinamica, il numero delle studentesse “rapite”, le dichiarazioni, inconsistenti, per un atto odioso come quello del loro rapimento, fornite dalle ragazze fuggite dalla foresta di Sambisa dove erano state condotte, l’atteggiamento tiepido del governo, dell’intelligence nonché dell’esercito nigeriano, che non è riuscito a battere palmo a palmo il bosco.

Malala con cartello

Insomma, una serie talvolta assurda di informazioni da far chiaramente pensare che il rapimento non fosse reale ma una messa in scena, non fosse cioè autentico. Un atto di pressione politico-sociale proveniente dalla leadership nordista del Paese, contraria al governo del presidente uscente Goodluck Jonathan.

In altre parole, secondo questa tesi, che sta prendendo sempre più piede in Nigeria, i membri del gruppo terroristico Boko Haram hanno ricevuto precise istruzioni dai circoli politici settentrionali di rapire quelle ragazze. Da notare, per esempio, che il prelievo di queste giovani è avvenuto in diversi momenti: non sono state portate via tutte in una volta sola. La versione iniziale, secondo cui sono state prelevate con dei camion, è stata smentita dalle studentesse scappate. La notizia del maxi sequestro è stata tenuta segreta e diffusa nel mondo solo dopo che l’ultima di loro è stata rapita.

Vero è che, ad oggi, non è dato sapere il movente del cosiddetto rapimento che si potrebbe anche definire “prelevamento organizzato a dovere”. Se ciò fosse vero, che cioè sia stata mossa politica fondata sul formidabile argomento della mancanza di sicurezza interna e quindi uno strumento di pressione contro l’amministrazione Jonathan, per sottolinearne l’incapacità di garantire la protezione dei cittadini, bisogna ammettere che l’operazione ha ottenuto grande successo.

Abubakar Shekau

In Nigeria non vi è stato il tanto temuto patatrac del dopo elezioni presidenziali e Muhammadu Buhari, di etnia hausa, espressione del nord musulmano, è stato eletto presidente (assumerà le sue funzioni il 29 maggio). Ora staremo a vedere se tra qualche tempo, verranno diffuse buone notizie sulle ragazze di Chibok. E non solo: il Paese potrebbe diventare, come per Ebola, anche Boko Haram free.

E’ probabile, perché in Nigeria la classe dirigente riesce a sorprendere, non solo nel male.  Sono in molti a sostenere che le ragazze del psuedo-rapimento di Chibok, non siano in uno stato di segregazione, né vendute come schiave o trasformate in mogli bambine dei membri del gruppo terrorista, né tantomeno addirittura eliminate, come ha malauguratamente  sostenuto la settimana scorsa Raad Zeid al Hussein portavoce del UNHRC ad Abuja, per poi immediatamente correggersi auspicando invece che il nuovo governo possa restituire a più presto le ragazze alle rispettive famiglie. Bring back our girls, now. Restituite le ragazze, adesso.

 Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls

Nella foto in alto le ragazze di Chibok, poi Malala Yousuzai, con il cartello e l’hashtag e infine il capo di Boko Haram, Abubakar Shekau

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Un anno fa in Nigeria Boko Haram rapiva 276 ragazze: di loro non si sa ancora niente

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Speciale per Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 aprile 2015

Esattamente un anno fa, era la notte tra il 14 e 15 aprile 2014, a Chibok, una città che conta poco più di sessantaseimila abitanti, per lo più cristiani, vengono rapite 276 studentesse. Le ragazze si trovano in un collegio della cittadina per sostenere gli esami di fine corso. Non volevano perdere un intero anno scolastico, la possibilità di iscriversi in una scuola superiore o all’università, visto che lo Stato del Borno a marzo ha chiuso la maggior parte degli istituti, perché incapace di controllare le scuole, di proteggere i giovani dai continui attacchi dai militanti di Boko Haram (http://www.africa-express.info/2014/03/15/le-autorita-nigeria-boko-haram-attacca-le-scuole-e-allora-noi-le-chiudiamo/).

Boko Haram, che liberamente tradotto significa: “l’educazione occidentale è peccato”, raggiunge con questa azione spettacolare il suo scopo. Lo Stato nigeriano, con la chiusura degli edifici scolastici, ha ammesso la sua totale sconfitta e ancora oggi, dopo oltre un anno dalla tragedia che per “un attimo” ha commosso il mondo intero, non è riuscito a contrastare in modo efficacie le continue offensive dei terroristi islamici.Malala con cartello

Ci si chiede inoltre, come mai l’esercito nigeriano non sia intervenuto nel caso specifico di Chibok, pur essendo stato avvertito ben quattro ore prima che avvenisse il sequestro di massa (http://www.africa-express.info/2014/05/10/amnesty-quattro-ore-prima-avevamo-avvisato-militari-che-avrebbero-tentato-di-rapire-le-300-ragazze/).

Il 5 maggio 2014, in un video, inviato all’AFP, Abubakar Shekau, leader del gruppo terrorista, rivendica il sequestro di duecentosettansei ragazze. “Venderò duecentoventitre di loro come schiave – sottolinea il leader terrorista – perché l’educazione occidentale deve cessare. Le donne devono essere mogli e basta. Non devono essere istruite”. Nel video Shekau chiede inoltre la liberazione di alcuni militanti di Boko Haram, prigionieri nelle galere nigeriane.

Dopo il rapimento delle ragazzine di Chibok, la Nigeria chiede aiuto alla comunità internazionale che risponde con un meeting a Parigi, il 17 maggio 2014, al quale erano presenti i capi di Stato della Nigeria, Ciad, Niger, Camerun, Benin, Francia, nonché rappresentanti dell’Unione Europea, del Regno Unito e degli Stati Uniti d’America. Nella capitale francese si discute della sicurezza in Nigeria, del coordinamento degli aiuti per combattere i terroristi e come proteggere la popolazione civile. L’aiuto dei Paesi occidentali e del vigile occhio dei loro satelliti spia verrà poi inspiegabilmente rifiutato.

Per settimane l’hashtag #BringBackOurGirls” è il più gettonato dai social network e dai media. Ora è praticamente scomparso. Infatti, Malala Yousafzai, premio Nobel per la Pace 2014, nel suo messaggio di poche ora fa, ricorda il rapimento delle ragazze di Chibok con queste commoventi parole: “Il mondo dovrebbe fare molto di più, non ha aiutato abbastanza”.Le ragazze rapite

Sì, ci si indigna solo al momento dell’emergenza. Si piange per un fatto di coscienza, non per un coinvolgimento reale. Terminate le lacrime, finito il pianto, si dimentica.

Alcune studentesse sono riuscite a scappare, ma dove sono le altre ragazze di Chibok ancora in mano ai loro aguzzini? Goodluck Jonathan, presidente uscente della Nigeria, è stato criticato dal mondo intero per non aver fatto abbastanza per rintracciare, trovare, riportare a casa le ragazze rapite. Il neo-eletto, ex-golpista, ex-generale Muhammadu Buhari, sarà proclamato presidente il prossimo 29 maggio; durante la sua campagna elettorale aveva promesso a gran voce: “Schiaccerò i ribelli”.  Vedremo se i genitori potranno riabbracciare le loro figlie.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto in alto Malala Yusufzai, in basso le ragazze rapite a Chibok un anno fa

Nigeria fuggi fuggi generale dal partito del presidente sconfitto

Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City, 12 aprile 2015

Ieri in Nigeria si è votato per le elezioni delle assemblee legislative degli stati, le ultime in programma. Ci sono stati scontri e violenze ma, tutto sommato, circoscritti.

La situazione è sotto controllo. I risultati delle presidenziali del 28 marzo e l’alto senso istituzionale dimostrato dal presidente uscente Goodluck Jonathan, stanno minando il suo partito, Peoples Democratic Party, che ha governato la Nigeria dal 1999.  Il PDP, sta perdendo il suo appeal. In tutti gli Stati i maggiorenti del partito stanno tutti salendo sul treno del vincitore, il All Progressives Congress. Ormai non c’è più nessuno che vuole schietrarsi con l’opposizione. In un Paese ad alto grado di corruzione stare con chi non comanda più non rende.

Nigeria Election

Inoltre, l’ex capo del personale dell’esercito ed ex generale Theophilus Danjuma, mercoledi 8 marzo ha dichiarato che, se l’allora capo del Biafra Chukuemeka Ojukwu, avesse usato lo stesso buon senso del Presidente uscente, la Nigeria non avrebbe dovuto combattere una guerra civile sanguinosa (quella tra il 1967 e il 1970).

Con questa dichiarazione l’ex ufficiale 1) scatenare l’ira degli Ibo che tuttora si sentono vittimizzati ed emarginati in Nigeria e soprattutto 2) il timore della possibilità di seri disordini che avrebbero potuto scoppiare se Jonathan  non avesse ammesso la sconfitta, sorprendendo positivamente i nigeriani e tutto il mondo.

Si può tranquillamente sostenere che in Nigeria, tra il 30 ed il 31 marzo c’è stata una rivoluzione morbida, quasi impercettibile ma concreta. I nigeriani aspettano il presidente eletto sperando che faccia un miracolo: lottare senza quartiere contro l’insostenibile livello corruttivo che peggiora sempre più. Un grave problema che il presidente ha promesso di affrontare prioritariamente.

Jerry Rawlings, ex Presidente di Ghana, non ha dubbi in proposito. La corruzione però non è l’unico problema. I genitori delle ragazze rapite un anno fa a Chibok aspettano che qualcuno le riporti a casa e poi c’è il dossier Boko Haram da risolvere. La nuova era inizia tra un mese e mezzo. Tutti sperano che sia positiva e prosperosa per tutti i nigeriani tanto martoriati.

 

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls

Hear it from the people: What’s wrong in the Central African Republic?

From IRIN
Crispin Dembassa-Kette
Baoro (Central African Repubblic), 8th  April 2015

The room was packed. Everyone wanted to speak: unsurprising after years of conflict that has claimed thousands of lives and seen the Central African Republic riven by ethnic and religious cleansing.

After a lifetime of being ignored, the ordinary people of CAR are finally having their say, taking advantage of a unique opportunity to speak truth to power.

Houses in the village of Boyeli 2A

In the town of Baoro, 400 kilometres from the capital Bangui in northeastern Nana Mabéré prefecture, power took the form of Minister of Communications Victor Wake. Loud applause and ululations punctuated each intervention.

Many spoke of the horrors the town suffered under the control of the rebel Seleka alliance that toppled president Francois Bozizé in March 2013 and remained in power for 10 months. “There was violence here and brutal attacks by the ex-Seleka which cost the lives of 163 people, including 30 women and 10 children.,” said a man who identified himself as secretary of the town’s self-defence units.

“They burned houses, including my own. We counted 1,586 burned houses. But nothing has been done for the victims here,” the man added.

Another speaker recalled: “When the [rebels] came they threatened me and I hid in the bush. I drank dirty water and fell sick and was evacuated to a hospital in Bangui for two months.”

“The Selekas came and torched my field and stole all my animals. Many houses were burned here but the owners have got no help at all. It’s sad. That’s what we want you to tell the president.” Houses in the village of Boyeli were burned in 2014 by Seleka rebels.

Seleka rebel fighters 2A

Since late January, meetings like this, called grassroots popular consultations, have been taking place in all of CAR’s 16 prefectures as well in neighbouring countries such as Cameroon, Chad, and the two Congos – where some 190,000 CAR citizens live as refugees.

The consultations are a prelude to the Bangui Forum on National Reconciliation, due to be held from 27 April to 4 May, which aims to shore up a new peace deal and determine the eligibility criteria for elections slated for later this year. “Mr. Minister, unemployment is rampant here in Baoro. Young people are just hanging around town with nothing to do. Bring the NGOs here to give them work,” said a woman who took the floor.

“Then there is security. The gendarmes and police don’t have the resources to do their job; they don’t even have a motorbike. Think about giving the security forces at least a vehicle,” she added.

The Bangui Forum will bring together peoples’ representatives chosen during the popular consultations, leaders of armed groups, transitional authorities and political parties, as well as prominent members of civil society.

CAR’s constant political unrest can be directly linked to a failure of governance, a failure to deliver basic services and security to most of the population, especially the farthest-flung and most marginalized areas that are prone to armed opposition.

Wake explained that the object of the consultations was to “let the people speak, encourage everyone to unburden themselves, to let loose their fears and hopes, to identify the challenges to overcome and hear their ideas about how to emerge from crisis for once and for all.”

The people of Baoro did not waste their rare opportunity to tell it like it is, and provided a grim snapshot of the ills and dire needs that plague most of the country.

Another speaker railed at the sense of impunity and called for the town’s jail to be rebuilt. “FACA (CAR’s dilapidated army) and the police and gendarmes should be given weapons to provide security. Also, our hospital must be given medical supplies and competent staff,” he said. “I call on the government to build an agricultural development centre in our town, to support farmers and livestock-raisers with subsidies and loans. Young people must also be helped by giving them income-generating activities,” said another speaker

All over the country, people have packed rooms like this to air their grievances 2A

The grievances are much the same all over the country, according to summaries of the consultations presented recently at the Bangui headquarters of CAR’s provisional parliament.

The nation’s preoccupations, “hinge on impunity, security, meeting basic needs, peaceful coexistence between communities, national reconciliation and social cohesion,” General Babacar Gueye, UN envoy to CAR, said in remarks to open the Bangui presentation.

In eastern Haut-Mbomou prefecture, “people feel abandoned to the mercy of armed groups such as Joseph Kony’s Lord’s Resistance Army [a rebel group of Ugandan origin] and groups of armed peuhls [an ethnic minority],” said consultation facilitator Bernadette Gambo.

“People also told us of the kidnapping of around 2,000 children by rebels in South Sudan. Their parents are demanding their return and want better security in their area,” she said.

Minister of Reconciliation Jeanette Détoua conducted the consultations in the Democratic Republic of Congo, where some 75,000 CAR citizens live as refugees. “Our compatriots in DRC said that former presidents Francois Bozizé and (Seleka leader) Michel Djotodia should come back to the country to seek forgiveness because they are to blame for this division between the people of Central Africa. They also said that those who are not Central African and who came to divide the country should be sent home,” she said.

Communications Minister Wake presides over a popular consultation 2A

CAR has tried before to seek reconciliation by involving government officials, party leaders, civil society and rebel commanders in peace talks or dialogue, but there is hope that this effort is different.

“Previous processes have always favoured politico-military actors to the detriment of these crises’ innocent victims,” said interim President Catherine Samba Panza.

Applauding this new approach, the UN Development Programme’s Africa Director Abdoulaye Mar Dieye said on a recent visit to CAR: “Solutions to peace and development lie with the people. If we listen to them, we can find the solutions.”

Former Seleka rebels at first openly opposed the public consultations, but may now be coming round to the idea. “In five of the 16 prefectures, there was resistance from armed groups and the facilitators came back to Bangui,” said Detoua, the reconciliation minister.

In the central town of Kaga-Bandoro, the rebels briefly abducted the regional prefect and the town’s mayor who had been set to lead the consultation there. And, in Bambari, they chased a whole team of facilitators out of town.

However, after negotiations with the rebels, consultations were later held successfully in both locations. Everyone is finally getting a chance to have their say. For those unable to attend the consultations, the government has even set up a special hotline.

Crispin Dembassa-Kette

The first picture  (Nicholas Long/IRIN) shows destroyed houses in the village of Boyeli (near Bozoum) burned by the Seleka in January 2014. The other images are from Crispin Dembassa-Kette/IRIN. First Seleka rebels are resting. Second and third Communications Minister Wake presides over a popular consultation

 

Furia iconoclasta dell’ISIS: in pericolo il patrimonio artistico in Libia

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Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
25 dicembre 2014

In Iraq l’Isis ha distrutto a martellate e colpi di kalashnikov statue millenarie delle civiltà tra il Tigri e l’Eufrate. In Siria i siti archeologici sono stati depredati e ridotti in macerie, come i musei e i luoghi di culto di confessioni religiose diverse dall’Islam sunnita. In Medio Oriente, la furia iconoclasta dell’Isis si è abbattuta, nel giorno di Pasqua, contro la chiesa dell’antico insediamento cristiano di Tel Nasri. A una sorte analoga va incontro il Nord Africa, ricco di rovine fenice, greche e romane: in particolare la Libia tornata a ospitare campi di addestramento per combattenti di al Qaeda e anche del cosiddetto Stato islamico.

Meno noti di Cartagine, l’odierna Tunisi, sono i resti archeologici di Cirene, tra le prime colonie greche, poi città romana, che ha dato il nome alla Libia orientale, con il tempio di Zeus più grande del Nord Africa e anche del Partenone di Atene. O l’imponente teatro romano di Sabrata, patrimonio dell’umanità dell’Unesco nell’antico porto fenicio. Cirene è a pochi chilometri da Derna, la roccaforte libica dell’Isis dove si tagliano teste e chi suona strumenti e fuma sigarette viene fustigato pubblicamente. Sabrata è a una settantina di chilometri da Tripoli infiltrata da cellule jihadiste. Pure la capitale libica famosa per la piazza Verde dei proclami di Muammar Gheddafi (dal 2011 piazza dei Martiri) è poggiata sulle rovine della città fenicia Oea, conquistata e ampliata dai romani.

Isis tempio sufi distrutto Libia (Twitter)

L’arco di Marco Aurelio del 165 d.C., restaurato dagli italiani a Tripoli, è un monumento d’inestimabile valore, come la cittadella archeologica di Leptis Magna, 130 chilometri a sud. Anfiteatri e teatri, terme, acquedotti romani, fori e colonnati, perfettamente conservati, ne fanno la Efeso del Nord Africa. Il suo Museo archeologico nazionale è uno scrigno con 108 mila monete bizantine, alcune delle quali rarissime, note come il “tesoro di Misurata, il più grande ritrovamento di monete del mondo antico”. Insediamenti pre-islamici della Libia, meno grandi ma egualmente di pregio, sono i resti delle colonie greche di Tolemaide e Apollonia, sulle coste della Cirenaica.

Le rovine della Provincia romana d’Africa sono più vicine all’Italia – non solo geograficamente – dei musei di Ninive (l’odierna Mosul) e dei reperti assiri barbaramente spaccati dagli integralisti. Nel Medioevo in Nord Africa passarono i vandali e l’archeologo Hafed Walda, ex direttore degli scavi a Leptis Magna e nella delegazione libica all’Unesco, teme nuove orde: “Le statue che rappresentano essere umani potrebbero essere distrutte. Al momento i jihadisti hanno messo gli occhi sui grandi musei con collezioni pregiate di sculture greche e romane”, ha ammonito. Per Isis, al Qaeda e altri gruppi fondamentalisti la raffigurazione di idoli e divinità è “haram” (peccaminosa).

Isis tempio sufi distrutto Libia 2 (Twitter)

Ma tutti i siti archeologici sono a rischio saccheggio e devastazione, com’è successo in Siria, per il contrabbando di opere d’arte. Sulle coste libiche, dov’è la maggior parte delle rovine, il territorio è in balia delle milizie, soprattutto nella Cireanica contesa tra gruppi rivali di jihadisti: Ansar al Sharia, al Qaeda, Isis e varie sigle minori. A Derna, l’amministrazione dell’Isis ha bandito le statue: uomini incappucciati di nero sono stati ripresi a distruggere a picconate un cavallo di bronzo. Come già in Siria e in Iraq, un tempio sufi è stato preso a martellate e infine spianato con le ruspe: le immagini, non databili, sono state diffuse da una cellula Isis di Tripoli.

In tutto sono cinque i siti archeologici libici patrimonio dell’Umanità. Tra questi, anche l’antica oasi berbera nel deserto di Ghadames, che l’Unesco chiama la “perla del deserto”. Nella città vecchia tra le dune ci sono tracce di insediamenti risalenti al 3.000 a.C. E anche il profondo sud, tra i monti Tadrart Acacus del Sahara, nasconde incisioni preistoriche risalenti al 12.000 a. C., un museo all’aperto da sfregiare o depredare. In parte già accaduto dopo la caduta del regime, con la maggioranza degli scavi aperti e incontrollati, alla mercé di ladri e trafficanti. L’archeologo libico Fadl al Hassi ha denunciato almeno 15 siti razziati dal 2011: da Sirte sono sparite dozzine di reperti antichi, da una banca di Bengasi 8 mila monete dell’epoca di Alessandro Magno.

Ma con l’Isis potrebbe andare molto peggio. Tutto ciò che non è islamico viene aggredito. Mohammed al Shelmani, a capo del Dipartimento archeologico di Bengasi, ha paventato uno “scenario iracheno”. Per salvare il patrimonio a rischio, i responsabili libici si stanno organizzando per trasportare i manufatti anche all’estero, sotto la tutela e con l’aiuto dell’Unesco. Alcuni musei, come l’al Saraya al Hamra (il famoso museo del Castello rosso) di Tripoli, sono stati chiusi per il timore degli sciacalli. Dal 2014 i vertici dell’Unesco hanno richiamato alla protezione del “patrimonio culturale unico della Libia”. Ma in zone di guerra e devastazioni, l’arte è sempre tra le ultime preoccupazioni.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Zanzibar: “Una coppia italo ruandese alla ricerca di giustizia”

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Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
Nairobi, 9 aprile 20

“Respinto. Umiliato. Oltraggiato. Dalla mia Africa, la mia madre  Africa. Madre? Matrigna, e della peggior specie! Sono senza famiglia da 8 anni. Senza patria da quando ho 10 anni. Senza cittadinanza, senza diritti, senza rispetto per tutta la mia giovane vita. Chi è che,  cosa vale,  che prospettiva ha un rifugiato? Devo rimpiangere di non essere stato sterminato da bambino nel genocidio rwandese? Fuggirò mai dal mio destino?”

Mentre a forza veniva reimbarcato sul volo 814 dell’Ethiopian Airlines Zanzibar-Addis Abeba con destinazione finale Milano, via Roma, Albert era oppresso, angosciato, annichilito. In compagnia della giovane e fresca moglie italiana, Eleonora, si vedeva interrompere il suo viaggio di nozze dalla violenta ottusità di un burocrate dell’aeroporto africano e dalle spietate e incerte, elastiche, norme che regolano gli ingressi in Tanzania e che si prestano ad arbitrii senza appello. Soprattutto se applicate a un rifugiato di colore nero.AEROPORTO

Di quella Zanzibar  tanto sognata come terra di vacanze aveva solo potuto scorgere, attraverso le vetrate dell’ufficio del capo dei controlli passaporti, candide nuvole erranti nel cielo azzurro, qualche aereo in pista, la grande scritta bianca su un cartellone verde Welcome to Zanzibar. Una scritta amara, beffarda.

L’aria calda e il vento del mare aveva potuto sentirli appena nel tratto che dall’aereo lo portava a mettersi in coda per il controllo passaporti. Lì, Albert e Eleonora lasciavano ogni speranza di entrare  nell’isola ardentemente desiderata. Altro che terra di sogno, altro che isola delle spezie e del mare cristallino. Lì, all’immigration control, sarebbe cominciato l’ennesimo incubo. E di Zanzibar ad Albert sarebbe rimasto impresso in mente il marchio storico di terra di reclutamento di schiavi.

Ecco, uno schiavo, una nullità si sentiva Albert, quando dopo due ore di stringenti e umilianti interrogatori, è stato costretto dalla polizia di frontiera a risalire sull’aereo che lo aveva portato lì dall’Italia.

Quell’espulsione, inaspettata e ingiusta, andava ad aggiungersi a tutte le altre ingiurie sofferte nella sua pur giovane vita.

Albert è un rwandese rifugiato politico in Kenya, ma attualmente risiede in Italia, dove è sposato con Eleonora e dove studia all’Università Statale di Milano.

Celebrato il matrimonio dopo 7, sì proprio 7 lunghissimi anni di lotte e incubi burocratici (documenti, certificati mancanti, ostacoli di ogni tipo al matrimonio) la giovane coppia (entrambi poco più che trentenni) sceglie Zanzibar come meta del viaggio di nozze a cavallo delle feste di Natale scorso.

Albert è in possesso di una lettera di protezione dell’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e di un documento di viaggio che gli consente, in teoria,  di entrare senza visto in tutti i Paesi dell’Africa Orientale.

Tuttavia, conoscendo quanto sia incerta la certezza delle regole in Africa, qualche mese prima del viaggio Albert e la moglie si premurano di interpellare l’ufficio consolare tanzaniano in Kenya (Tanzanian High Commission) per chiedere se l’ingresso a Zanzibar richieda il visto.  Risposta: il visto non è necessario. Albert è un cittadino dell’East Africa. Albert e signora sono sereni.

Albert si sente rassicurato, anche perché l’anno precedente, quando ancora viveva in Kenya, per ben due (2) volte è entrato in Tanzania e l’ha attraversata in lungo e in largo senza ostacolo alcuno. I timbri di ingresso e uscita sul suo documento di  viaggio parlano chiaro. E invece l’occhiuto responsabile  dell’Ufficio Immigrazione osserva il passaporto e sentenzia: “Non puoi entrare a Zanzibar. Tu, che sei un rifugiato, una persona senza patria e senza identità, hai bisogno di un visto speciale”. La tracotanza e il disprezzo con cui rigetta il documento parlano più di ogni volgarità.

ETHIOPIAN

A nulla valgono le ragionevoli rimostranze, le suppliche, l’esibizione dei due precedenti timbri della Tanzania presenti nel documento di viaggio di Albert.

Inamovibile e sprezzante, il capo dell’immigration office diventa minaccioso: “Devi andartene, non devi farmi perdere altro tempo, altrimenti ti faccio arrestare. Tua moglie, italiana, può restare a Zanzibar. Tu no. Ora verrai preso e caricato sullo stesso aereo che ti ha portato qui. O preferisci finire in cella?”

Albert ed Eleonora non possono fare altro che subire, sconvolti e umiliati. Anche perché il volo per Addis Abeba rulla sulla pista. Non può attendere oltre. O salgono o diventano (Albert per lo meno) fuorilegge, con destinazione galera. E le prigioni africane, si sa, non sono proprio camere d’albergo a 5 stelle.

Per Albert il viaggio di ritorno è una tortura, perché deve rivivere la sua vita alla luce di questo nuovo doloroso capitolo. Nato in Rwanda da madre tutsi e padre hutu, per sfuggire ai massacri di cui sono rimasti vittima molti familiari, ancora bambino deve scappare con i fratelli e i genitori. La famiglia vaga per due anni tra colline e foreste di diversi paesi confinanti con il Rwanda, fino a quando non riesce a entrare in Kenya. Qui Albert cresce, studia e trova l’amore di una giovane cooperante italiana. Trasferitosi in Italia con lei dopo alcuni anni, per poter circolare deve fare affidamento sulla lettera di protezione dell’UNHCR, in attesa di diventare cittadino italiano. La nuova vita gli ha quasi fatto dimenticare di essere ancora un rifugiato, quindi un nessuno.

Il diniego brutale all’aeroporto di Zanzibar gli ricorda il suo status. L’esigenza di ottenere giustizia, riparazione di un torto si fa più forte che mai. Tornati in Italia, Albert ed Eleonora si mettono in contatto con l’UNHCR e  i consolati tanzaniani in Kenya e in Italia e denunciano l’accaduto. Le scoperte che emergono dalle risposte sono amare e non fanno altro che rinnovare il dolore del rifiuto.

Intanto Albert apprende che il Tanzanian High Commission è stato estremamente superficiale: avrebbe dovuto dare un’informazione più corretta e mettere sull’avviso che un rifugiato avrebbe potuto trovare ostacoli all’ingresso nel Paese e che avrebbe dovuto richiedere un visto speciale.

Di fronte alle forti denunce di Albert ed Eleonora, le autorità tanzaniane hanno inoltre risposto che a loro non interessa nulla se Albert ha avuto informazioni errate dai loro stessi ufficiali, né tanto meno attribuiscono importanza al fatto che Albert fosse entrato già più volte in Tanzania senza visto.

Il peggio è però quello che si sentono dire – off the records – a proposito dell’Ufficio immigrazione di Zanzibar: l’isola, da sempre fiera di una cultura Swahili ormai anacronistica, è convinta di essere qualcosa di “diverso e superiore” dai paesi africani circostanti, e non vede assolutamente di buon occhio i rifugiati. E se questa mentalità è veicolata da un responsabile dell’ufficio immigrazione convinto di essere un intoccabile, ebbro del suo potere, come un dittatorello che può decidere come gli pare sulle vite degli altri, il cocktail diventa letale. “Siete stati saggi a prendere l’aereo di ritorno”. Ecco cosa è stato detto alla desolata e affranta coppia.

Zanzibar può attendere. Per Eleonora e Albert, però, non sarà mai più l’eden che profuma di spezie, dai colori abbacinanti, dalle lunghe spiagge deserte, dal mare favoloso e dalla stupefacente barriera corallina, come la vendono i dépliant turistici. Sarà d’ora in poi uno scrigno maleodorante di arroganza e di ingiustizia.

Arturo Rufus
arturo.rufus7@gmail.com

Guinea Equatoriale omicidi sospetti, repressione e false aperture verso gli studenti

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 8  aprile 2015

Prove di dialogo tra regime e studenti in Guinea Equatoriale, un fatto, questo, che in molti pensano sia solo l’ennesima mossa del clan Obiang per mescolare le carte confondendo il quadro e annebbiando le informazioni provenienti dal paese, sempre più nella morsa del controllo militare nguemista.

Nonostante la liberazione, lo scorso 6 aprile, di 56 studenti arrestati durante le proteste del 23 marzo scorso a Malabo, il regime continua a mantenere il blocco di internet, impedendo l’accesso ai social network a chi vive nel Paese e garantendo comunicazioni a singhiozzo anche sulle linee telefoniche: anche noi di Africa-ExPress, che riceviamo informazioni direttamente dal Paese, riscontriamo problemi di comunicazione con la Guinea Equatoriale, che causano ritardi, anche di giorni, nelle comunicazioni.

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I 56 studenti liberati erano stati arrestati, torturati e costretti con la forza a rivelare i nomi dei responsabili della rivolta studentesca, accusati di “destabilizzare la pace”: sono stati liberati grazie alle notizie pubblicate da qualche media europeo grazie alle informazioni di Diario Rombe, un network di equatoguineani all’estero con sede in Spagna.

bimbo in bianco e nero

Ieri mattina il presidente-dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha incontrato all’univestità di Malabo alcuni studenti mostrando un’insolita apertura, che a chi è poco dentro le faccende della Guinea Equatoriale potrebbe sembrare addirittura un evento storico: Obiang ha invitato gli studenti a “tornare alla normalità”, bacchettando il ministro dell’istruzione Lucas “Lukito” Nguema Esono Mbang e promettendo che nei prossimi giorni sarà pubblicato l’elenco dei beneficiari delle borse di studio, che sembra saranno persino più corpose.

I “figli di Obiang”, così viene definita la gioventù universitaria equatoguineana nel lessico del regime, sono stati dunque perdonati, ed anzi premiati, dal “padre” Teodoro.

A ben vedere però il discorso di Obiang (definito “dialogo” dalla propaganda) non conteneva nulla di nuovo: il dittatore, rivolgendosi agli studenti, ha infatti ricalcato l’auspicio già manifestato nei giorni scorsi dal suo ministro dell’istruzione, un “ritorno alla normalità”, che è proprio la realtà quotidiana contestata dagli studenti.

Valgono nulla le dure parole di Obiang contro il suo ministro: tale dialettica rientra perfettamente nel più classico dei comportamenti propagandistici di un regime dittatoriale, dove il capo critica duramente e addirittura minaccia (se non elimina) i suoi alti funzionari nel nome di non si sa bene quale giustizia.

Slam Malabo

A dimostrazione del fatto che le belle parole, in Guinea Equatoriale, restano tali ci sarebbero le drammatiche notizie provenienti da alcuni contatti sul posto di Africa-Express: ieri un detenuto maliano nel carcere di Bata, un uomo di meno di 30 anni che si chiamava Moussa Fofanà, è morto per via delle percosse ricevute dai carcerieri nei giorni scorsi.

Non era l’unico detenuto straniero rinchiuso a Bata: ci sarebbero infatti almeno altre 10 persone, tra camerunensi, ivoriani e equatoguineani, detenute in condizioni disumane e pestate fino alla perdita dei sensi dalle guardie del carcere di Bata. Oltre che gli italiani Roberto Berardi, che termina la sua detenzione il prossimo 17 maggio, e Fabio Galassi, per il quale la magistratura non ha ancora formalizzato alcuna accusa.

La situazione nelle carceri, e in generale nel Paese – invocano dalla Guinea Equatoriale – è oramai insostenibile; alcuni nostri contatti implorano l’intervento delle ong per la tutela dei diritti umani e della Croce Rossa, almeno per alzare il livello dell’attenzione internazionale sul piccolissimo, ma straricco di petrolio, paese africano.

Pochi giorni fa il giornalista Armando Edu Bayeme, che lavorava per la Television Nacional de Guinea Ecuatorial e per l’ufficio stampa presidenziale è stato trovato morto nella sua residenza di Bata: il corpo era in avanzato stato di decomposizione, tanto che è stato gettato in una fossa senza bara e con una cerimonia piuttosto sbrigativa.

Equatorial Guinea UN Prize

Secondo molti l’omicidio del giornalista sarebbe da ascrivere ad un regolamento di conti all’interno dello staff presidenziale. Bayeme è infatti il secondo giornalista “di regime” trovato morto in circostanze misteriose, dopo l’incidente d’auto occorso a dicembre a Giuliano Mariano Mba Mba Nchama. Omicidi inevitabilmente legati tra loro, un po’ per l’amicizia tra i due e un po’ perché il corpo di Bayeme sarebbe stato rinvenuto a casa di Nchama ma, sostengono la famiglia e gli amici del primo, vi sarebbe stato portato dai suoi assassini solo da morto e qui deturpato: il corpo è stato infatti rinvenuto senza il cuore, i polmoni, gli organi sessuali e gli occhi.

Per sedare le polemiche e le preoccupazioni dei colleghi dei due giornalisti il secondo vicepresidente Teodorin Obiang Nguema Mangue ha promesso l’autopsia sui corpi dei due, ma nel paese non esiste un istituto di medicina legale. Il padre Teodoro ha invece dichiarato, come testimonia il video qui sotto: “Molte persone muoiono, ma non dicono esattamente di cosa sono morti”, dimenticando tuttavia che i morti non parlano più.

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Oggi, 8 aprile 2015, a Malabo si tiene un vertice internazionale tra alcuni paesi dell’Africa Occidentale per mettere a punto un piano transnazionale di contrasto al gruppo terroristico islamico Boko Haram, del quale il governo della Guinea Equatoriale denuncia la presenza nel Paese: una presenza tuttavia mai dimostrata, se non con l’istituzione di una scalcagnata e ciabattante “Tropa d’elite anti-Boko Haram”, e che sembra piuttosto un pretesto del regime per aumentare la stretta repressiva ed il controllo militare nel paese. Una stretta che si attua anche con espulsioni di massa di cittadini stranieri.

Le storie raccontate da alcuni maliani appartenenti a un gruppo di 77 persone espulso dalla Guinea Equatoriale la settimana scorsa, sono in questo senso piuttosto emblematiche: “Ero nel mio negozio a Bata quando sono stato arrestato con la forza dai militari. Sono stato picchiato. Dopo sono stato mandato a Malabo e gettato in prigione, ho perso tutto. Lì un militare mi ha colpito anche con delle cinghie” dice Omar, 17 anni del Mali, all’agenzia stampa Mali Actu.

Andrea Spinelli Barrile
Skype: djthorandre
twitter
@spinellibarrile

La foto in bianco e nero è di Tyler Hicks per The New York Times

What future for Geneva, the humanitarian capital of the world?

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IRIN
Geneva, 7th  April 2015

Most won’t call it a cut-back, let alone a withdrawal. Instead they use words like ‘restructuring’, ‘rationalising’, or even ‘stabilisation’. But whatever you call it, a spike in the value of the Swiss franc in January has escalated discussions among humanitarian and human rights agencies in Geneva about scaling down operations in one of the world’s most expensive cities.

With an unprecedented number of crises around the world already stretching the budgets of many aid agencies, and funding struggling to keep pace with rising needs, some agencies are quietly concluding it may be time to move some of their operations out of the city known as “the humanitarian capital of the world”.Ingresso a Ginevra 600pix

Geneva has long been seen as the historic home of humanitarianism, thanks to the creation of the International Committee of the Red Cross (ICRC) by a group of its residents in 1863. “International cooperation was born here,” reads a government brochure.

The city hosts 31 UN and international organisations, some 300 NGOs, and 172 diplomatic missions, who are the source of one in 10 jobs provided in the Canton of Geneva and contribute nine percent of its GDP.

But in recent years, just as the government has been trying to raise the profile of “International Geneva”, a few agencies have left due to the high cost of operating here. And the drastic rise in January in the value of the Swiss franc has only made things worse.

“There are obvious benefits of being in Geneva: the networks, the connectivity and all of that,” said Lars Peter Nissen, director of ACAPS, a Geneva-based organisation that researches humanitarian needs. “But [the currency hike] really pushes an already expensive thing closer to the [edge].”

World’s most expensive cities 

After a 15 January decision by the Swiss National Bank to abandon an exchange rate ceiling with the euro, the value of the Swiss franc rose by 30 percent against the euro within two days. For organisations funded in euros or US dollars, but paying salaries and rent in francs, costs skyrocketed suddenly.

Just before the currency swing, the Economist Intelligence Unit had published its Worldwide Cost of Living Survey, in which Singapore was listed as the world’s most expensive city. It was forced to publish a revised version, with Zurich and Geneva now at the top of the list.

According to real estate giant Cushman and Wakefield, office space in Geneva costs an average of US$785 per square meter but can go as high as $956 – cheaper than cities like London ($2321) and in some cases Paris ($978), but more than Budapest ($375) and Copenhagen ($377).

Even before the spike, ICRC had been working to reduce the size of its headquarters in Geneva, currently at 800 staff.

“If the delocalisation of the logistics service [out of Geneva] reduces costs, we will do it, but in such a way as to limit the impact on our staff,” ICRC President Peter Mauer told a press conference last year.

“Following a constant growth over the 10 past years, our aim is to stabilise the headquarters budget,” said Dorothea Krimstasis, deputy head of public communication.  “This means reducing functioning costs at headquarters by 1.5 to 2.5 percent a year (3 to 5 million CHF each year) from 2014 to 2018.’’ Some IT services are being moved to Belgrade while some finance services have already moved to Manila, she said.

Organisations are wary of saying publicly that they are cutting back in Geneva. The Swiss government is an influential donor and the city remains the center of international diplomacy and cooperation. But even the main UN headquarters is looking to cut costs.

UN Secretary-General Ban Ki-moon has said the UN will reduce its budget in 2016-17 to accommodate the current financial difficulties facing many contributing member states. According to Corinne Momal-Vanian, former director of the UN Information Service, Ban has asked heads of different departments, including those in Geneva, to identify savings.

For its part, the Office of the High Commissioner for Human Rights has been considering moving 50 posts out of Geneva to regional centres. It attributes this shift to growing needs and insufficient funding – a $25 million budget shortfall at the end of 2014 certainly put pressure on identifying ways to reduce costs.

International Geneva’s “incredible value” 

The Swiss government and others argue that public perception – particularly in the Swiss press – exaggerates the scale of departures from the city.

“Posts are indeed being moved out of Geneva to locations with lower costs,” spokesperson Pierre-Alain Eltschinger told IRIN by email, adding that as a UN member state, Switzerland is in favor of cost efficiency.

But he said the number of international civil servants working in Geneva has remained stable over recent years. “In general, we do not think that the relocation of some administrative units to countries with lower costs threatens International Geneva,” he said, using the government’s term for the concentration of international organisations, think tanks and diplomatic missions in the city.

Still, the Swiss government has recently tried to strengthen the attractiveness and competitiveness of Geneva, he said. Other cities are similarly vying to lure UN agencies, which can be a boon for local economies. Copenhagen, for example, has built a “UN City” where it offers some agencies free rent.

Michael Møller, Director-General of the UN Office in Geneva, is confident the “incredible value brought by International Geneva to the world” far outweighs the costs. He has spearheaded a project to change the perception of Geneva as a sleepy bureaucracy to a place where the most important global decisions are made.

He described Geneva’s international impact as “staggering – from formulating ideas that shape policies to standards that increase safety in our daily lives; from mobilising resources to achieve development goals to humanitarian action and emergency relief.”

IRIN

Oltre tre anni in mano ad Al Qaeda: liberato in Mali ostaggio olandese

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 aprile 2015

Un olandese, Sjaak Rijke,  rapito dai militanti di Al Qaeda nel Maghreb islamico il 25 novembre 2011 a Timbuctù è stato liberato ieri mattina dalle forze francesi dell’operazione Barkhane, attiva nel Sahel per contrastare i gruppi jihadisti (è composta da tremila uomini e dispone di una ventina di elicotteri, duecento veicoli logistici, duecento blindati, sei caccia, tre droni e una decina di aerei da trasporto).

Il Ministero della difesa francese, in un comunicato diffuso nel pomeriggio di lunedì 6 aprile, ha spiegato: “L’ostaggio è in buone condizioni di salute e si trova ora nella base provvisoria di Barkhane a Tessalit. Durante questa operazione sono stati arrestate anche alcune persone”.

Sjaak Rijke tra 2 militari

E mentre veniva liberato l’ostaggio olandese, uomini armati hanno attaccato Diafarabé, nel centro del Mali. “Hanno ucciso un uomo perchè portava un’uniforme nazionale. Un atto di sfiducia verso lo Stato” ha dichiarato un membro della famiglia ai reporter dell’ AFP.

Sono sempre più frequenti gli attentati da parte di bande armate sia al centro che al nord del Paese. Mercoledì le truppe del Mali hanno ucciso tre banditi in prossimità della frontiera con il Burkina Faso.

Venerdì due civili sono stati assassinati da uomini armati a Boni, nella zona centrale, mentre sabato, 4 aprile 2015 è stato sequestrato un cittadino rumeno, responsabile della sicurezza in una miniera del Burkina Faso, in una località confinante con il Mali, dove i rapitori hanno portato la vittima.

Lunedì 30 marzo è stato ucciso l’autista maliano di un camion della Croce Rossa Internazionale (CICR), un altro impiegato che era con lui è stato ferito. Stavano trasportando del materiale medico nel vicino Niger. Nel pomeriggio dello stesso giorno l’imboscata è stata rivendicata ai reporter di AFP a Bamako da Abou Walid Sahraoui, del “ Mouvement pour l’unicité et le jihad en Afrique de l’Ouest (Mujao)”. Sahraoui ha confermato: “Abbiamo ucciso un autista vicino a Goa. Lavorava per il nemico, per la CICR”. Dopo l’ultimo vile attacco jihadista,  il CICR ha sospeso tutti gli spostamenti nel nord del Mali, dove l’organizzazione umanitaria assisteva migliaia di persone.

Gruppo aqim

Durante una manifestazione tenutasi a Gao il 27 gennaio 2015,  tre persone sono state uccise  e altre quattro sono state ferite dalle forze di polizia di MINUSMA. (acronimo inglese per “United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali”). Il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon ha presentato le scuse alle famiglie, assicurandole che giustizia sarà fatta.  Secondo un rapporto ONU le forze di polizia dei caschi blu di MINUSMA sarebbero intervenute in modo improprio non autorizzato. Avrebbero insomma abusato del loro potere.

Gli ispettori dell’ONU che hanno stilato il rapporto hanno anche sottolineato che i manifestanti sono stati piuttosto violenti. Durante la manifestazione avrebbero gettato pietre e bottiglie molotov e, un particolare da non sottovalutare, la polizia maliana, presente,  non sarebbe intervenuta, perché non equipaggiata adeguatamente.

MNLA

Dal canto suo l’Unione Africana ha sollecitato il Coordinamento del Movimento dell’Azawad (CMA) di firmare il trattato di pace di Algeri del 1° Marzo 2015 che i tuareg e i vari gruppi ribelli che operano nel nord del Mali si erano rifiutati di siglare.
(http://www.africa-express.info/2015/03/04/pronto-il-trattato-di-pace-mali-ma-tuareg-non-lo-firmano/)
(http://www.africa-express.info/2015/04/07/le-aspirazioni-dei-tuareg-cinicamente-stroncate-dalle-grandi-potenze/)

Il presidente della commissione dell’UA, la signora Nkosazana Dlamini-Zuma, nel suo appello ha chiesto esplicitamente al CMA:  “E’ necessario che firmiate il documento di pace e di riconciliazione nell’interesse della popolazione che dite di rappresentare e del Mali. Solo con la firma e la messa in opera del trattato si potrà risolvere la crisi che affligge il nord del Mali e accelerare il suo sviluppo socio-economico. Contemporaneamente faciliterà la lotta contro le sacche di gruppi terroristi e della criminalità organizzata attivi nella zona e nel Sahel”.

Cornelia I. Toelyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Le aspirazioni dei tuareg cinicamente stroncate dalle grandi potenze

Speciale per Africa Express
Albert Galmot Akori
Lomé, 7 aprile 2015

Il Sahara, il territorio dove vivono i tuareg, da decenni è teatro di una lotta armata. Una minoranza di attivisti si contrappone alle autorità di Niamey (Niger) e di Bamako (Mali). I tuareg costituiscono un ramo del vasto insieme berberofono che popola una gran parte dell’Africa del Nord-Ovest (Maghreb, Sahara e Sahel). Il loro numero è stimato fra 1 milione e 1 milione e mezzo, le sono localizzati nel Sahara centrale e gli adiacenti confini saheliani. La loro zona d’insediamento si estende su 2,5 milioni di chilometri quadrati, l’equivalente dell’Europa Occidentale e si ripartiscono in numero ineguale fra cinque stati: Burkina Faso, Libia, Algeria, Mali e Niger.

soldato a Kidal

Dagli inizi degli anni Sessanta alla loro tradizione si è sovrapposta un’appartenenza nazionale che condiziona in modo diverso il sistema di vita quotidiano di questa popolazione divisa nei cinque Stati nati dalla decolonizzazione. Questo fattore “nazionale” – da sempre considerato una collocazione artificiale imposta a una popolazione nomade abituata a non considerare le frontiere – ha impedito la costituzione di un movimento tuareg unico.

Tuttavia, la radicalizzazione tribale e regionale costituisce l’elemento preponderante di ogni movimento. Infatti, la scena insurrezionale tuareg non cessa di sgretolarsi a causa di liti fratricide. In questa situazione troviamo il canovaccio jihadista, peraltro non nuovo.

gruppo MNLA

E’ stato, infatti, tirato in ballo regolarmente, dapprima, come pretesto alla guerra anticoloniale condotta dai tuareg nel 1919 e finita con la disfatta totale della loro resistenza, poi, successivamente, ad ogni tentativo contro i regimi autoritari degli Stati postcoloniali, formati in funzione degli interessi del vecchio impero coloniale.

Il pretesto – falso – di un supposto amalgama fra ribelli tuareg, islamisti e terroristi, non è altro che una comoda scorciatoia per sradicare, facendola passare come lotta contro il terrorismo, ogni contestazione politica da parte tuareg e ogni dichiarazione o azione che potrebbe ledere gli interessi dei grandi attori politici ed economici della scena sahariana.

combattenti islamici

Precisa infatti un documento del CNRS (Centre national de la recherche scientifique) francese: “Terroristi, islamisti, trafficanti, sequestratori, ostaggi, ladri, stupratori, strangolatori, usurpatori minoritari, indipendentisti illegittimi, avventurieri senza programma politico, attivisti oscurantisti e quasi medioevali, e come coronamento finale potenziali distruttori di manoscritti tesoro dell’umanità. Il buon vecchio scenario coloniale del terrore barbaro e della demonizzazione dei ribelli tuareg del Mali la si trova in prima pagina, proprio nel momento in cui viene dichiarata il 6 aprile 2012 la nascita dell’indipendenza della repubblica dell’Azawad da parte del MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad). Così viene stroncata l’aspirazione all’indipendenza di un popolo malmenato per cinquant’anni da uno stato ‘democratico’ sgradito nella zona saharo-saheliana”.

1899 Tuareg con ballerina discinta

Il problema della questione saharo-saheliana non si gioca per niente su scala locale riguarda, infatti, tutto il sistema economico mondiale e la spartizione delle zone d’influenza fra le grandi potenze con l’entrata in gioco di nuovi attori (americani, cinesi, canadesi, ecc.), cosa che ha modificato lo scenario del vecchio paesaggio coloniale.

L’ambito accesso alle ricchezze minerarie (petrolio, gas, uranio, oro, fosfati, ecc.) che abbondano in Niger, Libia, Algeria e Mali, secondo le più recenti prospezioni, è il punto focale di un’invisibile battaglia che si svolge proprio nel Sahara, dove le comunità locali, fino ad oggi, non hanno mai contato come tali, ma solo come leve di pressione che gli stati in concorrenza hanno cercato sistematicamente di manipolare a loro uso e consumo.

1899TuaregWarrior con belly dancer ContextEvents2012YHY01Ecco perché le rivendicazioni politiche dei tuareg non sono mai state prese seriamente in considerazione, ma collocate e contenute strettamente nei limiti di un’autonomia regionale. Come conseguenza di questa politica la questione islamista è divenuta una realtà con cui fare i conti. Una questione che fino a pochi anni fa non esisteva. L’islam, infatti, viene praticato dai tuareg in modo molto blando. I tuareg, per esempio, danno molto spazio alle donne e, fra le altre cose, praticano la monogamia e la discendenza matriarcale.

Albert Galmot Akori