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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Il governo del Gambia vuole accogliere i rifugiati rohingya birmani

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 maggio 2015

Il Gambia, il piccolo Stato dell’Africa occidentale, completamente circondato dal Senegal, tranne per il breve tratto di costa sull’Oceano Atlantico, ha dichiarato di voler accogliere i rohingya in campi per profughi.

Yahya Jammeh, il presidente dell’ex-colonia britannica, tramite un portavoce ha fatto sapere che è un dovere accogliere i musulmani perseguitati.

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Un bel gesto di solidarietà, visto che la maggior parte dei Paesi si è rifiutato di ospitare le decine di migliaia di rohingya che errano da un porto all’altro ormai da mesi, in mano ai trafficanti di uomini. Sono di religione musulmana, senza patria e il governo di Myanmar (la vecchia Birmania) si rifiuta di riconoscerli come gruppo etnico.

In un comunicato il governo gambiano lancia un appello alla comunità internazionale, chiedendo di inviare tende, letti, utensili da cucina, medicinali, per poter allestire campi dove accogliere i profughi.

La popolazione gambiana è in maggioranza musulmana, come i rohingya, dunque da qui la disponibilità di accoglienza del governo. Un atteggiamento che risulta in netto contrasto con quella assunto sui migranti in fuga da dittature, guerre, fame nera. E si fugge dallo stesso Gambia: tra i morti nell’ultima tragedia in mare c’erano anche cittadini del Gambia.

Jammeh è salito al potere con un colpo di Stato nel 1994; due anni dopo è stato confermato presidente durante le elezioni grazie all’appoggio del suo partito, “Alleanza patriottica per il riorientamento e la costruzione”. Si è convertito all’Islam solo qualche anno fa.

Pur essendo stato eletto “democraticamente”, governa il Paese come un dittatore e non esita di eliminare e torturare gli avversari politici. Odia a morte gli omosessuali (http://www.africa-express.info/2014/09/09/gambia-ergastolo-per-gay-il-presidente-voleva-ucciderli-come-le-zanzare/)
e il parlamento ha varato leggi draconiane contro gay e lesbiche.

dietro barre

In Gambia il rispetto per i diritti umani è considerato un optional. Lo hanno confermato due ispettori dell’ONU Christof Heins (sudafricano, relatore speciale sulle esecuzioni extra-giudiziali, sommarie o arbitrarie) e Juan Mandes (statunitense, relatore speciale sulla tortura) in un loro rapporto di sei mesi fa.
I due si erano recati nel piccolo Stato dell’Africa occidentale per indagare su torture e esecuzioni di attivisti, giornalisti e oppositori politici, di uccisioni extragiuridiziarie;  le autorità hanno impedito loro di visitare il braccio della morte nelle terribili galere di Banjul, capitale del Gambia (http://www.africa-express.info/2014/11/09/violazione-dei-diritti-umani-il-gambia-lascia-casa-gli-ispettori-dellonu/)

Durante un viaggio all’estero del presidente, il 30 dicembre 2014 uomini armati hanno attaccato il palazzo presidenziale, tentando un colpo di Stato, ma sono stati respinti e sopraffatti dalle forze di sicurezza. Nei giorni a seguire, sono stati arrestati anche familiari e amici dei presunti responsabili del golpe. Da allora non si hanno più notizie di queste persone, i parenti non hanno più saputo nulla di loro, nessuna possibilità di entrare in contatto con i propri cari.  Sono come sparite dalla faccia della terra, desaparecidos.

In un rapporto del 15 marzo 2015, un inviato speciale per le torture dell’ONU ha dichiarato che cinquantadue persone sono state arrestate, per lo più da uomini non in divisa, collaboratori dell’intelligence del Paese.

Tra Febbraio e Maggio alcuni sono stati liberati. Non si sa con precisione quante persone si trovano ancora in mano agli aguzzini del presidente.

Anche il direttore per l’Africa di Human Rights Watch, Daniel Bekele, ha denunciato proprio pochi giorni fa che tra gli “scomparsi” c’è anche un ragazzo di sedici anni, Yusupha Lowe, figlio di Bai Lowe, uno dei presunti responsabili del golpe, che è riuscito a fuggire all’estero. In modo informale i parenti hanno saputo che il ragazzo è stato detenuto per qualche mese nella sede dei servizi segreti di Banjul, dove sia ora, nessuno lo sa. Stessa sorte è toccata alle madri anziane di altri due presunti partecipanti al tentato colpo di Stato, Alhaji Jaja Nass e Lamin Sanneh (un ufficiale dell’esercito gambiano), entrambi uccisi durante l’assalto. Dal 5 gennaio 2015, giorno dell’arresto delle due signore, non si hanno più loro notizie. Nella stessa situazione si trovano altre decine di persone.

profughi ammassati

Nel marzo scorso un tribunale militare segreto ha condannato alla pena capitale tre soldati e tre altri all’ergastolo, accusati di alto tradimento, cospirazione, dissertazione, in relazione alla loro partecipazione al tentato golpe.

Jammeh aveva annunciato a gennaio che il suo governo sarebbe stato disposto a collaborare con l’ONU per far luce sugli eventi del 30 dicembre 2014. e  l’African Commission on Human and Peoples’ Rights ha emesso una risoluzione il 28 febbraio scorso, nella quale si chiede vivamente di aprire un’inchiesta.

Ebbene, nessuna inchiesta è stata aperta, alcuna collaborazione con l’ONU e ora il presidente vorrebbe addirittura accogliere i profughi rohingya.  Per il presidente  la cosa è molto semplice: “Se l’Europa è in grado di accogliere dei rifugiati, lo può fare anche il Gambia”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

A Milano in mostra 270 opere di “art nègre” africana

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Speciale per Africa Express
Massimo A. Alberizzi
Milano, 28 maggio 2015

E’ in corso al MUDEC, il Museo delle Culture di Milano (via Tortona 56), un’interessante esposizione di opere d’arte, soprattutto sculture, africane. La mostra, curata da Claudia Zevi, propone 270 pezzi, alcuni veramente pregevoli, che come spiega il catalogo, “intendono dare conto dei diversi sguardi con i quali la cultura occidentale si è posta dinnanzi alle espressioni plastiche dell’Africa”.Testa 2

La negritudine è una cultura quasi sconosciuta in Occidente (specie in Italia) ed è spesso considerata, erroneamente, una sotto cultura. Non si esprime solo nell’arte scultorea, ma anche in quella pittorea e nella letteratura. Certo l’Africa è un continente enorme ed è sbagliato pensare che sia un tutt’uno omogeneo. Infatti, le opere in mostra a Milano vengono soprattutto dalle zone che hanno espresso ciò che noi apprezziamo di più, quelle occidentali, dall’Angola fino al Senegal. Mancano reperti provenienti dall’Etiopia e dal Sahara, le espressioni di due culture assai diverse tra loro e che probabilmente, a detta di un profano come me, non hanno nulla in comune né tra loro né con l’Africa Occidentale.

La negritudine, e quindi il termine negro, in italiano, come in francese, non ha nulla di offensivo. La stessa parola in inglese, viene pronunciata con disprezzo,  “niger”. Ormai, forse per paura di offendere, noi usiamo dire nero, sottraendo quindi la definizione culturale profonda al vocabolo.

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Ero a Dakar, quando parlando degli africani a un rispettabile signore senegalese, li ho chiamati neri, noirs. Sono stato immediatamente corretto: “Excusez-moi monsieur, je ne suis pas noir, je suis nègre” (Mi scusi signore, io non sono nero, sono negro). Ho capito che l’avevo quasi offeso.

Ebbene la mostra di Milano mi ha riportato alla memoria quell’incontro e molti altri dove il mio empirismo convinto si è scontrato (o forse meglio dire si è fuso) con la sacralità e la magia dei riti e delle convinzioni africane.

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Poco più di un secolo fa i primi pezzi di arte africana sono arrivati in Europa, in Francia soprattutto. Snobbata in un primo tempo dal grande pubblico, “art nègre” attira l’attenzione delle avanguardie che si accorgono di come riesca a connettere il mondo degli uomini con quello della natura e degli spiriti.

Oltre al pregio di aver portato un pezzo di arte africana a Milano, l’esposizione del MUDEC riesce finalmente a far capire che non si tratta di un’arte minore. Come c’è scritto nella presentazione “l’arte tradizionale dell’Africa Nera testimonia l’inscindibile coesistere di una qualità formale di ‘arte tout court’ dotata di specifici canoni estetici, con la ricchezza molteplice delle concezioni religiose, dei riti, delle manifestazioni del potere, fino agli oggetti della vita di tutti i giorni delle diverse popolazioni che l’hanno espressa”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Kenya, gli shebab annunciano: “Abbiamo attaccato la polizia decine di morti”

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Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
Nairobi, 26 maggio 2015

Imboscata ieri organizzata dagli integralisti shebab contro una colonna di poliziotti kenioti a Yumbis un villaggio a una settantina di chilometri a est di Garissa, città tristemente famosa perché la sua università è stata attaccata dai terroristi che hanno fatto una strage il 2 aprile scorso (148 studenti e professori uccisi, molti a sangue freddo).  http://www.africa-express.info/2015/04/02/kenya-assalto-degli-shebab-che-si-barricano-con-gli-ostaggi-nelluniversita-di-garissa/

shabab in parata

Che a Yumbis ci sia stata una battaglia furibonda è confermato. Sul numero di vittime invece le informazioni, sicuramente viziate dalla propaganda, divergono: gli shebab nella persona di uno dei suoi portavoce, Sheikh Abdiasis Abu Musab, sostengono di aver ucciso almeno  venticinque agenti, il governo ridimensiona profondamente il bilancio, fissandolo a un solo ferito, ma una fonte confidenziale rivela: almeno cinque morti.

I poliziotti kenioti stavano facendo un normale pattugliamento in una zona semideserta infestata dai terroristi, al confine con la Somalia. Il convoglio di quattro fuoristrada è caduto nell’agguato. Un’altra camionetta carica di agenti che stavano correndo a dar man forte ai colleghi, è saltata su una mina piazzata sul ciglio della pista.

Da qualche mese la contea di Garissa, a poco più di cento chilometri dal confine somalo e 500 chilometri dalla capitale del Kenya, Nairobi, è teatro di attentati e scontri furibondi tra gli integralisti somali shebab e l’esercito dal Kenya.  Non c’è stato solo il mostruoso e disumano attacco all’università di inizio aprile, ma un continuo stillicidio di attentati,  bombe, granate.

miliziano al telefono

Secondo fonti di intelligence, l’infiltrazione di cellule terroriste nella zona è stata capillare, tant’è che il nord est del Kenya è stato catalogato come ad alto rischio di attentati. In tutta l’area sono stati dislocati alcuni reparti speciali dell’esercito keniota.

Sempre secondo informazioni confidenziali, i militanti dei gruppi shebab non sono più solamente somali, non vengono da fuori, ma sono giovani nati e cresciuti in Kenya, reclutati in qualche madrassa anche su quella costa che va dal confine con la Tanzania a quello con la Somalia, passando per Mombasa e due rinomati centri turistici, Malindi e Lamu.

La pressione dell’esercito keniota contro i gruppi terroristi è diventata fortissima. Si segnala che le cellule che operano nell’ex colonia britannica, tagliate spesso fuori dai collegamenti con le basi in Somalia, sono a corto di carburante e di cibo (le armi invece non mancano mai). I capi, quindi, hanno chiesto ad alcuni gruppi di militanti di lasciar perdere le azioni politiche e di darsi al banditismo per tirar su denaro.

Un’informativa riservata, di cui Africa ExPress è venuta in possesso, sottolinea che queste gang sono composte da giovani del posto (non necessariamente fanatici musulmani) reclutati a Kilifi, Mombasa, Kwale, Malindi, Lamu, Mandera, Wajir e Garissa. Qualcuno viene dalla Tanzania e dalle province occidentali del Kenya. Sono ragazzi che conoscono molto bene il territorio. Secondo queste notizie, le comanda Mohamed Kuno “Gamadheere”, un keniota di Garissa, che ha organizzato l’assalto all’università, sulla cui testa pende una taglia di 20 milioni di scellini (poco meno di 200 mila euro).

Arturo Rufus

Aereo Air France evita all’ultimo momento di schiantarsi contro una montagna in Camerun

Africa ExPress
26 maggio 2015

Un incidente per puro miracolo senza conseguenze, ha coinvolto il 2 maggio scorso, un aereo dell’Air France, un Boeing 777, in viaggio tra Malabo, la capitale della Guinea Equatoriale, e Duala, la capitale economica del Camerun, dove ha imbarcato altri passeggeri. L’aereo, diretto a Parigi (volo AF953) è entrato in rotta di collisione con le vette delle montagne del Camerun a poco più di quattromila metri di altezza.

Douala dista solamente una trentina di minuti di volo da Malabo; a bordo del Boeing erano presenti trentasette persone, tra passeggeri ed equipaggio, che probabilmente non si sono accorti di nulla. Secondo una prima ricostruzione, per evitare una perturbazione atmosferica, a 2800 di altezza i piloti avrebbero deciso di prendere una rotta leggermente più a nord. Dopo aver virato verso est, alle 21.00 ora locale,  per raggiungere Douala, ad un altezza di 2.743, l’aereo si è trovato talmente vicino al Monte Camerun (4.040 metri), da innescare un avvertimento/allarme vocale automatico.

Air France

Secondo la BEA (acronimo francese per ufficio di inchiesta e analisi), che ha avviato subito un’inchiesta sull’accaduto, i piloti avrebbero agito secondo la procedura prevista dai manuali della compagnia aerea e dal costruttore, portando l’aereo immediatamente a 3.962 metri. Nessun passeggero e nessun membro dell’equipaggio ha riportato ferite.

Il fatto è successo solo poche settimane dopo il terribile incidente aereo della Germanwings. Sembra comunque assai strano che solo oggi, dopo oltre tre settimane si parli di questa possibile collisione, evitata all’ultimo momento grazie, alla bravura dei piloti. Una questione lecita, dopo due incidenti aerei simili accaduti nei cieli dell’Africa e della Francia negli ultimi mesi.

http://www.africa-express.info/2015/03/31/like-germanwings-africa-plane-crashed-insanity-pilot-iata-didnt-reacted/

http://www.africa-express.info/2015/03/30/german-wings-un-altro-aereo-africa-schiantato-dal-pilota-depresso-perche-nessuno-ha-fatto-nulla/

Africa ExPress

La crisi economica travolge lo Zimbabwe, ma Mugabe fa una grande festa di compleanno

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 maggio 2015

Qualche mese fa Robert Mugabe ha festeggiato in grande stile, come ogni anno, il suo compleanno.  Solo diverse migliaia di amici intimi hanno partecipato al ricevimento, organizzato in un grande albergo vicino alle cascate Vittoria. In tavola è stato servito ogni ben di dio, i vini più pregiati, carni prelibate. Il catering è stato curato in ogni dettaglio dal proprietario del resort e dal fedelissimo di Mugabe, Tendai Musasa.  La moglie Grace, di 41 anni più giovane di Mugabe,  sopranominata Gucci Grace , si è presentata alla festa  forgiando i soliti abiti di superlusso.

Il vecchio leader ha compiuto 91 anni lo scorso 21 febbraio e la sua salute comincia a cedere. Qualche mese fa è caduto a Harare. Le foto hanno fatto il giro del mondo e così il satrapo ha licenziato una decina di bodyguard, perché non hanno saputo garantire la sua privacy.

MUGABE E CANDELINE

Un party megagalattico, malgrado la grave crisi economica che affligge il Paese. Le scarse piogge di quest’anno daranno un poverissimo raccolto, specialmente nel sud del Paese. Per sopravvivere molti agricoltori saranno costretti a vendere capre e galline. Il governo minimizza e non dichiarerà lo stato di emergenza. I privati importeranno il mais per il fabbisogno delle città, mentre il governo si occuperà delle necessità per le aree rurali.

Si stima che il ventitré per cento delle terre coltivate, prevalentemente a mais, non produrranno alcun raccolto in questa stagione. E, in mancanza di assistenza,  il venti per cento delle famiglie si troveranno in grave difficoltà alimentare, con un’alta o addirittura acuta percentuale di malnutrizione da luglio fino a settembre, se non oltre.
Da febbraio 2015 ad oggi il prezzo del mais è cresciuto del quarantaquattro per cento nei distretti del sud.

Ora la maggior parte degli agricoltori gironzola per le città in cerca di un’occupazione.  Non ha nulla da fare, senza un soldo e con grande tentazione di scapare in Sudafrica in cerca di fortuna, di un lavoro, per sfamare la famiglia, è grande.

Mugabe-Eating-Cake

Ad Harare, capitale dello Zimbabwe, la situazione non è  migliore. Una decina d’anni fa Mugabe ha cacciato tutti gli abitanti da Komboyatswa, una baraccopoli. Ora quasi tutti sono tornati. Non avevano altro posto dove andare. La maggior parte degli abitanti si guadagna da vivere vendendo frutta, verdura e dolci lungo le strade di Harare e qualcuno è emigrato in Sudafrica per scappare dalla povera e misera economia locale.

C’è sempre una lunga fila alle stazioni delle corriere che partono quotidianamente per Johannesburg.  I più non hanno  il necessario permesso di lavoro. Ma non importa, partono lo stesso: Sanno che in patria non hanno da mangiare né per se né per la propria famiglia.

Gli analisti sostengono
che lo Zimbabwe dovrà importare da ora fino al prossimo anno settecentomila tonnellate di mais per un costo complessivo di duecentoventi milioni di dollari.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

La fotografia qui sopra con Mugabe che sta soffiando sulle candeline, è stata scattata il giorno del suo ottantesimo compleanno.

Ucciso da una raffica di mitra il leader del partito d’opposizione in Burundi

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Africa ExPress
Bujumbura, 24 maggio 2015

Zedi Feruzi, leader del piccolo ma battagliero partito d’opposizione Unione per la Pace e lo Sviluppo, è stato ucciso da una raffica di mitra mentre viaggiava sulla sua auto assieme alla sua guardia del corpo, che ha perso anch’essa la vita.Zedi 2

L’agguato è avvenuto sabato scorso davanti alla sua casa. L’uomo politico stava rientrando dopo una riunione. Gli squadroni della morte sono attivi nel Paese dopo che una decina di giorni fa è fallito un colpo di Stato messo organizzato dal generale Godefroid Niyombare contro il presidente in carica Pierre Nkurunziza che ha deciso di candidarsi alle elezioni presidenziali in giugno, violando la costituzione che prevede un limite di due mandati.

Il corpo

Le proteste contro il regime si sono succedute in questi giorni. La polizia ha sparato uccidente almeno una ventina di dimostranti. Un’ondata di profughi, per ora “solo” centomila, si è riversata nei Paesi vicini: Tanzania, Ruanda e Congo-K.

Africa ExPress

Tanzania, scoppia un’epidemia di colera tra i profughi scappati dal Burundi

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Speciale per Africa ExPress,
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 maggio 2015

Dal Burundi, dopo il fallito colpo di stato di una settimana fa, la gente continua a scappare e nei campi in Tanzania, dove sono raccolti i profughi, è scoppiata un’epidemia di colera. Sarebbero oltre centomila i burundesi in fuga verso i Paesi confinanti (Rwanda, Repubblica Democratica del Congo e Tanzania) a causa dei disordini scoppiati dopo l’annuncio del presidente Pierre Nkurunziza di mirare a un terzo mandato. (http://www.africa-express.info/2015/05/15/e-fallito-il-colpo-di-stato-burundi-il-potere-torna-il-mano-al-presidente-nkurunziza/)

In Tanzania, il colera ha già ucciso ventinove rifugiati burundesi, oltre a due residenti, gli infettati sono oltre tremila, numero che tende a crescere di tre-quattrocento casi al giorno. “Le persone colpite dal vibrione sono morte a Kigoma sul lago Tanganika e nei vicini villaggi di Nyagurusu e Kagunga. Ci aspettiamo un sensibile incremento dell’epidemia nei prossimi giorni nell’area. In collaborazione con la Croce Rossa della Tanzania e con il Ministero della salute, insieme a organizzazioni non governative, l’UNHCR sta cercando di affrontare questo nuovo grave problema che affligge i profughi, distribuendo acqua potabile e altre misure sanitarie. Il colera viene trasmesso tramite l’acqua inquinata e si manifesta con vomito e diarrea.

A general view shows Burundian refugees receiving treatment at a makeshift clinic at the Lake Tanganyika stadium in Kigoma western Tanzania

Kassi Nanan N’Zeth, coordinatore di Medici senza frontiere (MSF) è molto preoccupato. Vicino al lago Tanganika, subito dopo il confine con il Burundi, sono sorti diversi campi per profughi improvvisati. A Kigoma, nella parte orientale del lago, oltre duemila persone sono accampate in uno stadio di calcio, luogo di “prima accoglienza, in attesa di essere trasportati nel campo di Nyarugusu. A Kaguna si trova un altra struttura campo di transito che ospita più o meno quindicimila rifugiati.“Per il momento l’assistenza medica nei campi di transito è insufficiente e le condizioni igienico-sanitarie sono carenti, perché non sono previste né tende, né alloggi. Ognuno si arrangia come può. Molti pazienti sono morti durante il loro trasferimento in barca verso Kigoma”, ha raccontato Kassi.mappa del Colera

“Se trattato in tempo – ha poi spiegato – il colera si cura facilmente con la somministrazione di medicinali adatti e liquidi, sali minerali e antibiotici. Le nostre priorità sono: curare le persone ammalate in centri specializzati per il trattamento del colera a Kigoma e Kagunga, fare sì che nei campi per profughi vengano migliorate le condizioni igieniche e  venga distribuita acqua pulita e potabile”.

Il Burundi è tra i Paesi più poveri al mondo. L’aspettativa di vita non supera i cinquant’anni e la maggior parte della popolazione  (10,4 milioni di persone) vive con meno di 270 dollari annui. L’85 per cento è costituito da hutu, il 15 percento da tutsi.

Il Paese è stato flagellato per molti anni da una terribile guerra civile, durante la quale sono morte oltre trecentomila persone. Nel 2005, dopo gli accordi di pace tra i tutsi, che governavano da anni, e gli hutu, che erano di fatto emarginati, sembrava tornata la tranquillità e l’armonia.  Invece il presidente hutu Pierre Nkurunziza, ha usato il suo potere contro gli avversari politici. Ha purgato l’esercito e imbavagliato la stampa. http://www.africa-express.info/2013/06/04/pugno-di-ferro-contro-la-stampa-in-burundi-passa-la-legge-bavaglio/

Bimbi e flebo

Già nel 2010 l’opposizione aveva boicottato le elezioni presidenziali e ora, dopo l’annuncio di un terzo mandato sono scoppiati disordini di piazza culminati con la morte di decine di persone ammazzate da esercito e polizia e dal colpo di Stato organizzato da Godefroid Niyombare, un generale anch’egli hutu ma fedele alla Costituzione. Al golpe fallino è seguita una pulizia etnica organizzata con squadroni della morte scatenati del regime. Da qui la fuga di massa dei civili nei Paesi confinanti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Le 300 studentesse rapite in Nigeria nel 2014 sono in un bunker, parola del governatore

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City, 22 maggio 2015

Tutti sembrano essersi scordati delle Chibok Girls, le ragazze che poco più di un anno fa tutto il mondo chiedeva fossero liberate con l’hashtag #BringBackOursGirls. Raramente arriva qualche notizia per ricordare che sono ancora nelle mani dei loro rapitori. E’ successo ieri.

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Kassim Shettima governatore del Borno State, luogo in cui sono state “rapite” le oltre 200 ragazze quindici mesi fa, parlando con i giornalisti ad Abuja, dove è intervenuto in una conferenza sulla sicurezza organizzata dall’ ONG Savana Centre, ha sostenuto che le ragazze rapite a Chibok nell’aprile 2014, si trovano trattenute nei bunker del gruppo terrorista Boko Haram nella foresta Sambisa.

Il governatore ha incoraggiato l’esercito, a spostare le operazioni di ricerca nel sottosuolo. Infatti – sostiene – in questi lungi mesi i terroristi di Boko Haram hanno avuto tutto il tempo per costruire un bunker sufficientemente grande per contenere centinaia di persone. Queste dichiarazioni corroborano, ulteriormente, la tesi che abbiamo sin da principio raccontato in questa sede: gli oppositori politici del nord dl Paese hanno voluto con tutti mezzi possibili tornare al potere centrale. Il rapimento delle ragazze di Chibok si inquadra in questa cornice. le giovani sono state “ospitate” da qualche parte, secondo il governatone nei bunker.

KASHIM-SHETTIMA

Buhari si insedierà il 29 maggio. Aspettiamo qualche settimana o qualche mese e – c’è da scommetterci – annuncerà il ritrovamento delle studentesse rapite in massa e tutti i media, in Nigeria e nel mondo, lo loderanno. E questo nonostante il fatto che nelle ultime settimane siano state liberate 900 persone che erano tenute prigioniere dai terroristi di Boko Haram.

Tra qualche settimana, o tra qualche mese, si potrà anche tirare un primo bilancio sull’attività del nuovo governo per capire se intende recepire le aspettative dei cittadini nigeriani, tra cui la lotta alla corruzione, l’eliminazione del terrorismo, la creazione di un minimo di stato  sociale. Tutte riforme in alto mare. Qualche promessa sarà mantenuta?

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls 

Greenpeace denuncia: la Cina pesca illegalmente nelle acque del West Africa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 maggio 2015

Da quando il governo di Pechino sta cercando di regolamentare la pesca nelle proprie acque territoriali e ha eliminato le pratiche più distruttive come la pesca a strascico, i suoi pescherecci si sono spostati in Africa. Nel 1985 solo tredici pescherecci cinesi furono avvistati nelle acque dell’Africa occidentale, mentre nel 2013 il loro numero era salito a 462.

In un rapporto di Greenpeace di qualche giorno si legge una dura denuncia: “I cinesi non solo esportano un modello di pesca che ha distrutto il loro stesso patrimonio ittico, ma alcune compagnie irresponsabili hanno rubato il pesce a Paesi africani durante un momento veramente critico. Mentre i governi di Liberia, Sierra Leone, Gambia e alcuni altri erano concentrati ad affrontare il problema della gravissima epidemia di ebola, i cinesi hanno approfittato del caos momentaneo per effettuare incursioni di pesca illegale nelle loro acque “.

Pescherecci cinesi

Greenpeace afferma di essere a conoscenza di centoquattordici casi di pesca illegale, effettuata negli ultimi otto anni nelle acque della Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Mauritania, Senegal e Sierra Leone. I pescherecci coinvolti erano per lo più sprovvisti di licenza o/e pescavano in acque proibite. Sessanta di questi casi hanno visto coinvolta la Cooperazione di pesca nazionale cinese, la CNFC (China National Fisheries Corporation), di proprietà del governo di Pechino, incaricata di sviluppare la pesca in acque non territoriali.

Lo scorso anno
, in un solo mese, Greenpeace ha colto in flagranza di reato ben 16 barche; di queste 12 battevano bandiera cinese o appartenevano ad armatori cinesi. Alcuni di loro avevano anche manomesso il loro sistema d’informazione di identificazione automatica.

Piroghe su spieggia

Ovviamente Pechino respinge tutte le accuse e dichiara di aver agito nella piena legalità e secondo gli accordi siglati con i governi africani. “Le nostre compagnie hanno contribuito all’incremento dell’economia locale, pagando le tasse e dando lavoro alle persone del luogo, cosa molto gradita dai governi e dalle popolazioni”, ha risposto alla denuncia di Greenpeace, Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Guinea Equatoriale: Berardi resta in carcere, governo italiano umiliato

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Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Latina, 20
maggio 2015

Ieri, 19 maggio, Roberto Berardi ha atteso tutto il giorno che la porta della sua cella si aprisse e che una mano gli venisse tesa per condurlo finalmente verso la tanto agognata libertà. Un’attesa lunga e drammaticamente vana.

Ieri, 19 maggio, l’imprenditore italiano incarcerato 2 anni e 4 mesi fa a Bata, in Guinea Equatoriale, ha visto estinguersi la pena carceraria e protrarsi, incredibilmente, la sua detenzione: malato di malaria, allo stremo delle forze dopo una detenzione che lo ha provato, e continua a provarlo, nel corpo e nella psiche, Roberto Berardi ieri non ha avuto nemmeno la cortesia di essere avvisato che nessuno sarebbe andato a prenderlo. Semplicemente, giunta la notte, ha compreso che tutti i sogni, le speranze e le promesse si erano drammaticamente infranti.

cartellone 1 600

Ieri, 19 maggio, una piccola rappresentanza diplomatica italiana, il cancelliere Roberto Semprini ed il console Massimo Spano, accompagnata dal legale equatoguineano di Berardi, Ponciano Mbomio Nvò, si è recata al tribunale di Bata per ritirare l’istanza di scarcerazione che il giudice tutelare avrebbe dovuto preparare dopo la sollecitazione inoltrata dal legale una quindicina di giorni fa.

Dopo ore di anticamera a causa di un ritardo nel risveglio dello stesso giudice i tre sono stati costretti a tornarsene a casa con le pive nel sacco perché il tribunale non riconosce, nel conteggio dei giorni di detenzione, la carcerazione preventiva dal 19 gennaio 2013, giorno dell’arresto di Berardi, al 7 marzo 2013, quando è stato lo stesso tribunale, con atto pubblico, a ordinarne la carcerazione.

Oltre a questo il tribunale ha implicitamente riconosciuto un abuso commesso dalla polizia, che ha mantenuto Berardi in stato di fermo per tutto quel periodo nonostante potesse legittimamente farlo solo per 72 ore: dal 19 gennaio, giorno del suo arresto, e per 23 giorni l’imprenditore è stato detenuto al commissariato di Bata e, successivamente, agli arresti domiciliari fino al 7 marzo, giorno in cui è stato trasferito al carcere di Bata Central su ordine dello stesso tribunale. Un segretario della cancelleria dell’autorità giudiziaria ha spiegato ieri alle autorità diplomatiche italiane e al legale africano che il tribunale non è responsabile degli abusi commessi dalla Polizia e che quindi i 2 anni e 4 mesi di pena si estingueranno in data 7 luglio 2015.

Teodoro e il papa

Si tratta dell’ennesimo abuso giudiziario da parte delle autorità della Guinea Equatoriale ma anche l’ennesimo clamoroso insuccesso della diplomazia italiana, che ieri è stata letteralmente presa a pernacchie dalla controparte africana, la quale per 15 giorni non ha risposto né accennato ad alcuna criticità sull’istanza di scarcerazione presentata dal legale.

Ieri si sono tirate le fila di un lavoro diplomatico di due anni e quattro mesi che, se consideriamo i risultati raggiunti, è stato pressoché nullo. Gli eventi drammatici e grotteschi occorsi ieri in Guinea Equatoriale smentiscono alla prova dei fatti le dichiarazioni di appena 15 giorni fa del viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, il quale ascoltato il 5 maggio scorso in Commissione Esteri alla Camera dei Deputati aveva rivendicato “la perdurante intensa attività esplicata dalla Farnesina sin dall’inizio della vicenda” negando ogni tipo di omissione da parte del governo e precisando anzi “come il governo si sia speso in modo costante e fin dall’inizio della vicenda, sia in sede diplomatica che politica”.

Nel suo intervento in Commissione il viceministro degli Esteri si contraddice, rivendica l’azione di sostentamento che il governo garantisce a tutti i connazionali detenuti all’estero, oltre 3.300 persone, ma ricorda anche “le condizioni ‘a parte'” cui versa lo stato di diritto in Guinea Equatoriale, utilizzando la vicenda di Roberto Berardi come “monito a tutti i nostri concittadini a chiedersi sempre quali siano le condizioni del Paese in cui si recano a svolgere la propria attività imprenditoriale” dimenticando che è il governo di cui fa parte a indicare questi paesi africani come la nuova opportunità di crescita delle imprese italiane ma auspicando magnanimamente che la vicenda Berardi possa concludersi il 19 maggio “nel modo più felice”.

Ogni virgolettato qui sopra riportato si è infranto alla prova dei fatti, che hanno dimostrato, in quella che qualcuno definisce “società delle conseguenze”, come in realtà la diplomazia italiana abbia seminato e raccolto il nulla.

Black beach prison

Roberto Berardi è anche Lapo Pistelli, perché al posto dell’imprenditore italiano laggiù ci potrebbe essere chiunque e questo la diplomazia e il governo italiano sembrano dimenticarlo: il viceministro ricorda, nella sua audizione in Commissione, che Berardi è stato condannato al termine di un processo “ai sensi della legge penale vigente” nel piccolo paese africano omettendo però che quel processo sarebbe dovuto celebrarsi in sede civile, come spiegato più volte dal suo legale equatoguineano che il corpo diplomatico non ha mai contattato prima del novembre 2014, 22 mesi dopo l’arresto.

Per questo motivo il fratello di Roberto Berardi, Stefano, ha chiesto sobriamente le dimissioni del vice ministro Lapo Pistelli e di Cristina Ravaglia, direttrice generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie, richiamando puntualmente le onorevoli e dignitose dimissioni rassegnate dall’allora ministro degli Esteri, Giulio Terzi, dopo la decisione di riconsegnare i marò all’India.

Se mai uscirà vivo dal lager in cui vive da due anni e quattro mesi Roberto Berardi lo dovrà unicamente alle proprie forze, come hanno ricordato sia Riccardo Noury di Amnesty International sia Luigi Manconi, Presidente della Commissione diritti umani del Senato, in due messaggi inviati alla famiglia nel giorno precedente la presunta scarcerazione.

Andrea Spinelli Barrile
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