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La notte infinita del Medio Oriente

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“Sono troppo vecchio”: si ritira Gebrselassie, il supercampione etiopico delle corse

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 maggio 2015

“Lascio la competizione, lo sport agonistico”, ha dichiarato Haile Gebrselassie campione etiopico di atletica, dopo essere arrivato sedicesimo al “Great Manchester Run” domenica 10 maggio 2015. “Non smetterò di correre, la corsa è la mia vita, semplicemente non parteciperò più alle gare ufficiali. Bisogna lasciare spazio ai giovani”.

Haile è nato il 18 aprile 1973 in un villaggio vicino ad Aselle, a 175 chilometri da Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, un Paese poverissimo, uno di quegli angoli del mondo dove i bambini corrono per la vita, e spesso a piedi nudi, come lo hanno fatto Abebe Bikila e Haile Gebrselassie.

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Haile si fece notare per la prima volta a Seul nel 1992 quando partecipò  ai campionati mondiali juniores di atletica leggera, dove vinse la medaglia d’oro nei cinquemila metri. Fu l’inizio di una grande carriera, durante la quale ha stabilito ventisei record mondiali, vinto quattro campionati del mondo oltre alla medaglia d’oro nei diecimila metri ad Atlanta nel 1996 e a Sidney nel 2000 nella stessa disciplina. Per lunghissimi anni ha dominato la scena sportiva internazionale dei mezzofondisti.

Chi ha visto correre il campione si sarà chiesto della posizione “irregolare” della mano sinistra, tenuta sempre in basso. Un giorno lui stesso ha svelato il perchè: “Conseguenza della corsa di dieci chilometri che da bambino percorrevo ogni giorno per raggiungere la scuola”.

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Non solo corsa. Haile è anche sinonimo di impegno sociale. Per lunghi anni ha lavorato  con l’UNICEF, impegnandosi per i bambini ammalati di AIDS e per gli orfani. Nel 1999 è stato “Goodwill Ambassador” del United Nations Development Programme per l’Etiopia.

Haile, sempre sorridente e cordiale lascia la scena internazionale dello sport, ma certamente sentiremo ancora parlare di lui. Un uomo così non si dimentica. Ed è bene non scordare il suo motto: ”Puoi sempre far qualcosa, anche se vieni dall’angolo più povero dell’Africa”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail
@cotoelgyes

Nel video una delle più belle performance di Haile Gebrselassie 

Sud Sudan, generale filogovernativo passa con i ribelli che riconquistano Malakal

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Speciale per Africa Express
Massimo A. Alberizzi
17 maggio 2015

E’ bastata una telefonata in Sud Sudan per avere la conferma che la capitale dell’Upper Nile, Malakal, nonostante le smentite, è stata riconquistata dai ribelli fedeli all’ex vicepresidente deposto il 13 dicembre 2013, Riek Machar. L’uomo che ha fatto pendere la bilancia in favore dei rivoltosi, è il generale Johnson Olony, i cui miliziani, di etnia shilluk hanno cambiato alleanza dopo che qualcuno dell’esercito governativo, fedele al presidente Salva Kiir, ha ucciso il suo vice.

L’Upper Nile è ricchissimo di petrolio e le compagnie, nonostante l’infuriare della guerra, riescono ancora a estrarlo quasi regolarmente.  La popolazione è essenzialmente shilluk, la terza etnia del Paese, il cui leader, Lam Akol, è rimasto più o meno equidistante tra il governo di Salva e i ribelli di Riek. Più o meno equidistante vuol dire che i suoi comandanti, pur rimanendo ufficialmente neutrali e quindi non combattenti, di fatto si sono schierati giocando un ruolo “morbido”. Per esempio hanno lasciato Malakal nelle mani dei lealisti, che sono soprattutto di etnica dinka, impedendo ai rivoltosi, che circondano la città, di attraversare il Nilo e occuparla.

CARRO ARMATO

Questa volta, però, hanno giocato un ruolo attivo. Venerdì, infatti, testimoni oculari hanno raccontato che gli shilluk hanno fornito ai nuer, che rappresentano la spina dorsale dei ribelli del Sudan People’s Liberation Army – In Opposition (SPLA-IO), barche e natanti per passare dall’altra parte del fiume e invadere la città.  Malakal è stata circondata dai quattro punti cardinali e per i governativi non c’è stato scampo.

In un comunicato inviato anche ad Africa Express, il portavoce dell’SPLA-IO James Gatdet Dak ha annunciato così la cattura di Malakal: “Our forces under the overall command of General Johnson Olony recaptured Upper Nile state’s capital, Malakal, on Saturday from pro-Salva Kiir’s forces. We are now in full control of the town and its surroundings”.

Sempre in inglese, il documento aggiunge che i combattimenti, piuttosto intensi, sono cominciati venerdì e le forze ribelli hanno inflitto gravi perdite ai lealisti e catturato sette carri armati e cinque camion militarizzati (quelli cioè che hanno montato sul pianale di carico cannoncini e mitragliatrici pesanti). C’è poi scritto che gli uomini di Riek Machar controllano i villaggi strategici di Anakdiar e Kodok, che i combattimenti continuano sulle colline di Doleib e che i funzionari governativi si sono rifugiati nel grande campo della missione UNMISS (United Nation Mission in South Sudan) alla periferia della città. Il generale Olony è ora diventato uno dei comandanti dell’SPLA-IO

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Da parte sua l’esercito sud-sudanese è apparso piuttosto stizzito. Ha smentito la caduta di Malakal e ha confermato la defezione di Olony. Il portavoce delle forze armate, Philip Aguer, ha raccontato che durante un meeting d’emergenza a Juba il generale Olony “è stato dichiarato ribelle e come tale sarà trattato”. Ecco il testo del suo documento: “What the general command has learned is that it was Olony who transported the rebels to Malakal where they carried out joint attacks on SPLA forces. This is a clear indication that he is no longer with the government and he is now treated a rebel”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi

Migranti, la stupida guerra ai barconi in Libia

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
 18 maggio 2015

La missione UE a guida italiana per distruggere i barconi dei trafficanti è al vaglio del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Tra le misure, a breve e a lungo termine, per affrontare l’emergenza delle migliaia di migranti nel Mediterraneo, la guerra agli scafisti e alle loro imbarcazioni in Libia è la più probabile a essere autorizzata, nonostante per diversi addetti ai lavori – inclusi i vertici delle Nazioni Unite – sia una mossa inutile e anche pericolosa. Sulla redistribuzione dei rifugiati tra i 28 Stati membri, Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno infatti innalzato le barricate. Mentre del piano per bombardare i barconi gli inglesi (membri permanenti del Consiglio di sicurezza) hanno accettato di farsi promotori, aiutando l’Italia a scrivere la bozza di risoluzione.

L’Alto rappresentante per la Politica estera UE Federica Mogherini ha esortato ad “agire insieme e subito”, “possibilmente” in un quadro di legalità internazionale, “distruggendo i barconi”, una “situazione eccezionale richiede misure eccezionali”. Ma le perplessità sulle conseguenze, oltre che sulle modalità, dell’intervento sono molte. Intanto i due governi libici che si combattono con milizie e anche con raid aerei dicono categoricamente no ad azioni unilaterali esterne: unico punto sul quale si trovano d’accordo. “Non accetteremo mai che l’Europa bombardi presunte basi di trafficanti di esseri umani. Tripoli si opporrà”, ha dichiarato il ministro degli Esteri islamista Muhammed el Ghirani. “È un’idea stupida, non siamo neanche stati consultati”, ha detto l’Ambasciatore all’ONU Ibrahim Dabbashi del governo di Tobruk.

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Un mandato attraverso il Capitolo VII
della Carta delle Nazioni Unite, com’è nelle intenzioni, permetterebbe incursioni in acque e suolo libici anche senza il loro permesso. Il testo, in via d’elaborazione, richiederebbe la legittimazione dell’ONU a operazioni sia in acque internazionali sia nelle acque e nei porti libici, con la possibilità di far scendere truppe speciali per neutralizzare barconi. Il veto della Russia ai raid aerei apre infatti la strada scivolosa ad azioni a terra, oltre che della Marina. Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha smentito “l’intervento militare” (“con la missione UE e l’eventuale risoluzione ONU si autorizza la confisca e il sequestro dei mezzi in mare e la loro individuazione in acque territoriali attraverso meccanismi di intelligence”). Ma il ricorso al Capitolo VII, come fu nel 2011 contro Muammar Gheddafi, autorizza l’uso della forza.

Con una risoluzione delle Nazioni Unite si potrà agire, ma l’intervento è mal congegnato. Anche a breve termine la crisi libica si aggraverà”, è dell’avviso Mattia Toaldo, analista di Libia all’European Council on Foreign Relations di Londra. “Nel 2011 l’azione militare veniva richiesta da un soggetto libico, ossia i ribelli. Oggi no, un aspetto non secondario”, ci spiega. “Tecnicamente poi il provvedimento è inefficace. Un carico di migranti frutta ai trafficanti circa 800 mila euro, quando un barcone ne costa 20 mila. Anche affondandone più di uno, il gioco varrà sempre la candela”. E la situazione dei migranti in Libia è talmente disperata, che “arrivati sulla costa vorranno partire comunque, con ogni mezzo e in ogni modo”.

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Per Toaldo, “andare a sparare contro i barconi
equivale a combattere la mafia come si faceva alla fine del 1800. Un modo più lungimirante per contrastare le reti criminali sarebbe invece parlare e riuscire a stringere accordi con le comunità locali”. Si dimentica infatti che la precarietà della guerra civile libica incentiva le economie illegali: “Le strutture del business non sono sempre verticali. Esistono legami molto forti tra i trafficanti e alcune milizie libiche, per esempio, e ci sono famiglie che affittano locali per i migranti in attesa”. La guardia costiera di Tripoli insiste nel dire che “non esistono delle vere e proprie flotte o equipaggiamenti da distruggere”. E anche per gli interlocutori di Tobruk è “impossibile riconoscere dalle altre le barche usate per i migranti”.

Abu al Qseem Krer, del Consiglio municipale di Sabratha, tra i centri costieri da dove partono i barconi, a ovest di Tripoli fino a Zuara, ci conferma “l’alto rischio di sbagliare target, colpendo i pescatori. Finché non è carica, non si può essere sicuri che si tratta di una nave di migranti”. Anche il Segretario dell’ONU Ban Ki-moon giudica la “misura inappropriata. Rischia di danneggiare l’economia locale della pesca, una risorsa importante per la Libia”. Francesco Rocca, vice Presidente della Federazione Internazionale della Croce e Mezzaluna Rossa, è andato a Palazzo di Vetro per persuadere la comunità internazionale a “ trovare una soluzione più articolata di bombardare queste piccole barche. Così non si risolve la crisi dei rifugiati”.

Immigrazione: soccorsi 320 eritrei a 30 miglia da Libia
Il problema è molto più grande e non interessa solo la Libia”, anche per l’amministratore libico. “Il territorio di Sabratha non è l’unico del traffico di questi barconi. Eliminandoli in un punto, le reti si sposteranno in altre zone, anche fuori dalla Libia. Delle navi vengono comprate in Egitto e in Tunisia. Dall’Egitto e dalla Turchia sono anche già salpati dei barconi. In generale i migranti continueranno comunque ad arrivare in Nord Africa e da lì a voler andare in Europa”. Militari come il generale francese Jean-Paul Thonier definiscono “illusorio” il piano anti-barconi. Anche per l’ex capo di Stato maggiore dell’aeronautica Vincenzo Camporini l’imperativo dell’UE “identificare, catturare e distruggere”, in agenda al Consiglio degli Esteri europeo del 18 maggio, è una semplificazione. “Per colpire in modo mirato con delle munizioni guidate, in un ambiente civile, c’è bisogno di uomini a terra, il che è impensabile”.

Comunque la si voglia chiamare, aggiunge il generale italiano, “è sempre un atto di forza in un territorio che non è il nostro”. Toaldo ricorda come, per l’emergenza dall’Albania, “un’operazione del genere fu svolta in sordina”. Nel caso della Libia invece “si è arrivati a proporre una risoluzione dell’ONU, dopo che per mesi esponenti del governo italiano hanno prospettato un intervento militare”. Truppe anche a terra, avevano ipotizzato Gentiloni e il Ministro della Difesa Roberta Pinotti prima che il premier Matteo Renzi frenasse. Ora contro barconi e scafisti, sulla stregua della missione antipirateria Atlanta in Somalia, l’Italia vuole essere in prima linea, con le navi anfibie della Marina e la portaerei Cavour. Per coordinare l’operazione si studia un Concetto di gestione di crisi (CMC) con base a Roma. Regno Unito, Francia e Spagna sarebbero già della cordata.

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Tra gli occidentali, l‘Italia gode di maggiore protezione da parte delle milizie libiche, in virtù dei rapporti privilegiati tra i due Paesi . L’Ambasciata a Tripoli è rimasta aperta fino all’ultimo quando le altre, bersaglio di attentati, sgomberavano. “Abbiamo buone relazioni con l’Italia e anche con la Germania, la Francia e altri Paesi europei. Ci teniamo, se la Libia riparte è nell’interesse di tutti. Ma un nuovo intervento militare renderebbe rischioso lavorare per le compagnie straniere, si rovineranno i rapporti economici”, commenta Krer. “Purtroppo in questo momento non abbiamo una Marina capace di contrastare le partenze dalla costa e per la Libia è anche difficile bloccare, a sud, l’ingresso dei migranti dall’Africa centrale”, conclude l’amministratore di Sabratha. La stabilità è un miraggio, ma un “modo efficace per aiutare l’Europa nell’emergenza sarebbe poter agire a livello centrale, in coordinamento con le altre forze dei Paesi arabi del Nord Africa con un piano regionale”.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Mali, firmato un nuovo accordo di pace ma sempre senza i tuareg

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 17 maggio 2015

Venerdì scorso, 15 maggio, durante una solenne cerimonia è stato firmato a Bamako il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”. Peccato che i rappresentanti del coordinamento dei movimenti dell’Azawad (CMA), per lo più formati da tuareg, non fossero presenti. Un’altra “solenne cerimonia” si era tenuta un po’ di tempo fa: non aveva portato a nulla
(http://www.africa-express.info/2015/03/04/pronto-il-trattato-di-pace-mali-ma-tuareg-non-lo-firmano/). Rischia di fare la stessa fine anche quest’ultima manifestazione di giubilo e felicità per una pace assai complicata e difficile.

riunione
Giovedì rappresentanti del CMA si erano recati ad Algeri per porre la loro sigla sul documento che all’inizio di marzo non avevano firmato, chiedendo tempo per consultarsi. Bilal Ag-Acherif, rappresentante dell’MNLA aveva dichiarato: “Abbiamo voluto siglare questo primo trattato per dimostrare la nostra buona volontà. Abbiamo accettato molte delle condizioni del documento, ma ci sono tanti altri problemi ancora aperti che vanno affrontati e risolti ed è per questo motivo che domani non porremo la nostra firma definitiva ”.

Le posizioni sono Infatti molto distanti. Il governo del Mali rifiuta l’indipendenza all’Azawad. E’ pronto a concedere una maggiore autonomia per questo territorio patria dei tuareg, ma sempre nell’ambito di uno Stato unitario. I ribelli, invece, chiedono un sistema federale. Il ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra, giovedì ha letto ad Algeri un messaggio del presidente maliano, Ibrahim Boubacar Keïta : “Tendo la mano ai ribelli e sono pronto in qualsiasi momento a riceverli per discutere con loro il futuro del Paese, l’avvenire delle regioni del nord e la rigorosa messa in opera del trattato di pace”.

Solo poche ore prima della firma del trattato di pace a Bamako, centinaia di persone hanno manifestato a Kidal, nel nord del Mali, capitale dell’Azawad, con striscioni e slogan del tipo “Meglio martiri piuttosto che umiliati”. Una volta raggiunta la base di MINUSMA, forza di pace dell’ONU nel Mali, hanno lanciato pietre nel cortile e scandito urlando: “MINUSMA non è qui per portare la pace, ma per supportare il governo del maliano”.

motociclisti
Alla cerimonia, tenutasi al centro delle conferenze internazionali della capitale, erano presenti parecchi capi di Stato africani: Robert Mugabe (Zimbabwe, in veste di presidente dell’Unione Africana), Mohamed Ould Abdel Aziz (Mauritania), Mahamadou Issoufou (Niger), Michel Kafando (Burkina Faso), Alassane Ouattara (Costa d’Avorio), Alpha Condé (Guinea), Faure Gnassingbé (Togo) e Paul Kagame (Rwanda). Naturalmente in sala anche i rappresentanti di Algeria, capofila dei mediatori, dell’ECOWAS, la Comunità Economica dell’Africa occidentale, dell’Unione Africana, delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC).

Abdoulaye Diop, ministro degli Esteri, ha firmato l’accordo a nome del governo del Mali. tre rappresentanti di gruppi pro-governativi hanno sottoscritto, ma solamente due fazioni appartenenti al CMA hanno aderito al trattato, frutto di lunghe ed estenuanti trattative di mediatori internazionali.

Con un comunicato il segretario generale dell’ONU ha fatto sapere: “Sono convinto che questo trattato sia una base solida sulla quale si possa iniziare a costruire una pace giusta e durevole. Spero vivamente che il dialogo continui, affinchè tutte le parti interessate possano presto controfirmare questo importante accordo”.

Fedrica Mogherini, capo della diplomazia dell’Unione Europea ha minimizzato l’assenza dei principali gruppi ribelli: “La firma apposta dalla maggior parte degli interessati è una tappa decisiva”, ha commentato, mentre Lamamra ha riassunto in poche parole gli sforzi compiuti finora: “Missione compiuta, ma non terminata”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Morsi a morte, Mubarak graziato. Così finisce la Primavera Araba in Egitto

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
 17 maggio 2015

A quasi cinque anni dalla Primavera araba che avrebbe dovuto portare libertà e democrazia, Hosni Mubarak è stato prosciolto dalle accuse per la morte di centinaia di manifestanti in piazza Tahrir. Mohamed Morsi, primo presidente egiziano democraticamente eletto dopo le rivolte, viene invece condannato alla pena capitale, per aver orchestrato un’evasione di massa nei mesi del 2011 delle dimissioni imposte all’ultimo faraone.

Vecchio e malato, a 87 anni Mubarak se la caverà con i tre anni e una multa di 15 milioni di euro per aver dirottato fondi pubblici sulla ristrutturazione del “suo” palazzo presidenziale. Ma la sentenza di primo grado all’ergastolo del 2012, mentre Morsi correva per le elezioni, per i morti durante la repressione delle piazze (oltre 850), è caduta nel vuoto. Morsi è stato deposto da un golpe militare, dopo un anno di governo disastroso. Mubarak è stato assolto per «insufficienza di prove» dall’accusa di strage.

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Con la scalata del generale Abdel Fath al Sisi, ministro della Difesa poi presidente, la macchia delle violenze in piazza Tahrir è ricaduta sul capro espiatorio della controrivoluzione, il leader della Fratellanza musulmana messa al bando come organizzazione terroristica, detenuto dal luglio 2013 e apparso da dietro le sbarre del Tribunale del Cairo che ha pronunciato il verdetto più duro.

In Egitto le violenze di piazza non sono mai cessate. Dopo il 2011 le donne hanno continuato a essere stuprate e i giornalisti arrestati durante le proteste. Manifestanti anti-Morsi sono stati imprigionati e talvolta uccisi anche durante il breve passaggio al potere degli islamisti. E dopo il golpe militare del giugno 2013, la repressione si è spostata su larga scala contro i Fratelli musulmani e, gradualmente, anche contro la sinistra e i liberali laici, che, contrari all’islamizzazione, a Tahrir avevano festeggiato il colpo di mano di Sisi con i fuochi d’artificio.

Al Cairo le università sono presidiate dai contractor che lavorano per l’intelligence. Nel gennaio 2015, per l’anniversario della Primavera soffocata, la 33enne Shaimaa el Sabag, leader non velata di Alleanza popolare socialista, è caduta in una piazza Tahrir blindata, colpita da una delle troppe pallottole di «gomma» sparate dalla Polizia contro le poche decine di manifestanti, mentre deponeva inerme un fiore per le vittime.

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La sua storia non ha fatto il giro del mondo, come avvenne invece per Neda, la giovane iraniana uccisa nelle proteste del 2009, e neanche quella di una 17enne uccisa, giorni prima, negli scontri tra Fratelli musulmani e forze dell’ordine dopo il venerdì di preghiera. A queste ultime vittime si sommano le centinaia di vittime della controrivoluzione: almeno 600 morti, solo nei massacri delle piazze Rabba e al Nahda, nell’agosto 2013. Nominato vicepresidente dopo il golpe di al Sisi, anche il liberale Muhammad el Baradei si è dimesso, in aperto dissenso alle violenze di Stato.

Morsi non è innocente. Ma l’apparato che lo processa si è macchiato di violenze peggiori delle sue, cancella i crimini passati e non è salito al potere con elezioni democratiche. Nonostante il suo curriculum politico inadeguato, l’ingegnere specializzato negli Usa tra i dirigenti della Fratellanza musulmana fu mandato avanti per le Presidenziali dopo mesi di spaccature tra le correnti del movimento panarabo.

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Diversi declinarono l’offerta per un ruolo così nuovo e scomodo. Grigio parlamentare sotto Mubarak, il 64enne Morsi accettò invece di emergere, con la Primavera araba, come leader del neonato Partito islamista di Libertà e giustizia e su di lui vengono adesso scaricate tutte le accuse contro la Fratellanza musulmana. A partire dalla condanna a morte, in primo grado, per aver organizzato l’evasione di massa dal carcere di Wadi el Natroun, dove Morsi era stato rinchiuso nel gennaio 2011.

L’ex presidente islamista
è stato anche condannato a 20 anni per aver ordinato, nel dicembre 2012, una repressione davanti al suo palazzo presidenziale, e ha scampato una seconda sentenza a morte (ad altri 15 imputati della Fratellanza) nel processo per cosiddetto «spionaggio». Più propriamente, l’accusa è di collaborazione terroristica in favore dei palestinesi di Hamas e degli Hezbollah libanesi.

I principali procedimenti penali
contro Morsi sono cinque. Con lui, per la maxi-evasione degli islamisti, sono stati mandati a morte altri 106 imputati, tra i quali la Guida suprema della Fratellanza Mohamed Badie, perseguito in 43 processi. A Giza, nella città delle Piramidi, la Corte d’assise ha anche condannato alla pena capitale 183 oppositori, per l’assalto a un commissariato che fece 11 morti tra gli agenti di polizia. Sentenza, come le altre, non eseguita, di primo grado e appellabile.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Chiede asilo politico all’Etiopia l’ambasciatore eritreo presso l’Unione Africana

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
17 maggio 2015

L’ambasciatore eritreo presso l’Unione Africana, Mohammed Idris, e per anni uno dei più alti funzionari del regime, ha lasciato il suo posto e ha accusato la dittatura che governa l’ex colonia italiana, assieme alla Corea del Nord il più repressivo del mondo, di aver tradito gli ideali di libertà e di democrazia che per trent’anni avevano sostenuto la lotta di liberazione. Il diplomatico ha chiesto asilo politico in Etiopia.free our heroes

Mohammed Idris è l’ultimo di una serie di ambasciatori che sono scappati dall’ex colonia italiana. La notizia, diffusa dalla televisione di Stato etiopica, è stata ripresa da tutti i siti che si oppongono alla dittatura fascista del presidente Isaias Afeworki. Ora ci si aspetta che il fuggitivo riveli i tanti segreti che circondano il regime, compresa la prigione, la cui ubicazione è tenuta rigorosamente nascosta, in cui sono detenuti i ministri, gli eroi e i veterani della lotta di liberazione, arrestati il 18 settembre 2001 e di cui da allora non si sa più nulla.

Ma non solo. Il diplomatico, dalla sua importante posizione all’interno dell’Unione Africana e dall’alto livello occupato all’interno del partito al potere, People’s Front for Democracy and Justice , PFDJ (come si può immaginare se è andato a rappresentarlo in Etiopia, il diplomatico doveva godere dell’ampia fiducia del tiranno) conosce parecchie cose sicuramente interessanti sulle relazioni di Asmara con i gruppi islamici: in particolare deve sapere i dettagli delle relazioni con gli Shebab, i fondamentalisti della Somalia, ai quali secondo le Nazioni Unite, Asmara ha fornito armi, supporto logistico e istruttori militari, e i Paesi del Golfo, Iran compreso. Un ghiotto boccone per l’intelligence americana, che vuol tenere sotto controllo i ribelli islamici somali che si definiscono la branca di Al Qaeda nel Corno d’Africa.

Le galere eritree sono piene di giornalisti, studenti, professori e in genere di dissidenti. Il regime non tollera critiche, i giornali indipendenti sono stati chiusi e i loro reporter cacciati in prigione o si sono rifugiati all’estero. Una parola sbagliata può costare un pestaggio o un po’ di tempo dietro le sbarre.

Eritreans suffer rape, violence in Sudan, Egypt torture campsL’Eritrea è diventata indipendente e si è staccata dall’Etiopia nel 1991 (dopo 31 anni di guerra durissima e migliaia di morti) e nel 1993 la sua libertà è stata confermata con un referendun che ha sancito la nascita dello Stato di Eritrea.

Una guerra cui ha partecipato anche Mohammed Idris che ha combattuto nel EPLF (Eritrean People’s Liberation Front) assieme al presidente-dittatore Isaias Afeworki. Quindi ha fatto parte di vari governi. Infine era stato nominato ambasciatore presso l’Unione Africana che ha sede nella capitale di quello che Isaias e i suoi estimatori considerano il loro arcinemico, l’Etiopia.

“Un popolo che per anni ha combattuto per la giustizia e la libertà – ha sostenuto Idris in un’intervista con l’ Ethiopian Broadcasting Corporation (EBC), la televisione di Stato Etiopica – ora è soggetto a una totale ingiustizia ed è privato della libertà. Questo mi ha spinto di prendere la decisione di andarmene”.

Asmara non ha ancora commentato la decisione del suo diplomatico. Ora ci si aspetta che altri ambasciatori seguano il suo esempio.  Sicuramente su questa lista ce ne sono tre pronti a scappare e a denunciare le malefatte della dittatura. L’opposizione eritrea, nei suoi vari siti ha descritto la fuga come una grande sconfitta del governo di Asmara, accusato, senza mezzi termini, di grossolane violazioni dei diritti umani, compresi omicidi extra giudiziari torture e arresti arbitrari.

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Dall’Eritrea i giovani scappano perché non hanno alcun futuro. La gestione arrogante del potere ha portato l’economia al collasso, non c’è lavoro, non ci sono alternative. L’unica cosa certa è un servizio militare nella base di Sawa, dove l’addestramento si sa quando comincia ma non quando finisce. Il militarismo ossessivo, il nazionalismo maniacale ricorda tanto quello del nazismo tedesco prima dell’ultima guerra mondiale.

Chi cerca di scappare e viene riacciuffato viene considerato un traditore della patria e quindi rischia la pena di morte.  Ciononostante ogni mese 4 mila giovani eritrei ogni mese scappano nei Paesi vicini, ma il loro sogno è raggiungere l’Europa, trampolino di lancio verso i Paesi scandinavi o nordamericani. Molti però sono costretti a fermarsi in Sudan o in Etiopia dove oggi hanno trovato asilo almeno 90 mila eritrei.

L’opposizione però è divisa. I gruppi armati che lanciano operazioni militari mordi e fuggi sono soprattutto afar, un’etnia originaria della Dancalia, quella striscia lunga e stretta che collega gli altopiani eritrei a Gibuti. L’opposizione politica, invece, conta almeno dieci gruppi. In questo modo la loro incidenza non è grande.

Massimo A. Alberizzi
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Guinea Equatoriale, 4 giorni Roberto Berardi finisce di scontare la pena. Sarà scarcerato?

Speciale per Africa ExPress
a. s. b.
Roma, 5 maggio 2015

Mancano pochi giorni alla scarcerazione di Roberto Berardi, l’imprenditore pontino detenuto nella durissima galera di Bata, in Guinea Equatoriale, e non ci sono ancora vere certezze su che cosa realmente accadrà martedì 19 maggio, quando il connazionale vedrà spalancarsi finalmente le porte del carcere.

Le migliori condizioni detentive di Berardi, rispetto agli standard garantiti durante gran parte della prigionia, e la richiesta di scarcerazione presentata dal suo legale equatoguineano, sembrano rappresentare ottimi auspici per un suo effettivo ritorno in patria ma ufficialmente nessuno ancora sembra volersi sbilanciare: su questo caso giudiziario, ma c’è chi dice (probabilmente non a torto) umanitario, internazionale pesa infatti una diatriba economica tra l’imprenditore italiano ed il suo ex-socio Teodorin Obiang, secondo vicepresidente incaricato della Guinea Equatoriale.

catene ai piedi

Per questo motivo il vero nocciolo della questione, e la principale preoccupazione della famiglia, è che cosa succederà una volta che Berardi varcherà l’uscita di Bata Central: il governo italiano, in una lettera alla madre di Berardi e in una mozione approvata in III Commissione Esteri della Camera, ha assicurato il massimo sostegno e tutta l’assistenza necessaria a tutelare l’incolumità e i diritti dell’imprenditore.

Nonostante le brucianti preoccupazioni, l’affetto dei familiari in Italia sembra voler abbracciare quasi fisicamente il congiunto lontano: la famiglia Berardi attende infatti speranzosa la fatidica data e gli amici in Italia dell’imprenditore si ritroveranno ad un incontro pubblico organizzato per le ore 16 di lunedì 18 maggio 2015 alle librerie Feltrinelli di Latina, dove si farà il punto sugli impegni assunti recentemente dal Governo italiano e dall’Alto Commissario europeo per la politica estera.

Restano invece ancora avvolte nel mistero le sorti del secondo italiano incarcerato a Bata, Fabio Galassi. Arrestato il 21 marzo scorso e detenuto ancora senza un formale capo d’accusa, almeno ufficialmente. Le autorità giudiziarie della Guinea Equatoriale fanno sapere di aver quasi concluso le indagini a suo carico, informalmente per appropriazione indebita e truffa, e disposto un audit sulla società da lui amministrata, la General Works, che aveva importanti appalti ad Oyala, la futura capitale del Paese nel mezzo della foresta, oggi appaltata interamente ad imprese cinesi.

Black beach prison

Tra il governo della Guinea Equatoriale e molte imprese straniere è infatti in piedi una diatriba che va avanti oramai da diversi mesi e riguarda proprio la realizzazione di molte delle grandi opere di “Horizonte 2020”, il piano nazionale di sviluppo: le imprese, molte italiane, accusano infatti il governo di aver chiuso i rubinetti e non pagare più gli appalti mentre il governo sostiene al contrario che le consegne arrivano regolarmente in ritardo e che quindi è un suo diritto rescindere i contratti. Il recente viaggio di Teodoro Obiang a Pechino ha inoltre rivelato, o meglio ribadito, l’asse cino-africano: il dragone asiatico necessita infatti di risorse naturali e di idrocarburi, di cui la Guinea Equatoriale è ricchissima, tirando così sul prezzo al ribasso grazie alla manodopera a basso costo.

Questa situazione ha portato a un progressivo scaricamento del problema lungo la classica “catena del lavoro”: i dipendenti delle imprese escluse dagli appalti hanno cominciato a non incassare più gli stipendi e, di conseguenza, ad arrabbiarsi con dirigenze e proprietà; una situazione al limite, che sta letteralmente mettendo alle strette molti imprenditori e lavoratori italiani, e non solo, presenti nel Paese.

a. s. b.

Corruzione galoppante in Benin: spariti 4 milioni di euro donati dall’Olanda

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia Isabel Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 maggio 2015

Il ministro dell’energia e dell’acqua del Benin, Bethelemy Kassa, ha rimesso ieri il suo mandato al presidente, Thomas Boni Yayi,  dopo lo scandalo scoppiato qualche giorno fa. Quattro milioni di euro si sono come volatilizzati, spariti nel nulla: è la somma, donata dall’Olanda nell’ambito di un programma pluriennale per la depurazione dell’acqua potabile.

In un comunicato, diffuso l’8 maggio scorso, l’ambasciatore olandese, Jos van Aggelen, accreditato nell’ex-colonia francese, ha spiegato: “L’accordo di finanziamento prevede un audit di performance tecnico e finanziario annuale. Il rapporto finanziario del 2014 ha rilevato alcune anomalie e malversazioni gravi nel programma, da parte del Ministero dell’energia e dell’acqua”.

assemblea nazionele


La vice-ministro allo sviluppo
dei Paesi Bassi, Lilianne Ploumen, in base a quanto emerso, ha sospeso i finanziamenti già stanziati per sostenere i progetti nel Benin. Il governo olandese è il maggiore finanziatore di questo Paese dell’Africa occidentale. Nel 2013 anche la Danimarca ha interrotto la cooperazione bilaterale con il Benin per gli stessi motivi: cattiva gestione dei fondi donati.

Già all’inizio di aprile il governo beninese era stato messo al corrente della cattiva gestione dei fondi, dunque non può fare finta di niente e già allora Komi Kountché, ministro delle Finanze, aveva promesso formalmente che avrebbe adottato i provvedimenti necessari per chiarire l’ammanco di denaro.

Al momento attuale il direttore generale del Ministero dell’energia e dell’acqua, il suo vice e il direttore delle risorse finanziarie e materiali del Ministero delle finanze e altri tre alti funzionari sono stati arrestati.

BATHOLEMY KASSA

“Sono state effettuate delle spese senza autorizzazioni, società di recente creazione si sono viste accreditare somme ingenti sui loro conti bancari e i soldi destinati al progetto sono spariti nel nulla. Bisogna mettere fine a questa frode. Quando è troppo è troppo”,  ha dichiarato il ministro degli esteri olandese, Bert Koenders.

Intanto soldi e progetto sono congelati e a farne le spese è sempre la popolazione. Ma a chi importa? In Africa due cose sono ormai endemiche: la malaria e la corruzione. Per la prima la ricerca non si arrende. Gli scienziati sono sulla buona strada per sviluppare un vaccino. Quando si troverà un rimedio per placare la corruzione?

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In basso la foto del ministro licenziato, Bethelemy Kassa

E’ fallito il colpo di Stato in Burundi, il potere torna il mano al presidente Nkurunziza

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Africa ExPress
Bujumbura, 15 maggio 2015

E’ fallito il colpo di Stato in Burundi. Alcuni dei capi che avevano organizzato il putsch sono stati arrestati, non è chiaro se tra essi c’è anche il loro leader, il generale Godefroid Niyombare, che ha dichiarato alla France Press: “Spero solo che non ci ammazzino. Le truppe lealiste si stanno avvicinando alle nostre posizioni”.

soldato mani braccio alzato

Il presidente Pierre Nkurunziza, che al momento del tentativo di golpe era in Tanzania, a Dar Es Salaam, ha annunciato attraverso un twitt di essere tornato in patria. Comunque non è comparso in pubblico, né ha parlato alla radio o in televisione.

Dopo l’annuncio del colpo di Stato, mercoledì, c’erano stati festeggiamenti in tutto il Paese. Poi sono cominciati gli scontri tra truppe lealiste e soldati golpisti con qualche morto e qualche ferito.

 Africa Express

Colpo di Stato in Burundi, destituito il presidente che voleva un terzo mandato

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Speciale per Africa Express
Massimo A. Alberizzi
13 maggio 2013

Il Burundi sta vivendo un’altra pericolosissima crisi che rischia di riportare il Paese in piena guerra civile. Stamattina il generale Godefroid Niyombare, ha annunciato alla radio di essersi messo a capo di un “Comitato di Salvezza Nazionale” e di aver destituito il presidente della Repubblica, Pierre Nkurunziza, che aspirava a un terzo mandato nonostante la Costituzione lo vietasse.


A man gestures as he celebrates in Bujumbura, Burundi
I dimostranti
che da una decina di giorni occupano le strade e le piazze di Bujumbura, provocando il alcuni casi la reazione violenta della polizia (19 morti) hanno trasformato le manifestazioni di protesta in festeggiamenti, mentre il capo dello Stato, che si trovava a Dar Es Salaam in Tanzania ha risposto con una serie di twitt: “Non è vero. Tutto è sotto controllo e il colpo di Stato è fallito”.

La situazione è comunque confusa. Lo stringer di Africa Express, contattato al telefono, ha raccontato che la capitale si è lentamente svuotata. Per le strade sono rimasti polizia ed esercito ma non è ben chiaro se si tratti di forze lealiste o fedeli al generale golpista.

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Godefroid Niyombare è ben conosciuto in Burundi. Anche lui, come il presidente, è un ex comandante dei guerriglieri hutu. Nato a Kamenge, subito dopo il trattato di pace del 2005 è stato incaricato di ristrutturare l’esercito e soprattutto di inserire ufficiali ed elementi hutu in una struttura che fino a quel momento era stata dominata dai tutsi. Ci è riuscito e ora l’esercito è un organismo omogeneo, dove il potere è equamente distribuito tra le due etnie. Pochi mesi fa era stato nominato capo dei servizi segreti ma, dopo alcune dichiarazioni critiche sulla scelta di Pierre Nkurunziza di ricandidarsi per un terzo mandato, in febbraio era stato rimosso.

I suoi uomini hanno circondato la radio nazionale di Stato, che quindi non trasmette più, e si sono installati nelle emittenti locali che mettono in onda ogni 10 minuti il comunicato dei capi della rivolta. Sono poi entrati nelle carceri e liberato i detenuti che nei giorni scorsi avevano partecipato alle proteste di piazza.

CELEBRAZIONI 2

“Si sono poi impadroniti dell’aeroporto – ha raccontato lo stringer di Africa ExPress -. E’ quindi priva di fondamento la notizia secondo cui il presidente sarebbe partito in tutta fretta da Dar Es Salaam, dove stava partecipando a un summit di capi di Stato africani proprio sulla crisi burundese, per precipitarsi in patria. Sembra che sia passato in Uganda, ma la notizia non è certa.

Dopo il Burkina Faso dove il presidente Blaise Campaoré è stato destituito da imponenti manifestazioni di piazza perché mirava a un terzo mandato, incostituzionale, ora è la volta de punire leader troppo arroganti e ambiziosi.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi