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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Non c’è soluzione per la crisi libica, solo giravolte e ipocrisia

EDITORIALE
Barbara Ciolli
9 giugno 2015

Quasi 3.500 migranti, ha allertato questo week-end la nave da guerra inglese Hms Bulwark in missione al largo della Libia, alla deriva prima che un’operazione congiunta dell’Unione europea li raccogliesse. Paradossalmente la notizia dell’ultima emergenza nel Mediterraneo è stata data dal governo che più preme su Bruxelles per inasprire i respingimenti e lanciare l’intervento militare per colpire, in Nord Africa, i barconi e le reti dei trafficanti. Il ministro della Difesa britannico Michael Fallon, quel giorno a bordo della vecchia ammiraglia della Royal Navy, ha richiamato le “altre Marine europee a venire ad aiutare in tempi brevi”, intimando “all’Europa di mettersi d’accordo, per affrontare il problema alla radice”. Pena “ondate colossali di migranti”.

Fallon è un esponente del governo di David Cameron – rieletto a maggioranza schiacciante dopo aver promesso “meno Europa” agli inglesi – che rifiuta la spartizione tra i Paesi UE in quote obbligatorie dei rifugiati, proposta dalla Commissione di Bruxelles. Come la Francia, la Gran Bretagna è anche lo Stato europeo che non solo nel 2011 partì in quarta (con i caccia e una controversa risoluzione ONU) per rovesciare Muammar Gheddafi. Ma che, quattro anni e migliaia di morti dopo, insieme all’Italia spinge per una nuova missione internazionale contro barconi e criminali, inclusiva di azioni a terra. In sostanza un’altra, possibile guerra in Libia dei governi con maggiori interessi nel Paese. Una seconda risoluzione è in stesura a Palazzo di Vetro.

migrants

È noto come, prima della Primavera araba, la Francia di François Sarkozy avesse relazioni amichevoli con Gheddafi, tant’è che il suo ex ministro dell’Interno Claude Guéant è stato fermato dalla gendarmerie nell’ambito dell’inchiesta sui sospetti soldi di Gheddafi per la campagna presidenziale di Sarkozy. La Gran Bretagna, poi, nonostante la strage di Lockerbie ospitava cospicua parte del patrimonio di Gheddafi, il figlio Saif al Islam finanziava la London School of Economics e, tuttora, l’isola ha in pancia beni congelati per miliardi di sterline della cerchia più stretta dell’ex raìs. Dell’Italia sono infine arcinoti il primato dell’Eni in Libia per le forniture di gas e petrolio, il trattato di amicizia tra Silvio Berlusconi e Gheddafi inclusivo della “lotta all’immigrazione clandestina” e i grandi, reciproci investimenti industriali e finanziari.

Tutta questa cornice è stata spezzata dalla guerra del 2011 in Libia “per la democrazia”. Ma resisi conto del disastro alimentato, ora i tre capitani coraggiosi (Italia, Gran Bretagna e Francia) vogliono tornare ad agire. Stavolta, secondo la logica del meno peggio, dalla parte del governo esiliato di Tobruk attorno al quale si sono raccolti i vecchi gheddafiani e che, attraverso la milizia alleata di Zintan, tiene prigioniero l’erede Saif. In questo modo, con la scusa della guerra ai barconi, si progetta (ambiziosamente) almeno di riportare un minimo di stabilità nel Paese, allontanando lo spettro dell’Isis di fronte a Lampedusa e facendo ripartire i grandi business in Europa con gli asset e i patrimoni bloccati del vecchio regime.

HMS_Bulwark
L’alternativa è una Libia in mano agli islamisti di Tripoli e Misurata, nell’Ovest del Paese dove, tra l’altro, l’Italia è più presente nell’indotto degli idrocarburi: governo e giunte esposti alle infiltrazioni degli estremisti simpatizzanti dell’Isis, specie – come sta accadendo – con l’acuirsi della lotta fratricida con Tobruk per il possesso dei miliardi di Gheddafi e delle risorse libiche. Parte delle milizie jihadiste o vicine ai jihadisti sono state e vengono, peraltro, quantomeno già tollerate dalle società straniere presenti sui territori da loro controllati, pena la sopravvivenza degli impianti e delle relazioni economiche in atto. Con la radicalizzazione dell’islam in corso in Nord Africa e in Medio Oriente, si rischia di finire per finanziare futuri affiliati di al Qaeda e dell’Isis.

Ecco perchè  come per la crisi dei migranti – ormai non c’è soluzione, men che meno democratica, per la crisi libica. O si appoggia un nuovo regime, oppure si rischia di sostenere gruppi terroristici. Ma la storia insegna che anche appoggiare un governo militare che reprime duramente le opposizioni, come in Egitto in passato e anche adesso con il presidente-generale Abdel Fattah al Sisi, aumenta la spirale di odio e la radicalizzazione degli islamisti. Quanto alle roboanti dichiarazioni UE sui migranti, è lapalissiano che distruggere i barconi in Libia sia una pezza superficiale e neanche facile da mettere: anziché risolvere il problema lo si devia, chiudendo gli occhi sulle cause profonde che lo originano.

Per il britannico Fallon,“andare alla radice” significa solo “capire chi sono i responsabili del traffico di esseri umani, come fanno i quattrini e spazzarli via”. Ma in quasi 30 anni di morti nel Mediterraneo, l’intelligence dei colonialisti che hanno aizzato le guerre in Africa e in Asia nei Paesi da dove partono le “ondate colossali” di migranti non hanno capito da dove viene il male, né chi ci si arricchisce? E dei migranti salvati “in tutta velocità” dalla Hms Bulwark chi se ne farà carico?

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

 

L’ONU attacca, il governo eritreo è responsabile di crimini contro l’umanità

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 8 giugno 2015

Le accuse sono durissime: crimini contro l’umanità, sistematiche violazioni dei diritti umani, torture, abusi contro la popolazione civile, donne ridotte a schiave del sesso, uomini costretti ai lavori forzati, omicidi extragiudiziali, arresti arbitrari, detenzioni senza processo, violazione dei diritti di espressione, di associazione, di movimento e reclutamento forzato. Questa è la descrizione che la commissione d’inchiesta istituita alla Nazioni Unite fa dell’Eritrea.

demo con cartello 4
In un anno di lavoro sono state raccolte 550 interviste confidenziali e 160 racconti scritti. Ne risulta un documento preciso e circostanziato. Racconta ad Africa ExPress Mariam (il nome è di fantasia), che al campo militare di Sawa c’è rimasta quasi due anni: “Per uscire da quell’inferno mi sono fatta mettere incinta da un soldato. In quelle condizioni non ti tengono più laggiù. A casa ho raccontato tutto a mio padre, un vecchio combattente del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo: voleva credere alle mie parole. Ci hanno creduto i miei fratelli e le mie sorelle: tutti scappati all’estero prima che per loro scattasse il reclutamento forzato”.

Le conclusioni del rapporto sono raccapriccianti: “L’Eritrea è un Paese dove governa la paura, non la legge”. Paura che aleggia dappertutto. Temi che i vicini di casa ti controllino, temi la delazione del negoziante dove compri il cibo, dell’impiegato dell’ufficio dove sei entrato, del cameriere al ristorante.  Perfino all’interno delle famiglie c’è il timore di parlare.  I padri hanno paura dei figli e viceversa.  La mannaia del regime può calarti sulla testa quando meno te lo aspetti. Il rapporto spiega anche come nell’ex colonia italiana sia facile sparire. Un giorno esci di casa e non torni più. Tua moglie va alla polizia cerca informazioni che nessuno le darà mai. Qualcuno ricompare in qualche galera e resta in prigione senza alcun motivo.

demo con cartello 5

L’apparato giudiziario, sottolinea il rapporto, non esiste: i magistrati giudicano secondo i desideri del regime.

Il documento non ha paura di menzionare direttamente chi sono i responsabili del clima di terrore che regna in quello che è uno dei più bei Paesi dell’Africa: l’esercito (Eritrean Defence Forces), l’ufficio della sicurezza nazionale, la polizia, il ministro dell’Informazione, quello della Giustizia e della Difesa, il partito unico People’s Front for Democracy and Justice (PFDJ), l’ufficio del presidente e il presidente, cioè Isaias Afeworki, l’uomo che da 22 anni governa con il pugno di ferro.

Fanno parte della commissione d’inchiesta, che presenterà ufficialmente il rapporto il 23 giugno a Ginevra, l’australiano Mike Smith, il ghaneano Victor Dankwa, e Sheila B. Keetharuth, una signora delle isole Mauritius espertissima di diritti umani che conosce molto bene l’ex colonia italiana. Le autorità eritree, hanno spiegato i tre, si sono o smpre rifiutate di collaborare con la commissione che non è mai potuta entrare nel Paese, ma ha dovuto lavorare sempre all’estero. I suoi membri, per investigare, hanno visitato otto Paesi.

I crimini perpetrati vero i cittadini eritrei sono tanti, ecco perché la gente scappa.  L’UNHCR calcola che fino a metà 2014 fossero 357,400 quelli fuggiti dall’inferno dell’ex colonia italiana.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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L’Europa “troppo permissiva con i gay”, il Gambia espelle l’ambasciatore dell’Unione

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 giugno 2015

In un documento ufficiale datato venerdì 5 giugno 2015, letto durante una trasmissione dell’emittente televisiva di Stato, il Ministero degli esteri del Gambia ha dichiarato Agnès Guillaud, chargé d’affaires dell’Unione Europea nel Paese, persona non grata. Gli ha intimato quindi di lasciare Banjul in settantadue ore. Il governo gambiano non ha motivato questa sua grave decisione.

mappa

Il presidente del piccolo Stato, Yahya Jammeh, è stato fortemente criticato dagli Stati occidentali per non rispettare i diritti umani fondamentali. Lo scorso anno il suo governo ha emesso nuove leggi a dir poco draconiane, contro lesbiche e gay  (http://www.africa-express.info/2014/09/09/gambia-ergastolo-per-gay-il-presidente-voleva-ucciderli-come-le-zanzare/).

Verso la fine dello scorso anno Jammeh ha anche impedito l’accesso al braccio della morte nelle putride galere di Banjul (capitale della ex-colonia britannica) a due ispettori dell’ONU, inviati per far luce su torture e omicidi arbitrari di detenuti. Dopo il fallito colpo di Stato del 30 dicembre 2014, la situazione è andata peggiorando. Molti presunti partecipanti al golpe e i loro familiari sono spariti, compresi figli minorenni e anziani genitori.

presidente jammah

Solo pochi giorni fa il presidente aveva dichiarato di essere disposto ad accogliere i profughi rohingya della Birmania, chiedendo, ovviamente, il sostegno politico e il supporto della comunità internazionale. (http://www.africa-express.info/2015/05/30/il-governo-del-gambia-vuole-accogliere-rifugiati-rohingya-birmani/).

Jammeh è al potere da oltre vent’anni. Prima l’ha “conquistato” con un colpo di Stato nel 1994, poi è stato rieletto, grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate. Solo pochi anni fa si è convertito all’islam, forse per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana.

Nel 2014 l’UE ha bloccato tredici milioni con la motivazione che il  Gambia non rispetta i diritti umani, in particolare per le leggi contro gli omosessuali. Quest’anno si sta ancora discutendo se concedere la somma di centocinquantamila Euro al piccolo Paese dell’Africa occidentale.

Agnes Guillaud

Sono in molti a fuggire dal Gambia in questi ultimi mesi. Il numero di persone che scappano dal Paese è in aumento. Secondo una nota del Viminale, nel primo bimestre 2015 hanno presentato richiesta d’asilo in Italia 1639 cittadini gambiani.

giornale

Ieri, sabato 6 giugno, l’Unione Europea ha convocato con la massima urgenza l’ambasciatore del Gambia, chiedendo spiegazioni per l’espulsione di Guillaud. “Siamo esterrefatti, sembra non ci siano spiegazioni plausibili per i provvedimenti presi dal governo della ex-colonia britannica”, ha commentato un portavoce dell’UE.

In una nota, rilasciata venerdì scorso dall’ufficio del presidente Jammeh, si legge: “Vogliamo ricordare che l’omosessualità è contraria ai valori religiosi, culturali e tradizionali del Gambia e dunque in questo Paese non è tollerata”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@@cotoelgyes

Nella foto in alto il presidente Yahya Jammeh, in basso l’incaricata d’affari dell’Unione Europea Agnès Guillaud

Guinea Equatoriale: Berardi, la galera, la famiglia e il silenzio assordante italiano

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 4 giugno 2015

Sono passati 16 giorni dalla mancata scarcerazione di Roberto Berardi dal lager della Guinea Equatoriale in cui si trova da oltre due anni e quattro mesi, detenuto in seguito ad una iniqua condanna per truffa ed appropriazione indebita in un processo farsesco celebratosi senza nemmeno la presenza dell’accusa.

Mentre Berardi langue nel carcere di Bata Central la famiglia dell’imprenditore continua la sua battaglia nell’assordante silenzio, mediatico ed istituzionale, che sin dal primo giorno aleggia su tutta la drammatica vicenda umanitaria che lo riguarda.

Roberto Berardi con cappello 600

Gli abusi di potere che la giustizia nguemista perpetra ai danni del connazionale ingiustamente detenuto nel lager africano sembra imbarazzare a tal punto il corpo diplomatico italiano e la Farnesina che a 16 giorni dalla mancata liberazione la famiglia attende ancora di avere notizie e di sapere quali saranno i futuri sviluppi nelle trattative per la sua liberazione con gli omologhi africani. Un imbarazzo che sembra aver allontanato ulteriormente le due parti, con conseguenze che inevitabilmente ricadono su Berardi, che vive sulla sua pelle gli abusi e le violenze dei suoi carcerieri e il insoddisfacente lavoro (al netto dei risultati) svolto sin qui dalla nostra diplomazia.

Le preoccupazioni della famiglia sulla sorte di Berardi, nell’assenza totale d’informazioni da parte della Farnesina, non lasciano molto spazio a sentimenti virtuosi. Lo spiega bene ad Africa ExPress Stefano Berardi, fratello di Roberto, il quale sottolinea come i magri risultati raggiunti sin qui dal lavoro diplomatico siano resi persino crudeli dal protocollo del ministero: “Mi chiedo perchè oramai non mi informino più di nulla da Roma, che cosa hanno fatto sino ad oggi e che cosa abbiano intenzione di fare per tirare fuori mio fratello da quell’inferno. Sono mesi che nessuno mi contatta, credo che una risposta a noi familiari sia quantomeno dovuta dopo la figuraccia fatta il 19 maggio al Tribunale di Bata” quando la piccola delegazione diplomatica italiana è stata costretta tornarsene a casa con le pive nel sacco.

Ad Africa ExPress non risulta che siano ancora stati presentati ricorsi ufficiali da parte dell’Ambasciata italiana a Yaoundè alle autorità giudiziarie della Guinea Equatoriale, né risultano dichiarazioni o atti di qualsiasi natura a commento dell’ennesimo abuso della giustizia nguemista. Ciò che abbiamo potuto verificare è che per giorni l’ambasciata della Guinea Equatoriale a Roma è rimasta chiusa, riaprendo solo pochi giorni fa: tuttavia, anche in questo caso, non risulta che qualcuno del corpo diplomatico del Paese africano sia stato convocato a rendere spiegazioni circa l’abuso di carcerazione.

Secondo il codice penale della Guinea Equatoriale i giorni di carcerazione preventiva vanno conteggiati nel computo della pena inflitta al detenuto, come spiega il legale del detenuto italiano, cosa che il Tribunale di Bata ha arbitrariamente e sorprendentemente deciso di non fare.

Black beach prison

“E’ necessario, e ancor più in questo momento delicatissimo, continuare a ribadire e a pretendere, in tutte le sedi e con forza sempre maggiore, che la battaglia per la  liberazione del nostro connazionale deve andare avanti, con la speranza di vederlo tornare libero al  più presto”, dice Luigi Manconi ad Africa ExPress. Su come sia possibile per la Guinea Equatoriale violare in modo così manifesto accordi e trattati internazionali sui diritti umani Manconi spiega: “A luglio 2014, l’Assemblea dell’Unione Africana (UA), riunita per il 23° vertice dei capi di stato a Malabo, proprio in Guinea Equatoriale, ha votato un emendamento che concede ai leader africani che ne fanno parte l’immunità da procedimenti giudiziari della Corte di giustizia africana per i Diritti Umani, recentemente istituita e non ancora operativa. Ciò significa l’esenzione da procedimenti giudiziari per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon. E va ricordato che l’Unione è stata presieduta proprio da Teodoro Obiang.”

E’ oramai evidente il pretesto continuo utilizzato dai carcerieri di Berardi per prolungarne la carcerazione, nella speranza forse che questi in carcere ci lasci la pelle: afflitto dalla malaria e febbri continue, l’imprenditore continua a restare in isolamento (nella cella in cui ha passato, in modo inumano, quasi tutto il tempo della sua detenzione) e la famiglia ha dovuto di recente provvedere nuovamente al suo sostentamento.

In Guinea Equatoriale, intanto, il Presidente dittatore Teodoro Obiang ha azzerato completamente i vertici e i dirigenti più importanti dell’amministrazione giudiziaria, assumendone il pieno controllo “per offrire un miglior servizio”: una mossa le cui conseguenze sono ancora tutte un mistero.

Andrea Spinelli Barrile
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Skype: djthorandre
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In alto una vecchia foto di Roberto Berardi in basso la prigione di Black Beach

Nigeria, arrivato Buhari bombe e massacri e Amnesty accusa l’esercito di esecuzioni arbitrarie

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 giugno 2015

I Boko Haram hanno dato il benvenuto al nuovo presidente nigeriano, Muhammadu Buhari con esplosioni e massacri, provocando la morte di quasi ottanta persone. L’ultimo attacco risale a martedì scorso. A Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, nel nord-est della Nigeria, i sanguinari terroristi hanno piazzato una bomba sotto il banco di un macellaio. Verso l’una del pomeriggio è esplosa, uccidendo cinquanta persone tra acquirenti, passanti, venditori. Durante la notte è stato imposto un coprifuoco di dodici ore.

Lo scorso fine settimana la città aveva subito un altro attacco da un gruppo dei militanti. Allora i morti sono stati ventisei, oltre venti i feriti, come hanno riferito fonti militari.  La bomba è stata collocata all’interno di una moschea, nelle immediate vicinanze del “Mercato del lunedì”.

auto saltata

Un bel grattacapo per Buhari, che ha dichiarato di voler trasferire il quartier generale militare da Abuja (capitale del Paese) a Maiduguri.

Martedì scorso è uscito anche un nuovo video dei Boko Haram. Il primo dopo aver dichiarato la loro fedeltà allo stato islamico dell’Iraq e all’ISIS. Nel filmato sono stati ripresi soldati nigeriani mentre vengono uccisi con un colpo alla testa e la decapitazione di un uomo in abiti civili. Ci si interroga dell’assenza Abubakar Shekau, ritenuto il capo dei Boko Haram per molti anni.

Forse un cambio al vertice del gruppo?  Un militante ha dichiarato che molte città del nord-est della Nigeria sono ancora sotto il loro controllo, grazie a migliaia di miliziani. Ovviamente queste dichiarazioni sono, almeno per ora, non verificabili. Nel video, si allude alle divergenze in seno alla forza multinazionale, che in marzo aveva annunciato di aver cacciato i Boko Haram da tutte le città e villaggi occupati.

Infatti, Ciad e Niger avevano dichiarato che se ci fosse stata una maggiore collaborazione da parte della Nigeria, la lotta contro i terroristi sarebbe da tempo terminata. E proprio nei primissimi giorni del suo mandato Buhari si è recato in Niger e Ciad, come ha riferito alla stampa Garba Shehu, un portavoce del governo, per discutere della materia.

shekau

Ieri, Amnesty International ha accusato l’esercito nigeriano di crimini di guerra commessi durante la “lotta” contro i Boko Haram.  Non per nulla il loro rapporto è intitolato “Stellette sulle loro spalle, sangue sulle loro mani”.

Secondo testimonianze raccolte negli anni, dal 2011 oltre settemila giovani e giovanissimi (anche bambini) sarebbero morti nelle putride galere militari nigeriane, dove venivano tenuti in minuscole celle, con poco cibo e spesso torturati.  Altri milleduecento sarebbero stati uccisi in modo illegale da febbraio 2012 a oggi. Un ufficiale conferma: “Per i soldati era normale recarsi nel posto più vicino e uccidere i giovani maschi, spesso innocenti e non armati”.

Nel loro rapporto appaiono i nomi di nove ufficiali, compreso il capo di stato maggiore dell’esercito, General Ken Minimah, Marshal Badeh, capo dell’aviazione e i loro due predecessori.

Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, chiede che venga aperta con la massima urgenza un’inchiesta imparziale per provare la responsabilità degli ufficiali coinvolti. “Solo allora potrà esserci giustizia per i morti e i loro parenti”, ha concluso alla fine del rapporto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Festa della Repubblica a Nairobi, l’apprezzamento del Kenya per l’Italia

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 2 giugno 2015

La festa della Repubblica è stata celebrata in gran pompa anche a Nairobi, nella residenza dell’ambasciatore Mauro Massoamb & govni con una festa all’insegna del nostro Paese. Gli italiani in Kenya sono la seconda nazionalità dopo i britannici e godono di una  grande stima da parte del governo di Nairobi e dei businessmen locali.

ospiti 1

Infatti a casa di Mauro Massoni e della moglie Olga non c’erano solo i connazionali e gli ambasciatori della comunità diplomatica accreditata in Kenya, ma anche una folta rappresentanza dei politici e degli uomini d’affari kenioti. La folla era straboccante.

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Di solito, in questi casi, gli ospiti si lanciano sul cibo. Questa volta è stato un po’ diverso. Ad allietare il pranzo, Massoni ha chiamato una piccola orchestra sinfonica e la voce deliziosa di una soprano  che ha intonato romanze in italiano. Una scelta azzeccata giacché le musiche classiche cantante nella nostra lingua sono famose in tutto il modo. Indovinata anche l’idea di mettere in mostra una dozzina di disegni di Federico Fellini, assai apprezzati forse più dagli stranieri presenti all’avvenimento che dagli italiani. Erano appoggiati su sedie design made in Italy.

Un’occasione, la festa della Repubblica, per lanciare, anche l’Expo di Milano. Premiato dall’ambasciatore un italiano che si è particolarmente distinto qui in Kenya, Leonardo Dolciami. Dolciami è diventato il capo dell’ufficio acquisti della più importante e diffusa catena di grande distribuzione in est Africa, Nakumatt. E gli scaffali dei magazzini per cui lavora sono stracolmi di prodotti italiani.

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Ultima annotazione, quella sul buffet. Nairobi è piena di ristoranti italiani. Quest’anno la scelta di provvedere al pranzo della Repubblica è caduta sul “Mediterraneo” il cui proprietario Giuliano, che gestisce una serie di ristoranti con questo nome, ha fatto grande onore alla cucina italiana. Tutti gli ospiti sono impazziti per le leccornie proposte. I vari tipi di pasta con le salse più raffinate sono state assai apprezzate dagli ospiti, soprattutto dagli stranieri.

Massimo A.  Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

South Sudan food crisis deepens amid tanking economy

IRIN
Nyumanzi (Uganda), 1st  June 2015

Through 17 months of conflict, tens of thousands of people have been killed in South Sudan and two million more displaced. Schools, health centres and markets have been looted and destroyed. It took a $1.8 billion humanitarian response last year for the country to avoid a famine.

And it’s about to get even worse.

At least 40 percent of the country’s population – 4.6 million people – faces acute food insecurity within the next three months, according to a new analysis. While the most severe shortages are predicted for the country’s northeast where the fighting has centred, the hunger belt now spreads across much of the country’s northern half.

At the same time, economists are warning that the combination of conflict and a global downturn in oil prices – the country’s main source of revenue – has brought South Sudan’s economy to the brink of collapse. Skyrocketing costs and a tanking currency are especially threatening to urban communities where people must buy most of their food. Some can already not afford to eat.

Cannone

“All of this means a crisis is arriving very, very quickly,” said Shaun Hughes, the head of programme for the World Food Programme in South Sudan – and on a scale the already suffering country has not yet seen.

On the move

Ramsey Bol Lang is twice displaced. In December 2013, the 20-year-old was going to secondary school in Juba when fighting broke out. His neighborhood, on the capital’s outskirts, was the scene of door-to-door killings allegedly perpetrated by troops loyal to President Salva Kiir.

Three days later, Lang took advantage of a lull in the shooting to flee across the city. Though the fighting in the capital ended as rebel soldiers backing former vice president Riek Machar retreated into the country’s northeast, Lang decided it wasn’t safe to return to his home and rented a new place.

Months later, his mother, seven siblings and two cousins arrived in Juba to live with him. There had been protracted fighting near their home in northern Unity state and a brother and an uncle had been killed. Lang’s father had decided it was best to send the rest of the family to Juba.

rifugiata

Photo: Will Boase/IRIN

Hunger, as well as conflict, is fuelling the exodus from South Sudan

Except now, a steep rise in prices means they can longer afford to live in the capital. “Everything has become expensive there,” Lang said. “If you want to rent a home, even, it’s too expensive.” Which is why, in late April, they gathered their belongings and hired a minibus for the hour-and-a-half drive to the Ugandan border. They were met by officials from the UN Refugee Agency (UNHCR), who then took them on to a transit camp. Within a few weeks, they will be permanently resettled in Uganda.

Lang did not want to see his family become refugees. “That is our homeland,” he said, pointing to South Sudan, its border with Uganda visible from the Nyumanzi Transit Camp. “I don’t have a home here.” But at least he will have something to eat.

albero e tande

To stay in Juba was financially impossible. And to move back to the family’s village in Unity state’s Pariang County meant dealing with food shortages, in addition to the threat of violence. In the newly released Integrated Food Security Phase Classification (IPC), which measures food security and nutrition, Pariang is predicted to reach “crisis” level as early as this month. And a cluster of counties to its south will likely hit the “emergency” threshold before the end of July – one level below famine. “The situation of Juba right now, all over South Sudan, even, it is not good for us,” Lang said.

Draku Godfrey Uhuru is the centre supervisor at Nyumanzi. Over the past few weeks, officials have been registering an average of 70 new arrivals to the camp each day. A month ago it was only 30 or 40.

Uhuru said most of the new refugees have fled from fighting in Unity and Upper Nile states. But for the first time, a noticeable number are not on the run from recent battles. Instead, they tell Uhuru, “It is hunger that is now attacking them.” Photo: Will Boase/IRIN

A predictable crisis

The figures in the new IPC report are jarring. Nearly 70 percent of the country will not get enough to eat through July. At least 80 percent of the counties across the country’s north are at a critical level of malnutrition, which is particularly dangerous for pregnant women and children. And the report does not even fully account for the people who might be in the worst position of all – stuck in the midst of ongoing fighting in Unity and Upper Nile states. Until the clashes stop, it is impossible for humanitarians to reach them – or even gauge the extent of their need.

A steep rise in prices means many can no longer afford to live in the capital.

WFP’s Hughes said the current situation was sadly predictable. In the early days of the conflict, if South Sudanese did not have enough to eat, they could sell livestock or barter supplies for food. “As the crisis goes on, those coping strategies become increasingly depleted,” he said. “They have nothing left to rely on, no assets left to sell.”

With the arrival of the lean season – the months when people are planting for August and September harvests – South Sudanese would usually supplement what food they were able to store from the previous year with goods from the markets. Except tens of thousands of people were unable to plant last year because of the fighting. And prices in the market – where markets even still exist – have shot up.MDG : South Sudan children in in one of refugees camps in Gambella province of Ethiopia

Barack Kinanga, the International Rescue Committee’s economic recovery and development coordinator, has seen the price for maize in some parts of the country surge 70 percent higher than it was at the same time last year. And he warns, “The prices are likely to rise further and even peak at unprecedented levels.”

The search for food is driving people across borders, he said. UNHCR has recorded more than 9,000  new arrivals in both Sudan and Ethiopia over the past month. Uganda received around 7,000 South Sudanese in May – the most of any month this year.

Nyankuch Akuma is one of them. Her husband, a soldier, was shot and killed and she was left on her own outside Bentiu, the capital of Unity state. “It was so bad. Up to now there was no planting,” which is why she decided to leave and travel to Uganda. Even before she was placed in a permanent settlement, Akuma had decided, “I will stay here forever.”

Economic collapse

South Sudan’s unprecedented level of hunger is the most alarming signal of the country’s larger economic collapse. South Sudan’s currency, the pound, is trading in Juba’s black markets at nine and a half to every dollar – less than half of its value a year ago. Fuel is scarce. And the casual jobs that many people rely on for income are disappearing as the currency depreciates.

It is against that backdrop that the food insecurity has spread beyond the country’s northeast. The rest of the country also depends on markets during the lean season, Kinanga said, and “steepening commodity prices are having a far-reaching effect for the communities not directly affected by the conflict.”

Some 70 percent of new arrivals at Nyumanzi transit site are under the age of 18

This includes as many as 600,000 people living in urban areas. And a sudden rise in food insecurity in towns will force overstretched humanitarian agencies – now largely focused on rural communities – to recalibrate their response.

The fighting is the obvious culprit for the country’s economic spiral, said Dr. Kenyi Spencer, a South Sudanese economist. The government is spending much-needed reserves on “the war, hardware, this and that. It has displaced the local economy.” And with long-term consequences.

“There is a real risk the economic choices the government is making now will destabilize the country for generations to come,” said Emma Vickers, a campaigner with the corruption watchdog group, Global Witness. “If, when the conflict ends, there is no money left for infrastructure projects, education or job creation, South Sudan faces a future where the only choice for its youth is to pick up arms again.”

At the same time, the country’s oil fields have suffered repeated attacks, forcing production cuts that the country – which is almost completely dependent on revenue from oil sales – can ill afford. And international conditions – including a strengthening dollar and a global drop in oil prices – are hastening South Sudan’s economic collapse, Spencer said. “All these have really arrived to put the economy in a bad place right now. In the next two to three weeks, if nothing happens to change the situation, it could be catastrophic.”

morto

It already is for the hundreds of thousands of people who are now all but guaranteed to face some level of food insecurity in the coming months. The IPC projection that 4.6 million people will see severe food shortages takes into account the ongoing humanitarian response.

And if the warring parties continue to limit access, as they currently are in parts of Unity and Upper Nile states, or if requested funding doesn’t come through, then “the number of people we’ll be able to assist will be vastly diminished,” Hughes said. WFP, alone, is currently looking at a $230 million funding shortfall. Unless the money comes through, “we simply won’t have the resources to be able to provide assistance on the scale that’s required.”

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In Sicilia la centrale europea per la guerra alle migrazioni mediterranee

Antonio Mazzeo
Catania, 1° giugno 2015

Bruxelles estende a 138 miglia nautiche a sud della Sicilia l’area delle operazioni militari e d’intelligence di Frontex, amplia il budget finanziario per il “contenimento” delle imbarcazioni di migranti e istituisce a Catania una centrale mediterranea dell’agenzia per il controllo delle frontiere esterne Ue.

“L’area operativa dell’operazione Triton viene estesa così sino a 80 chilometri dalla costa libica ma le unità aeree e navali potranno fare ingresso nelle acque del Paese su richiesta d’intervento per operazioni di soccorso e salvataggio”, ha riferito il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri.

Cortei Roma: in piazza anche immigrati, via Bossi-Fini

“Il centro di coordinamento di Triton – ha aggiunto Leggeri – sarà aperto prima possibile a Catania dove le autorità locali ci hanno offerto una sistemazione che i nostri ufficiali hanno trovato idonea. La base regionale di Catania costituisce un progetto pilota, che potrà essere replicato anche in altri Stati membri, e riguarda i cosiddetti hotspot, i centri proposti dalla Commissione dell’Unione europea nella sua Agenda per l’immigrazione dove concentrare gli sbarchi dei migranti e sottoporre questi ultimi a un primo screening. L’idea è di mettere a punto un sistema in cui il porto di sbarco è vicino al centro di prima accoglienza, dove i migranti saranno intervistati ed ospitati per un breve periodo prima di essere trasferiti”.

Secondo le prime indiscrezioni sarebbero già cinque gli hotspot individuati in Sicilia (Augusta, Catania, Lampedusa, Porto Empedocle e Pozzallo), mentre i team di Frontex coordineranno le attività di Triton dal centro di Catania in “stretto contatto” con le autorità civili e militari italiane e i funzionari dell’Ufficio di polizia europeo “Europol”, dell’Unità di cooperazione giuridica “Eurojust” e dell’Agenzia europea per l’asilo “Easo”.

“La ragione per la quale ho fatto questa proposta all’Italia – spiega Fabrice Leggeri – sta nel bisogno di avere, a livello locale, ufficiali in grado di coordinare e mettere a punto le dimensioni tecniche e logistiche del lavoro per le attività di seconda linea, quelle condotte cioè dagli intervistatori sul campo (screeners e debriefers), che possono individuare migranti con informazioni di intelligence importanti per Europol, impegnata nell’operazione contro i trafficanti Jot Mare o chiedere l’intervento di Easo per i soggetti vulnerabili”.

Parallelamente al potenziamento del ruolo sicuritario e repressivo di Frontex e delle altre agenzie europee (il giurista dell’Università di Palermo, Fulvio Vassallo Paleologo ha denunciato in particolare come con i nuovi piani Ue “l’Agenzia per l’asilo Easo viene indirizzata verso l’assolvimento di attività di polizia, soprattutto nella fase dello sbarco e del fotosegnalamento con il prelievo delle impronte digitali”), Fabrice Leggeri annuncia che a partire dalla prossima estate il dispositivo Triton schiererà tre aerei, sei navi d’altura, dodici pattugliatori e due elicotteri.

“Abbiamo fortemente aumentato il numero di mezzi nel Mediterraneo centrale per sostenere le autorità italiane nel controllo delle frontiere marittime e per salvare vite, troppe delle quali sono già state tragicamente perdute quest’anno”, spiega il direttore esecutivo di Frontex. “Intensificheremo anche i nostri sforzi per smantellare i network di trafficanti, attraverso l’impiego di nove team di specialisti in debriefing. Il ruolo di questi ufficiali è particolarmente importante perché raccolgono informazioni di intelligence sui criminali in Libia e in altri Paesi di transito”.

nave militare e barcone

La Commissione europea assegnerà a Frontex altri 26,25 milioni di euro per rafforzare le operazioni Triton e Poseidon (quest’ultima è in corso nell’Egeo e in territorio greco), da giugno fino a fine 2015. Conti alla mano, il budget annuale di Triton supererà quest’anno i 38 milioni di euro, mentre a Poseidon saranno destinati complessivamente 18 milioni. Bruxelles prevede di finanziare le due operazioni anche per il prossimo anno con altri 45 milioni. Sino ad oggi quasi tutti i paesi dell’Unione, con esclusione di Bulgaria, Cipro e Ungheria si sono impegnati a fornire personale e mezzi alle missioni d’intelligence nel Mediterraneo centrale.

Frontex e la neo costituita centrale operativa di Catania avranno pure il compito di coordinarsi e cooperare con la missione navale EunavFor Med, lanciata il mese scorso dai ministri degli esteri dell’Unione europea contro le reti di trafficanti e scafisti in nord Africa. EunavFor Med avrà sede presso l’Operational Headquarter Ue di Roma, sorto nei pressi dell’aeroporto militare di Centocelle e sarà posta sotto il comando dell’ammiraglio italiano Enrico Credendino, già comandante dall’agosto al dicembre 2012 della Forza navale europea Eu NavFor impegnata nell’operazione “Atalanta” contro la pirateria nelle acque del Corno d’Africa.

Per la task force anti-migranti, di cui si attende l’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che sarà operativa molto probabilmente sin dal prossimo 1° luglio, il consiglio dei ministri dell’Ue ha stanziato per i primi due mesi di attività 11,82 milioni di euro. A Eu NavFor contribuiranno fattivamente non più di una decina di paesi: Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Slovenia, Spagna, ecc.

Il testo ufficiale approvato a Bruxelles stabilisce che la nuova forza navale dovrà procedere con l’“identificazione e il monitoraggio dei network dei trafficanti attraverso la raccolta delle informazioni e la sorveglianza delle acque internazionali”, mediante l’uso di navi, sottomarini, aerei, elicotteri e droni. “La flagship potrebbe essere una delle due portaerei italiane, la Garibaldi o la moderna Cavour, ma ci sono ipotesi sull’impiego anche come nave-comando di una delle tre unità San Giorgio, San Giusto, San Marco”, scrive Maria Grazia Labellarte sul sito specializzato difesaonline.it.

“Fondamentale in questi casi sarà il ruolo dell’intelligence per quella che sarà l’attività d’intercettazione e rimozione dei barconi. Le informazioni dovranno essere condivise necessariamente dai vari servizi che hanno già una rete ben consolidata ed ampia nell’area libica. È sulla base di queste informazioni – incrociate con le immagini aeree della situazione sul terreno provenienti dai velivoli senza pilota Predator, dai caccia Tornado e da altri aerei da ricognizione – verrebbero pianificati ed eseguiti i previsti blitz delle forze speciali finalizzati a distruggere le imbarcazioni nei porti”.

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Aldilà dei proclami buonisti e tranquillizzanti, l’Unione europea si sta preparando infatti a scatenare e gestire direttamente vere e proprie operazioni di guerra nel Mediterraneo centrale e in nord Africa. Alle unità di EunavFor Med sarà assegnato infatti il compito di intercettare e abbordare le imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo già in acque libiche e, finanche, di bombardarle e distruggerle in rada.

Nei giorni scorsi, WikiLeaks ha reso noti due documenti riservati elaborati dall’European External Action Service (EEAS) e dal Single Intelligence Analysis Capacity  (SIAC), approvati dal Comitato Militare (EUMC) e dal Comitato Politico e di Sicurezza (CPS) dell’Unione europea, che delineano le pericolose derive belliche della nuova missione anti-migranti in Libia. Nel primo documento, i capi di difesa degli stati membri dell’Ue auspicano un’operazione contro le reti e le infrastrutture di trasporto rifugiati nel Mediterraneo, con la distruzione di barche ormeggiate e lo schieramento della forza militare in Libia per fermare i flussi migratori.

nave a gommone

Il secondo documento rivelato da WikiLeaks, dal titolo Raccomandazioni relative al progetto di Concetto di Gestione della Crisi per una possibile operazione PSDC per smantellare le reti di trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale e meridionale, aggiunge che la missione militare di “identificazione, cattura e distruzione delle imbarcazioni prima che esse siano utilizzate dai trafficanti” dovrà avere una durata non inferiore ad un anno, e che sarà ricercata un’“effettiva cooperazione”, specie nel campo dello scambio d’informazioni e intelligence, con gli attori militari, le entità e le autorità che operano nell’area interessata alle operazioni (Onu, Nato, Unione Africana, Lega Araba, “stati terzi come Egitto, Tunisia e se possibile il governo legittimo libico”, le agenzie e le missioni militari Ue nel continente africano). La Nato ha già fatto sapere a Bruxelles di essere disponibile a intervenire nelle operazioni di guerra contro gli scafisti nordafricani, con la giustificazione (mai provata) che “sui barconi dei migranti potrebbero imbarcarsi anche terroristi o miliziani Isis”.

Intanto è stato reso noto che l’ufficio regionale di Frontex a Catania sarà realizzato nell’ex monastero di Santa Chiara, nella zona del Castello Ursino, restaurato recentemente dal Comune e messo a disposizione dell’Agenzia per il controllo delle frontiere Ue dal sindaco Enzo Bianco, presidente del Consiglio nazionale dell’ANCI. “Da oltre un anno sostengo la necessità che  Frontex abbia una sede in Sicilia”, ha dichiarato Bianco. “Nella mia qualità di capo della Delegazione italiana al Comitato delle Regioni dell’Unione europea avevo ribadito la richiesta di un ufficio operativo di Frontex in Sicilia, il 16 aprile scorso a Bruxelles, al direttore generale Immigrazione della Commissione Ue, Mathias Ruete. Adesso, finalmente, si realizza quello che auspicavamo, il salto di qualità della polizia di frontiera europea e lo spostamento dell’attività di Frontex dove serve, ossia nel Mediterraneo, passo importante per dare finalmente una risposta all’emergenza umanitaria che stiamo vivendo in Sicilia”.

Tutt’altro che entusiasta è la valutazione del professor Vassallo Paleologo, uno dei massimi esperti italiani in tema di diritto d’asilo e politiche migratorie. “A Catania arriveranno funzionari di diverse forze di polizia europee che parteciperanno alle operazioni d’identificazione, l’interesse vero che ha spinto l’Europa a creare un avamposto Frontex in Sicilia”, spiega il docente dell’Ateneo palermitano. “Altra missione europea sarà quella di gestire meglio le operazioni di rimpatrio attraverso i voli. In quest’attività Catania non ha nulla da farsi insegnare, perché in passato ha funzionato già come hub di respingimento per migliaia di egiziani. Con le operazioni di rimpatrio con i voli congiunti, Frontex si orienta verso decisioni che vanno ben oltre il suo mandato, dettato dal Regolamento 2007/2004/CE. Inoltre, la Commissione europea sta discutendo, nel segreto più assoluto, sulle nuove regole per prelevare, anche con l’uso della forza, le impronte digitali ai migranti ed ai richiedenti asilo, incluse le persone vulnerabili come i minori non accompagnati e le donne in stato di gravidanza. Si profila un ampliamento dei casi di detenzione amministrativa o di confinamento forzato dei potenziali richiedenti asilo e di tutti i migranti in genere, costretti all’ingresso irregolare o soccorsi in mare”.

MALMSTROEM E ALFANO, PARTE FRONTEX PLUS

A questo scopo potrebbero sorgere in diverse regioni italiane veri e propri hub per l’identificazione e la detenzione amministrativa di migranti e richiedenti asilo: due in Sicilia, gli altri in Calabria, Puglia, Lazio e Campania.

Contro l’apertura della sede mediterranea di Frontex si stanno mobilitando diverse realtà antirazziste siciliane. “L’agenzia Frontex e l’operazione Triton sono programmi militari dell’Unione Europea volti alla chiusura delle frontiere e al respingimento dei migranti, non hanno nulla a che vedere con l’accoglienza e il salvataggio delle vite di chi per fame, guerra e disperazione è costretto ad attraversare il Mediterraneo su barconi insicuri”, scrivono Arci, Catania Bene Comune, Comitato Popolare Experia, La Città Felice, Rete Antirazzista Catanese, Rifondazione Comunista, Unione degli Studenti e Comitati No Muos. “La Sicilia è stata nel corso degli anni sempre più militarizzata: Sigonella, il Muos, i droni, i depositi di armi, i radar di Lampedusa l’hanno trasformata in un arsenale di guerra a cielo aperto; allo stesso modo l’apertura dei CIE e del Cara di Mineo l’hanno resa il più grande lager per migranti d’Europa. Non possiamo accettare un’ulteriore militarizzazione delle nostre coste e dei nostri mari; non possiamo restare a guardare mentre migliaia di donne, bambini e uomini muoiono nel Mediterraneo e l’Europa si preoccupa soltanto di chiudere le frontiere”.

Alla campagna di mobilitazione contro la centrale Frontex in Sicilia sarà dedicata una delle sessioni di lavoro del meeting La fortezza Europa non si festeggia ma si combatte, promosso a Messina il 2 e 3 giugno dal Teatro Pinelli Occupato in concomitanza delle celebrazioni istituzionali (Comune e Università di Messina) del 60° anniversario della Conferenza europea che si tenne nella città dello Stretto per volontà dell’allora ministro degli Esteri, Gaetano Martino.

 Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Libia, una nuova guerra per il petrolio? Ma stavolta con i Gheddafi

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
1 giugno 2015

La missione dell’Unione europea (UE)  contro i barconi in Libia apre la strada a un secondo, possibile intervento militare. In caso contrario non si sarebbe arrivati a smuovere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU con una risoluzione che chiede il ricorso alla forza (capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite), come contro Muammar Gheddafi nel 2011. La giustificazione è di usarla per distruggere o neutralizzare le navi: “Il sequestro delle navi dei trafficanti dipende dalle leggi degli Stati membri e/o dalle Risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di cui al capitolo VII della Carta”, è scritto nel documento riservato UE, diffuso da Wikileaks, sulla missione Eunavfor Med a guida italiana per fronteggiare l’emergenza migranti.

Il primo step dichiarato dell’European Union Military Committee (EUMC), che riunisce i Capi di Stato maggiore dei Paesi UE, è far partire una ricognizione d’intelligence per capire bene quel che, dopo 30 anni di sbarchi e migliaia di morti nel Mediterraneo, ancora non si sa: cioè come funzionano le rotte delle tratte di esseri umani verso il Nord Africa, quali criminali le hanno in mano e, dato non secondario, quanta popolazione comune coinvolgano. Ma diversi passaggi del testo UE, scritto mentre è in via di stesura la risoluzione per l’ONU, e le modalità scelte per presentarlo lasciano chiaramente la porta aperta a una missione internazionale più ampia.

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Intanto si cerca un avallo più largo di quello dell’Unione Europea e anche delle Nazioni Unite. Nel documento UE viene auspicata “l’interazione essenziale” con partner quali la Nato, l’Unione africana, la Lega Araba, con singoli Paesi come l’Egitto e la Tunisia. E, dovesse mai emergere, anche con un governo legittimo libico.

A maggio i Capi di Stato maggiori di Egitto, Giordania, Sudan, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati arabi hanno discusso al Cairo di un intervento militare in Libia appoggiato da Italia e Francia. La Nato è “pronta dare un contributo all’UE, per il rischio di infiltrazioni di terroristi sui barconi”. E il governo libico filo-egiziano di Tobruk riconosciuto dalla comunità internazionale (quello islamista di Tripoli lo è dalla Corte suprema libica) ha chiesto alla “Lega Araba e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU passi concreti e urgenti per la guerra al terrorismo”.

Rompendo la linea del rifiuto, a guerra ai barconi annunciata il governo di Tobruk ha anche inviato a Palazzo di Vetro una proposta di “cooperazione con l’Unione europea” per un “piano d’azione che sradichi il flusso di migliaia di persone verso l’Europa”. Sia il ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti sia il titolare della Farnesina Paolo Gentiloni si erano espressi a favore di truppe in Libia. E nel documento dei vertici militari UE si è poi ammesso – anche per aggirare il veto russo a raid contro i barconi – “l’uso della forza, specialmente durante le attività come l’imbarco, quando si opera sulla terra o in prossimità di coste non sicure o durante l’interazione con imbarcazioni non adatte alla navigazione”.

Boots on the ground, uomini a terra con “regole di ingaggio robuste e riconosciute”. Francia e Gran Bretagna, i due Stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che nel 2011 fecero partire i caccia per rovesciare Gheddafi, sono tornate in prima linea. Non vogliono spartirsi i richiedenti asilo con gli altri Paesi dell’UE, ma aiutano l’Italia a scrivere la bozza di risoluzione per agire militarmente.

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Una famosa regola del giornalismo anglosassone dice follow the money, segui i soldi. E nella Libia post Gheddafi, la guerra tra cosiddetti islamisti e cosiddetti laici nella quale si è innestato l’ISIS è, prima di tutto, una guerra per il petrolio e i miliardi del vecchio regime. Gli interessi sono locali e sovranazionali. Franato il processo democratico, si sono infatti arenati anche i procedimenti interni e internazionali per la confisca dei beni dell’ex rais. Saif al Islam, erede politico di Gheddafi, sa dove sono i soldi, per esempio. Ma è detenuto dalle milizie di Zintan alleate con il governo di Tobruk, che non hanno alcuna intenzione di farlo processare a Tripoli.

Entrambi i governi libici in guerra vogliono mettere le mani sul tesoro di Gheddafi. Negli anni la Procura generale di Tripoli ha inviato richieste in Inghilterra, Scozia e alle Isole vergini, per tracciare anche gli asset delle famiglie più vicine all’ex rais, la cerchia dei cosiddetti “compagni del leader”, in aggiunta ai beni dei Gheddafi congelati da Londra per un valore di 1,6 miliardi di sterline. Altre lettere della Procura generale sono partite verso Malta, dove la società Capital Resources – attuale punto di riferimento degli uomini d’affari libici alla Valletta -, del defunto figlio Mutassim Gheddafi, avrebbe veicolato parte del patrimonio famigliare all’estero.

Recentemente è poi spuntato il National Board for the Following Up and Recovery of Libyan Looted and Disguised Funds, che rivendicando legami con il governo di Tobruk ha invece messo gli occhi sui miliardi tra denaro, oro e diamanti che il gruppo sostiene essere stati spostati dai Gheddafi in Sud Africa. Quasi 180 miliardi di dollari, ma per gli Usa potrebbero essere molti meno, probabilmente un paio. Due società – l’opaca Washington African Consulting Group con sede in Texas e la maltese Sam Serj – si sono presentate a Johannesburg come facenti capo al board e “unici legittimi rappresentati del Governo libico”, smentite poi anche da alcuni funzionari di Tobruk.

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Siccome le controparti e l’ONU temono patacche o strumentalizzazioni è tutto bloccato. Anche in Italia il Ministero degli Esteri ha stoppato la Corte d’Appello di Roma sulle pretese avanzate da organismi libici di dubbia legittimità dei circa 2 miliardi di euro accumulati dall’ex raìs nel Paese, tra case, terreni e quote azionarie in Fiat, Juventus, Finmeccanica, Eni e Unicredit. Tutto è fermo. La quota di Unicredit (1,2%, circa 500 milioni di euro), prima della guerra in mano al fondo sovrano della Libyan Investment Authority (LIA), risulta nel concreto parcheggiata in Bahrain, in attesa di tempi migliori.

Sdoganare come partner di un nuovo intervento militare in Libia il governo di Tobruk, composto e sostenuto anche dagli ex gheddafiani, farebbe tornare questi miliardi nelle mani dei vecchi “compagni del leader”. Ma in compenso i soldi libici che arricchivano compagnie e gruppi finanziari europei tornerebbero a girare.

Gli interessi sono grandi. Il business del petrolio non si è mai arrestato. L’italiana Eni, leader in Libia, ha dichiarato che, nonostante i tre anni di guerra tra milizie, le operazioni proseguono “normali”: 300 mila barili al giorno come ai tempi di Gheddafi. A 140 chilometri dalle coste libiche, il Cane a sei zampe ha recentemente annunciato la scoperta di un nuovo giacimento offshore di gas. E sono note le mire sugli idrocarburi della Cirenaica, nell’Est meno sfruttato della Libia, di Gran Bretagna e Francia.

Con gli Usa, puntavano a far fuori Gheddafi per stringere poi relazioni economiche con i ribelli libici. Ma con il terrorismo islamico alle porte dell’Europa, sono pronte a tornare dall’altra parte. La partita è ancora aperta. Safia Farkash, vedova di Gheddafi riparata in Oman, ha nominato come suo legale una società di diritto greco per seguire il contenzioso di Tripoli sulla maltese Capital Resources. Un altro pezzo grosso, il cugino di Gheddafi ed ex ufficiale dell’intelligence Ahmed al Dam, è al Cairo liberato dai militari egiziani dopo il golpe, e spera in una svolta.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Bujumbura: attentato all’arcivescovo. I dimostranti alla guerra degli escrementi

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Bujumbura, 31 maggio 2015

A Bujumbura si è diffusa da poco la notizia di un attentato contro l’arcivescovo della capitale, Evariste Ngoyagoye. Non c’è un vero coprifuoco formale ma di fatto è meglio non mettere il naso fuori di casa. Non si sa bene cosa sia successo e neppure le condizioni del prelato.

La Chiesa cattolica, assai influente in Burundi, si è mostrata durissima con il regime. L’arcivescovo Evariste Ngoyagoye si è più volte espresso contro il terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza, la cui caparbietà nel volere restare al potere ha provocato manifestazioni di piazza, un tentativo di colpo di Stato e critiche della comunità internazionale.

Evariste Ngoyagoye

“La maggior parte delle commissioni elettorali – spiega Maria, una giornalista che non nasconde la sua antipatia per Nkurunziza, (il nome della ragazza è inventato per motivi si sicurezza) – sono in mano ai preti, ai quali i vescovi hanno chiesto di ritirarsi”. Monsignor Gervais Bashimiyubusa, vescovo di Ngozi e presidente della Conferenza episcopale del Burundi, è stato molto chiaro. Parlando ai microfoni della stazione radio cattolica diffusa in tutto il Paese ha detto che la Chiesa  non può sostenere un’elezione viziata da irregolarità. Ci sono minacce e intimidazioni, e si tenta di comprare il voto degli elettori”.

Hundreds-of-protesters,-some-carrying-placards,-chanted-anti-government-slogans-before-clashing-with-riot-policemen

Spettrale. Così appare Bujumbura a chi scende con l’aereo della Brussels Airlines che arriva dall’Europa poco dopo il tramonto. All’aeroporto solo rari poliziotti che smistano senza difficoltà i rari passeggeri. Le strade sono deserte e silenziose.  Non una luce, non un bar aperto.  Tutti sono rintanati a casa. La paura si taglia con il coltello.

“Ma di giorno – spiega una signora – la gente scende in strada e protesta. Il presidente Pierre Nkurunziza vuole a tutti costi il terzo mandato e non gli importa molto di trascinare il Paese, che ha governato con il pugno di ferro, nella polvere e nella catastrofe. Peccato. Nel 2005 quando è salito al potere, dopo il trattato di pace, aveva portato con se tante speranze di cambiamento e di sviluppo…”.

Quel negoziato aveva posto fine a una guerra civile che durava forse dall’indipendenza ottenuta nel 1962. Ma già nel 2010, quando Nkurunziza si era ricandidato per la seconda volta, la situazione si era ben chiarita. L’opposizione aveva boicottato la tornata elettorale per evidenti imbrogli nella gestione del voto.

Una volta al potere l’uomo ha stretto le maglie del regime, per esempio varando una draconiana legge sulla stampa, e ha messo tutto il potere nelle sue mani e di poche persone di cui si fida ciecamente. E, nonostante molti di questi l’abbiano abbandonato, ora non si tira indietro. Vuole il terzo mandato, come ha dichiarato il 25 aprile.

A Burundi military officer holds his machine gun as supporters of the CNDD-FDD party leave after their congress in the capital Bujumbura

Dopo il suo annuncio sono scoppiate dimostrazioni di piazza. Non particolarmente violente, che però il regime ha represso nel sangue, e sono ricomparsi gli squadroni della morte. E’ stato ucciso sotto casa da un comando di assassini il più carismatico dei capi dell’opposizione.  http://www.africa-express.info/2015/05/25/ucciso-da-una-raffica-di-mitra-il-leader-del-partito-dopposizione-burundi/  Tra l’altro i dimostranti per difendersi dagli agenti, hanno usato escrementi (umani e non). Li hanno spalmati sulle pietre usate per erigere barricate, per impedire che fossero facilmente spostate, e dopo averli mescolati con liquidi maleodoranti li hanno adoperati per costruire fastidiose bombe di sterco.

Dopo il suo annuncio sono scoppiate dimostrazioni di piazza. Non particolarmente violente, che però il regime ha represso nel sangue, e sono ricomparsi gli squadroni della morte. E’ stato ucciso sotto casa da un comando di assassini il più carismatico dei capi dell’opposizione. Tra l’altro i dimostranti per difendersi dagli agenti, hanno usato escrementi (umani e non). Li hanno spalmati sulle pietre usate per erigere barricate, per impedire che fossero facilmente spostate, e dopo averli mescolati con liquidi maleodoranti li hanno adoperati per costruire fastidiose bombe di sterco.

Nkurunziza primissimo piano

I difensori dei diritti umani sostengono che almeno 20 dimostranti sono stati uccisi dalla polizia e l’UNHCR ha fatto sapere che almeno 70 mila persone, per paura delle violenze politiche sono fuggite nei Paesi vicini.

Dal canto suo Federica Mogherini, il commissario europeo agli affari Esteri, ha spiegato che un gruppo di osservatori è stato dispiegato nel Paese per oltre un mese. Ha denunciato restrizioni alla stampa e intimidazioni ai partiti politici di opposizione e agli esponenti della società civile”.  Ha quindi deciso di sospendere il finanziamento di 2 milioni di euro previsto per organizzare le elezioni: quelle del parlamento sono previste per il 2 giugno, quelle presidenziali il 26 successivo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @Malberizzi

Nelle foto, partendo dall’alto: l’arcivescovo di Bujumbura Evariste Ngoyagoye, proteste a Bujumbura, la polizia controlla i dimostranti, infine in basso un primo piano di Pierre Nkurunziza