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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
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Guinea Equatoriale, carceri e torture: storia di quotidiana follia

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 17 giugno 2015

“Ieri pomeriggio i militari ci hanno fatto scendere tutti nella piazza d’armi del carcere –  riferisce trafelato il nostro contatto, in una disturbatissima conversazione telefonica. – Ci hanno fatto posizionare in fila lungo il perimetro del cortile. Molti di noi tremavano come foglie, c’era chi piangeva, chi era disperato. Non sappiamo mai cosa potrebbero farci questi criminali”.

Secondo quello che racconta un detenuto maliano che chiameremo (nome di fantasia) Mamadou e che vive nell’inferno di una delle carceri della Guinea Equatoriale, un prigioniero viene preso dal mucchio, a caso, e messo al centro della piazza d’armi mentre i militari minacciano e colpiscono con bastoni molto flessibili gli altri detenuti, costretti a guardare: “Cani – gli urlano – guardate ciò che vi faremo se non ubbidite”. Tanto, pensa Mamadou, lo farebbero lo stesso.

con occhiali da sole 600

Il recluso prescelto ha l’orrore dipinto sul volto, la sua espressione è resa mostruosa da una smorfia di paura: il terrore gli paralizza i muscoli rendendolo ancora più vulnerabile. E’ incredibile come reagisce certe volte il nostro corpo, quasi offrendosi, immolandosi, agli aguzzini.

“Il problema – spiega un avvocato equatoguineano che lavora con molte ong per la tutela dei diritti umani in Guinea Equatoriale e che vuole restare anonimo – è che il sistema penitenziario dipende amministrativamente dal ministero della Giustizia ma la gestione delle carceri è affidata totalmente ai militari, quindi al ministero della Difesa. Dunque se si chiede conto al ministro della Giustizia di quello che accade nelle carceri, delle violenze e delle torture, succede che i funzionari devono prima informarsi, perché non ne sanno nulla”.

La realtà carceraria è peculiare in tutti i paesi del mondo. Nel regime della Guinea Equatoriale però il carcere è il luogo dell’oblio più oscuro, nel quale spesso si entra sani e si esce distrutti nel fisico e nella mente: in Guinea Equatoriale, a parte qualche raro caso, ciò che avviene in carcere resta tra le mura del carcere. Che grondano sangue, tanto sangue.

Povera gente

Secondo il CORED, un soggetto politico equatoguineano costituito all’estero da 7 associazioni in esilio che si oppongono al regime, dal 1968, anno dell’indipendenza dalla Spagna, sono oltre 50 mila i morti ammazzati (quelli con un nome ed un cognome) per mano o per ordine diretto di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. La diaspora guineana all’estero (la metà dei nati in Guinea Equatoriale oggi si trova in esilio) descrive questi morti come “genocidio silenzioso”. Altre decine di migliaia sarebbero i morti ammazzati senza nome: desaparecidos, fatti a pezzi e dati in pasto alle bestie che popolano la foresta, gettati dal burrone Kope (una sorta di Rupe Tarpea africana). E chissà quanti, tra i familiari delle vittime che ancora risiedono nel Paese, non hanno mai avuto il coraggio di denunciare le violenze, i soprusi e gli omicidi delle autorità.

Mamadou continua il suo raccapricciante racconto: “Il detenuto viene fatto sdraiare in terra, prono, le braccia tese. Le mani vengono fatte poggiare su un mattone di cemento, indicato da una guardia con il tintinnio di un machete sbeccato. Il loro capo, un sergente, comincia a saltare con forza sulle mani del povero disgraziato, spezzandogliele. Le urla paralizzano il pubblico, costretto a guardare. Il sergente salta, una, due, tre volte. E ancora. E’ affidato a lui questo lavoro sporco, perché lui ha gli stivali mentre gli altri sono in ciabatte. E i detenuti, cenciosi e impauriti, vengono costretti a guardare”. I pestaggi, le torture pubbliche, servono ai militari come monito, un modo come un altro per mantenere il controllo della paura all’interno delle carceri.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

Nella foto in alto il dittatore Teodoro Obiang

 

Le bombe sopra Sana’a. La carneficina crudele e ignorata dello Yemen

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
16 giugno 2015

Bombe senza tregua sui civili da più di due mesi e mezzo, sulle mura e sulle case della Sana’a immortalate da Pier Paolo Pasolini. Della guerra dimenticata in Yemen si è tornati a parlare solo quando i raid sauditi hanno distrutto tre palazzi del centro storico tra i più antichi al mondo, patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

I morti ufficiali per l’ONU sono oltre 2.300, 10 mila feriti. La metà civili, tantissimi bambini. La capitale si è svuotata ma non abbastanza, con il blocco aereo non si può fuggire se non attraverso ponti umanitari. Anche gli aerei nelle piste sono stati distrutti per bloccare gli aiuti stranieri. “Ora i profughi vengono anche schedati dai sauditi”, ci dice una fonte bene informata riuscita a scappare a Gibuti.

Alcuni possono andare via, tanti altri no. A Sana’a vive ancora circa un milione di persone, più della metà dei residenti, senza acqua, benzina, gas né elettricità. Anche ad Aden, seconda città dello Yemen e capitale della Repubblica democratica popolare ai tempi della divisione, i ribelli houthi e le forze fedeli al presidente Mansour Hadi, fuggito in Arabia Saudita, si combattono aspramente. Gli scontri a terra sono violenti, dal cielo piovono bombe e la gente abbandona le case con poche cose, fuggendo dal porto.

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Non esistono bombe “intelligenti”, ma quelli dall’attacco del 26 marzo della cosiddetta coalizione a guida saudita, sono raid a tappeto, indiscriminati. In un giorno si fanno anche 100 morti, per i bilanci ufficiosi le vittime sono diverse migliaia in più delle ufficiali, in un Paese già martoriato dai maxi attentati di al Qaeda. Per l’UNICEF oltre 20 milioni di yemeniti hanno bisogno di assistenza umanitaria.

Come i negoziati fittizi di pace in Svizzera, la carneficina non risolve nulla. A maggio Riad ha violato la tregua umanitaria concordata con l’Onu, sferrando i raid “per difendere i sunniti dagli houthi”. Per i colloqui del 15 giugno, i ribelli sciiti che controllano la capitale e avanzano verso sud dicono che l’Egitto (alleato dei sauditi) ha impedito alla loro delegazione lo scalo per Ginevra.

Ciò nonostante gli houthi hanno preso anche la città di al Hazm, al confine con l’Arabia Saudita, proprio nel deserto dove i sauditi non volevano che arrivassero. Si vuole fare passare la guerra in Yemen come una guerra tra sciiti e sunniti, in realtà sono i sunniti e gli sciiti stranieri a usare lo Yemen per scopi personali.

Dentro la questione è politica e nazionale. I sauditi non sfondano, perché a sorpresa l’esercito è passato con l’ex presidente Ali Abdullah Saleh insieme alla minoranza degli houthi. “Come nella guerra civile del 1994, gli yemeniti hanno capito che si voleva spaccare il Paese e hanno reagito, la gente non ne può più di strumentalizzazioni, parla di inverno arabo. Purtroppo era meglio il regime che la devastazione”, spiega la fonte sentita da Africa ExPress.

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Con Riad si è rapidamente schierata una cordata sunnita che non si era formata né per la Siria né contro l’Isis. “Ufficialmente è una coalizione (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi, Kuwait, Oman, Qatar, Egitto, Giordania, Marocco e Sudan, ndr), in realtà i raid li fanno i sauditi”. L’appoggio logistico degli Stati Uniti  pare invece sostanzioso: “Prima l’aviazione di Riad non aveva piloti così esperti nei bombardamenti”.

Faide interne e manovre straniere scuotono un Paese povero di petrolio, ma strategico per il controllo dello stretto di Bab el Mandeb, tra Asia e Africa. Hadi, vice di Saleh nominato presidente ad interim dopo le rivolte del 2011, ha tradito il suo capo e il suo partito per restare al potere ma è stato cacciato dal golpe degli houthi a Sana’a del 6 febbraio scorso. Ora vuol tornare da presidente, anche a costo di insediarsi nella città di Mukalla in mano ad al Qaeda, nell’est dello Yemen. Ma i “sunniti” non riescono a controllare neanche quel fazzoletto.

Prima delle offensive verso Sana’a e Aden, gli houthi (sciiti zaiditi, un ramo molto diverso e da sempre separato dallo sciismo iraniano) sono stati armati e addestrati dai Pasdaran di Teheran, che hanno cavalcato le rivolte e la voglia di rinnovamento degli yemeniti, insidiando il cortile di casa dei sauditi. Gli aerei iraniani carichi di aiuti – anche umanitari – non passano più, ma dalla loro parte gli houthi hanno l’esercito di Saleh.

Centinaia di raid, migliaia di morti, effetto boomerang. Anziché tamponare il focolaio, la guerra per proteggere il petrolio degli Usa lo alimenta. Anche in Arabia Saudita la minoranza sciita è in fermento, kamikaze sunniti si fanno esplodere contro le loro moschee. Lo Yemen è a rischio distruzione come l’Afghanistan, l’Iraq, la vicina Somalia. “Che c’entrano i civili?” ripetono a Sana’a.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Where Are the Chibok Girls? And Where Did All These Other Women Come From?

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Special for Africa ExPress
Lesley Agams
Abuja, 16 June 2015

Its been more than a year since 200 girls were abducted from their school in Chibok, a rural desert community in Borno State of North East Nigeria. Boko Haram, a radical violent group of Islamic insurgents, were originally accused of the crime. Their leader Shekau accepted responsibility in a video but there are intelligence reports that suggest Ansuara, a splinter group, may be the actual executors of the mission in Chibok.

In the immediate aftermath of the event rumors swirled around the media that no girls had actually been kidnapped. Questions were raised; how did the insurgents move more than 300 girls unnoticed? how could a convoy that size go undetected? In a region where girls education has some of the worst indices in Nigeria it also seemed unlikely that a single community could have that many girls in senior secondary school taking their final exams all at the same time. Secular education’s highly unpopular in northern Nigeria, especially for girls. The illiteracy rate for women in that age group in Borno is 98%

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However as the days passed evidence continued to emerge that indeed a  school had been sacked and that a cohort of female students had been abducted from the school although the exact numbers remain contested and unconfirmed till date. The Chibok incident brought global attention to Boko Haram’s atrocities against women and girls in their area of operations. Stories soon emerged of abductions and kidnappings going back as far as 2010. #BringBackOurGirls became a rallying cry for action and went viral globally. 

Whether there was an incident at Chibok and whether a number of girls were abducted from the school is no longer in doubt. The questions we need to ask is exactly how many girls were taken from Chibok, who took them, where they might be now and why there is so little concrete evidence generally on the people, men and women, boys and girls, that have beeb abducted in northern Nigeria since 2010 when Boko Haram reemerged as violent extremists.

When reports emerged in May 2015 that a number of women and children were rescued from Boko Haram camps in the Sambisa Forest everyone expected to hear it was the Chibok girls and prepared to heave a sigh of relief. It was a surprise that of the over 800 women rescued in recent months not one of them was from Chibok Girls College. So where did the rescued women come from? And why weren’t we looking for them too? Didn’t someone notice they were missing? And where are the Chibok girls? Some of the rescued women claimed they heard stories of the Chibok girls but no one has said that they encountered any of them.

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So we must ask again – did Boko Haram really take the Chibok girls? If not who took them? Most importantly – where are they now? China, UK and US have been unable to provide a specific location despite their superior technical support including drones and satellite imagery. Could these countries maybe know more than we do right now and what aren’t they telling us? And why?

The lack of evidentiary records all round is appalling and unacceptable. Surely there is some record somewhere of the existence and the disappearance of these rescued citizens? This is a after all a modern progrAdd Mediaessive country. The over used line that they may be unregistered and undocumented because of some backward regressive way of life in the north no longer holds water. Surely there must be at least one picture somewhere? Surely someone somewhere reported these disappearances?

The urgency for a National Identification System that works has never been more apparent to me. How can people just disappear without any record of their existence? And then just as suddenly reappear. How can a working  state and local government claim not to have records of the comings and going of its citizens? And why are we still accepting that lame excuse more than half a century since it was first made? I have read too many glowing tributes about the centuries old administrative system in the north. Where is it now?

Ragazza e macerie

And I think we are all culpable and liable for buying that line all these decades – thats why Nigeria has been unable to conduct a reliable, accurate and credible census since 1956. We are all culpable and liable for the underdevelopment of the north and the resultant insurgency because it has been easier for us to turn away and leave them to their own devices rather than confront them and challenge them to change.

Can we trust Shettima of Borno? He seems too closely involved in the radicalisation of the late Yusuf and the emergence of Boko Haram as a violent insurgency. His statements about the Chibok abduction seem more like political grand standing than empathetic concern. His statements are  vague and uncorroborated. Recently he went so far as to suggest the girls could be in underground bunkers. Is he just trying to look smart, peddling rumours or does he have credible intelligence on the abduction of the Chibok girls and their current whereabouts?

Immediate past President Jonathan commissioned two White Papers on the direct and remote causes of the insurgency in north east Nigeria, neither of them has been released. The new President has asked the Defence HQ to relocate to Maiduguri, the theatre of action. The Borno State governor, Shettima has done little more than report unconfirmed figures, demand increasing amounts of assistance to his state and make inflammatory statements to the media.

Meanwhile, the mystery behind the girls abducted on April 14, 2014 from Chibok Secondary School continues to grow.

Lesley Agams
lesleyagams@yahoo.com
twitter @MzAgams
#BringBackOurGirls

Bashir evade dal Sudafrica e sfugge alla cattura ordinata dal Tribunale internazionale

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Africa ExPress
15 giugno 2015

I giudici sudafricani volevano arrestarlo, ma il presidente sudanese Omar Al Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio è scappato da un aeroporto militare beffando, con la complicità delle autorità politiche, i magistrati.

Al Bashir
, presidente del Sudan, si trovava a Johannesburg per partecipare a un summit dell’Unione Africana, da domenica 13 al 15 giugno. Era stato ricevuto con tutti gli onori da alti funzionari sudafricani e dai rappresentanti diplomatici sudanesi nel Paese.

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Nel 2009 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso contro il presidente sudanese un mandato di cattura per genocidio e crimini di guerra . Per evitare l’arresto, in teoria, Bashir dovrebbe evitare di recarsi in Stati che sono membri della Corte, come il Sudafrica.

Il CPI
non ha una forza di polizia propria, ma delega gli Stati membri a fermare le persone sospette o colpite da un mandato di cattura. E in virtù di questo accordo, un giudice sudafricano ha emesso un mandato di arresto contro Bashir, che, appena appresa la notizia, è riuscito a imbarcarsi in fretta e furia sul aereo presidenziale che lo ha riportato a Khartoum.

Dunstan Mlambo, un giudice sudafricano, ha commentato così la fuga: “Il mancato arresto di Bashir è una violazione alla nostra Costituzione”. Mentre il ministro degli affari esteri sudanese, Ibrahim Ghandour, ha stigmatizzato così questo ordine di arresto:  “E’ stato un attacco alla sovranità del Sudan”.

Difficilmente il governo sudafricano sarà sanzionato per la mancata cattura del presidente sudanese; già in passato altri Paesi africani hanno evitato di collaborare con la CPI, come per esempio la Nigeria nel 2013.
E’ stato molto incisivo e secco il commento del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon : “Il mandato di arresto spiccato dalla CPI contro Omar al-Bashir deve essere eseguito dagli Stati che hanno firmato lo statuto del Tribunale Internazionale”.

La stampa sudafricana ha ampiamente criticato l’operato del proprio governo. Il “Cape Times” è stato particolarmente severo anche con l’UA: “Una dimostrazione come l’Unione Africana non rispetti le decisione della Corte Penale Internazionale”. Silenzio invece della stampa sudanese. Se i giornalisti avessero osato scrivere qualcosa sarebbero finiti in galera. A Khartoum invece domani festa grande per il ritorno del leader. Nessuno sa che avrebbe potuto invece non tornare.

Africa ExPress

Il presidente sudanese Omar al-Bashir (al centro) durante il vertice dell’UA in Sudafrica. Alla sua sinistra il leader del Congo Brazzaville, Denis Sasso-Nguesso, e alla sua destra il primo ministro della Repubblica Saharawi Democratica,  Abdelkader Taleb Oumar. La foto è di Gianluigi Guercia per la France Presse

Shebab inglese convertito all’islam ucciso in battaglia in Kenya

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 14 giugno 2015

Thomas Evans, terrorista inglese convertitosi all’islam con il nome di Abdul Hakim, è stato ammazzato stamattina assieme ad altri 10 combattenti al shebab (di cui due di origine caucasica, di cui non si conosce ancora il nome) durante un attacco contro la base militare keniota Baure Camp, nei pressi di Lamu, nel nord del Kenya, poco distante dal confine con la Somalia. Durante il combattimento sono morti anche due soldati.

L’attacco alla base militare è avvenuto alle 5,45. La battaglia secondo le prime informazioni giunte a Nairobi è durata un paio d’ore. I miliziani sono stati respinti , hanno lasciato sul terreno 11 morti, mentre i sopravvissuti sono scappati in una vicina foresta o addirittura hanno varcato il confine con la Somalia. I soldati hanno recuperato 13 fucili mitragliatori kalashnikov, 5 lanciarazzi RPG e otto razzi.

Thomas Evans

Con un comunicato mandato ai giornali a Nairobi, gli shebab, che si autoconsiderano la filiale di Al Qaeda in Africa Orientale, hanno rivendicato l’attacco aggiungendo la loro versione: “Abbiamo ucciso un gran numero di soldati kenioti”.

Thomas Evans, che aveva 25 anni, si era convertito all’islam quando ne aveva 19. Abbandonati gli studi, gli amici e i suoi hobby, era partito per la Somalia arruolandosi tra gli shebab. La madre Sally aveva tentato invano di riportarlo a casa.

Più o meno un anno fa aveva rilasciato un’intervista struggente ad alcuni giornali inglesi: “Non voglio che mio figlio diventi un kamikaze e ammazzi gente innocente. Preferisco vederlo dietro le sbarre che morto”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nigeria: promesse, parole e annunci, nelle parole del nuovo presidente Buhari

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City, 12 giugno 2015

Dall’insediamento della nuova amministrazione del generale ex golpista Muhammadu Buhari, il 29 maggio scorso in Nigeria, non sembra che le previsioni fatte da molti osservatori si stiano realizzando.

Una decina di giorni prima della transizione democratica al nuovo governo, il Pease è piombato in un’acuta crisi petrolifera con il prezzo di benzina che ha sfiorato i 2 euro al litro e in alcune metropoli, come Lagos e  la capitale Abuja, ha superato questa soglia.

Striscione change

I petrolieri battevano cassa per ottenere il sussidio concordato con il governo precedente di Goodluck Jonathan e siccome i milioni di dollari non arrivavano hanno ritenuto che l’arma migliore per costringere al pagamento fosse quella di sabotare gli interessi della collettività. Risultato si è acuito così, lo stato di bisogno, di povertà e di indigenza dei cittadini comuni. Il braccio di ferro tra governo e petrolieri è ancora in corso.

Delle 97 naira, poi diventate 87, annunciate a gennaio, dal Ministro Deizani Alison Madueke, come nuovo costo della benzina (era una buona notizia d’inizio anno probabilmente come parte della campagna elettorale), il prezzo è passato oggi tra le 120 – 150 naira (circa un euro) al litro. Questa spesa grava pesantemente sul già magrissimo bilancio familiare dei nigeriani. Per questo motivo, l’inizio del governo di Buhari non è stato dei migliori e sembra che il Paese annaspi nel più completo buio pesto.

Dei 170 millioni circa di abitanti della Nigeria, molto meno di 10 millioni hanno potuto seguire in televisione l’inaugurazione del nuovo governo. Un altro numero esiguo avrà seguito l’avvenimento via radio (con le pile). La radio è in Nigeria il maggiore mezzo di comunicazione di massa: il 70 percento della popolazione usa la radio per informarsi e restare aggiornata.

Previsioni buone sul governo di Buhari ancora non ce ne sono. I giorni precedenti all’insediamento, il gruppo di Boko Haram ha proseguito con i suoi attachi terroristici dando una tregua di qualche giorno solo il 27, 28 e 29 maggio, per poi riprendere immediatamente dopo, le sue azioni nefande nel nordest. L’ultimo attacco stato registrato il 4 giugno a Shetimare, nella provincia di Kaga, nello Stato del Borno.

pompa affolata

Buhari consapevole che ormai la situazione della sicurezza nazionale è sfuggita di mano o, comunque, è divenuta  incontrollabile, come primo atto da presidente e capo delle Forze armate, ha imposto il trasferimento del quatiere generale dell’esercito da Abuja a Maiduguri, la città dove è nato Boko Haram e dove rimarrà fino a che il gruppo terrorista sarà sconfitto.

Inoltre, i suoi primi due viaggi all’estero da Presidente, sono stati in Niger, prima, e in Chad, subito dopo. Questo, per la rilevanza strategica di queste due nazioni nella lotta al terrorismo e specificamente per il ruolo che questi due Paesi possono giocare nel contenimento del movimento, dei suoi membri e delle loro risorse, dentro e fuori dalla Nigeria.

Altro punto dolente è quello della corruzione dominante. Le promesse elettorali di lotta senza quartiere a questo cancro che divora la società nigeriana, sono ancora agli annunci sulle azioni che il nuovo governo intende prendere. Ma Buhari ha voluto precisare a scanso di equivoci, che non scatenerà la caccia alle streghe. In questa frase sembra che si sia già cambiato il programma: le mani in pasta sono diverse, ma non cambia la pasta e la lotta alla corruzione vera potrà aspettare. Magari si colpirà qualcuno da utilizzare come capro espiatorio.

La composizione del nuovo gabinetto dei ministri è ancora in fieri, in divenire. Pochi giorni fa il portavoce del presidente Mallam Garba Shehu, ha riferito che Buhari chiede tempo e pazienza ai cittadini per la formazione della compagine. Tuttavia, ha già cominciato a stilare una prima lista di 15 consiglieri, che è stata inviata al Senato per l’approvazione. Il 3 giugno  si è diffusa la notizia secondo cui il presidente starebbe per affidare a se stesso, il decastero del Petrolio e Gas, unica fonte rilevante dell’introito nazionale. Non vuole nominare in quel posto persone che non godono della sua fiducia.  L’ha comunicato alla Reuters il braccio destro del presidente, il quale ha aggiunto: “Il settore del petrolio e gas in Nigeria è così sporco che nessuno della classe dirigente ha le mani sufficientemente pulite per guidare il ministero e operare il cambiamento necessario”.

Bisogna ricordare che,  Buhari stesso ha familiarità con il settore, tenuto conto che, durante il regime militare di Sani Abacha,  ha ricoperto la carica di Capo del Petroleum Trust Fund e sotto il regime dittatoriale di Olusegun Obasanjo, era il Ministro del Petrolio e Gas. L’obiettivo annunciato dall’odierno presidente ex golpista e ora presidente democratico Buhari è di rivitalizzare il settore della raffinazione del greggio che risulta inesistente viste le condizioni decrepite delle raffinerie presenti.

Pur essendo l’ottavo produttore di petrolio al mondo, la Nigeria non ha raffinerie in grado di produrre carburanti quindi deve importare benzina e gasolio con il risultato che dipende dagli umori dei petrolieri, che ora si sono trasformati in “sabotatori”. I lavoratori del settore petrolifero, a loro volta, hanno chiesto al Presidente di mettere chi vuole a capo della NNPC (Nigerian National Petroleum Corporation), l’ente petrolifero di Stato, equivalente all’italiana ENI, ma non un politico. Gli hanno poi ricordato di rispettare il contratto firmato con i nigeriani secondo cui avrebbe creato nuovi posti di lavoro (due milioni per l’esettezza), la maggior parte dei quali destinata ai giovani.

Buhari aveva anche indicato il settore privilegiato per la riforma: l’agricoltura, un settore che la maggioranza dei giovani del mondo (e quindi anche della Nigeria) schivano, anche se poi, per necessità, si adeguano.

signora alla pompa

Per dare ossigeno alle casse dello Stato, il presidete sta predisponendo anche il taglio dei costi della politica, a partire dal suo stipendio, che sarà ridotto del 50  percento. Intende poi tenere i ministri fuori dalla gestione diretta degli appalti pubblici, come ha riferito il capo dei servizi della Federazione, Dantali Kafasi.  E per sottolineare la serietà della nuova amministrazione nella lotta alla corruzione, vuole riaprire il caso Halliburton, che vede pezzi da novanta della classe dirigente nigeriana (ex vice presidente della Repubblica Federale, ex ministri) e affaristi di uguale livello degli Stati Uniti d’America, coinvolti in una frode di oltre 300 milioni di dollari, nell’ambito di un progetto truccato nel settore del gas naturale liquefatto.

Lo slogan del nuovo governo è: “Change”, cioè cambiamento, svolta in italiano. Un’inversione di rotta auspicato da molti nigeriani. Nel frattempo però si assiste ad annunci e previsioni sconfortanti. Il partito di governo All Progressive Congress, APC ha comunicato al mondo nel suo sito ufficiale – e l’ha fatto in una maniera assolutamente moderna, innovativa e tecnologica – di aspettare. Infatti, si vede una pagina con il simbolo di “Avvio”, usato nei computer,  ingranditata a tutta pagina con scritte le seguenti parole: “Restarting Nigeria: this may take several months. Please wait… ” E sotto la barra che segnala la progressione dell’avvio,  si legge: “1% done”. Messaggio chiarissimo e lanconico. Ci vuole tempo, aspettate.  Ma che sarà mai questa svolta?

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
#BringBackOursGirls 

Gioventù rubata ai bambini che lavorano nelle miniere clandestine in Ghana

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Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 giugno 2015

Il “lavoro” di un bambino dovrebbe essere il gioco, andare a scuola, studiare, trascorrere il tempo libero in allegria con gli amici. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro, per centoventi milioni di minori tra i cinque e quattordici anni purtroppo non è così. Sono costretti a lavorare per contribuire al sostentamento della famiglia. Peccato che ci si ricordi di questa forma di schiavismo, perché è di questo che si tratta, solamente il 12 giugno, nella giornata mondiale contro il lavoro infantile.

Samar è una ragazzina di soli undici anni. Da due, vende gomme da masticare in un parco a Khartoum, la capitale del Sudan. Lei e la sua famiglia si sono trasferiti nella capitale due anni fa. Di mattina Samar frequenta la scuola, poi è costretta a prendere due mezzi pubblici per raggiungere il parco. Durante la settimana lavora più o meno tre ore al giorno, il doppio durante il fine settimana e le vacanze. Riesce a racimolare in media due dollari al giorno. Ama la scuola, lo studio e sogna di diventare un grande avvocato.

MINIERA

Quest’anno la scuola dovrà attendere. Non ci sono i soldi necessari. La ragazzina frequenta un istituto pubblico, non si paga alcuna retta, ma ci sono altre spese da sostenere: acquistare l’uniforme, i libri e tutto il resto. Anche se mamma e papà lavorano, le cure di uno dei suoi fratellini, colpito da una grave insufficienza renale, costano e il denaro non basta per tutto.

In un suo rapporto di 82 pagine, intitolato “Metallo prezioso, mano d’opera a poco prezzo: Lavoro minorile e la responsabilità delle imprese”  del 10 giugno 2015, Human Rights Watch ha analizzato il lavoro minorile nelle miniere d’oro del Ghana, muovendo accuse al governo ghanese, oltre che ai proprietari delle miniere e alle società internazionali che acquistano il prezioso metallo in questo Paese.

Human Rights Watch documenta come migliaia diminori ghanesi siano costretti a lavorare in condizioni rischiose e pericolose in queste miniere artigianali, i cui proprietari spesso non sono nemmeno in possesso di una licenza. I giovanissimi estraggono il minerale, lo caricano per portarlo all’esterno, lo frantumano e infine lo trattano con una soluzione tossica di mercurio. La maggior parte dei giovani ha un’età tra 15 e 17 anni, ma molti sono anche più giovani. Tutto ciò è una violazione delle leggi Internazionali e di quelle dello Stato del Ghana.

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Juliane Kippenberg autrice del rapporto e ricercatrice per i diritti dei minori presso Human Rights Watch, spiega: “Alcuni lavori possono essere svolti anche da minori, ma non questo. Troppo pericoloso. Le compagnie che acquistano l’oro dalle miniere del Ghana dovrebbero esercitare controlli severi e accertarsi che in tutta la fase di estrazione del minerale non vengano impiegati minori”.

Molti tra giovani intervistati, quarantaquattro per la precisazione, sono stati feriti, (uno è pure deceduto a causa del crollo di una miniera), hanno dolori e soffrono di problemi respiratori collegati alla loro attività di minatori, rischiano danni cerebrali e/o disabilità permanenti causate da avvelenamento di mercurio. Molti ragazzini lavoratori frequentano anche la scuola, altri sono minatori proprio per potersi pagare gli studi.   Purtroppo per problemi legati alla loro attività, l’abbandono scolastico è comunque abbastanza elevato.

Il Ghana è tra i dieci maggiori produttori d’oro al mondo e il prezioso minerale viene acquistato da grandi compagnie, per lo più svizzere e degli Emirati Arabi, che si occupano della raffinazione del metallo che, prima di arrivare a destinazione, passa attraverso una fitta giungla di intermediari. Una volta raffinato, le grandi società a loro volta, rivendono l’oro alle banche, ai grandi gioiellieri, all’industria elettronica e altri.

Ghana gold mines

Human Rights Watch ha analizzato le politiche aziendali dei maggiori acquirenti di oro proveniente dal Ghana, con il risultato che alcune delle compagnie controllano poco o nulla nelle fasi di estrazione, altre invece, una volta appurato il coinvolgimento di minori nelle miniere, hanno addirittura deciso di non raffinare più oro ghanese .

La società statale ghanese, la “Precious Metals Marketing Company” non effettua alcun controllo sul lavoro minorile nelle miniere e la Commissione mineraria governativa concede licenze per l’esportazione, ma non si cura minimamente del rispetto dei diritti umani. Il controllo del governo sul lavoro minorile non è sistematico e le istituzioni per la protezione dei minori non sono sufficientemente adeguate.

“Il Ghana dovrebbe elaborare una strategia  sicura, professionale e senza l’impiego del lavoro minorile nell’estrazione dell’oro in Africa.  Solo così, grazie all’oro del Paese, i bambini del Ghana potranno avere una vita migliore”, conclude nel suo rapporto la Kippenberg.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Amnesty International: the UN report on Eritrea urges strong action

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Rachel Nicholson
Nairobi, 13 June 2015

On Monday this week, the United Nations Commission of Inquiry (COI) on Eritrea released its much-anticipated report on the human rights situation in the country from independence to date. Its findings are damning: systematic, widespread and gross human rights violations have been and continue to be committed under the authority of the government. While not mandated to investigate crimes under international law, the Commission also posited that crimes against humanity may have been committed in Eritrea and called for further investigations to be carried out.

In 484 pages of detailed findings, based on interviews with 550 witnesses and 160 written submissions, the Commission describes the rule by fear through which Eritrean citizens are systematically stripped of their fundamental freedoms: in the report’s own words, ‘controlled, silenced and isolated… abused, exploited and enslaved.’

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The Commission’s findings tally with the violations reported consistently by Amnesty International and other human rights organizations over many years, including extrajudicial killings, arbitrary arrests and incommunicado detention, enforced disappearances, torture, forced labour in indefinite national service and severe restrictions on freedom of expression and religion. In the 22 years since independence, the government has systematically crushed any opposition, silenced all forms of dissent and punished anyone who refuses to comply.

The report is all the more significant given the government’s outright hostility to any monitoring of the human rights situation in Eritrea. Access to the country is closely controlled by the government, which has consistently refused entry to anyone that might scrutinise their human rights record too closely or too publicly. The COI, the UN Special Rapporteur on Eritrea, the African Commission on Human and Peoples’ Rights, and independent human rights organizations such as Amnesty International have all repeatedly been denied access to Eritrea. Those visits that are permitted are closely choreographed.

This control extends far beyond Eritrea’s borders. Chillingly, the Commission reported that almost all the victims and witnesses they spoke to, all outside the country, feared reprisals by the authorities, either against themselves or family members still living in Eritrea, and believed that the authorities were able to monitor their activities through a network of spies and informants in the diaspora.

CONTINUING OBLIGATION TO PROTECT THOSE WHO FLEE

Against this backdrop of fear, intimidation and a stranglehold on the free flow of information, a number of Western governments have in recent months attempted to paint a more positive image of the situation in Eritrea. On the back of a short fact-finding mission with limited access, the Danish Immigration Services for example produced a now widely discredited report which asserted that the human rights situation is ‘not as bad as it has been described’ by organizations such as Amnesty International and drew the conclusion that it would be safe to return some Eritreans to the country.

INCAPRETTATO

One of the COI’s most significant conclusions, however, is that it is indeed the human rights situation in Eritrea that lies behind the ever-increasing number of Eritreans leaving their country at the rate of around 5,000 people every month. It notes that to ‘ascribe their decision to leave solely to economic reasons is to ignore the dire situation of human rights in Eritrea and the very real suffering of its people.’ The Commission is very clear in its recommendation: pending tangible evidence of reforms, the international community must continue to provide protection to all those who have fled and continue to flee the dire human rights situation in Eritrea.

REASSESSING THE PARAMETERS OF INTERNATIONAL ENGAGEMENT

The Commission’s findings also necessitate a fundamental reassessment of current trends in engagement with Eritrea on the part of the region and the rest of the international community. While some governments have been eager to jump on the slightest indications of reform to open the way for the repatriation of some Eritreans, far greater proof is needed before bringing in significant policies changes, such as in the area of asylum, where people’s lives and wellbeing are at stake.

The Danish, British and Norwegian authorities have all carried out brief fact-finding missions to the country, during which they have received reassurances that, for instance, the government intended to comply with an 18-month limit on compulsory national service. It is worth pausing to note that this is simply a commitment to comply with Eritrea’s own laws as they stand, rather than the current practice of extending the term of service for many years and frequently indefinitely.

HELP ME

In the context of the absolute repression in the country, this would indeed mark a sea change in behaviour – if proven. Independent and unfettered access for human rights monitors is therefore essential, and according to media reports, the Norwegian Minister of Justice has at least acknowledged that they did not have good enough knowledge of the conditions in the country to begin to return people, and sought to secure access for experts and observers to assess the situation.

The Commission has recommended that the government seek technical assistance from the Office of the UN High Commissioner for Human Rights and other agencies, as appropriate, to help them implement their recommendations, as well as recommendations from Eritrea’s universal periodic review and made by other human rights mechanisms.

If this is to have any meaning, these agencies must ensure that human rights is at the centre of their engagement and they must, for example, insist on immediate access for the Special Rapporteur on Eritrea and others, including to the scores of detention facilities identified by the Commission. Providing technical assistance on implementing human rights recommendations in a context where human rights monitors and observers do not have access to monitor, document and report on the situation would be impossible, and attempts to do so may defeat its very purpose.

Amnesty International has reported on the thousands of prisoners of conscience and political prisoners held by the Eritrean authorities in secret detention, without charge or trial. Many hundreds of families are not informed of arrests or of the whereabouts of their relatives; have never heard from them after their arrest and do not know if they are alive or dead. Some have even been arrested and detained themselves for asking questions about their family members. The COI has also reported on numerous cases of secret detentions amounting to enforced disappearance.

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As a bare minimum indication of the government’s willingness to reform, regional governments and the rest of the international community mustthe release of political prisoners and victims of enforced disappearances, where this is not possible, information on their fate and the steps taken to ensure accountability for serious human rights violations committed against them. To fail to do so is an insult to the thousands upon of thousands of people detained simply for what they have said or for their beliefs.

As the Human Rights Council prepares to respond to the Commission’s report in two weeks’ time, concern for human rights and the wellbeing of Eritrean citizens must be at the heart of the regional and international engagement with Eritrea. Anything less is a betrayal of the trust of the hundreds of Eritreans who dared to speak out and share their testimony with the Commission.

Rachel Nicholson

Rachel Nicholson is the Horn of Africa Campaigner for Amnesty International 

La dittatura in Eritrea inchiodata dal rapporto ONU: l’Italia non può essere complice dei tiranni

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EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi

A leggere il rapporto della commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani in Eritrea si resta annichiliti e attoniti e viene anche una certa amarezza al pensiero dei tanti giornalisti, me compreso,  che hanno sostenuto la guerra di liberazione combattuta dai patrioti  per l’indipendenza dell’ex colonia italiana.

Quante speranze di libertà e di sviluppo erano contenute in quella lotta di liberazione. E quante menzogne raccontava il suo leader, quell’Isaias Afeworki, che da 22 anni governa con il pugno di ferro un Paese che allo scoppio della Seconda Guerra mondiale era il più industrializzato dell’Africa dopo il Sudafrica e ora è uno tra i più poveri.

primo piano di Afeworki

L’Italia in questi anni ha aiutato l’Eritrea oltre misura, ha subito dal perfido dittatore grandi umiliazioni.  Lui ha espulso i nostri diplomatici e l’Italia non ha fiatato. Berlusconi, quando era presidente del Consiglio, ha ospitato il tiranno sul suo panfilo in navigazione nel Mediterraneo, probabilmente anche perché il fratello Paolo cercava di fare affari nel piccolo paese del Corno d’Africa.

Ma l’amarezza si trasforma in rabbia quando si leggono le dichiarazioni irresponsabili di alcuni politici che propongono di bombardare i barconi, di non accogliere i migranti che scappano dall’inferno. Vorrei sbattere il rapporto dell’ONU sulla scrivania di Salvini o di Maroni, vorrei costringerli a leggere e imparare a memoria le 484 pagine del documento, prima di sparare le loro incoscienti e scriteriate proposte. E vorrei ricordare ai capi leghisti che proprio un loro ex amico, e assessore di una delle giunte Formigoni, Piergianni Prosperini, faceva affari con il dittatore e lo riforniva di armi. Armi servite a stringere il maglio della repressione e quindi costringere alla fuga centinaia di giovani.

La gente che scappa dall’Eritrea sa che rischia di morire durante il viaggio atroce. Eppure parte lo stesso. Tra la certezza di morire in patria e il tentativo di sopravvivere in Europa i disperati scelgono quest’ultima strada. Noi che siamo un popolo di migranti ora ci ritroviamo a strapazzare i migranti. Noi che abbiamo subito anni di umiliazioni, ora dovremmo trasformarci in aguzzini che umiliamo.

Gli echi delle proposte scellerate arrivano qui in Africa, eccome. Nei villaggi più sperduti nelle foreste, dove ci accoglieva gente che snocciolava a memoria i nomi della formazione della nostra nazionale di calcio qualche anno dopo si ironizzava sul bunga-bunga. Ora ci si rinfaccia di voler sparare su chi chiede aiuto.

Per fortuna l’Italia (e gli italiani) non sono proprio così, anche se questa faccia (e non quella dell’ospitalità e dell’accoglienza) è quella che emerge qui in Africa.  L’Italia non può essere complice dei tiranni come vorrebbe qualche leader politico. E non solo per un male interpretato sentimento buonista. Ma anche perché i nostri interessi a lungo termine sono convergenti con quelli dei migranti. Loro vogliono restare in patria, noi vorremmo che restassero in patria, ma per questo occorre impedire ai governi dittatoriali di esercitare il potere arbitrariamente e con la forza.

Cominciamo, per esempio, a seguire l’esempio della Svezia che ha incriminato Isaias Afeworki e altri alti papaveri della dittatura eritrea per crimini contro l’umanità. Occorre dire basta con l’impunità per chi ha mani e la coscienza macchiate di sangue.  Non è forse vergognoso accogliere gli assassini e ladri con il tappeto rosso? Se al posto della tirannia in Eritrea ci fosse un regime non del tutto arbitrario come è quello attuale, forse i giovani non avrebbero più nessun motivo di fuggire dalla loro patria.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

N.B. Non vale sostenere, come già immagino faranno in tanti, “la legge italiana non lo permette”. E’ vero; ma nulla vieta al nostro parlamento di varare una legge che contempli la “legislazione universale”, come già fanno alcuni Paesi occidentali. Forse manca la volontà politica. E questa è la cosa più grave.

Nella foto il presidente dell’Eritrea Isaias Afeworki

Oscar Pistorius libero entro la fine di agosto

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 giugno 2015

Oscar Pistorius, l’atleta sudafricano condannato a cinque anni di prigione per aver ucciso “per errore” la fidanzata, potrebbe poter scontare il resto della pena agli arresti domiciliari. La legge sudafricana prevede, infatti, che un detenuto “non pericoloso” debba espiare solo un sesto della pena inflitta in carcere.

Pistorius è stato condannato nell’ottobre 2014 per omicidio colposo, dopo un processo durato ben sette mesi, dunque è stato incarcerato e da allora è detenuto nella prigione “Kgosi Mampuru II”  di Pretoria, la capitale del Sufafrica. Zach Modise, commissario dei servizi penitenziari sudafricani, ha riferito ai reporter della BBC che la direzione dell’istituto correzionale di Pretoria avrebbe fatto ufficialmente richiesta per la scarcerazione dell’atleta proprio la scorsa settimana.oscar_pistorius_reeva_steenkamp

Il campione fu accusato di aver ucciso la sua fidanzata, Reeva Steenkamp, di 29 anni, laureata in giurisprudenza, modella e star della tv sudafricana, proprio il giorno di San Valentino del 2013. Fu trovata morta in un bagno con la porta chiusa nella villa del fidanzato. L’accusato ha ammesso di aver sparato, pensando che nel bagno si trovasse un intruso.

Durante il processo la pubblica accusa aveva chiesto una condanna per omicidio, ma la Corte ha creduto alle dichiarazioni di Pretorius, infliggendogli una pena più lieve per omicidio colposo.

Il procuratore di Stato si è appellato a tale sentenza e a novembre si aprirà un nuovo processo, con il rischio di una nuova condanna per l’atleta, amputato a entrambe le gambe dalla tenera infanzia, perchè nato con una grave malformazione agli arti inferiori. L’accusa spera che venga riconosciuto colpevole di omicidio. In tal caso dovrebbe tornare in carcere, visto che la pena prevista dal codice penale sudafricano per tale reato non è inferiore a quindici anni di detenzione.

al processo

Oscar Pistorius è stato un idolo, un esempio da imitare, per molti anni. Correva più veloce di una gazzella con protesi costruite appositamente per lui in fibra di carbonio. Ha partecipato a diverse paraolimpiadi, e, come primo atleta diversamente abile, nel 2008 è stato autorizzato a gareggiare con i normodotati. Nel 2011 ha preso parte ai mondiali di Daegu (Corea del Sud) ed alle Olimpiadi di Londra nel 2012.

Era noto come “The fastest man on no legs” (l’uomo più veloce senza gambe) oppure come “Blade Runner”, mentre le sue protesi erano denominate “cheetah” (ghepardo).

Nel 2012 la cantante Mariella Nava gli ha dedicato una canzone “La mia specialità”.

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Un genio, che ha saputo trasformare, con costanza e duro allenamento, la sua disabilità in successo, grazie al quale ha dato a molti nuove speranze. Peccato aver sprecato tutto ciò.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes 

Nella foto in alto Oscar Pistorius e Reeva Steenkamp in basso l’atleta durante il processo