13.6 C
Nairobi
sabato, Aprile 11, 2026

La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...
Home Blog Page 454

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

2

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 giugno 2015

Il presidente del Mali, Boubacar Keita, non ha saputo trattenere l’emozione sabato, 20 giugno 2015: ha abbracciato uno dei leader dell’Azawad, Sidi Brahim Ould Sidati  della coalizione dei movimenti per l’Azawad (CMA) e un rappresentante del Movimento arabo per l’Azawad (MAA) in rappresentanza dei rispettivi gruppi hanno finalmente posto la firma sul “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”.  Il presidente ha salutato così lo storico avvenimento: “Mano nella mano, insieme, potremo costruire un Mali migliore: lunga vita alla riconciliazione in Mali, lunga vita alla pace”.

Con la speranza che tutti i punti del trattato vengano rigorosamente tradotto in fatti.

Abbraccio

Lo scorso 15 maggio i leader del CMA non si presentarono alla cerimonia tenutasi a Bamako, capitale del Paese, per controfirmare l’accordo, perchè non soddisfatti di alcuni punti del testo. Ora le loro richieste sono state, almeno in parte, soddisfatte: una limitata autonomia per i territori del nord è stata concessa dal governo centrale, ma sempre nell’ambito di uno Stato unitario. Inoltre sono state fatte altre concessioni: un programma per incrementare lo sviluppo per l’Azawad e un piano per la sicurezza nel nord del Paese.

Alla cerimonia, svoltasi in tono minore, erano presenti anche Mongi Hamdi, capo della missione ONU in Mali, alcuni ministri degli esteri di Stati confinanti, i rappresentanti diplomatici di Francia e  USA, nonché Ramtane Lamamra, ministro degli esteri dell’Algeria, capofila dei mediatori internazionali.

Anche il ministro degli esteri francese, Jean Yves Le Drian ha espresso grande soddisfazione per il risultato raggiunto e ha sottolineato: “La Francia collaborerà e vigilerà affinchè i punti stilati nell’accordo saranno rispettati”.E lunedì, 22 giugno si è recato immediatamente a Bamako per congratularsi con Keita e a Goa, nel nord del Mali.Pattuglia francese a timbuctu

Le Drian ha assicurato il pieno appoggio della Francia specie per quanto concerne la sicurezza, uno dei punti chiave del trattato di pace. Ha auspicato una maggiore collaborazione tra MINUSMA (la forza multinazionale dell’ONU presente in Mali) e Barkhane (Forza francese presente nel Sahel con 3000 uomini)

MINUSMA e le forze armate del Mali, in collaborazione agli uomini dell’operazione francese Barkhane resteranno in campo, cercando di isolare le bande armate e incontrollate di jihadisti-narcotrafficanti, ancora attive in alcune parti nel Nord del Paese, che generano terrore e insicurezza.

Le Drian ha specificato che i militari francesi resteranno nel Sahel (Niger, Mali Mauritania, Ciad, Burkina Faso) per proseguire la lotta contro i jihadisti.

cerimonia firma

Anche il ministro della difesa del Mali, Tiéman Coulibaly, è convinto che nelle regioni del nord ci sia ancora molto lavoro da svolgere per eliminare i gruppi armati di matrice jihadista.

Secondo l’ONU, ancora oggi oltre centoquarantamila maliani sono rifugiati e continuano a vivere fuori dal Paese. Il nuovo trattato di pace dovrebbe permettere loro di tornare a casa in un prossimo futuro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nella foto in alto il presidente Ibrahim Boubacar Keita abbraccia un rappresentante tuareg, più sotto pattuglia francese a Timbuktu, infine la cerimonia della firma.

UPDATE Mogadishu: Bomb Against United Emirates Convoy. Twelve killed

0

Telegram from Somalia
Africa ExPress stringer
Mogadishu, 24 June 2015

More than 12 persons dead while, more than dozens wounded when a suicide car bomb attacked a convoy of delegation of the United Arab Emirates trying to visits a military sites they reconstruct, eyewitness said after the explosion.autobomba

Hospital sources said more than 23 wounded people brought, some of them are in severe conditions. Independent sources said the dead people include 8 civilians, 4 soldiers guarding the delegation and 2 suicides.

Other details will send later when I got.

UPDATE 
Death toll of soldiers r increased and reached 8, as local websites mentioned tonight. also, the convoy of UAE was carried and escaped to death the Ambassador of the UAE in Mogadishu, Mohamed Al-Othman, as local media reported. And, the spokesman of the Ministry of Internal security said the NISA (National Intelligence and Security Agency) forces were chasing all the morning to the suicide car and aborted to make more casualties.

Africa ExPress Mogadishu Stringer

Arrestato a Londra generale ruandese accusato di aver trucidato cooperanti spagnoli

2

Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
Nairobi, 23 giugno 2015

Uno dei più importanti ufficiali dell’esercito ruandese, il generale Emmanuel Karenzi Karake, capo dello spionaggio del piccolo Stato africano, è stato arrestato a Londra in ottemperanza a un mandato di cattura internazionale emesso dai giudici spagnoli. L’ufficiale, che ha 54 anni,  era ricercato per crimini di guerra contro i civili. I magistrati britannici, dopo averlo interrogato e avergli letto i capi di imputazione sabato scorso, anno confermato il suo arresto, almeno fino alla prossima udienza, prevista per domani, giovedì.

Karake, di etnia tutsi, ha partecipato, come comandante del Rwandan Patriotic Front (RPF) alla guerra del 1994 contro la dittatura, dominata dagli hutu, di Juvenal Habyarimana. Negli anni successivi ha combattuto in Congo-K dopo il genocidio del 1994, durante il quale furono uccisi almeno 800 mila tutsi e hutu moderati. Un giudice iberico nel 2008 l’ha accusato, come capo dell’intelligence ruandese di aver ordinato l’omicidio di tre spagnoli che lavoravano per l’organizzazione Médicos del Mundo. Ma quello di Karake non è l’unico nome che compare nel mandato di cattura emesso a Madrid. In quel documento ci sono altri 40 nomi.EMMANUEL KARENZI KARAKE

Ma Kerake è stato vicecomandante della missione ibrida Nazioni Unite/Africa Union in Darfur (UNAMID) che ha lasciato nel 2009. La sua nomina aveva provocato le proteste di Human Rights Watch che in quell’occasione l’aveva accusato di aver ordinato attacchi contro i civili durante la guerra combattuta tra Ruanda e Uganda in Congo-K all’inizio degli anni 2000. Era giunto a Londra per affari da qualche giorno e secondo il suo avvocato non era la prima visita nella capitale britannica.

Jordi Palou-Loverdos, l’avvocato di nove vittime spagnole uccise dai ruandesi ha espresso al al Guardian la speranza che Karenzi Karake sia consegnato ai giudici per essere processato, “con un processo leale e giusto”.

Gen. Patrick Nyamvumba

Ma fonti riservate contattate da Africa ExPress a Johannesburg, hanno aggiunto: “Qui in Sudafrica sono stati ammazzati alcuni dissidenti ruandesi. In particolare il giorno di capodanno del 2014 è stato trovato strangolato nella sua camera d’albergo, il generale Patrick Karegeya, ex capo dell’intelligence esterna ruandese, fuggito dal suo Paese perché accusato di aver complottato contro il presidente Paul Kagame. Gli assassini non sono mai stati individuati. Un altro ufficiale in esilio, il generale Patrick Nyamvumba, che ha comandato la missione internazionale UNAMID in Darfur, nel 2009, ha subito un attentato da cui si è salvato per miracolo. Ebbene siamo certi che Kerenzi Karake, arrestato a Londra ne sa qualcosa. Speriamo che anche i nostri giudici si muovano”.

Arturo Rufus
arturo.rufus7@gmail.com

Nella foto in alto il generale Emmanuel Karenzi Karake, in basso il generale Patrick Nyamvumba

E’ proprio normale che Pistelli da viceministro degli esteri passi alla vicepresidenza dell’ENI?

0

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi

La politica italiana si sta conformando sempre più al modello americano, dove le commistioni profonde con l’economia allargano sempre più il solco tra ricchi e poveri. Lapo Pistelli, viceministro degli esteri, lascia la Farnesina e approda alla vicepresidenza dell’ENI. Nessuno sembra abbia nulla di dire. Anestetizzati e narcotizzati, i giornali registrano la notizia e quasi fanno a Pistelli gli auguri. Naturalmente anche Renzi fa gli auguri al neo vicepresidente, e non trova nulla di strano nel cambio di casacca.

Pistelli-Descalzi-638x425

Un giorno il capo della nostra legazione diplomatica in Nigeria mi confessò: “Qui l’ambasciatore non sono io. Chi fa la politica italiana è il capo dell’ENI. Io sono solo un passacarte”. Il passaggio di Pistelli dalla politica estera all’economia mostra dove sia arrivato il degrado morale di questo Paese. Nessuno protesta, nessuno critica (con un’eccezione, credo: solo Gasparri). Ormai è normale organizzare bunga bunga, o convegni sul niente alla Leopolda, o passare da viceministro di un governo ad una grossa multinazionale con cui da politico si erano avuti stretti rapporti.

L’Eni in questi anni è stata accusata di vari reati legati a corruzione e pagamenti di tangenti. Nei giorni scorsi il governo americano ha minacciato di portarla ancora alla sbarra. La Nigeria, il Congo Brazzaville e gli altri Paesi africani in cui opera l’ENI, secondo Transparency International, sono tra i Paesi più corrotti del mondo per le commissioni milionarie pagate sottobanco a politici e funzionari locali che rilasciano le concessioni petrolifere.

E che va a fare Pistelli in un mondo di corrotti e corruttori? Mi vengono, inevitabili, in mente ricordi precisi che fanno sorgere alcune domande, come per esempio: perché Lapo Pistelli, viceministro degli esteri, ha svolto un ruolo così importante nel tentativo di sdoganare un dittatore sanguinario come l’eritreo Isaias Afeworki (il più feroce al mondo, anche secondo rapporti delle Nazioni Unite), mentre le organizzazioni di profughi e perseguitati politici del tiranno protestavano?

 Secondo fonti contattate a Washington, il governo americano sta esercitando forti pressioni (anche se definite “amichevoli”) sul nuovo presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, perché riapra un caso di corruzione che coinvolge i contratti stipulati nel 1990 per l’impianto di liquefazione NLNG (Nigeria Liquefied Natural Gas). Nello scandalo fu coinvolta anche l’ENI, che, per evitare un processo negli Stati Uniti, scelse di pagare una multa di circa 500 milioni di euro.

Pistelli E Afeworki

Ma, saldata l’ammenda, nessun funzionario nigeriano è stato punito dal governo di Abuja. Perché, si domandano i giudici d’oltreoceano?

Le autorità americane ora vogliono vederci chiaro e hanno chiesto a Buhari – che è stato eletto con la promessa di combattere la corruzione in Nigeria e con l’aiuto (dicono le malelingue, ma c’è da crederci) del Dipartimento di Stato e del Pentagono – di riaprire il caso. L’Eni e le sue consociate rischiano di tornare alla sbarra e questa volta in America.

 Per quel che riguarda Lapo Pistelli occorre ricordare che è un fedelissimo di Renzi. E Renzi è stato il premier che ha nominato il nuovo presidente dell’ENI, Claudio De Scalzi, per anni capo della società in Nigeria. Il mondo del petrolio, si sa, è uno dei più corrotti e la Nigeria è uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo (l’ottavo, per l’esattezza). Molti dei politici nigeriani sono o sono stati inquisiti dalla magistratura americana per corruzione o riciclaggio di denaro proveniente da tangenti. Compreso un grande amico di De Scalzi, Abubakar Atiku, ex vicepresidente ai tempi di Olusegun Obasanjo, accusato, assieme alla moglie, di corruzione, appropriazione indebita e legami con le cosche mafiose siciliane.

 Io non tiro alcuna conclusione, lasciandola a chi sta leggendo queste righe.

Massimo A. Alberizzi

Nella foto in alto Pistelli e Descalzi, in basso l’ex primo ministro con Isaias Afeworki e in questo video la liberazione di due ostaggi italiani, tecnici dell’ENI, catturati dai guerriglieri del MEND e rilasciati nelle mani di Massimo Alberizzi e Mario Molinari.

[embedplusvideo height=”472″ width=”590″ editlink=”http://bit.ly/1FAkXm4″ standard=”http://www.youtube.com/v/C0m5uPdNYE0?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=C0m5uPdNYE0&width=590&height=472&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep6072″ /]

L‘Eni rischia di essere processata in America per le tangenti pagate in Nigeria

1

NEWS ANALYSIS
Africa ExPress
Washington, 18 giugno 2015

Secondo fonti contattate a Washington, il governo americano sta esercitando forti pressioni (anche se definite “amichevoli”) sul nuovo presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, affinché riapra un caso di corruzione che coinvolge contratti riguardanti l’impianto di liquefazione NLNG (Nigeria Liquefied Natural Gas), in Bonny Island, risalenti al 1990.

f1_0_eni-amnesty-international-italia-all-assemblea-degli-azionisti

Coinvolte nel caso criminale, oltre all’italiana SNAM Progetti, la francese Technip, il gruppo statunitense KBR e la giapponese JGC, società che avevano pagato ben 132 milioni dollari a funzionari nigeriani per vincere l’appalto per la costruzione della struttura. Per evitare un processo negli Stati Uniti, l’ENI, società che controlla la SNAM Progetti, e la Technip avevano scelto di pagare una multa di circa 500 milioni di euro.

impianti al tramonto

Ma quando l’ammenda è stata pagata nessun funzionario nigeriano è stato punito dal governo del presidente Umaru Yar’Adua, morto di malattia mentre era ancora in carica. Le tangenti sono state sborsate durante i mandati presidenziali di Sani Abacha (l’ultimo dittatore militare morto avvelenato), Abdulsalami Abubakar e Olusegun Obasanjo. Sono gli anni in cui l’attuale amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, occupava un posto di rilievo nelle attività della società petrolifera italiana in Nigeria.

Le autorità americane vogliono vederci chiaro e hanno chiesto a Buhari, che è stato eletto con la promessa di combattere la corruzione in Nigeria e con l’aiuto (dicono le malelingue, ma c’è da crederci) del Dipartimento di Stato e del Pentagono, di riaprire il dossier. L’Eni e la sua consociata rischiano di tornare alla sbarra e questa volta in America.

Africa ExPress

Rapporto OCSE sull’Africa: cresce il PIL. Ma anche la corruzione

0

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 22 giugno 2015

Il 18 giugno scorso è stato presentato, presso la sala Isma del Senato della Repubblica, il rapporto Ocse sull’economia africana per il 2015 (“African Economic Outlook 2015”), un incontro organizzato dalla Società Geografica Italiana (Sgi) e dal Centro Relazioni con l’Africa (Cra) in collaborazione con la Commissione Esteri della Camera dei Deputati e con l’Awepa (associazione dei parlamentari europei per l’Africa).

Il rapporto dipinge un Africa in rapida crescita, una terra che si dimostra oggi più che mai essere “terra di opportunità”, come è stato spesso ripetuto nel corso del convegno: secondo i dati contenuti nel rapporto infatti le economie africane evidenziano una crescita sempre maggiore che potrebbe attestarsi al 4,5% nel 2015 e del 5% nel 2016, avvicinandosi agli attuali tassi di crescita asiatici: un fattore non secondario, questo, che dimostra come la decisione di molti governi africani di legarsi a doppio filo con le economie asiatiche, in particolare la Cina, sia stata una scelta premiante, sul piano dei numeri.

SONY DSC

Ed è proprio contro la Cina che l’Unione Europea dovrà battersi, nel continente africano: gli investimenti diretti esteri (Ide) raggiungeranno 73.5 miliardi di dollari nel 2015, sospinti dalla crescita degli investimenti “greenfield” realizzati proprio da Pechino, ad oggi ancora il più grande partner commerciale dell’Africa proprio dopo l’Unione Europea. Un fattore non da poco, se consideriamo che l’Ue paga, per i suoi interessi, un prezzo umanitario non indifferente, se pensiamo all’esodo in atto dal Continente africano verso l’Europa. In questo senso, affermare che nei rapporti economici i benefici sono cinesi e i costi restano afro-europei non è poi tanto lontano dalla realtà. Paolo Sannella, presidente del Cra (Centro Relazioni con l’Africa) ha spiegato: “Il raddoppio della popolazione africana atteso entro il 2050 rende la modernizzazione delle economie locali di vitale importanza per incrementare la competitività del Continente e migliorare le condizioni di vita delle sue popolazioni”.

Come è stato sottolineato giustamente più e più volte durante l’incontro parlare di “Africa” è enormemente riduttivo: occorrerebbe parlare “di Afriche”: i flussi migratori, le suggestioni democratiche (ed i regimi sanguinari) ed ancora l’economia elefantiaca nell’Africa dell’est che si scontra con la corruzione endemica dell’economia “fast” del West Africa, che fa da collante a sua volta tra un nord preda di instabilità sociale (l’esempio tunisino, con un paese che nei parametri economici e in alcuni sociali era una vera punta di diamante per il Continente appena pochi mesi prima della primavera araba): in generale, scrive il rapporto, i livelli di sviluppo umano sono migliorati rispetto ai primi anni 2000, con 17 nazioni su un totale di 52 che hanno raggiunto livelli medi o alti di progresso.

Permangono, è stato spiegato, rischi di rallentamento della crescita dovuti alla permanente diffusione della povertà, cattiva distribuzione dei redditi e irregolarità degli sviluppi in materia di sanità e di istruzione: un tema, questo, analizzato con un taglio interessante dal rappresentante dell’Unione Africana Haladou Salha, che sul tema ha proposto addirittura di “presidiare i processi per corruzione”. La vera domanda che è venuta in mente a chi scrive, a dire la verità, è come sia possibile combattere la corruzione ed il riciclaggio dei proventi della corruzione in Italia se l’Italia stessa non è in grado ancora di perseguire la corruzione interna: è noto infatti che molti alti rappresentanti di molti regimi dittatoriali africani, come l’Eritrea o la Guinea Equatoriale, ma anche il Sudan, hanno interessi economici e proprietà personali in Italia, beni che non vengono in alcun modo messi a rischio come invece accade in sistemi giudiziari ed economici come Francia o Stati Uniti.

L’assunto di base è che le potenzialità di crescita del Continente non sono legate necessariamente a condizioni di partenza sfavorevoli: tutto sta nel cambiamento di equilibri geopolitici, nel modo in cui l’Africa e i suoi partner affronteranno le sfide future. Sfide come la disuguaglianza, la tutela dell’ambiente e la lotta alla desertificazione ed ai cambiamenti climatici, il terrorismo, i conflitti etnici che ancora perdurano in alcune zone del Continente: le aree con crisi ambientali, ha spiegato l’onorevole Erasmo Palazzotto, sono anche quelle ove proliferano la maggior parte dei conflitti, un dato che è decisamente interessante se inquadrato anche nei paradigmi economici dell’Ocse.

Il modo in cui si affrontano le sfide cambia radicalmente dalle condizioni di progresso che la stessa Africa sarà in grado di costruire, nonché dall’impegno delle economie più “stabili” nel farsi carico di analisi e risposte più efficaci ai problemi dell’Africa, come le emigrazioni. L’African Economic Outlook prevede e tematizza diverse opzioni in termini di policies, al fine di perseguire tale obiettivo, nel contesto delle dinamiche demografiche e spazio-territoriali, e considerando inoltre le costrizioni imposte dal contesto globale. Le prospettive di crescita dell’economia africana, e in particolare della domanda interna di beni e servizi che si ricollega al rapido incremento demografico, offrono prospettive interessanti per gli operatori economici italiani che continuano ad essere relativamente poco presenti e scarsamente competitivi.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

 

Nella foto l’ambasciatore Paolo Sannella e il rappresentante dell’Unione Africana Haladou Salha

Incoerenze, paure e minacce: così i rifugiati eritrei filo-regime possono perdere lo status di profugo

0

NEWS ANALYSIS
Africa ExPress

Dopo la pubblicazione del rapporto dell’Alta Commissione delle Nazioni Unite sulla violazione dei Diritti Umani in Eritrea, il regime di Isayas Afeworky accusa il colpo e organizza una manifestazione di protesta a Ginevra per il giorno 22 giugno.

Nei video di propaganda lanciati in rete dal regime, viene mostrata una folla sorridente che sventola una moltitudine di  bandiere colorate e ripete slogan al tempo di inni dittatoriali. Eccone qui sotto un esempio.

[embedplusvideo height=”361″ width=”590″ editlink=”http://bit.ly/1K34LBQ” standard=”http://www.youtube.com/v/i4LgsHMaV38?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=i4LgsHMaV38&width=590&height=361&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep1251″ /]

Per chi è abituato a identificate gli eritrei con le migliaia di profughi che fuggono dal loro paese massacrato, è davvero difficile capire chi sono questi altri eritrei allegri e ben vestiti che hanno ancora il coraggio di sostenere una dittatura ormai conclamata e riconosciuta da tutto il mondo, paragonabile solo a quella della Corea del Nord.

Se si riesce ad allontanare per qualche minuto il ricordo dei barconi, delle stazioni affollate di gente allo sbando, del traffico di esseri umani, delle prigioni segrete, delle torture e si cerca di analizzare chi sono gli Eritrei che da tutta Europa il 21 sera prenderanno i pullman per andare a Ginevra, forse la questione potrebbe apparire di più facile comprensione.

eritrea-map-screenshot (1)

Sono persone che per convinzione o per costrizione fanno parte della comunità eritrea filogovernativa, le cui attività, organizzate periodicamente nelle principali città europee, sono assolutamente imposte e controllate dalle ambasciate e dai consolati della dittatura. Tali attività sono inoltre spesso avvallate e sostenute dal governo italiano che recentemente, anche in seguito al processo di Khartoum, ha rafforzato le relazioni di amicizia Italia–Eritrea.

Ufficialmente per tentare di riavviare i rapporti di cooperazione con l’ex colonia e per mediare a livello europeo. La visita del viceministro Lapo Pistelli ad Asmara di qualche mese fa ha però di fatto ottenuto il risultato di consolidare le ambigue strategie politiche del regime. L’Italia ha già commesso parecchi errori nella sua ex colonia. Qualche anno fa, per esempio, furono regalati alcuni camion per trasportare aiuti umanitari. Poco dopo quei veicoli furono consegnati all’esercito, che in fatto di repressione delle libertà se ne intende.

Pistelli ha parlato di nuovo di aiuti umanitari, ma, in realtà, c’è il sospetto che cibo, medicine e altro servano a finanziare progetti di rimpatrio di chi è riuscito a scappare dall’inferno e programmi di rafforzamento delle frontiere per impedire ai poveracci di fuggire. Naturalmente i politici – non solo italiani ma anche europei – fingono di non sapere – grave responsabilità – che chi viene rispedito il patria verrà trattato come un traditore e condannato a morte certa.dimostrazioe

La comunità eritrea filogovernativa è l’organizzazione che funge da base per collusioni politiche di più ampie dimensioni e le persone che ne fanno parte sono coloro che per convinzione o per costrizione devono pagare una tassa del 2 per cento al governo eritreo, e questo vale anche per chi le tasse le paga già nel paese occidentale in cui da anni o da generazioni vive.

Sono coloro che, in nome di un nazionalismo esasperato, sostengono un regime che manda al macello i giovani costretti a rimanere in patria, tanto i loro figli studiano nelle migliori università del mondo; sono persone ricattabili in quanto, possedendo proprietà in Eritrea (specialmente case di villeggiatura, che usano solo per le vacanze), non possono avere nessun tipo di opinione o voce in capitolo che contrasti con i dictat del governo; sono persone che non si ribellano alle imposizioni per paura di ritorsioni sui familiari rimasti in Eritrea; sono persone che, se trovano scuse per non partecipare alle manifestazioni, vengono ulteriormente tassate; sono persone anziane che hanno perso uno o più figli nella guerra di liberazione  e che non riescono ad ammettere che il sogno di libertà ed indipendenza si è trasformato in un incubo; sono i giovani del YPFDJ (la sezione giovanile del partito unico): belli, colti, esaltati, fanatici  e qualche volta violenti che spesso non parlano neanche una parola di tigrino, né di arabo perché nati e cresciuti all’estero, ma che si sentono profondamente eritrei; sono quelli che a Sawa, l’infernale campo di addestramento militare, ci vanno talvolta a passare due settimane di vacanza per poi fare una scellerata opera di propaganda sul valore dell’addestramento militare, in cui purtroppo rimane imprigionato per sempre chi il passaporto europeo, americano o australiano non ce l’ha.

StopSlavery-31

 

Inquieta però una cosa, forse più delle altre: a questa manifestazione con tutta probabilità parteciperanno anche giovani eritrei che hanno conseguito lo status di rifugiato politico e che poi si sono messi al servizio del regime. Di ciò si è già avuta certezza durante l’ultimo festival eritreo di Bologna in cui rappresentanti dell’Associazione Asper, che da anni denuncia la violenza del regime, hanno avuto modo di constatare che il servizio d’ordine all’ingresso del festival era svolto proprio da rifugiati politici. Intervistati, non hanno avuto alcun problema ad ammettere di esserlo. Potremmo chiamarli traditori, vigliacchi, venduti, ma probabilmente non è così: sono solo giovani spaventati, traumatizzati e delusi, cui già da tempo è stato tolto ogni ideale e ogni speranza.

Probabilmente saranno proprio loro a pagare il prezzo più alto. Prima o poi qualcuno si accorgerà che da rifugiati politici perché perseguitati dalla dittatura, partecipano alle manifestazioni a favore della dittatura che li perseguita. Il risultato rischia di essere drammatico: la revoca dello status di rifugiato con conseguente rimpatrio forzato. In un modo o nell’altro i tiranni sono vendicativi.

Africa ExPress
21 giugno 2015

Cadono da un aereo a Londra, si erano nascosti nel vano del carrello a Johannesburg

Africa ExPress
Londra, 20 giugno 2015

Un uomo morto, un altro gravemente ferito sono stati trovati sopra il tetto di un edificio commerciale nel quartiere di Richmond, a Londra, giovedì mattina. Sembra siano caduti da un aereo di linea che stava per atterrare a Heathrow, l’aeroporto principale di Londra.

La storia ha dell’incredibile, ma sembra che i due siano nascosti nel vano dove si ritrae il carrello dell’aereo della British Airways partito da Johannesburg con destinazione Londra (aeroporto di Heathrow, appunto). Sono rimasti in quel piccolo spazio per la durata del volo, undici ore, oltre novemila chilometri di distanza tra le due città.

heathrow_2024919b

In un breve comunicato la British Airways ha spiegato che le indagini sono tuttora in corso. La polizia londinese sta collaborando con quella sudafricana per far luce su questo caso più unico che raro.

L’autopsia rivelerà dettagli sulla morte dell’uomo deceduto, del quale non si conosce ancora l’identità. E’ possibile che la polizia conosca le generalità del secondo, ricoverato in condizioni serissime in un ospedale della capitale britannica, ma non voglia renderle note per il momento.

Ci sono stati altri casi in passato di clandestini che si sono aggrappati al carrello di un aereo. E’ difficile sopravvivere in queste condizioni a lungo, restare esposti a un freddo a dir poco glaciale per tante ore, ma ciò che causa spesso la morte in casi del genere è la mancanza di ossigeno.

Il ritrovamento dei due presunti sudafricani è stato uno choc per i residenti, per coloro che lavorano o hanno un’attività in questo quartiere. Forse per una volta la civilissima Londra ha compreso il rischio che una persona è disposta a correre per una vita migliore.

Africa Express

Centrafrica, fissate le elezioni per ottobre, ma corruzione e violenza comandano ancora

2

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 giugno 2015

Finalmente è stata annunciata la data delle prossime libere elezioni nella Repubblica Centrafricana: 4 ottobre 2015 referendum costituzionale, 18 ottobre 2015 prima tornata elettorale delle legislative e delle presidenziali, 22 novembre 2015 eventuale secondo turno.

Si inizierà con il censimento elettorale alla fine di giugno per la durata di un mese, impresa certamente non facile, in un Paese devastato da oltre un anno e mezzo da una guerra civile che ha prodotto quasi un milione di sfollati e rifugiati e migliaia di morti. E secondo l’ultimo rapporto del Programma alimentare mondiale (PAM), cinquantamila bambini soffrono di malnutrizione, dei quali ventiquattromila piccoli in forma molto grave.

Morto strattonato

Il cibo, è momentaneamente il bene più prezioso nel CAR, dove anche militari francesi di MINUSCA ( United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic)  sono stati accusati di violenze contro minori; i piccoli erano usciti da un campo per profughi vicino all’aeroporto di Bangui, la capitale, in ricerca di pane.

Il compito principale dei caschi blu nela Repubblica Centrafricana consiste nel cercare di disarmare i vari gruppi armati,  affiliati a Séléka (vi aderiscono per lo più musulmani) o agli anti-balaka (in maggioranza cristiani e/o animisti). Secondo una ricerca condotta da Kasper Agger, ricercatore che opera sul campo, i leader dei vari gruppi non hanno nessun interesse a deporre le armi; l’attrattiva economica in gioco è assai cospicua. I gruppi ex-Séléka e anti-balaka si finanziano anche grazie al traffico illecito di minerali, estorsioni, uccisioni e altre forme di violenza, specie nelle aeree dove ci sono le miniere aurifere e diamantifere. Si stima che il pizzo imposto dalle bande armate frutti annualmente da 3,83 a 5,8 milioni di dollari.

Altre entrate provengono da richieste di denaro in cambio di “protezione” a semplici cittadini, a villaggi interi, a viaggiatori e uomini d’affari, a organizzazioni locali e istituzioni e naturalmente anche  per consentire il transito delle merci.

In particolare gli ex-Séléka impongono una tassazione, un pedaggio, sulle strade nei territori sotto il loro controllo, intascando così tra 1,5 a 2 milioni di dollari ogni anno.

Gli anti-balaka, molto attivi specie nella parte occidentale del Paese, incassano dal canto loro tasse illegali per l’utilizzo delle strade, estorcono denaro ai villaggi rurali e chiedono somme una tantum,  che variano da seicento a mille dollari,  in cambio di protezione.

Uomo con collo devastato

Elaborare strategie preventive mirate per interrompere l’auto-finanziamento dei gruppi e pene severe per i miliziani, in particolare per i loro capi, le compagnie e tutti gli attori coinvolti nella corruzione, sono misure indispensabili per porre fine a questa grave crisi che affligge il Paese dal dicembre del 2013.

Sì, elezioni e referendum costituzionale sono alle porte. Chissà se il prossimo governo dimostrerà le capacità e la volontà di impugnare saldamente il timone per traghettare  fuori dalla tempesta della disperazione e della violenza questo disgraziato Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

cercatori-diamanti-300x146Gold, diamonds, timber: targeting CAR’s predators

Blatter, il bwana svizzero che ha “stregato” l’Africa

0

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
Milano, 17 giugno 2015

Come ha fatto Joseph  Blatter, detto Sepp, ad affascinare, sedurre, conquistare  le 56 federazioni calcistiche africane aderenti alla Fifa? Orologi, cioccolato, dadi per brodo?

L’Europa, il Canada, gli Stati Uniti gli votano compatti contro.  L’Africa (in compagnia dell’Asia) invece si schiera compatta con lui. Da quasi 20 anni. E questi voti sono decisivi. Così, lui, Sepp, bwana buono svizzero, pure stavolta ( il 29 maggio scorso), riesce a farsi eleggere (ed è la quinta consecutiva!) presidente della massima organizzazione calcistica mondiale, la FIFA, pur scossa da un colossale scandalo di corruzione e tangenti. Pochi giorni dopo (il 2 giugno) si dimetterà, ma intanto resta in carica fino almeno fino alla fine del 2015, sempre che non cambi idea e sempre con voti decisivi dell’Africa.

Blatter 1
Ma con quali arti magiche
questo settantanovenne padre – padrone – padrino del football planetario è riuscito, e riesce, ad avere il supporto dell’intero continente nero? Orologi, cioccolato, dadi per brodo? Sono infinite le ragioni – afferma chi conosce bene l’Africa – per cui ci si rivolge a uno stregone: amore, salute, lavoro, protezione dal malocchio, denaro….

Ecco, limitiamoci a quest’ultima voce. Seguiamo la pista dei soldi e capiremo le ragioni di un amore profondo, appassionato, non disinteressato.

Certo, inutile sentire il parere di Fikile Mbalula, 44 anni, ministro dello Sport sudafricano, perennemente grato per aver ospitato gli ultimi mondiali di calcio. Sarebbe come chiedere a un corridore di Formula 1 che cosa ne pensa dei limiti di velocità in pista! Mbalula , infatti, non solo nega di aver versato 10 milioni di dollari di tangenti per avere i Mondiali, ma chiarisce: “Blatter è un buon amico del Sud Africa. Non ci nascondiamo dietro un dito. Ci ha assegnato la Coppa del mondo. La Storia lo ricorderà”. E allora proviamo a partire da più in alto, da Issa Hayatou.

Issa Hayatou,  69 anni il 9 agosto, padre di 4 figli, è un massiccio e distinto signore, di nobile, ricca, potente stirpe camerunese. Tanto per dire: è figlio di un sultano, fratello di un ex capo del governo, una famiglia ancora influentissima nel nord del Paese.

Per non sfigurare, dopo esperienze in atletica e basket, Issa è diventato capo del calcio locale; quindi, nel 1988,  presidente della “Confederation of African Football” (CAF),  l’organo amministrativo, organizzativo e di controllo dell’intero calcio africano. Ed è al settimo mandato.

Gli accusatori e gli accusati

Non basta: è il vicepresidente della Fifa, ovvero il braccio destro del dimissionario  Blatter che ha cercato di scalzare nel 2002, uscendone sconfitto, ma che imperterrito continua a difendere e supportare.

Il dottor Issa (ha anche ricevuto una laurea ad honorem dalla Ladoke Akintola University of Technology in Ogbomosho, stato di Oyo in Nigeria) nella Fifa ricopre la carica di presidente della influente commissione Finanze. Al rientro da Zurigo, al termine dalla 65° assemblea della Fifa, nella quale il 29 maggio Blatter è stato rieletto per la quinta volta presidente, Issa Hayatou dichiara: “Perché l’Africa appoggia così fortemente Blatter?  Perché lui ha veramente aiutato il nostro continente”.

E sciorina fatti concreti: “Ha assegnato all’Africa la Coppa del mondo del 2010, ha organizzato corsi di addestramento, ha consentito la realizzazione di impianti sportivi. Son queste le regioni del nostro sostegno, nulla di più, contrariamente a quanto si crede”.

Issa Hayatou glissa sulle accuse di corruzione mosse dalla giustizia Usa, che vanno a macchiare proprio l’assegnazione dei mondiali al Sud Africa (tangente di 10 milioni di dollari per togliere la sede al Marocco), oltre a respingere sdegnosamente i sospetti che sono stati avanzati su di lui dalla stampa inglese.

E prosegue papale papale: “Il denaro che la Fifa attribuisce alle associazioni nazionali calcistiche (sono 209, ciascuna con diritto di un voto, mentre 6 sono le confederazioni continentali, ndr)  è uguale per tutte, grandi o piccole, compresa la ricca Germania. Io sono presidente della commissione Finanze e di quella dello Sviluppo. E in queste commissioni avviene questa equa distribuzione. Ciò, però, irrita le grandi associazioni. Esse sono convinte di meritare più fondi. L’Africa è ben cosciente di questa situazione che le permette di veder sviluppare  il suo calcio e le sue infrastrutture”.

In effetti, sotto Blatter, i fondi per lo <sviluppo> calcistico in Africa sono aumentati di ben 40 volte. E il ras del pallone si è guadagnato la lealtà africana. Bloomberg, in una sua inchiesta, ha parlato di un sistema  “puramente elettorale”, o “clientelare di potere”. Che grosso modo, come si evince dal FIFA Financial Report  2014, (pubblicato sul sito della Federazione),  si può riassumere così: “Nei quattro anni fiscali conclusi nel dicembre del 2014, la FIFA ha avuto entrate di 5,72 miliardi di dollari dalla vendita dei diritti televisivi e dalle sponsorizzazioni. Di questi, 358 milioni sono andati alle squadre, mentre i Mondiali hanno avuto spese in carico alla FIFA di circa 2,22 miliardi di dollari (il Brasile ne ha spesi circa 10). In generale nello scorso decennio, grazie all’aumento delle proprie entrate, la FIFA è stata in grado di accumulare una riserva di 1,52 miliardi di dollari, partendo praticamente da zero”.

TOPSHOTS-FBL-FIFA-CORRUPTION-US-SWITZERLAND

L’enorme disponibilità di soldi si è riflessa anche nell’approvazione di molti programmi di finanziamento relativi al calcio in Paesi piccoli e poveri. Ad esempio, prendiamo il Ciad, che, come ha ironizzato la BBC, non è certo una potenza calcistica. Una nazione dove il calcio è scarsamente diffuso e che non ha proprio molte chances di partecipare a un Mondiale. Nella classifica mondiale stilata dalla Fifa è al 172° posto, ovvero molto, molto in fondo.

Ebbene, dal 2011, il Ciad ha ricevuto fondi per 26 progetti che spaziano dalla costruzione di campi sportivi a un centro tecnico, a una nuova sede della federazione calcistica, da seminari sul marketing alla preparazione degli arbitri.

Il potere di Blatter, però, come ha ricordato correttamente Luca Pisapia su “Il Fatto quotidiano”, non può essere ridotto a una mera questione criminale, nonostante le inchieste della FBI e della autorità svizzere sulla FIFA. Il suo potere viene letto molto diversamente, a conferma, potremmo malignare, che in Africa, prima o poi, tutti finiscono per cedere alle tentazioni della magia. Bianca, nera, solida o liquida che essa sia.

Intervistato dalla BBC, Amaju Pinnick, fresco presidente della Nigerian Football Federation, ha ribadito: “Blatter ha dimostrato una grande sensibilità verso l’Africa e ci ha dato tanto, tanti programmi di sviluppo”.

Amaju Pinnick ha 44 anni, è molto diverso, anche fisicamente, da Issa: laureato in Scienze politiche e pubblica amministrazione, è il 15° dei 19 figli di un papà poligamo, sposato, padre di 3 bambini, appartiene all’etnia Itsekiri del Delta Niger in Nigeria. Anche la sua carriera di manager calcistico, però, è cresciuta all’ombra del bwana Blatter, di cui è stato un diretto collaboratore. “Senza  Blatter – ha aggiunto alla BBC – non avremmo goduto di così tanti benefici. Ciò che Blatter porta avanti è equità, uguaglianza, imparzialità fra le nazioni. Noi non vogliamo imboccare strade diverse”.

Addolorato della dipartita di Blatter si è detto Kalusha Bwalya, 52 anni, che non è uno qualunque nel mondo calcistico africano. E’ stato una vera star del pallone: come calciatore, viene considerato il più forte di sempre nel suo Paese (della cui nazionale è stato anche allenatore) e nel 1988 è stato nominato giocatore africano dell’anno. Ora è il presidente della Football Association of Zambia (FAZ), corrispondente alla Federcalcio italiana, oltre che esponente di spicco della Fifa e del CAF. Reduce dall’assemblea di Zurigo, dove ha guidato la delegazione zambiana di 3 uomini, nell’apprendere delle dimissioni del bwana svizzero ha twittato: “Il suo gesto gli fa onore, ma arreca un danno al calcio mondiale. E’ un giorno triste per il calcio. Sepp avrà sempre il mio rispetto, perché ha migliorato il gioco del calcio cui ha dedicato oltre 40 anni”. Parole nobili.

Peccato che lo stesso Kalusha non sia immune da sospetti di corruzione: prima li ha definiti spazzatura, poi ha ammesso di aver accettato 80 mila dollari per votare il Qatar quale sede dei Mondiale nel 2022. Ora è sotto inchiesta della commissione anticorruzione e pare che non abbia intenzione di tornare a Zurigo, per non finire nella rete della Fbi e delle autorità elvetiche.

Non è da meno il suo vicepresidente, Boniface Mwamelo,  che nell’estate del 2013 è finito sui giornali locali per due episodi di cronaca, uno spiacevole, l’altro drammatico. Prima si è trovato “impigliato” in un’inchiesta per truffa riguardante la Mobile Telefone Networks (MTN), il gigante della telecomunicazione locale, sponsor della federazione calcistica nazionale; poi la sua ex moglie ha tentato il suicidio, perché il suo amante l’ha sedotta, mettendola incinta, e abbandonata, non mantenendo la promessa di sposarla. Mwamelo – dicono le cronache locali – ha cercato di far da paciere, ma, fallita la mediazione, ha cacciato di casa la sua ex signora, non senza averle prima sequestrato il telefonino.

Per Boniface, “Blatter è un uomo d’azione che lascia un’eredità ammirevole e ineguagliabile. Grazie a lui, la FIFA ha investito tanto, lui ha avuto un ruolo cruciale nello sviluppo del calcio in buona parte dei Paesi del Terzo Mondo, nel nostro Paese e in molti altri dell’Africa. E’ stato eletto democraticamente e la gente deve accettare il risultato dell’urna, che Blatter piaccia o non piaccia”.

Lo Zambia, che nella classifica mondiale del mondo pallonaro è al 68° posto, in effetti, come il succitato Ciad, è il classico esempio di beneficiario del programma detto “Goal” della FIFA.

Questo programma, dal 1999, ha realizzato circa 1000 programmi in tutto il mondo, ma soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Qualche esempio: in Zambia sono stati investiti 800 mila dollari (circa 730 mila euro) per fondare il Centro tecnico nazionale, nella capitale Lusaka, con 23 camere da letto, mensa e cucina. Nel 2001 è stato costruito il quartiere generale per la federcalcio zambiana per la modica somma di 555 mila dollari; tra il 2003 e il 2010 sono stati donati 700 palloni dell’Adidas.

Vignetta

Per non parlare di campi sportivi, corsi di addestramento. Si capisce perché sul sito della Federazione Sepp sia stato raffigurato a fianco di un uomo che porta la scritta: ”Sepp Blatter. L’unico uomo che si prenda cura dei problemi dell’Africa”. (Poi la foto è stata rimossa).

Eppure non è solo una questione di vil denaro. C’è chi si spinge anche oltre e vede nel lungo regno di Blatter un colpo allo storico eurocentrismo della FIFA e legge il supporto africano a Blatter come una forma di lotta all’imperialismo e al colonialismo.

Il primo e più convinto sostenitore di questa tesi è il già citato Fikile Mbalula, ministro dello sport del Sud Africa: “Gli imperialisti occidentali si atteggiano a gendarmi del mondo. Noi abbiamo combattuto e sconfitto il colonialismo e continuiamo a lottare contro l’imperialismo in qualsiasi forma esso si manifesti. Noi crediamo nel multilateralismo, non nell’unilateralismo”. Il pallone come strumento di liberazione.

Alti lai contro l’arroganza occidentale vengono anche da  Kwesi Nyantakyi, banchiere, avvocato, capo della Associazione calcistica ghanese, oltre che padrone di una squadra della locale serie A (la All Stars). Intervistato dalla BBC ha commentato: “Gli occidentali pensano che gli africani siano corrotti e facilmente influenzabile nelle loro decisioni. In realtà sospetto che l’Occidente voglia trasformare la FIFA in qualcosa di simile alle Nazioni Unite , dove il potere reale è concentrato nelle mani di 5 potenze nucleari, ciascuna delle quali ha il diritto di veto. La FIFA non ha una tale concentrazione di potere al suo vertice. Ciascuna federazione ha un voto, a prescindere dalla sua dimensioneo dal potere del paese che rappresenta”.

Isha Tejan-Cole Johansen, presidente della federazione calcistica della Sierra Leone, va ancora oltre: per lei Blatter è la sintesi di una figura paterna-carismatica. In una lunga intervista alla Cnn ha dichiarato: “Il Blatter che conosco io dal 2003 non è un tiranno né un dittatore. Vedo in lui una figura paterna. Fin dal primo giorno in cui misi piede a Zurigo, fui accolta da lui con gioia, si sedette al mio fianco e cominciò a parlarmi della Sierra Leone. Lui si è preso a cuore il continente africano, la sua gente, la sua cultura. ‘Siete sottovalutati, nonostante il vostro talento’ – mi disse – e userò il mio potere perché diventiate una forza che debba essere tenuta nella giusta considerazione”.

GAME OVER

Isha Johansen è un’imprenditrice che si divide fra Freetwon e Chelsea (Londra) ed è una delle due sole donne al mondo a essere a capo di una Federcalcio (l’altra è Lydia Nsekera, presidentessa del “Burundi Football Association”). Isha Johansen, una fine ed elegante signora di età indefinita (impossibile conoscere la sua data di nascita!) è anche uno dei nomi che circolano quale possibile successore dello stesso Blatter: “Perché no, se dovesse succedere sarebbe bello – ha detto commentando i rumors che la riguardano –  Mi darebbe fastidio , però, se venissi scelta perché sono donna e non perché lo merito. Sono contro le quote rosa>.

Ma non tutto è oro quel che luccica. Anche Isha Jhoansen viene contestata in Sierra Leone , la sua gestione messa sotto accusa e sospettata di aver ceduto, pure lei, alla suadente melodia del dollaro. Il suo peggior nemico è Ismail Al-Sankoh Conteh, viceministro dello Sport, che, sostengono i media africani, non ha mai avuto peli sulla lingua. “Ho perso completamente fiducia nella leadership di Sepp Blatter – ha dichiarato -. Lo sviluppo del calcio in Sierra Leone continuerà a fare grossi passi indietro se il governo Blatter insisterà nell’appoggiare Isha Johansen. L’abbandono di Blatter è una buona notizia per il calcio africano e un chiaro segnale ai dirigenti perché rispettino imparino a essere affidabili e trasparenti. E’ un messaggio di moralità a tutte le associazioni calcistiche, che la corruzione e le alleanze scellerate non devono essere tollerate e ogni accordo finanziario deve essere attentamente controllato”.

La voce di Al Sankoh Conteh è una delle poche fuori dal coro africano di sostegno a Blatter. Ad essa si unisce quella di Simataa Simataa, ex presidente della “Football Association of Zambia” (FAZ). “Tante opere sono state realizzate grazie al denaro della FIFA, ma la percezione che si è avuta è fossero soldi di Blatter. In realtà tutto sarebbe stato fatto comunque, con Blatter o senza Blatter. Il problema vero sono le regole e l’etica, che purtroppo sono andate declinando sotto la sua leadership”. Sia Al Sankoh-Contehm, sia Simataa Simataa, però, non votano a Zurigo. Ed è verosimile che sarà difficile scalzare il bwana svizzero.

STOP CORRUPTION

Nonostante le sue dimissioni, nonostante le inchieste sul (presunto) malaffare calcistico mondiale, Blatter ha continuato a ricevere messaggi di supporto dalle Federcalcio di Asia e, soprattutto, dell’Africa che gli chiedono di tornare sui suoi passi .

Blatter, onorato di questo appoggio, non escluderebbe di rimanere al suo posto. “Titì, nun ce lassà”, gridava una tribù africana al protagonista di un vecchio e celebre film impersonato da Nino Manfredi, che stava per tornarsene in Italia. Ecco, lo stesso grido sembra giungere ora dal continente nero al bwana svizzero. Potenza di uno stregone bianco.

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it