Guinea Equatoriale: Berardi, la galera, la famiglia e il silenzio assordante italiano

Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 4 giugno 2015

Sono passati 16 giorni dalla mancata scarcerazione di Roberto Berardi dal lager della Guinea Equatoriale in cui si trova da oltre due anni e quattro mesi, detenuto in seguito ad una iniqua condanna per truffa ed appropriazione indebita in un processo farsesco celebratosi senza nemmeno la presenza dell’accusa.

Mentre Berardi langue nel carcere di Bata Central la famiglia dell’imprenditore continua la sua battaglia nell’assordante silenzio, mediatico ed istituzionale, che sin dal primo giorno aleggia su tutta la drammatica vicenda umanitaria che lo riguarda.

Roberto Berardi con cappello 600

Gli abusi di potere che la giustizia nguemista perpetra ai danni del connazionale ingiustamente detenuto nel lager africano sembra imbarazzare a tal punto il corpo diplomatico italiano e la Farnesina che a 16 giorni dalla mancata liberazione la famiglia attende ancora di avere notizie e di sapere quali saranno i futuri sviluppi nelle trattative per la sua liberazione con gli omologhi africani. Un imbarazzo che sembra aver allontanato ulteriormente le due parti, con conseguenze che inevitabilmente ricadono su Berardi, che vive sulla sua pelle gli abusi e le violenze dei suoi carcerieri e il insoddisfacente lavoro (al netto dei risultati) svolto sin qui dalla nostra diplomazia.

Le preoccupazioni della famiglia sulla sorte di Berardi, nell’assenza totale d’informazioni da parte della Farnesina, non lasciano molto spazio a sentimenti virtuosi. Lo spiega bene ad Africa ExPress Stefano Berardi, fratello di Roberto, il quale sottolinea come i magri risultati raggiunti sin qui dal lavoro diplomatico siano resi persino crudeli dal protocollo del ministero: “Mi chiedo perchè oramai non mi informino più di nulla da Roma, che cosa hanno fatto sino ad oggi e che cosa abbiano intenzione di fare per tirare fuori mio fratello da quell’inferno. Sono mesi che nessuno mi contatta, credo che una risposta a noi familiari sia quantomeno dovuta dopo la figuraccia fatta il 19 maggio al Tribunale di Bata” quando la piccola delegazione diplomatica italiana è stata costretta tornarsene a casa con le pive nel sacco.

Ad Africa ExPress non risulta che siano ancora stati presentati ricorsi ufficiali da parte dell’Ambasciata italiana a Yaoundè alle autorità giudiziarie della Guinea Equatoriale, né risultano dichiarazioni o atti di qualsiasi natura a commento dell’ennesimo abuso della giustizia nguemista. Ciò che abbiamo potuto verificare è che per giorni l’ambasciata della Guinea Equatoriale a Roma è rimasta chiusa, riaprendo solo pochi giorni fa: tuttavia, anche in questo caso, non risulta che qualcuno del corpo diplomatico del Paese africano sia stato convocato a rendere spiegazioni circa l’abuso di carcerazione.

Secondo il codice penale della Guinea Equatoriale i giorni di carcerazione preventiva vanno conteggiati nel computo della pena inflitta al detenuto, come spiega il legale del detenuto italiano, cosa che il Tribunale di Bata ha arbitrariamente e sorprendentemente deciso di non fare.

Black beach prison

“E’ necessario, e ancor più in questo momento delicatissimo, continuare a ribadire e a pretendere, in tutte le sedi e con forza sempre maggiore, che la battaglia per la  liberazione del nostro connazionale deve andare avanti, con la speranza di vederlo tornare libero al  più presto”, dice Luigi Manconi ad Africa ExPress. Su come sia possibile per la Guinea Equatoriale violare in modo così manifesto accordi e trattati internazionali sui diritti umani Manconi spiega: “A luglio 2014, l’Assemblea dell’Unione Africana (UA), riunita per il 23° vertice dei capi di stato a Malabo, proprio in Guinea Equatoriale, ha votato un emendamento che concede ai leader africani che ne fanno parte l’immunità da procedimenti giudiziari della Corte di giustizia africana per i Diritti Umani, recentemente istituita e non ancora operativa. Ciò significa l’esenzione da procedimenti giudiziari per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon. E va ricordato che l’Unione è stata presieduta proprio da Teodoro Obiang.”

E’ oramai evidente il pretesto continuo utilizzato dai carcerieri di Berardi per prolungarne la carcerazione, nella speranza forse che questi in carcere ci lasci la pelle: afflitto dalla malaria e febbri continue, l’imprenditore continua a restare in isolamento (nella cella in cui ha passato, in modo inumano, quasi tutto il tempo della sua detenzione) e la famiglia ha dovuto di recente provvedere nuovamente al suo sostentamento.

In Guinea Equatoriale, intanto, il Presidente dittatore Teodoro Obiang ha azzerato completamente i vertici e i dirigenti più importanti dell’amministrazione giudiziaria, assumendone il pieno controllo “per offrire un miglior servizio”: una mossa le cui conseguenze sono ancora tutte un mistero.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
Skype: djthorandre
twitter @spinellibarrile

In alto una vecchia foto di Roberto Berardi in basso la prigione di Black Beach

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi