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Un’urna per votare le donne, risolta così in Kenya la questione quote rosa

Simona FossatiSpeciale per Africa ExPress
Simona Fossati
Nairobi, 8 agosto 2017

Si sono appena chiusi i cancelli di tutti i seggi in Kenya. Ma chi è riuscito a mettersi in coda prima delle 17, ora della chiusura, resta in fila e ha il diritto di votare.

Chi voleva essere tra i primi a esercitare il suo diritto democratico, si è presentato al seggio alle tre del mattino. Alle 5,30 si sono aperti i cancelli e le persone hanno cominciato a mettersi in fila, alle sei sono iniziate le operazioni di voto.

Chi è arrivato molto più tardi al seggio si è invece messo ordinatamente in coda, preparandosi comunque a qualche ora di fila prima di poter accedere alle urne.

Polling station

In quasi tutte le “polling station”, gli edifici adibiti al voto, scuole o luoghi pubblici, alle due del pomeriggio la folla in fila per votare era imponente, ma perlopiù tutti tranquilli, chiacchieravano e scherzavano tra loro, preparati a restare in coda per ore. Qualche soldato e qualche funzionario qua e là controllava comunque che fossero rispettate le diverse file, a seconda dell’iniziale del nome.

I kenioti hanno votato sei schede: la prima per il presidente e il suo vice. La seconda per il governatore e il suo vice. Poi per i senatori, ne verranno eletti 47, uno per ogni contea (l’amministrazione locale). Quindi hanno compilato la scheda per l’elezione dei membri del parlamento, sono più di 349 in tutto il Paese, 85 nella sola Nairobi.

Mentre in Italia siamo ancora a discutere sulle quote rosa oppure ci si complica la vita con le preferenze divise in percentuale per genere, in Kenya molto più semplicemente hanno previsto un’urna rosa, per le schede rosa, quelle in cui si deve indicare solo una donna come membro dell’Assemblea Nazionale. Vengono elette 47 donne, una per contea. Invece dall’urna dei membri dell’Assemblea Nazionale usciranno sia uomini sia donne a seconda del numero dei voti di preferenza. Infine la sesta scheda è per i membri dell’assemblea della contea (le contee, cioè le amministrazioni locali del Paese, sono 47).

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Interessante è anche il processo del voto vero e proprio. Nella stanza dove si vota ci sono diversi funzionari, ognuno con il suo compito ben preciso. Lungo il muro una fila di sedie è riservata agli osservatori e ai rappresentanti di lista.

In fila su un tavolo le sei urne sigillate, ognuna di un colore diverso, lo stesso della scheda di riferimento. L’elettore entra e mostra a un addetto la propria carta di identità che viene osservata con attenzione per identificare eventuali falsi. Poi gli viene fatto appoggiare un dito ad un apparecchietto un po’ più piccolo di un tablet, immediatamente l’impronta viene scannerizzata e sul mini computer compaiono la foto e la carta di identità corrispondenti all’impronta.

Una signora masai depone la sua scheda nell’urna elettorale (AFP)
Una signora masai depone la sua scheda nell’urna elettorale (AFP)

Il funzionario controlla che i dati memorizzati nel computer siano gli stessi del documento fornito e a questo punto, se tutto è regolare, l’elettore passa al ritiro delle sei schede. Su ogni scheda sono riportati nomi e fotografie di tutti i candidati. Poi entra in una delle cabine elettorali e, dopo aver espresso il voto, consegna le sei schede a un altro funzionario che le piega ad una ad una e le riconsegna all’elettore che deve inserirle personalmente nell’urna.

Finita la procedura del voto l’elettore ritira il proprio documento da un altro funzionario che gli fa un segno con inchiostro indelebile su un’unghia per evitare che la stessa persona possa ripresentarsi a votare un’altra volta. Ma il nome della persona che ha votato sparisce anche dal mini computer e, se mai riuscisse a ripresentarsi al voto, non risulterebbe più in alcun modo elettore e quindi non potrebbe più votare comunque.

Tutto il procedimento del voto dura una media di circa tre minuti a elettore. In ogni seggio sono registrate 700 persone, considerato che il seggio resta aperto per 11 ore pari a 660 minuti, non si capisce come faranno a votare tutti. Ad ogni modo chi è riuscito ad essere in coda prima delle 17 e ad avere la pazienza di restarci per ore, potrà votare.

Presumibilmente le operazioni di spoglio, il momento più atteso dal Paese e dagli osservatori stranieri, inizieranno quindi solo a sera inoltrata.

Simona Fossati

 

Aperti all’alba i seggi in Kenya: lunghe code e caos ma niente violenze

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 8 agosto 2017

Aperti stamattina i seggi per eleggere presidente, vicepresidente e parlamento del Kenya. Elezioni cruciali per la democrazia nell’ex colonia britannica. Tutti hanno assicurato che saranno rispettate le regole anche se da più parti si temono brogli e trucchi.

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In una breve intervista rilasciata ieri ad Africa ExPress il candidato dell’opposizione, Raila Odinga, ha manifestato forti timori: “Stanno intimidendo gli elettori, non qui a Nairobi, ma nelle zone più lontane e inaccessibili. Zone tranquille dove hanno portato carichi di bombe fumogene e lacrimogene per impedire qualsiasi protesta. Sappiamo che i governativi sono andati casa per casa minacciato ferro e fuoco se dovessero perdere. Spero nella maturità della nostra gente e che tutto vada come previsto con calma. Sono sicuro di vincere”.

Raila Odinga e Massimo Alberizzi
Raila Odinga e Massimo Alberizzi

I sondaggi danno la vittoria di misura a Raila Odinga, ma ci si domanda se i kikuyu del presidente uscente Uhuru Kenyatta e (soprattutto) i kalenjin del vicepresidente William Ruto, potranno accettare una sconfitta che li priverebbe del potere. In particolare Ruto, il cui ufficio viene descritto come il più corrotto del Paese, in caso di sconfitta vedrebbe interrotto quel flusso di denaro che in molti qui in Kenya sostengono passi (e in parte di fermi) nelle sue mani.

Raila Odinga
Lo sfidante, Raila Odinga

Interviste per strada e nei centri commerciali spiegano bene come in Kenya il voto sia ancora molto legato alle tribù. Solo chi è più istruito riesce ancora a non seguire pedissequamente le indicazioni del  suo gruppo etnico e votare secondo coscienza politica. Ma la gente nei villaggi delle zone rurali vota pedissequamente secondo indicazioni tribali.In questo senso kikuyu, kalenjin e altri gruppi affini non raggiungono il 50 per cento dei votanti. Attorno ai luo di Raila Odinga e ai kamba del suo candidato alla vicepresidenza, Kalonzo Musioka, ci sono anche i luhya e i mijikenda, le tribù che abitano la costa sull’Oceano Indiano. Insomma, i due schieramenti sono entrambi poco sotto la metà dell’elettorato. Fare previsioni sul risultato è quindi assai difficile.

Il Presidente in carica, Uhuru Kenyatta
Il Presidente in carica, Uhuru Kenyatta

Raila ha puntato molto sull’aiuto internazionale insistendo con forza sul sui impegno nella lotta alla corruzione: ha viaggiato il pianeta in lungo e largo ed è stato più volte ricevuto alla Casa Bianca da Barak Obama, il cui padre era un suo, come Raila.

Uluru invece ha cercato di convincere i dirigenti interni. Ha tentato in qualche modo di scollare la sua immagine da quella alquanto screditata di Ruto. Il suo vicepresidente era incriminato presso la Corte Penale Internazionale per le violenze seguite alle elezioni presidenziali del 2007. Si è salvato solo perché alcuni testimoni sono scomparsi e altri, intimiditi o comprati, si sono ritirati.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Per dare ai nostri lettori l’opportunità si seguire al meglio le elezioni keniote Africa ExPress ha organizzato uno Speciale Elezioni 2017 dove trovate notizie, informazioni e storia. L’elenco degli articoli si ottiene cliccando sulla testatina in rosso KENYA 2017: SPECIALE ELEZIONI in home page. comunque eccoli qui:

I Candidati:

 

Raila Odinga, all’assalto della presidenza dal Kenya con lo slogan di Trump. E di Obama ( 6 agosto 2017)

Kalonzo Musyoka, corre con Raila: l’uomo dell’ombrello e della mezza arancia (7 agosto 2017)

Uhuru Kenyatta, il presidente milionario si ricandida alla guida del Kenya (6 agosto 2017)

William Ruto l’uomo più corrotto del Kenya vuole la riconferma a vicepresidente (7 agosto 2017)

Le notizie e i commenti:

Kenya: forte tensione, scontri di piazza, due morti a Kisumu (12 agosto 2017)

Kenya: Kenyatta ottiene il secondo mandato ma Raila non ci sta (11 agosto 2017)

Kenya, Raila si autoproclama presidente, clima teso in attesa dei risultati ufficiali (10 agosto 2017)

Kenya: saltano i nervi con l’inviato di Africa ExPress, poi tutto si chiarisce (8 agosto 2017)

Un’urna per votare le donne, risolta così in Kenya la questione quote rosa (8 agosto 2017)

Facebook e Whatsapp dichiarano guerra alle le fake news per le elezioni in Kenya (8 agosto 2017)

Kenya e Somalia: alle elezioni al-shebab può fare la differenza nelle urne (7 agosto 2017)

Kenya, vigilia elettorale tesa, scambio di accuse tra i due schieramenti (7 agosto 2017)

Ultimi giorni prima del voto in Kenya: nei supermercati ricompare la merce che era sparita (6 agosto 2017)

Kenya: incauto appello di Raila ai propri elettori scatena violenze a Mombasa (5 agosto 2017)

Arrestati occidentali chiamati da Raila in Kenya per controllare le elezioni  (5 agosto 2017)

Presidenziali in Kenya: la costa senza turisti è tutta schierata per l’opposizione (4 agosto 2017)

L’8 agosto il Kenya vota: seviziato e assassinato il vicecapo della commissione elettorale (31 luglio 2017)

Osservatorio:

Kenya, la strana tassa di 50 dollari (senza ricevuta) che paga solo chi viaggia Meridiana (8 agosto 2017)

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Facebook e Whatsapp dichiarano guerra alle fake news per le elezioni in Kenya

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 agosto 2017

“Prendiamo la questione delle fake news molto seriamente perché la gente, sul nostro Social, vuole leggere informazioni accurate”. Con queste parole, in occasione delle elezioni dell’8 agosto in Kenya, la giovane Ebele Okobi, direttore per l’Africa delle linee di condotta di Facebook ha inaugurato la campagna “Tips for spotting false news” (Consigli per individuare le notizie false).

Il maggiore Social del pianeta lo ha fatto pubblicando pagine intere sui giornali kenioti in inglese e in lingua swahili, dove i lettori possono leggere un decalogo che li aiuta a capire se una notizia pubblicata è vera o falsa. Lo stesso decalogo precede la pagina Facebook Kenya sulla sua piattaforma.

Tips for spotting Facebook Kenya
Tips for spotting Facebook Kenya

Consiglia i lettori di controllare l’url e di cercare di individuare se le foto sono falsificate, di controllare la formattazione del testo e di investigare sulla fonte, di controllare la data e di cercare se altre fonti trattano la notizia oppure pensare che la notizia potrebbe essere uno scherzo.

Questi stessi consigli valgono anche per Whatsapp, applicazione di messaggistica istantanea acquisita da Facebook Inc nel 2014. Una serie di verifiche improbabili quelle del decalogo, vista la facilità con la quale si gira la notizia – soprattutto attraverso Whatsapp – a tutti i contatti con un semplice click.

Nel periodo che ha preceduto l’appuntamento elettorale dell’8 agosto sono state molte le occasioni nelle quali sono circolate notizia false. Secondo un’indagine di Portland Africa e Geopoll, due società di ricerca specializzate in sondaggi, realizzata su 2000 persone di tutte le province del Paese africano, 9 persone su 10 hanno letto o ascoltato fake news sulle elezioni. Notizie false sono state fatte  circolare anche su volantini stampati che riprendevano le prime pagine dei giornali, ma soprattutto sui social, primi fra tutti Facebook e Whatsapp.

Tra le fake news anche video servizi della BBC e della CNN che, lo scorso 27 luglio, è stata costretta a smentire con un tweet nel quale ha scritto: “Il servizio sul presidente del Kenya Uhuru Kenyatta è falso. La CNN non ha mai prodotto o trasmesso questa storia”.

Il tweet della CNN
Il tweet della CNN

Tra poche ore ci sarà il voto in un clima che non è certamente dei migliori anche se Kenyatta e Odinga si sono fatti gli auguri a vicenda. L’omicidio di Chris Msando, l’ingegnere informatico vicecapo della commissione elettorale e responsabile dell’organizzazione elettronica delle elezioni, ne è un esempio molto preoccupante che fa pensare alla possibilità di brogli elettorali.

Non aiuta nemmeno l’espulsione dei due nord americani e due ghaniani, esperti di processi elettorali, chiamati in Kenya su invito del NASA, coordinamento dei partiti di opposizione a Uhuru Kenyatta, che fa capo a Raila Odinga. In una situazione delicata come questa le fake news possono alimentare i tizzoni ardenti nascosti sotto la paglia e provocare grossi incendi.

L’ex colonia britannica deve ancora fare i conti con i 1300 morti e i 600mila sfollati causati dei disordini post elettorali del gennaio 2008 e la popolazione colpita dalla disgrazia non dimentica il mancato intervento del presidente Uhuru Kenyatta che era fresco di elezione.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Kenya e Somalia: alle elezioni al-shebab può fare la differenza nelle urne

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 7 agosto 2017

A poche ore dall’apertura delle urne, dove l’8 agosto si riverseranno gli elettori kenioti per eleggere il prossimo presidente, i miliziani islamisti di al-Shabaab hanno pubblicato un video nel quale tale Leonard Maingi, un sottoufficiale delle Kenya Defence Forces (KDF), viene brutalmente ucciso con un colpo di pistola: Maingi era stato rapito dagli islamisti nel gennaio del 2016, quando un folto gruppo di miliziani somali di al-Shabaab aveva attaccato la base AMISOM a El Adde, nella regione di Gedo in Somalia, dove risiedevano 200 soldati dell’ex colonia britannica. Oggi in Somalia sono presenti 4.000 soldati kenioti nell’ambito della missione dell’Unione Africana AMISOM: schierati perlopiù nel secondo settore, comprensivo del confine occidentale e sud-occidentale tra Kenya e Somalia, dovrebbero essere un forte deterrente contro al-Shabaab.

Un vignettista somalo descrive così l’invasione delle truppe keniote in Somalia dirette verso il porto di Kisimayo, mentre gli shebab marciano verso il il Kenya
Un vignettista somalo descrive così l’invasione delle truppe keniote in Somalia dirette verso il porto di Kisimayo, mentre gli shebab marciano verso il il Kenya

Il video degli islamisti somali, messo online a meno di 48 ore dal voto, è il modo che il gruppo ha di ricordare a tutto il Kenya “l’invasione” della Somalia da parte delle truppe di Nairobi. Era il 2011 quando il Kenya decideva di schierare il proprio esercito lungo il confine e anche un po’ oltre, in territorio somalo, approfittando del vuoto sostanziale di potere e di diritto che il Paese del Corno d’Africa vive da decenni: l’obiettivo di Nairobi era, ed è ancora oggi, frenare il traffico d’armi e di droga, gli scontri a fuoco e gli spettacolari e clamorosi rapimenti, sopratutto a danno di cittadini stranieri, che all’epoca erano all’ordine del giorno lungo il confine tra le due nazioni africane.

Negli intenti del presidente Kenyatta quel confine, uno dei più instabili e porosi di tutto il Corno d’Africa, andava protetto. Ancora oggi il passaggio di islamisti da una parte all’altra è la spina nel fianco della sicurezza nazionale del Kenya e a ricordarlo ci sono le stragi: la sparatoria al centro commerciale Westgate nella capitale Nairobi e la strage all’Università di Garissa nel 2015 sono gli esempi più clamorosi di come la questione sicurezza sia, in Kenya, prioritaria su tutto.

Il soldato keniota rapito e assassinato dagli shebab a poche ore dal voto nell’ex colonia britannica
Leonard Maingi, il soldato keniota rapito e assassinato dagli shebab a poche ore dal voto nell’ex colonia britannica

 

Oggi l’intera contea di Garissa soffre ancora la tragica memoria di quei fatti e il terrore inferto da al-Shabaab ha radicalmente cambiato, in peggio, le vite di chi vive nella contea: una zona del Kenya dove, volendo riassumere brutalmente, il terrorismo ha vinto su tutto il resto.

I rapporti con la Somalia, con il nuovo governo di Mohamed Farmaajo a Mogadiscio, sembrano essere ad un nuovo inizio: il leader somalo ha fatto la sua prima visita internazionale proprio in Kenya e il presidente Kenyatta era presente alla cerimonia di insediamento del collega: la cooperazione tra le due nazioni è essenziale, al Kenya per dare legittimità alla presenza delle truppe in Somalia e a quest’ultima per cercare di ripristinare un minimo di sicurezza in territori che sono, in realtà, totale appannaggio dei clan e di al-Shabaab: l’operazione Linda Nchi, iniziata nell’agosto del 2011 e terminata nel maggio 2012, è stata solo la prima esperienza di collaborazione militare tra i due paesi. Poi sono arrivate le Nazioni Unite e l’Unione Africana con la AMISOM ma, di fatto, i due attori principali nella lotta contro al-Shabaab sono rimasti gli stessi: Somalia e sopratutto Kenya.

Soldato keniota in azione in Somalia
Soldato keniota in azione in Somalia

Ma la presenza del Kenya nel Corno d’Africa ha ragioni che esulano dalla sicurezza nazionale e dalla cooperazione militare, attestandosi più su esigenze di bilancio: le Nazioni Unite infatti rimborsano con diversi miliardi di scellini l’anno, nel 2017 6,78 miliardi erogati come pagamento anticipato dalla comunità internazionale, il governo di Nairobi, che tuttavia utilizza quel denaro anche per altri scopi: ogni mese AMISOM rimborsa 1.028 dollari per ogni soldato ma a questa cifra il governo di Nairobi deduce 200 dollari di “spese amministrative”: restano 800 dollari al mese di stipendio per i soldati in missione, spesso versati con mesi di ritardo dal governo keniota. In questo senso la presenza del Kenya nella missione AMISOM garantisce la sicurezza nazionale keniota con soldi altrui e anzi in molti accusano il governo di Nairobi di fare la cresta sui fondi internazionali erogati per la missione in Somalia.

Le offensive contro al-Shabaab in territorio somalo si contano tuttavia sulle dita di sole due mani e sempre con tempistiche dubbie: dopo mesi di inazione e gravi sconfitte, come per la battaglia al campo militare di El Adde nella quale i militari kenioti hanno fatto una pessima figura (e i somali altrettanto, visto che la loro base si trova ad appena 600 metri da quella dei kenioti), solo agli inizi di luglio sono riprese le campagne militari e le missioni contro le roccaforti di al-Shabaab in Somalia e, pensano in molti, solo grazie allo stimolo del neo-presidente somalo.

In questo scenario le prossime elezioni in Kenya ci diranno molte cose anche sull’impegno anti-terrorismo dell’esercito di Nairobi: il candidato Odinga infatti è sempre stato critico nel coinvolgimento delle truppe keniote in territorio somalo, ha definito più volte “scaduto” il mandato delle KDF: nella visione di Odinga il primo problema da affrontare è quello del Somaliland, zona semi-autonoma della Somalia che si è autoproclamata indipendente ricevendo il sostegno proprio del candidato Odinga, cosa che irritò non poco il governo di Mogadiscio.

Un soldato somalo passa accanto a un veicolo militare dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia), ne distretto di Daynile, alla periferia di Mogadiscio (foto REUTERS/Feisal Omar)
Un soldato somalo passa accanto a un veicolo militare dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia) bruciato dagli shebab, nel distretto di Daynile, alla periferia di Mogadiscio (foto REUTERS/Feisal Omar)

Un eventuale riconoscimento della sovranità nazionale del Somaliland potrebbe rappresentare una bomba ad orologeria, l’ennesima, nel Corno d’Africa e i rapporti fraterni tra Odinga e il presidente della Tanzania John Magufuli potrebbero garantire al Kenya un sostegno che oggi con Kenyatta non ha, in questo senso.

Uhuru Kenyatta invece la vede diversamente: la missione AMISOM dovrebbe attualmente concludersi nel 2020, con un’iniziale parziale ritiro di truppe già dal 2018, ma il Kenya da tempo preme l’Unione Africana affinché si proroghi la missione, che necessita di altri 28.000 soldati: da mesi Kenyatta esorta i leader regionali a schierare più uomini e distribuire le truppe in modo più capillare ed ha fatto più volte appello alla comunità internazionale per ulteriori aiuti. Nonostante gli sforzi profusi sin qui però le figuracce dei kenioti in battaglia, la penetrazione di al-Shabaab fin nel cuore del Kenya, dove fa proseliti tra le comunità meno abbienti ed istruite, e la perdita di tre basi importanti in Somalia, El Adde, Janaale e Leego, non giovano all’immagine di Kenyatta, che ha fatto della sicurezza nazionale uno dei suoi cavalli di battaglia.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile 

Kenya, vigilia elettorale tesa, scambio di accuse tra i due schieramenti

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 7 agosto 2017

Resta alta la tensione in Kenya alla vigilia  dalle elezioni presidenziali che si terranno domani. Sia l’ambasciata americana che quella canadese, hanno confermato che i due nord americani, arrestati venerdì scorso, sono stati esplusi dal paese, ma non hanno fornito altri dettagli. La stessa sorte è toccata anche ai due ghaniani che, a detta del senatore James Orengo, facevano parte del gruppo di esperti invitati dal NASA per fornire la loro assistenza sul monitoraggio del processo elettorale.

Come rivelato, questa mattina dalle autorità di immigrazione, le ragioni che hanno determinato l’arresto e la conseguante deportazione, riguardano le irregolarità del visto d’ingresso in quanto i quattro erano entrati in Kenya come semplici turisti e pertanto, come tali, non era loro consentito svolgere alcun tipo di attività professionale. Decisione questa che, pur se impeccabile sul piano formale, è apparsa eccessiva ed esclusivamente finalizzata a disturbare le attività pre-elettorali del NASA

Raila Odinga e James Orengo
Raila Odinga e James Orengo

Sabato scorso, Orengo, ha intanto rivelato a sorpresa che i quindici incursori che qualche giorno prima hanno fatto irruzione nel quartier generale del NASA devastandolo, sarebbero stati identificati come agenti di polizia in borghese. Di cinque di loro ha anche fatto i nomi. Si tratterebbe dei caporali Charles Ndugu, Leonard Barongo, Lindon Nyaga; del sergente Richard Serem e dell’ispettore capo Francis Kimemia. Dai nomi sembrerebbe proprio che si tratti di kikuyu, ‘etnia del presidente Uluru Kenyatta.

Poche ore dopo il poratvoce della polizia di Nairobi, George Kinoti, ha però seccamente smentito la notizia, escludendo che tale irruzione sia mai avvenuta e l’ha liquidata come una semplice trovata propaganistica del partito di opposizione. “Come mai – si è chiesto il funzionario di polizia – questa irruzione, se è davvero avvenuta, non è mai stata riportata alle forze dell’ordine?”

Il corpo paramilitare del GSU (General Service Unit) che sarà utilizzato insieme alle forze di polizia per prevenire eventuali disordini
Il corpo paramilitare del GSU (General Service Unit) che sarà utilizzato insieme alle forze di polizia per prevenire eventuali disordini

La denuncia della pretesa irruzione ha suscitato vivaci reazioni negli opposti schieramenti. I sostentori di Raila Odinga gridano allo scandalo paventando gravi manipolazioni sui risultati del voto, mentre quelli a favore del presidente uscente, Uhuru Kenyatta, si scambiano lazzi sui patetici tentativi dell’opposizione di raccogliere i favori dell’elettorato con il continuo ricorso a fandonie.

Comunque sia, giorno dopo giorno, il paese si avvicina al voto in un’atmosfera sempre più incandescente con la cronaca che continua a riportare eventi, veri o presunti, tutt’altro che favorevoli ad instaurare un clima sereno e fiducioso sulla genuinità dell’esito della consultazione. Ad aggiungere ancora più apprensione, è giunta stamane la notizia che la polizia di Kisumu, contea in cui si raggruppa il cuore dei sostenitori di Raila Odinga, ha ricevuto grosse quantità di materiale di pronto soccorso, tra cui centinaia di sacchi per il recupero cadaveri e benché il locale responsabile della sicurezza, Wilson Njenga, abbia stemperato il fatto, atribuendolo ad una normale prassi preventiva, attuata in collaborazione con la Croce Rossa, la diffusione di questa iniziativa ha comunque creato grande preoccupazione tra il pubblico.

Ieri si è chiusa la campagna elettorale ed oggi, lunedì 7, la vigllia del voto, dev’essere il giorno dedicato alla meditazione ed al silenzio perchè ciascuno possa prepararsi serenamente al dovere democratico di eleggere chi dovrà rappresentare e guidare il paese nei cinque anni a venire. Da ogni parte del mondo piovono sul Kenya esortazioni alla calma ed alla pacifica accettazione del risultato.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

Kenya, la strana tassa di 50 dollari (senza ricevuta) che paga solo chi viaggia Meridiana

stefeno tilli francobolloSpeciale per Africa ExPress
Stefano Tilli
Mombasa, 8 agosto 2017

Viaggiando per i continenti del mondo, può capitare di trovarsi di fronte a, per così dire, strane o, perlomeno particolari, richieste di denaro. Varie volte, in America Latina e in Africa, mi è capitato di trovarmi a dover pagare qualcosa per le cosiddette “tasse di ingresso e/o di uscita”.

Negli anni scorsi, sono andato a trovare un amico che da ormai più di venti anni vive nella Repubblica Dominicana. Lui, che vivendo là da lungo tempo ha compreso piuttosto bene come funzionano le cose da quelle parti, non ha esitato a spiegarmi che i 50 dollari americani da pagare all’ingresso nel paese sono una tasse a favore dei politici, o meglio della politica.

aero meridiana

Comunque non è un caso isolato: né ai Caraibi, dove anche a Cuba è presente una parcella simile, nè tantomeno in Africa, sia del Nord, in Egitto, sia nell’Africa nera. Ed è proprio, in Kenya, che mi son trovato di fronte ad una duplice parcella, che pagano però solo i passeggeri Meridiana: infatti, oltre ai 50 USD di entrata, i passeggeri ne devono pagare altri 50 al momento dell’uscita. Nessuno poi vuol dare una ricevuta di questo denaro, che non si sa bene quindi in quale tasche finisca.

Dato che non c’è alcuna comunicazione di questi balzelli da nessuna parte, né nel sito viaggiaresicuri.it, del ministero degli Esteri, né su quelli dei vari tour operator, potrebbe poi non essere così stupido chiedersi a chi vanno questi soldi e perché.

Normalmente – in base alle norme in vigore da qualche anno in Kenya – il prezzo del biglietto che si paga alla compagnia aerea include anche la tassa di uscita (non esiste la tassa di entrata). Il costo non è di 50 dollari ma di era di 20. Potrebbe essere aumentato però, è certo, compreso nel prezzo del biglietto. Quando invece si pagava la tassa d’uscita, il denaro si consegnava nelle mani di un funzionario con regolare uniforme e che consegnava una ricevuta datata e regolarmente punzonata.

Resta quindi più di una domanda, che, almeno in apparenza, suscita più che qualche dubbio, solo in parte diradato dal fatto che viene apposto un timbro sulla carta d’imbarco (che strano, solo sul pezzo che al momento dell’imbarco rimane al personale della Meridiana e che quindi viene sottratto al passeggero!).

Stefano Tilli
ste_tilli@live.it

Ps allego il link della compagnia aerea Maridiana che non parla né di tassa di uscita e né di entrata.

https://www.meridiana.it/it/destinazioni/notizie_utili.aspx?code=mba

Kalonzo Musyoka, corre con Raila: l’uomo dell’ombrello e della mezza arancia

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 7 agosto 2017

“Wakati ni sasa” (il tempo è ora). Si presenta con uno slogan semplice, forse un po’ banale Kalonzo Musyoka candidato alla vicepresidenza del Kenya, assieme al candidato presidente Raila Odinga. Musyoka, classe 1953, è l’uomo del partito con l’ombrello, il Wiper Democratic Movement (WDM). È di etnia Kamba, circa 4 milioni di persone che vivono dell’area orientale del Paese e rappresentano quasi il 10 per cento della popolazione keniota.

Manifesto elettorale di Kalonzo Musyoka
Manifesto elettorale di Kalonzo Musyoka

Politico di lungo corso (è il parlamento dal 1985), Musyoka è stato vice presidente del Kenya dal 2008 al 2013 e nel governo durante la dittatura di Daniel arap Moi. Tra il 1986 al 2002, in pieno regime Moi, è stato ministro degli Esteri, ministro dell’Educazione e capo del dicastero del Turismo e dell’Informazione.

Con la presidenza di Mwai Kibaki, la prima dopo Moi, gli è stato affidato il ministero degli Esteri e poi quello dell’Ambiente. Dopo la sconfitta alle elezioni del 2007, nel gennaio 2008 Kibaki lo ha nominato vicepresidente affidandogli anche il Ministero degli Interni.

Il Wiper Democratic Movement è l’evoluzione dell’Orange Democratic Movement-Kenya (ODM-Kenya) che nel 2007, quattro mesi prima delle elezioni, si era separato dal Orange Democratic Movement di Raila Odinga. Il simbolo del partito di Odinga è l’arancia che Musyoka ha ripreso ma tagliandola a metà.

Raila Odinga (a destra) e Kalonzo Musioika
Raila Odinga (a destra) e Kalonzo Musioika

Non gli ha portato fortuna: solo il 9 per cento dei consensi degli elettori che hanno avuto parecchia confusione tra la scelta dell’arancia intera e la sua metà. Per una parte dei suoi ex colleghi di partito è stata scorrettezza per altri un tradimento.

Il simbolo del Wiper Democratic Movement e Kalonzo Musyoka
Il simbolo del Wiper Democratic Movement e Kalonzo Musyoka

Forse, a questo punto, l’unica alternativa non poteva che essere un ombrello aperto. Nelle passate elezioni politiche il WDM, con quasi 880mila voti, è entrato in parlamento conquistando 25 seggi su 349.

In questa campagna elettorale il Wiper Democratic Movement si presenta con il National Super Alliance-Nasa, una coalizione di cinque partiti di opposizione, il più importante dei quali è l’Orange Democratic Movement.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Kalonzo Musyoka
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William Ruto l’uomo più corrotto del Kenya vuole la riconferma a vicepresidente

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 agosto 2017

William Samoei arap Ruto, vicepresidente del Kenya, si candida nuovamente nelle file di Uhuru Kenyatta, per riconquistare la sua poltrona,

Ruto è nato nel 1966 nella Uasin Ghishu County, feudo dei kalenjin, una delle maggiori etnie del Paese, da una famiglia di modeste origini. Sin da bambino è sempre stato uno studente brillante. Si è laureato con il massimo dei voti in biologia e zoologia e per diversi anni si è guadagnato da vivere come insegnate, prima di intraprendere la carriera politica.

William Ruto, vicepresidente del Kenya con la moglie Rachel
William Ruto, vicepresidente del Kenya con la moglie Rachel

Nel 1992 si lancia in politica con  “I giovani per Kenya African National Union” (KANU), il partito di Daniel arap Moi (arap vuol dire figlio di in lingua kalenjin). Il giovane Ruto era un assiduo frequentatore della African Inland Church(AIC) e negli anni all’università è stato anche il leader del University Christian Union choir.

Il suo primo incontro con Moi avviene casualmente durante una funzione religiosa: l’allora presidente era stato colpito da una preghiera recitata da Ruto. Oggi il vicepresidente è un uomo ricco, ma fonti certe del suo villaggio d’origine raccontano che da giovane vendeva polli e arachidi lungo la strada Nakuru–Eldoret, per contribuire al magro bilancio della sua famiglia.

Durante le elezioni del 2007 Kenyatta e Ruto erano impegnati su fronti diversi. Il primo era all’epoca un fedele del presidente di allora, Mwai Kibaki, mentre il secondo appoggiava Raila Odinga, oggi rivale di Ruto, e candidato come presidente in questa tornata elettorale (http://www.africa-express.info/2017/08/06/raila-odinga-per-la-quarta-volta-tenta-la-conquista-della-presidenza/).

Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya e ils suo vicepresidente, William Rutu
Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya e ils suo vicepresidente, William Rutu

Sia Kenyatta che il suo vice Ruto sono stati incriminati dalla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità, commessi durante e dopo le presidenziali del 2007, per altro considerate truccate dalla comunità internazionale.

Ci furono un migliaio di morti in scontri tribali tra i sostenitori dell’uno e quelli dell’altro, che allora erano appunto su fronti opposti. Ma come succede spesso, il processo è stato accantonato per il ritiro dei testimoni. In molti credono che i testimoni siano stati comprati, dopo le strane morti di alcuni di loro. Inoltre già nel 2013, durante un vertice dell’Unione Africana, molti Paesi avevano minacciato di uscire in massa dalla CPI, classificandola come “razzista e con atteggiamenti pregiudiziali verso gli africani”.

Ruto è stato il primo vicepresidente nella storia della ex colonia britannica ad essere eletto direttamente dal popolo; funzioni e poteri che competono a questo ruolo sono fissati dalla Costituzione. Il vicepresidente deve inoltre eseguire i compiti che gli vengono affidati direttamente dal presidente e sostenerlo quando è necessario per poter governare con serenità.

Poco meno di un anno fa, la Infotrak, ditta che si occupa di ricerche sociali e statistiche, ha classificato l’ufficio di Ruto come il più corrotto in assoluto, mentre quello del presidente è il secondo in questa triste classifica. Il sessantadue per cento dei kenioti è convinto di non aver scelto il partito migliore durante le elezioni del 2013, mentre il cinquantacinque per cento non è soddisfatto dell’andamento economico del Paese.

William ha un grande carisma ed è un ottimo oratore, oltre ad essere un eccellente team leader. E’ sposato con Rachel Chebet Ruto, conosciuta durante gli anni all’università, che gli ha dato sei figli, tra loro una figlia non biologica, Nadia. La moglie viene da una famiglia di contadini poverissima; Rachel ha indossato per la prima volta un paio di scarpe quando è stata ammessa alla scuola secondaria. Auto viene dipinto come un ottimo padre di famiglia, e segue l’educazione dei figli con attenzione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

Nuova strage in Nigeria, attaccata una chiesa ma non dai Boko Haram

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 6 agosto 2017

Un’altra strage in una chiesa in Nigeria ma questa volta sembra che gli assassini non siano i militanti i terroristi di Boko Haram, ma piuttosto sembra che si tratti di una faida tribale o economica. L’attacco è avvenuto infatti a Ozumbulu, nello Stato Anambra nella Nigeria meridionale, l’Anambra State, abitato prevalentemente dagli ibo, un’etnia a forte maggioranza cristiana. I morti sono almeno 12 ma i feriti molti di più, alcuni dei quali in bilico tra la vita e la morte.

Nigeria chiesa attaccata

La dinamica dell’attacco non è chiara. Alcuni testimoni hanno raccontato che alle 5.45 del mattino, mentre stava per cominciare la prima messa domenicale, cinque uomini mascherati sono entrati nella chiesa di San Filippo e hanno ammazzato a bruciapelo un paio di persone. Stavano per andarsene ma poi sono tornate indietro sparando all’impazzata sulla folla dei fedeli.

Fino a tarda sera nessuno aveva rivendicato l’attacco anche se alcuni media locali hanno subito attribuito la responsabiità ai terroristi di Boko Haram.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Raila Odinga, all’assalto della presidenza dal Kenya con lo slogan di Trump. E di Obama

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 agosto 2017

A Raila Odinga è piaciuto lo slogan di Trump. Ma anche quello di Obama. Il suo è “Make Kenya great again. We can do this”.  Settantadue anni, ex premier del Kenya e figlio dell’ex vice primo ministro Jaramogi Oginga Odinga, una delle figure di spicco dell’indipendenza dell’ex colonia britannica.

"Make Kenya great again" lo slogan del candidato alla presidenza Raila Odinga
“Make Kenya great again” lo slogan del candidato alla presidenza Raila Odinga

Di etnia Luo (suo padre era il capo), che conta 3 milioni e 200 mila persone, rappresenta il terzo gruppo tribale più numeroso dopo i Kikuyu e i Luhya, Odinga ha già tentato quattro volte la scalata alla presidenza della repubblica.

È il leader del Movimento democratico arancione (Orange Democratic Movement-ODM), partito socialdemocratico nato nel 2005, che alle presidenziali del 2013 ha ottenuto il 43,7 per cento dei suffragi (oltre 5milioni e 340mila voti). Presentandosi con una coalizione, l’ODM è stato il partito che ha ottenuto il maggior numero di seggi: 96 su 349.

Anche per le presidenziali del’8 agosto il Movimento arancio si presenta come parte della National Super Alliance (NASA) , una coalizione di politici moderati.

Il suo programma di governo va dalla lotta alla corruzione della polizia, alla lotta alla criminalità che vuole estirpare anche attraverso l’interruzione della proliferazione di armi leggere; dal contrasto alla disoccupazione, causa dell’aumento la criminalità, al rinforzo dei confini per impedire l’ingresso di al Shabaab dallla Somalia. Per fermare il terrorismo intende incrementare la sicurezza informatica e i sistemi TV a circuito chiuso.

Il progetto del candidato alla presidenza per governare il Paese prevede anche di fornire alla Polizia strumenti e attrezzature necessari per garantire la sicurezza, con la supervisione di Parlamento e Magistratura per evitare abusi di potere da parte delle forze dell’ordine. Ma anche ampliare il turismo e salvaguardare l’ambiente, l’assistenza sanitaria universale, cercare una politica progressista pan-africana ed estera progressiva, incrementare l’agricoltura e la pesca. Insomma tutto ciò che un politico vorrebbe fare se ci fossero i fondi sufficienti.

Il sito del Movimento democratico arancione dove appare l'immagine di Raila Odinga, candidato alla presidenza del Kenya
Il sito del Movimento democratico arancione dove appare l’immagine di Raila Odinga, candidato alla presidenza del Kenya

Ma chissà se Raila vuole continuare a giocare la carta dell’accusa della Corte penale internazionale al suo rivale, l’attuale presidente Uhuru Kenyatta, di crimini contro l’umanità. L’attuale presidente è stato accusato di presunta volontà e pianificazione di sterminio degli oppositori politici dell’ODM, di etnia Luo, Luhya e Kalenjin, nelle violenze post elettorali del gennaio 2008 dove morirono 1.300 persone e altre migliaia furono vittime di violenze e stupri senza che il neo presidente Kenyatta muovesse un dito. L’imputazione è però caduta per mancanza di prove nel 2015.

E visto che l’ODM è stato vittima di questi gravissimi fatti, Odinga vuole mostrare particolare sensibilità al problema dei diritti umani. Il suo programma prevede anche la creazione di un Tribunale per i diritti dell’uomo per contrastare gli abusi.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin