Kenya e Somalia: alle elezioni al-shebab può fare la differenza nelle urne

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 7 agosto 2017

A poche ore dall’apertura delle urne, dove l’8 agosto si riverseranno gli elettori kenioti per eleggere il prossimo presidente, i miliziani islamisti di al-Shabaab hanno pubblicato un video nel quale tale Leonard Maingi, un sottoufficiale delle Kenya Defence Forces (KDF), viene brutalmente ucciso con un colpo di pistola: Maingi era stato rapito dagli islamisti nel gennaio del 2016, quando un folto gruppo di miliziani somali di al-Shabaab aveva attaccato la base AMISOM a El Adde, nella regione di Gedo in Somalia, dove risiedevano 200 soldati dell’ex colonia britannica. Oggi in Somalia sono presenti 4.000 soldati kenioti nell’ambito della missione dell’Unione Africana AMISOM: schierati perlopiù nel secondo settore, comprensivo del confine occidentale e sud-occidentale tra Kenya e Somalia, dovrebbero essere un forte deterrente contro al-Shabaab.

Un vignettista somalo descrive così l’invasione delle truppe keniote in Somalia dirette verso il porto di Kisimayo, mentre gli shebab marciano verso il il Kenya
Un vignettista somalo descrive così l’invasione delle truppe keniote in Somalia dirette verso il porto di Kisimayo, mentre gli shebab marciano verso il il Kenya

Il video degli islamisti somali, messo online a meno di 48 ore dal voto, è il modo che il gruppo ha di ricordare a tutto il Kenya “l’invasione” della Somalia da parte delle truppe di Nairobi. Era il 2011 quando il Kenya decideva di schierare il proprio esercito lungo il confine e anche un po’ oltre, in territorio somalo, approfittando del vuoto sostanziale di potere e di diritto che il Paese del Corno d’Africa vive da decenni: l’obiettivo di Nairobi era, ed è ancora oggi, frenare il traffico d’armi e di droga, gli scontri a fuoco e gli spettacolari e clamorosi rapimenti, sopratutto a danno di cittadini stranieri, che all’epoca erano all’ordine del giorno lungo il confine tra le due nazioni africane.

Negli intenti del presidente Kenyatta quel confine, uno dei più instabili e porosi di tutto il Corno d’Africa, andava protetto. Ancora oggi il passaggio di islamisti da una parte all’altra è la spina nel fianco della sicurezza nazionale del Kenya e a ricordarlo ci sono le stragi: la sparatoria al centro commerciale Westgate nella capitale Nairobi e la strage all’Università di Garissa nel 2015 sono gli esempi più clamorosi di come la questione sicurezza sia, in Kenya, prioritaria su tutto.

Il soldato keniota rapito e assassinato dagli shebab a poche ore dal voto nell’ex colonia britannica
Leonard Maingi, il soldato keniota rapito e assassinato dagli shebab a poche ore dal voto nell’ex colonia britannica

 

Oggi l’intera contea di Garissa soffre ancora la tragica memoria di quei fatti e il terrore inferto da al-Shabaab ha radicalmente cambiato, in peggio, le vite di chi vive nella contea: una zona del Kenya dove, volendo riassumere brutalmente, il terrorismo ha vinto su tutto il resto.

I rapporti con la Somalia, con il nuovo governo di Mohamed Farmaajo a Mogadiscio, sembrano essere ad un nuovo inizio: il leader somalo ha fatto la sua prima visita internazionale proprio in Kenya e il presidente Kenyatta era presente alla cerimonia di insediamento del collega: la cooperazione tra le due nazioni è essenziale, al Kenya per dare legittimità alla presenza delle truppe in Somalia e a quest’ultima per cercare di ripristinare un minimo di sicurezza in territori che sono, in realtà, totale appannaggio dei clan e di al-Shabaab: l’operazione Linda Nchi, iniziata nell’agosto del 2011 e terminata nel maggio 2012, è stata solo la prima esperienza di collaborazione militare tra i due paesi. Poi sono arrivate le Nazioni Unite e l’Unione Africana con la AMISOM ma, di fatto, i due attori principali nella lotta contro al-Shabaab sono rimasti gli stessi: Somalia e sopratutto Kenya.

Soldato keniota in azione in Somalia
Soldato keniota in azione in Somalia

Ma la presenza del Kenya nel Corno d’Africa ha ragioni che esulano dalla sicurezza nazionale e dalla cooperazione militare, attestandosi più su esigenze di bilancio: le Nazioni Unite infatti rimborsano con diversi miliardi di scellini l’anno, nel 2017 6,78 miliardi erogati come pagamento anticipato dalla comunità internazionale, il governo di Nairobi, che tuttavia utilizza quel denaro anche per altri scopi: ogni mese AMISOM rimborsa 1.028 dollari per ogni soldato ma a questa cifra il governo di Nairobi deduce 200 dollari di “spese amministrative”: restano 800 dollari al mese di stipendio per i soldati in missione, spesso versati con mesi di ritardo dal governo keniota. In questo senso la presenza del Kenya nella missione AMISOM garantisce la sicurezza nazionale keniota con soldi altrui e anzi in molti accusano il governo di Nairobi di fare la cresta sui fondi internazionali erogati per la missione in Somalia.

Le offensive contro al-Shabaab in territorio somalo si contano tuttavia sulle dita di sole due mani e sempre con tempistiche dubbie: dopo mesi di inazione e gravi sconfitte, come per la battaglia al campo militare di El Adde nella quale i militari kenioti hanno fatto una pessima figura (e i somali altrettanto, visto che la loro base si trova ad appena 600 metri da quella dei kenioti), solo agli inizi di luglio sono riprese le campagne militari e le missioni contro le roccaforti di al-Shabaab in Somalia e, pensano in molti, solo grazie allo stimolo del neo-presidente somalo.

In questo scenario le prossime elezioni in Kenya ci diranno molte cose anche sull’impegno anti-terrorismo dell’esercito di Nairobi: il candidato Odinga infatti è sempre stato critico nel coinvolgimento delle truppe keniote in territorio somalo, ha definito più volte “scaduto” il mandato delle KDF: nella visione di Odinga il primo problema da affrontare è quello del Somaliland, zona semi-autonoma della Somalia che si è autoproclamata indipendente ricevendo il sostegno proprio del candidato Odinga, cosa che irritò non poco il governo di Mogadiscio.

Un soldato somalo passa accanto a un veicolo militare dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia), ne distretto di Daynile, alla periferia di Mogadiscio (foto REUTERS/Feisal Omar)
Un soldato somalo passa accanto a un veicolo militare dell’AMISOM (African Union Mission in Somalia) bruciato dagli shebab, nel distretto di Daynile, alla periferia di Mogadiscio (foto REUTERS/Feisal Omar)

Un eventuale riconoscimento della sovranità nazionale del Somaliland potrebbe rappresentare una bomba ad orologeria, l’ennesima, nel Corno d’Africa e i rapporti fraterni tra Odinga e il presidente della Tanzania John Magufuli potrebbero garantire al Kenya un sostegno che oggi con Kenyatta non ha, in questo senso.

Uhuru Kenyatta invece la vede diversamente: la missione AMISOM dovrebbe attualmente concludersi nel 2020, con un’iniziale parziale ritiro di truppe già dal 2018, ma il Kenya da tempo preme l’Unione Africana affinché si proroghi la missione, che necessita di altri 28.000 soldati: da mesi Kenyatta esorta i leader regionali a schierare più uomini e distribuire le truppe in modo più capillare ed ha fatto più volte appello alla comunità internazionale per ulteriori aiuti. Nonostante gli sforzi profusi sin qui però le figuracce dei kenioti in battaglia, la penetrazione di al-Shabaab fin nel cuore del Kenya, dove fa proseliti tra le comunità meno abbienti ed istruite, e la perdita di tre basi importanti in Somalia, El Adde, Janaale e Leego, non giovano all’immagine di Kenyatta, che ha fatto della sicurezza nazionale uno dei suoi cavalli di battaglia.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile 

Please follow and like us:

Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi