21.8 C
Nairobi
mercoledì, Aprile 29, 2026

Extraterrestri africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 27 aprile 2026 Un’astronave...

Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

Africa ExPress Bamako, 27 aprile 2026 Il ministro maliano...

Moral Fact Checking: il signor Cerasa e il 25 aprile

Con questo articolo Roberta De Monticelli comincia la...
Home Blog Page 384

Uhuru Kenyatta, il presidente milionario si ricandida alla guida del Kenya

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 agosto 2017

Il presidente uscente, Uhuru Kenyatta, kikuyu (etnia maggioritaria in Kenya), classe 1961, presidente  dal 2013, è ora alla conquista del secondo mandato in questa tornata elettorale, prevista per il prossimo 8 agosto. Sicuro di se, del suo programma, raggiunge i comizi elettorali a bordo di una SUV nera e dal tettuccio aperto saluta la folla con le braccia alzate e le mani chiuse a pugno come un pugile che ha appena messo a tappeto il proprio avversario.

Kenyatta è tra gli uomini più ricchi dell’Africa e Forbes lo posiziona al ventiseiesimo posto con una fortuna stimata di cinquecento milioni di dollari. La sua famiglia è proprietaria dell’emittente TV Channel K24, del giornale “The People” e di diverse stazioni radio. Ha inoltre interessi in vari settori importanti, turistico, bancario, assicurativo e nelle costruzioni e possiede immense proprietà terriere nella Rift Valley, nelle regioni centrali e sulla costa.

Durante una manifestazione tenutasi il 27 giugno 2017 a Nairobi, organizzata dal Jubilee Party of Kenya, il cui leader è il presidente stesso, mentre il numero due è William Ruto, l’attuale e in caso di vincita anche futuro vice presidente del Paese, Kenyatta ha presentato il suo ambizioso programma elettorale:

Creazione di 6,5 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi cinque anni, abolizione delle rette per la scuola secondaria, cure gratuite durante il periodo di maternità e altri interventi nell’ambito dell’assistenza sanitaria, sovvenzioni per l’acquisto di fertilizzanti per ridurre i costi ai contadini, costruzione di cinquecento mila case a basso costo e realizzazione di cinquantasette dighe in tutto il Paese e, la solenne promessa di portare la corrente elettrica in tutte le case al più tardi durante il terzo anno dopo la sua rielezione.

Ai neolaureati sarà offerto un tirocinio di un anno circa, in collaborazione con ditte private in vari settori. Il governo finanzierà direttamente parte di questo programma, per ridurre la disoccupazione giovanile.  

Uhuru Kenyatta durante la sua campagna elettorale
Uhuru Kenyatta durante la sua campagna elettorale

Uhuru è figlio d’arte. Suo padre, Jomo Kenyatta, è stato il primo presidente del Kenya, dal 12 dicembre 1964 fino alla sua morte, sopraggiunta a Mombasa il 22 agosto 1978, mentre sua madre, Mama Ngina Kenyatta, la quarta moglie di Jomo, oltre all’attuale capo dello Stato, ha avuto altri tre figli, due femmine ed un maschio.

L’attuale presidente è sposato con Margaret Wanjiru Gakuo dal 1991 che gli ha dato tre figli. Nel 2002 viene designato dall’allora presidente uscente, Daniel arap Moi, come suo successore candidato presidente dell’ex partito unico Kenya African National Union (KANU) alle elezioni, ma la sconfitta fu clamorosa. Mwai Kibaki vince la tornata elettorale con il sessantadue per cento dei voti, grazie alla coalizione dei partiti d’opposizione.

Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta con la moglie Margaret Wanjiru Gakuo
Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta con la moglie Margaret Wanjiru Gakuo

Nel 2013 Kenyatta vince finalmente le elezioni, ma con un margine relativamente basso. Si aggiudica il 50,07 per cento dei voti, appena pochi punti in più rispetto al punteggio richiesto per non dover ricorrere al ballottaggio (http://www.africa-express.info/2013/03/15/odinga-vs-kenyatta-in-kenya-dal-voto-ora-si-passa-alla-battaglia-legale/).

Quattro anni fa, gran parte del mondo politico e diplomatico occidentale  era contrario alla candidatura di Kenyatta, perché incriminato dalla Corte penale internazionale dell’Aja insieme a William Ruto per crimini contro l’umanità, commessi durante le presidenziali del 2007, per altro considerate truccate dalla comunità internazionale.

Ci furono un migliaio di morti in scontri tribali tra i sostenitori dell’uno e quelli dell’altro, che allora erano su fronti opposti. Ma come succede spesso, il processo è stato accantonato per il ritiro dei testimoni. Inoltre già nel 2013, durante un vertice dell’Unione Africana, molti Paesi avevano minacciato di uscire in massa dalla CPI, classificandola come “razzista e con atteggiamenti pregiudiziali verso gli africani”.

In giugno, durante una manifestazione del suo partito, il Jubilee party, Kenyatta ha ricordato che quattro anni fa il mondo aveva dichiarato che avrebbe evitato contatti con il Kenya nel caso di una sua vittoria. Una minaccia che non è stata messa in atto. Nessun Paese al mondo, infatti, rifiuta di incontrare il presidente dell’ex colonia britannica. Nel 2013 gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna avevano annunciato un rallentamento nei rapporti commerciali in caso di una vittoria di Kenyatta e Ruto. Non è accaduto.

Il Paese invece è e resta tutt’ora un tassello chiave in Africa sia in campo economico che nella lotta contro i terroristi islamici somali al-Shabaab.

Generalmente in Kenya gli elettori scelgono il candidato che appartiene alla loro etnia, perché convinti di ottenere maggiori appoggi per la regione di origine. Le etnie più rappresentate nel Paese sono le seguenti: Kikuyu, Luhya, Kalenjin e Luo. Dunque Kenyatta, un kikuyo e Ruto, kalenjin non hanno dubbi di poter contare del sostegno di membri della propria tribù.

Durante la sua presidenza, Kenyatta è stato accusato di aver intralciato la libertà di stampa. Nel 2016 un giornalista del “Daily Nation”, il maggiore quotidiano nazionale, è stato licenziato, per aver criticato in un editoriale le scelte economiche del capo dello Stato. Anche a Gaddo, uno tra migliori fumettisti kenioti, è stato dato il benservito, dopo aver pubblicato una vignetta non gradita alle autorità di Nairobi.

Percezione della corruzione: il Kenya è alla 146esima posizione
Percezione della corruzione: il Kenya è alla 146esima posizione

Dopo la sua elezione nel 2013, Uhuru aveva promesso di combattere la corruzione , ma l’attivista anti-corruzione, John Githongo, sostiene che l’attuale amministrazione sia la peggiore nella storia del Paese. Infatti in un rapporto del 2016 sulla percezione della corruzione, Transparency International,  un’organizzazione internazionale non governativa che combatte il malaffare, non solo politico, ha posizionato il Kenya al centoquarantacinquesimo posto su centosettantasei Paesi e rimprovera alle autorità di lasciare impuniti i colpevoli di tali misfatti.

Durante la sua campagna elettorale il presidente ha promesso di donare computer alle scuole primarie. Infatti sotto la sua amministrazione il Kenya ha subito un forte incremento a livello informatico, con l’intento di ridurre, appunto, la corruzione. Ora si possono pagare le tasse on-line, richiedere passaporti, carte d’identità, patenti e accedere ad altri servizi governati, evitando così lunghe code agli sportelli.

Ma anche qui le critiche non sono mancate; in molti ritengono che queste iniziative non abbiano contribuito in alcun modo a migliorare la trasparenza o a combattere la crescente corruzione.

Grazie agli insegnamenti della mamma, Uhuru parla perfettamente il kikuyu, che gli permette di comunicare in modo diretto con il suo popolo, che affettuosamente lo chiama: “Kamwana”,  giovanotto tradotto in italiano.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

 

Kenya alle urne: i programmi sono secondari, l’obbiettivo è mangiare la torta

0

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 5 agosto 2017

Martedì 8 agosto il Kenya va alle urne per eleggere il presidente, il parlamento e i governatori . E un’elezione che tutta l’Africa guarda con estrema apprensione. Il Kenya è il Paese più stabile dell’Africa centrale, in forte crescita economica ed è uno dei pochi a non aver mai conosciuto un colpo di Stato. L’esercito qui è fedele alle istituzioni.

Miss Kenya

La lotta per lo scranno presidenziale è riservata a due concorrenti: il presidente uscente, il kikuyu Uhuru Kenyatta, e il suo sfidante, lo storico capo dell’opposizione di etnia luo, Raila Odinga. Il primo è il figlio del padre fondatore del Kenya, Jomo Kenyatta, il secondo il figlio dell’oppositore storico di Jomo, Oginga Odinga. Lo scontro dunque non è solo politico ma è anche familiare e personale. Kenyatta ha scelto come suo compagno candidato alla vicepresidenza l’uscente William Ruto, kalenjin come il dittatore storico del Kenya, Daniel Toroitich arap Moi, rimasto al potere 23 anni.

Moto con Uhuru
I motociclisti in Kenya sono obbligati a indossare un gubbino catarifrangente. I candidati li regalano conta loro pubblicità elettorale

Strana accoppiata questa perché entrambi erano stati inquisiti dal tribunale penale internazionale per le violenze seguite alle elezioni presidenziali del dicembre 2007. Ma allora Kenyatta sosteneva il candidato Mwai Emilio Kibaki (che fu eletto), mentre Ruto sosteneva Raila. In Kenya si cambiano alleanze secondo le convenienze. Infatti alle ultime elezioni, nel 2013, Ruto si è schierato con Uhuru contro Raila. Infatti ha vinto ed è stato eletto vicepresidente. Il problema non sono le idee ma i posti. I posti da occupare dove si può accumulare denaro.

Per fare un esempio. Qualche anno fa fu introdotta l’obbligatorietà delle cinture di sicurezza. Si scoprì che il ministro dei trasporti, tramite una sua società, aveva importato nel Paese un paio di container pieni di cinture di sicurezza che, appena la legge fu approvata, vendette a piene mani ai veicoli che non ne erano dotati.

Raila ha invece scelto come compagno il kamba Kalonzo Musioka, anche lui un politico di lungo corso che ha cambiato alleanze un numero di volte difficile da contare, ma che alle ultime elezioni del 2013 aveva corso come vicepresidente di Raila.

Il Kenya, pur essendo uno dei Paesi più stabili del continente, è scosso da enormi problemi. Il più grosso forse è la corruzione che tutti i candidati promettono di sradicare ma che permette loro di sopravvivere e ingrassare i loro conti correnti, qui e all’estero. I metodi politici sono basati sulla compravendita di favori e di voti. La commistione tra politica ed economia è imbarazzante. Non c’è uomo politico che non faccia affari utilizzando il suo potere.

Poster Watangula

Da non sottovalutare poi l’estremismo islamico che sta crescendo ovunque non solo nella fascia costiera ma anche, grazie ai soldi provenienti dagli ambienti arabi, nelle zone tradizionalmente cristiane del nord del Paese.

L’invasione della Somalia da parte delle truppe keniote il 16 ottobre 2011 ha provocato la reazione degli islamici che, per rappresaglia, hanno organizzato diversi attentati nell’ex colonia britannica. Il più clamoroso l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi, il 21 settembre 2013 dove persero la vita 67 persone. Le truppe keniote sono ancora in Somalia e i fondamentalisti Al Shebab hanno minacciato di colpire in Kenya in occasione di queste elezioni. Il timore di nuovi attacchi sanguinosi è tangibile soprattutto a Nairobi, la capitale, e a Mombasa, seconda città del Paese e snodo portuale di importanza vitale per tutta l’Africa centrale.

La minaccia ha reso ancora più teso il clima. Proprio ieri è arrivata la notizia, che in Somalia – per influenzare le elezioni in Kenya – gli islamici hanno assassinato un prigioniero di guerra, Leonard Maingi Kiiyo. Il video diffuso dagli shebab è corredato dalle ultime parole del soldato: un invito al suo Paese di ritirare le truppe.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Per dare ai nostri lettori l’opportunità si seguire al meglio le elezioni keniote Africa ExPress ha organizzato uno Speciale Elezioni 2017 dove troverete notizie, informazioni e storia. L’elenco degli articoli si ottiene cliccando sulla testatina in rosso KENYA 2017: SPECIALE ELEZIONI in home page.

I Candidati:

Raila Odinga, all’assalto della presidenza dal Kenya con lo slogan di Trump. E di Obama ( 6 agosto 2017)

Kalonzo Musyoka, corre con Raila: l’uomo dell’ombrello e della mezza arancia (7 agosto 2017)

Uhuru Kenyatta, il presidente milionario si ricandida alla guida del Kenya (6 agosto 2017)

William Ruto l’uomo più corrotto del Kenya vuole la riconferma a vicepresidente (7 agosto 2017)

Le notizie e i commenti:

Facebook e Whatsapp dichiarano guerra alle le fake news per le elezioni in Kenya (8 agosto 2017)

Kenya e Somalia: alle elezioni al-shebab può fare la differenza nelle urne (7 agosto 2017)

Kenya, vigilia elettorale tesa, scambio di accuse tra i due schieramenti (7 agosto 2017)

Ultimi giorni prima del voto in Kenya: nei supermercati ricompare la merce che era sparita (6 agosto 2017)

Kenya: incauto appello di Raila ai propri elettori scatena violenze a Mombasa (5 agosto 2017)

Arrestati occidentali chiamati da Raila in Kenya per controllare le elezioni (5 agosto 2o17)

Presidenziali in Kenya: la costa senza turisti è tutta schierata per l’opposizione (4 agosto 2017)

L’8 agosto il Kenya vota: seviziato e assassinato il vicecapo della commissione elettorale (31 luglio 2017)

Osservatorio:

Kenya, la strana tassa di 50 dollari (senza ricevuta) che paga solo chi viaggia Meridiana (in uscita)

 

Ultimi giorni prima del voto in Kenya: nei supermercati ricompare il cibo sparito

Simona FossatiSpeciale per Africa ExPress
Simona Fossati
Nairobi, 5 agosto 2017

A pochi giorni dalle elezioni in Kenya (si vota martedì prossimo), ricompare ovunque e in abbondanza l’Ugali, il cibo base del popolo keniota, una specie di polenta bianca di mais.

Era sparito da mesi, recuperabile solo se lo potevi ordinare perché avevi un amico in qualche negozietto locale, ma al triplo del costo usuale.

Già un mese fa, per la verità, l’Ugali ha cominciato a fare la sua comparsa ogni giorno sugli scaffali di qualche supermercato, ma solo quello con il timbro del Governo, a prezzo calmierato e a quantità contingentata: non più di due pacchi al giorno. E scompariva in nemmeno dieci minuti.

Gli scaffali di un supermercato carichi di ugali
Gli scaffali di un supermercato carichi di ugali

Ora invece sugli scaffali abbondano, non più razionati, anche altri prodotti base come sale, riso e zucchero.

Mentre il cibo ricompare sui ripiani dei grandi supermercati, ad uno ad uno chiudono le bancarelle/negozietti frequentati dai locali. Non vogliono rischiare. Se succederà qualche cosa, i subbugli partiranno dagli slam e i gestori hanno paura di perdere tutto, dato che in questi casi le razzie sono una delle prime cose che accadano. Comunque, l’8 agosto, chiuderanno anche quei pochi ancora aperti.

Nel frattempo la maggior parte degli occidentali se ne sono andati in vacanza. Restano i diplomatici e uomini e donne strategici, sia alle Nazioni Unite (che qui impiega 5 mila persone) sia all’Unione Europea. Tutte le ambasciate hanno comunque, con riservatezza, inviato ai loro connazionali istruzioni precise di come muoversi, che cosa fare, dove andare in caso di pericolo.

Sono tutti pronti, anche se in realtà c’è un certo ottimismo tra il popolo kenyota che non vuole nemmeno pensare ci possano essere tafferugli o peggio ancora. Gli osservatori invece, inviati da molti Paesi interessati alle questioni africane e dalla stessa Unione Europea, non si pronunciano e, per il momento appunto, si limitano a osservare.

Simona Fossati

Arrestati occidentali chiamati da Raila in Kenya per controllare le elezioni

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 5 agosto 2017

Quattro persone, un americano, un canadese e due ghaniani, esperti di processi elettorali, entrati legalmente in Kenya su invito del NASA, il partito di Raila Odinga, cui dovevano offrire  la propria consulenza, sono stati arrestati. Sono improvvisamente scomparsi dalla casa in cui alloggiavano nella zona di Westland a Nairobi. La notizia è stata diffusa dal senatore James Orengo con una breaking news della sua newsletter questa mattina, ma il fatto è avvento ieri sera.

Secondo le testimonianze della gente del luogo, le forze di polizia hanno fatto irruzione nell’alloggio dove  hanno arrestato i quattro. Li hanno caricati alquanto bruscamente sul retro di un furgone di servizio che è partito in tutta fretta alla volta dell’aeroporto Jomo Kenyatta.

I danni prodotti nel quartiere generale del NASA a Nairobi
I danni prodotti nel quartiere generale del NASA a Nairobi

Questa notizia ha creato sconcerto ed apprensione nell’opinione pubblica che vi vede un ulteriore elemento destabilizzante ai fini di assicurare un consulto elettorale condotto nella legalità e nella trasparenza e soprattutto, non caratterizzato da violenze. “Non sappiamo dove i nostri quattro consulenti siano stati portati – ha detto Orengo – ed il nostro timore e che vengano espulsi”.  Ha poi aggiunto che prenderà al più presto contatto con l’ambasciata degli Stati Uniti per verificare con essa il destino dei quattro stranieri.

Orengo ha anche commentato il raid avvenuto ieri sera negli uffici del NASA, in cui sono state distrutte o asportate varie attrezzature informatiche. Raid che lui sospetta sia stato attuato da forze di polizia in abiti borghesi. Un’analoga denuncia era già stata presentata anche da Musalia Mudavadi, leader dell’ANC (Amani National Congress), un raggruppamento politico alleato al NASA di Raila Odinga.

Secondo quanto da lui dichiarato, la sede del suo partito sarebbe stata oggetto di un’aggressione da parte di uomini armati di bastoni che hanno fracassato mobili ed atttrezzature. Ha anche denunciato che gli impiegati dell’ufficio del NASA, preposto alla raccolta dei riusultati elettorali, erano stati maltrattati ed intimiditi da gruppi di violenti sconosciuti.

Dal canto suo, il comandante della polizia di Nairobi, Japhet Koome, ha liquidato tutte le rimostranze relative ai pretesi abusi, dicendo di non averne alcuna risultanza. Al momento in cui scriviamo i fatti riferiti non offrono altri riscontri e appaiono ancora velati da approssimzioni ed incertezze che, probabilmente, troveranno chiarimenti ufficiali nei giorni a venire.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmil.com
@franco.kronos1

Kenya: incauto appello di Raila ai propri elettori scatena violenze a Mombasa

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 5 agosto 2017

La campagna elettorale in Kenya si chiuderà domani. Ieri il candidato dell’opposizione, Raila Odinga, durante un comizio ha rivolto un appello alla comunità elettorale di Mombasa che, stando ai sondaggi, sembra già largamente orientata a suo favore. Nella foga oratoria, Odinga si è lasciato sfuggire un’osservazione che ha scaldato gli animi è ha causato immediati tafferugli.

Un momento dei tafferugli di ieri a Mombasa
Un momento dei tafferugli di ieri a Mombasa

“Questa è una campagna presidenziale – ha esordito il leader del NASA – e non ha importanza chi sarà eletto alla carica di governatore di Mombasa. Sarete voi a decidere se dare la vostra preferenza a Joho o a Sarai”. Questa infelice dichiarazione ha scatenato le immediate ire del pubblico raccolto, nel parco di Tononoka, per esprimere il proprio supporto a Odinga e non si aspettava certo di veder invitato a salire sul palco un rivale con il beneplacido del loro leader.

Ali Hassan Joho, governatore di Mombasa uscente, sostenitore di Raila Odinga
Ali Hassan Joho, governatore di Mombasa uscente, sostenitore di Raila Odinga

Chi si contende la carica per il governatorato della contea di Mombasa, sono l’attuale governatore, Ali Hassan Joho del NASA (National Super Alliance) ed il rappresentante del Wiper Democratic Movement, il senatore Hassan Omar Sarai. A quest’ultimo, dopo l’inattesa dichiarazione di Odinga, la folla ha tentato di impedire l’accesso al palco scatenando scontri tra le opposte fazioni con botte e uso di spray urticanti. Kalonzo Musyoka, che accompagnava Odinga, è intervenuto a sua volta per tentare di calmare gli animi, ma solo il deciso intervento delle forze paramilitari del GSU (General Service Unit) con la consueta brutalità, è infine riuscito a placare gli animi e a riportare la calma.

L’ episodio si è fortunatamente concluso senza gravi conseguenze, ma è il segnale delle forti tensioni che stanno caratterizzando la campagna elettorale . Man mano che ci si avvicina la data dell’apertura dei seggi (martedì prossimo) aumenta, soprattutto da parte dei sostenitori del NASA, lo spasmodico timore di brogli che possano inficiare la loro eventuale vittoria.

Hassa Omar Serai, candidato a governatore di Mombasa, sostenuto dal presidente Uluru Kenyatta
Hassa Omar Serai, candidato a governatore di Mombasa, sostenuto dal presidente Uluru Kenyatta

E’ del resto difficile gestire un processo elettorale democratico, in un paese il cui voto non è ispirato da programmi di governo, ma, prevalentemente, dall’appartenenza ai clan tribali degli elettori, nè tranquillizza il costante ricorso, per propiziare il successo politico, a pratiche di stregoneria alle quali ricorrono spesso gli stessi eminenti candidati alle più alte cariche dello Stato.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

 

 

ONG e migranti: il protocollo cancella gli aspetti umanitari e privilegia la sicurezza

0

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 4 agosto 2017

“Se le ONG non firmano
difficilmente potranno continuare ad operare”. Con queste lapidarie parole il Ministro degli Interni italiano Marco Minniti ha messo il punto sulla polemica che in questi mesi vortica confusamente sulle nostre teste: permettere o non permettere, e se sì come farlo, alle ONG di continuare con le proprie attività di soccorso ai migranti nel Mare Mediterraneo?

Non si tratta di un tema semplice. Per settimane a Roma è stato costante l’andirivieni dei rappresentanti delle 9 organizzazioni-non-governative operanti nel Mediterraneo, affollatisi attorno al tavolo del dipartimento Affari internazionali del Viminale. Il bersaglio grosso era raggiungere un accordo sul Codice di condotta che le ONG dovranno rispettare nelle operazioni umanitarie in mare: come tutti oramai sappiamo la maggioranza delle organizzazioni ha scelto di non firmare questo documento.

migranti-675

“L’obiettivo principale delle autorità italiane nel salvare i migranti è la protezione della vita umana e dei diritti delle persone nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali” si legge nel testo del Viminale, al quale Africa ExPress ha avuto accesso, dove si specifica che ambo le parti “condividono la necessità di prevedere disposizioni specifiche per affrontare la complessità delle operazioni di soccorso”. Una necessità per la quale le diverse organizzazioni umanitarie avevano già trovato soluzione, decidendo in totale autonomia di dotarsi di un Codice di comportamento (qui il testo completo) oltre che stimolando più volte la collaborazione con le istituzioni italiane e comunitarie.

Secondo il testo del Viminale le ONG dovrebbero dare garanzia di: non entrare in acque libiche “salvo situazioni di grave e imminente pericolo […] non ostacolando la ricerca e il salvataggio da parte della Guardia costiera libica”, tenere sempre accesi transponder e GPS – obbligo che nei primi due mesi del 2017 è stato violato anche da circa 3.000 navi commerciali – non rendersi mai visibili per non agevolare la partenza delle imbarcazioni cariche di migranti (cioè non comunicare via radio con i libici, non inviare segnali luminosi come razzi o bengala per indicare la posizione della nave di salvataggio, non “facilitare i contatti” con trafficanti e contrabbandieri). Oltre a questi accorgimenti le ONG firmatarie si sarebbero dovute impegnare a comunicare i dati tecnici della propria flotta e i dettagli sul personale presente a bordo “necessario”, scrive il Viminale, “a garantire il know-how professionale adatto alle attività di salvataggio”. E fin qui, a parte il divieto di accedere in acque libiche, nessuno ha avuto nulla da eccepire.

Marco Minniti, il nostro ministro degli Interni
Marco Minniti, il nostro ministro degli Interni

Altri aspetti, più operativi, hanno inciso non poco nella scelta di molte ONG di non firmare: obbligo di notificare ogni intervento in zona SAR (che significa zona di ricerca e soccorso) al Centro di Coordinamento marittimo e agli stati interessati, impegno a mantenere costantemente informato il Centro di Coordinamento, non trasferire mai i naufraghi su altre navi salvo richieste diverse delle autorità marittime, sbarcare i salvati “in un porto sicuro” dopo ogni operazione di salvataggio (fino a venerdì scorso le ONG effettuavano anche più operazioni, mantenendo a bordo i migranti per qualche giorno prima di trasferirli in porto), cooperare con il Centro di Coordinamento “eseguendone le istruzioni e informandolo in anticipo su ogni iniziativa” e accettare a bordo “su richiesta delle autorità italiane” funzionari di polizia giudiziaria che dovrebbero raccogliere informazioni e prove da girare poi alle procure che indagano sul traffico di esseri umani. Il tutto “senza il pregiudizio dell’attività umanitaria in corso”.

Il governo italiano e le autorità marittime stanno chiedendo alle ONG di mettere da parte le proprie attività umanitarie e farsi carico di ciò che i governi non vogliono o non riescono a fare, ovvero tutte le attività securitarie del caso, che nelle intenzioni del Viminale sono prioritarie su quelle umanitarie. Si teorizza infatti l’istituzione di vere e proprie questure sull’acqua che permettano alla polizia giudiziaria di effettuare “indagini preliminari” su indicazione dell’Autorità giudiziaria. I governi chiedono alle ONG di sostituirsi a loro sequestrando barche e motori agli scafisti e comunicando tali sequestri al Centro di Controllo di Triton, attività che in origine sarebbe dovuta essere esclusiva della cooperazione tra l’Unione Europea e le diverse autorità nazionali, non certo dalle ONG. Il Codice di comportamento impone l’ovvio: appellandosi al principio di trasparenza, spesso violato dalle stesse autorità nazionali italiane, si chiede di “dichiarare le fonti di finanziamento delle loro attività” che sono già tutte pubbliche e che è possibile verificare grazie ai bilanci che le varie organizzazioni rendono pubblici – nel pieno rispetto della legge tra l’altro.

Le ragioni per cui la maggior parte delle ONG ha deciso di non firmare questo accordo con il governo italiano sono state elencate puntualmente dal Direttore Generale di MSF Gabriele Eminente: fino ad oggi le ONG hanno eseguito delle attività non solo lecite ma anche colmanti quel vuoto lasciato dall’inazione dei governi, sia in mare che in Libia. Medici Senza Frontiere ad esempio, che non ha firmato il Codice di comportamento, da mesi ha schierato personale medico e infermieristico nei centri di detenzione libici sotto il controllo delle milizie e dei trafficanti di esseri umani, obiettivo raggiunto dopo un lunghe trattative. Questo permette alla ONG di fornire assistenza medica in luoghi dove l’unica alternativa alla sofferenza è la morte, garantendo così un presidio sanitario in territorio libico. In questo senso MSF fa ciò che dovrebbero fare i governi europei: aiutare le persone a fuggire dalla Libia garantendo ai migranti un minimo standard medico-sanitario.

Il testo del Viminale ha mostrato alcune lacune e criticità già dal primo giorno di applicazione: relativamente la parte che vieta il trasbordo dei migranti in mare da una nave umanitaria all’altra, che ha senso solo nell’ottica di contrasto all’immigrazione clandestina (un tema che alle ONG non dovrebbe proprio interessare), si legge su laRepubblica del 2 agosto del “paradosso della nave Aquarius”, nave della ONG Sos Mediterranée-MSF fuori dal sistema SAR ma utilizzata recentemente dalle autorità marittime italiane proprio per questo tipo di operazioni: con l’entrata in vigore del Codice la centrale operativa della Guardia Costiera italiana ha ordinato alla nave Aquarius di recuperare i migranti salvati da una nave mercantile per trasferirli sulla nave Open Arms della ONG spagnola ProactivaOpenArms, un’operazione che in teoria il Codice di comportamento – che gli spagnoli hanno sottoscritto – proibisce. A rendere ancora più paradossale questo trasbordo c’è il fatto che una terza nave, la Vos Hestia di Save The Children (anch’essa in regola con il nuovo Codice), è stata fatta intervenire il 1 agosto per prendere a bordo otto salme trasferite precedentemente dalla Aquarius sulla Open Arms, e trasferirle in porto. Una cosa che somiglia più a un macabro gioco delle tre carte, tra l’altro complesso e dispersivo di tempo, forze e denaro, che non a un’operazione di salvataggio coordinata.

motovedette della Guardia costiera libica
motovedette della Guardia costiera libica

Lo Stato italiano cerca in ogni modo di responsabilizzare la Guardia Costiera libica, che la nostra Marina ha formato, armato, foraggiato e arruolato, ma ufficialmente nessuno ha mai voluto puntare il dito contro le attività illegali dei guardacoste libici: eppure i rapporti ufficiali, gli articoli di giornale, le inchieste sulla presenza della Guardia Costiera libica durante i naufragi sono all’ordine del giorno. La procura di Trapani ha sequestrato nel porto di Lampedusa la nave Iuventa, la ONG proprietaria è la tedesca Jugend Rettet, perché accusata di contatti con i trafficanti e quindi di aver favorito i traffici, ma negli atti dell’indagine ci sono alcuni elementi ancora inesplorati: 6:15 del mattino del 18 giugno 2017, a circa 15 miglia da Zwara si trovano tre barconi di legno carichi di disperati, un barchino con i trafficanti che li traina, una motovedetta della Guardia Costiera libica, uno di quei modelli forniti dal governo italiano a quello di Tripoli, e le navi Iuventa e Vos Hestia.

Al di là del comportamento dell’equipaggio della Iuventa, sul quale c’è un’indagine in corso da parte della magistratura italiana stigmatizzata come “reato d’altruismo” dal senatore PD Luigi Manconi, sono interessanti alcuni particolari: la Guardia Costiera libica, assicuratasi a breve distanza che le tre imbarcazioni cariche di migranti siano state prese in carico dall’equipaggio della nave ONG, lascia la zona in compagnia dei trafficanti. Sono queste le istituzioni libiche con le quali si cerca collaborazione?

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile 

Presidenziali in Kenya: la costa senza turisti è tutta schierata per l’opposizione

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 4 agosto 2017

La fascia costiera del Kenya comprende quattro Distretti o Contee, come sono state ribattezzate. Partendo da nord: Lamu, Kilifi, Mombasa e Kwale. Per effetto della riforma costituzionale del 2010, queste Contee fanno capo a dei Governatori che vengono eletti, o riconfermati, ogni cinque anni insieme al Presidente, ma come lui, non possono eccedere i due incarichi consecutivi. Tutti i governatori di queste contee, sono solidamente schierati a fianco di Raila Odinga, leader del partito NASA, già ODM, già ORANGE, con l’unica eccezione di Salim Mvurya, governatore di Kwale che, eletto nel 2012 nella lista ODM, oggi, allarmato dai sondaggi che non gli sarebbero favorevoli, cambia gabbana e si candida alla riconferma come rappresentante del JUBELEE a cui fa capo il presidente in carica.      

L’etnia prevalente della costa è quella dei mijikenda, di ceppo bantù, che comprende 9 sottotribù, ma c’è anche una forte presenza di popolazioni swahili o bajuni, di sangue misto afro-arabo. Tutti i sondaggi svolti in questa regione la fanno risultare fortemente in opposizione al governo dell’attuale presidente Uhuru Kenyatta, figlio dello scomparso Jomo Kenyatta, ritenuto il capo carismatico dei famigerati mau mau e dal 1964 primo presidente del partito unico del paese, dopo il dominio coloniale britannico. Uhuru, nella lingua locale, significa appunto “Libertà”.

“Non saremo più depredati”, “Non c’è pace senza giustizia”, “Integrità nel voto”, dicono questi cartelli issati dai sostenitori di Raila Odinga
“Non saremo più depredati”, “Non c’è pace senza giustizia”, “Integrità nel voto”,
dicono questi cartelli issati dai sostenitori di Raila Odinga

A Jomo Kenyatta seguirono Daniel Arap Moi, Mwai Kibaki e l’attuale Uhuru Kenyatta. Ad esclusione di Moi, della tribu kalenjin, gli altri tre presidenti appartenevano tutti all’etnia kikuyu, ma tribù a parte, ciò che accomuna questi capi di stato e i loro cortigiani, è il saccheggio a piene mani che hanno effettuato nei forzieri pubblici e nell’acaparramento di enormi appezzamenti di terreno.

I kikuyu, tuttavia, oltre ad appartenere alla più numerosa etnia bantù del Kenya, che conta ben 53 tribù, sono anche quelli più intraprendenti. Infatti la stragrande maggioranza delle attività imprenditoriali presenti nel paese: aziende, negozi, studi legali, attività agricole, settori sanitari e varie professioni in genere; sono nelle loro mani. In questa rapida evoluzione, i kikuyu, hanno anche quasi interamente abbandonato le antiche ritualità tribali e le superstizioni che le ispiravano, adattandosi abbastanza facilmente ai più avanzati modelli occidentali.

Il Presidente in carica, Uhuru Kenyatta
Il Presidente in carica, Uhuru Kenyatta

I loro più accaniti rivali, che si cimentano nella stessa emancipazione, ma non sono ancora riusciti ad affrancarsi dalle credenze tribali, sono i luo di origine nilotica, oggi ben determinati a prendere finalmente il potere, sotto la guida del loro indiscusso leader Raila Odinga, che dopo tre tentativi infruttuosi, alcuni dei quali pregiudicati da brogli e malversazioni, oggi ci riprova confortato dai sondaggi che, anche se di misura, lo danno vincente.

Perché le tribù che abitano la costa, estranee sia ai kikuyu che ai luo, sono avverse ai primi e pronte a votare per i secondi? “I kikuyu – dice Julius Karissa che fa il cameriere a Mtwapa – hanno depredato la costa per anni. I migliori terreni e le attività più redditizie sono in mano loro. E’ ora che ci restituiscano la nostra terra con le risorse che contiene”.    

Dal canto loro, i kikuyu che vivono sulla costa, non riescono a nascondere l’apprensione. “Cosa devo fare? – si chiede Simon Kafi, impiegato in un’azienda europea – Chi può, parte per rifugiarsi nei propri villaggi d’origine e attendere che la situazione si normalizzi, ma io non posso perdere il lavoro e devo stare qui, anche se posso correre dei rischi”. Simon lavora a Mombasa, ma vive a Mtwapa. “Una cittadina – dice – divisa in due dalla superstrada per Malindi. Sulla sinistra vivono i locali, sulla destra i kikuyu e altre etnie dell’interno”.

Se i kikuyu sono in allarme, non lo sono da meno, indiani, arabi ed europei, tutti memori dei terribili massacri occorsi nel dopo elezioni del dicembre 2007. “E’ molto probabile che Raila Odinga vinca il confronto elettorale – dice Abdul Salim, un commercialista di Mombasa – il punto è che, come avvenne nel 2007, può darsi che questa vittoria non gli venga riconosciuta e questo farà inevitabilmente esplodere le violenze”.

Raila Odinga
Raila Odinga

Le aree considerate più a rischio partono da Likoni, a sud di Mombasa e si spingono fino a Mtwapa. In queste zone, quasi tutte le attività: negozi, uffici e perfino qulche supermercato, chiuderanno i battenti e riapriranno solo quando saranno sicuri di poterlo fare senza correre rischi. Rischi che sono ben avvertiti anche dagli italiani. “Io parto venerdì prossimo – afferma Fabio Fraioli, il primo che ha scoperto l’orrenda aggressione di domenica 23 luglio a Kikambala, in cui ha perso la vita un’italiana di 71 anni –. Non voglio assistere ad altri massacri. Me ne torno a casa e neppure credo verrò mai in più in Kenya.” Altri, come lui, dichiarano la stessa intenzione, memori che, in più occasioni, Raila Odinga ha espresso considerazioni poco lusinghiere nei confronti degli europei presenti in Kenya e non si è curato di nascondere il suo velato proposito di rispedirli a casa. 

Alcuni, tra coloro che dispongono di barche con cabina, navigheranno fino all’isola di Pemba, in Tanzania, e resteranno lì ormeggiati fino a che la situazione in Kenya non consentirà loro di rientrare.  Insomma, l’allarme c’è e merita di non essere sottovalutato. Ad infiammare maggiormente gli animi c’è stato anche il recente omicidio di Chris Msando, l’ingegnere informatico che doveva gestire l’afflusso dei voti dai vari seggi elettorali e che è stato trovato morto nei giorni scorsi con il corpo orrendamente seviziato. Sulla sua morte entrambe le fazioni si scambiano accuse ed a peggiorare il tutto ci sono state oggi le dure accuse di Uhuru Kenyatta rivolte a Raila Odinga, il quale gli avrebbe proposto un governo di coalizione per assicurare stabilità e pace al paese. “Odinga – ha detto Uhuru rigettando la proposta – vuole solo raggiungere il potere anche a costo di passare dalla porta di servizio come, ha fatto nel 2008 con Kibaki, ma con me non ci riuscirà”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@franco.kronos1

 

 

Inaugurata l’enorme base militare cinese a Gibuti: il teatro africano ha un nuovo attore

Africa ExPress
Gibuti, 2 agosto 2017

Il 1° Agosto 2017, in coincidenza con il novant’anni della costituzione dell’esercito popolare della liberazione, la Cina ha inaugurato a Gibuti, nel Corno d’Africa, la prima base militare costruita fuori dai propri confini nazionali. La breve, ma significativa cerimonia è stata presieduta dall’ammiraglio Tiang Zhong, numero due della marina di Pechino, alla presenza del ministro della Difesa di Gibuti, Ali Hassan Bahdon, accompagnato dal proprio capo di Stato maggiore generale, Zakaria Cheikh Ibrahim. Ad eccezione di quello giapponese, erano presenti tutti rappresentanti della folta comunità militare e diplomatica che insiste nel piccolo Paese africano.

Base cinese 1a

L’Italia era rappresentate dal comandante della nostra base di supporto, che ormai da qualche anno opera in quella parte dell’Africa. E al pari di quella italiana, anche quella cinese è destinata essenzialmente ad attività di supporto.

Il Paese del Dragone accompagna ormai da anni la propria penetrazione economica con iniziative spiccatamente militari; ne sono prova la forza navale stabilmente dislocata dal 2008 nel Golfo di Aden in chiave antipirateria e il considerevole contributo della missione di peacekeeping in Sud Sudan sotto bandiera ONU.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, il vero significato della presenza militare cinese a Gibuti con un’infrastruttura che sembra in grado di ospitare fino a cinque – seimila soldati, sarà tutto da scoprire.

Base cinese 2a

E’ certa la difesa degli enormi interessi economici, presenti non solo nella regione, ma nell’intero continente, così come è ormai chiaro l’aver scelto Gibuti come gateway dei flussi mercantili da e per l’Africa.

La maggioranza degli analisti internazionali, però, inquadra tale dimostrazione di capacità militare quale elemento fondamentale nella promozione della Cina a potenza globale. 

Con l’apertura della sua prima base militare all’estero Pechino è al battesimo del fuoco. Diventa protagonista in un campo fino ad oggi limitato e circoscritto. Una scommessa tutta da giocare ed un elemento nient’affatto da sottovalutare dagli altri attori importanti del mondo

Africa ExPress

Corruzione: mandato d’arresto contro Joyce Banda la ex presidente del Malawi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 agosto 2017

Le autorità del Malawi hanno spiccato un mandato d’arresto contro Joyce Banda, ex presidente del piccolo Paese dell’Africa australe, per un suo diretto coinvolgimento nel più grande scandalo finanziario, venuto alla luce durante il suo governo. (http://www.africa-express.info/2014/01/29/malawi-un-governo-africano-che-combatte-la-corruzione/)

La ex presidente ha respinto ieri tutte le accuse a suo carico, come malversazione e reati legati al riciclaggio di denaro e ha detto di essere pronta a ritornare nel Paese, che ha lasciato dopo aver perso le elezioni nel 2014. Da allora vive negli Stati Uniti come apprezzata collaboratrice del Woodrow Wilson Center and the Center for Global Development a Washington, DC.

Joyce Banda, ex presidente del Malawi
Joyce Banda, ex presidente del Malawi

Ieri, durante un colloquio telefonico, la Banda ha fatto sapere ai reporter di Reuters di essere già arrivata in Sud Africa e ha aggiunto: “Dimostrerò la mia innocenza. Sono stata proprio io ad aver istituito la commissione d’inchiesta contro la corruzione”. Inoltre aveva incaricato la compagnia britannica Baker & Tilly per una revisione contabile indipendente. Nel rapporto dei revisori non è mai apparso il nome della Banda, ma quello di molti dei suoi collaboratori e all’epoca diversi membri del suo gabinetto erano stati arrestati.

Banda è stata presidente del Malawi per due anni, dal 2012 al 2014, pur non essendo mai stata eletta, perché subentrata al suo predecessore, Bingu wa Mutharika, scomparso prematuramente. Durante le scorse elezioni è stata sconfitta da Peter Mutharika, fratello del presidente deceduto ed espressione del Democratic Progressiv Party. Già durante la competizione elettorale era stata accusata dai suoi oppositori di essere coinvolta e di aver tratto profitto dallo scandalo economico che ha travolto il Paese per finanziare la propria campagna.

AIDS - infezione da HIV Malawi
L’infezione da HIV Malawi colpisce gravemente il Malawi

Dal 1994 il Malawi vanta una democrazia multipartitica. Le elezioni si svolgono ogni cinque anni e oggi i suoi cittadini decidono chi sarà il nuovo presidente con elezione diretta, a suffragio universale.  Il presidente ricopre sia il ruolo di capo del governo che quello di capo dello Stato.

Il Malawi è uno dei Paesi più densamente popolato di quell’area geografica. Conta quindici milioni di abitanti, di cui oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex-colonia britannica (allora si chiamava Nyasaland), ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Oltre la metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: quarantanove anni per gli uomini, cinquantuno per le donne e la principale causa di morte precoce è l’infezione da HIV/AIDS.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dopo Wwf, Survival denuncia Zoo del Bronx per violazione dei diritti umani dei pigmei

sp200x142
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 31 luglio 2017


Dopo le denunce contro il Fondo mondiale per la Natura (WWF)
per abusi e violazione dei diritti umani dei pigmei, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, Survival International, lancia pesanti accuse anche contro la Wildlife Conservation Society (WCS), antica organizzazione legata agli Zoo del Bronx e di New York.

Abusi in nome della “conservazione”

L’accusa dell’ong per i diritti dei popoli indigeni contro il WCS è perché, in nome della conservazione, “finanzia abusi e sfratti nei confronti dei ‘Pigmei’ Bayaka e di altre tribù della foresta nella Repubblica del Congo”.

Baka, Bayaka e altre popolazioni che vivono nelle foreste dell’Africa centrale da anni subiscono violenze, intimidazioni e abusi, sfratti, distruzione delle loro case che derivano dagli interessi sui progetti di conservazione gestiti da WWF e WCS in Camerun, Congo e Repubblica Centroafricana.

Survival denuncia che, nel nome della conservazione, la pesante situazione subita da queste persone è causa di un grave peggioramento delle loro condizioni di salute. Nel frattempo WWF e la WCS stringono partnership con compagnie del legname come Rougier, CIB e SINFOCAM che tagliano gli alberi delle foreste.

Deforestazione nelle aree dei pigmei (foto © © Kate Eshelby /Survival)
Deforestazione nelle aree dei pigmei (foto © Kate Eshelby /Survival)

A queste etnie, che da tempi immemorabili vivono nella foresta e ne sono i reali guardiani, viene impedito di procurarsi il cibo come fanno da centinaia di generazioni. Le guardie ecologiche anti bracconaggio pagate attraverso i progetti di conservazione di WWF e WCS, vengono accusate dalle popolazioni della foresta di continue e insistenti violenze e minacce anche contro donne, bambini, anziani e disabili. Violenze che continuano da quasi due decadi.

“Soffriamo molto a causa della conservazione ecologica. Le guardie ci minacciano, ci picchiano, ci derubano, persino fuori dal parco” hanno raccontato a Survival i Bayaka di Mossapoula nella Repubblica Centrafricana. “Eppure abbiamo il diritto di entrare nel parco. Prima di continuare a dare finanziamenti, vi chiediamo di venire a Mossapoula, così potrete ascoltare i nostri problemi e chiedere il nostro consenso.”

I pigmei hanno paura di essere uccisi dalle guardie anti-bracconaggio se trovati nella foresta (fotogramma da video Survival)
I pigmei hanno paura di essere uccisi dalle guardie anti-bracconaggio se trovati nella foresta (fotogramma da video Survival)

La disperazione coglie anche i Baiga: “Se le guardie anti-bracconaggio ci trovano nella foresta arrivano addirittura a ucciderci”, racconta una donna in un video registrato da Survival. “Abbiamo paura di uscire dal villaggio – dice un uomo -. Quando entriamo nella foresta ci diciamo che è meglio uscire altrimenti ci uccideranno”.

Di fatto ai Bayaka, e ad altre etnie, non è mai stato chiesto l’approvazione per la “conservazione” del loro territorio e loro non hanno mai dato il consenso. Nel 2006 diciannove comunità Bayaka hanno scritto una lettera alla Wildlife Conservation Society chiedendogli di smettere di finanziare le squadre anti-bracconaggio che hanno commesso abusi nei loro confronti.

“Come potremo sopravvivere in questo mondo? Volete che ci uccidano? – hanno scritto le popolazione pigmee – A coloro che finanziano diciamo: se avete qualche progetto, venite voi stessi sul campo. I vostri agenti non sono qui per lavoro ma per corruzione. Le guardie sono diventate i veri bracconieri. Non rispettano più i limiti del parco. E noi non abbiamo più l’accesso alla foresta”.

I pigmei hanno paura (fotogramma da video Survival)
I pigmei hanno paura (fotogramma da video Survival)


Survival: questa conservazione è land grabbing

“La conservazione nel bacino del Congo è fondata sul furto di terra – Non usa mezzi termini Stephen Corry, direttore generale di Survival -. I parchi nazionali sono creati nei territori dei popoli indigeni senza il loro consenso: si tratta di land grabbing con un’etichetta ‘verde’”.

E dà l’affondo alla Wildlife Conservation Society: “Le grandi organizzazioni per la conservazione, come la WCS, sono colpevoli di supportare questa situazione. Stiamo facendo tutto il possibile per fermare questo ‘colonialismo verde’. È ora che i conservazionisti rispettino i diritti territoriali e la smettano di rubare le terre ancestrali dei popoli indigeni, e che ottengano un consenso reale per qualsiasi progetto che intendono condurre nelle terre indigene.”

La Wildlife Conservation Society

È una fondazione americana fondata nel 1895 come New York Zoological Society (NYZS) dall’unione degli zoo di New York del Bronx. Anche se in quel periodi storico era normale, è tristemente famosa per aver portato negli Stati Uniti, Ota Benga, pigmeo Mbuti del Congo.

Ota Benga, pigmeo Mbuti, esposto nel 1906 alla St Louis Fair, in Missouri (USA)
Ota Benga, pigmeo Mbuti, esposto nel 1906 alla St Louis Fair, in Missouri (USA)

Comprato da venditori di schiavi africani, nel 1904 Benga è stato esibito alla Mostra di Antropologia alla Louisiana Purchase Exposition di St. Louis, Missouri. Nel 1906 è stato esposto nello “zoo umano” presso lo Zoo del Bronx. Ota Benga ha resistito 12 anni prima di suicidarsi nel 1916 all’età di 32 anni a causa del suo stato depressivo, dovuto all’impossibilità di tornare in Africa, e ai maltrattamenti subiti.

La WCS ha anche premiato Ali Bongo Ondimba, presidente del Gabon, il 6 giugno scorso, con il Teddy Roosevelt Award for Conservation Leadership “per l’espansione delle aree marine protette nella Repubblica di Gabon e per i suoi sforzi per promuovere la conservazione della fauna selvatica”.

Premiazione del presidente del Gabon Ali Bongo Ondimba
Premiazione del presidente del Gabon, Ali Bongo Ondimba

Premiazione che ha creato diverse polemiche, controversie e proteste della società civile gabonese e internazionale perché in passato il presidente dell’ex colonia francese è stato fortemente criticato per i numerosi abusi dei diritti umani compiuti dal suo governo. Secondo Survival, alcune fonti hanno rivelato che Ali Bongo per avere il premio avrebbe donato 3,5 milioni di dollari.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Ali Bongo Ondimba
Courtesy Presidenza della Repubblica del Gabon
http://www.gabonemergent.org/presidence-de-la-republique-communique-de-presse-89.html

– Ota Benga
By http://www.npr.org/programs/atc/features/2006/09/ota_benga/bronx_lg.jpg, Public Domain, Link