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L’8 agosto il Kenya vota: seviziato e assassinato il vicecapo della commissione elettorale

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 31 luglio 2017

Avrebbe dovuto garantire il corretto svolgimento delle elezioni generali in Kenya, previste per l’8 agosto, invece è stato rapito e ammazzato dopo essere stato torturato e mutilato. Il corpo di Chris Msando, l’ingegnere informatico vicecapo della commissione elettorale e responsabile dell’organizzazione elettronica delle elezioni, è stato trovato con diverse ferite sul corpo e un profondo taglio sulla testa. Un braccio sarebbe stato staccato, ma la notizia, diffusa dal quotidiano The Star, non è stata confermata.

All’obitorio le autorità hanno fatto entrare solo un paio di giornalisti. All’uscita hanno raccontato che dalle orecchie e dal naso dell’ingegnere assassinato erano usciti fiotti di sangue rappreso, evidente segno di tortura. Impronte martoriavano i polsi, che dovevano essere stati legati ben stretti. “Non c’è dubbio che Msando (che era scomparso venerdì scorso, ndr) è stato torturato”, ha conferato il capo della Independent Electoral and Boundaries Commission, Wafuka Chebukati.

Chris Msando era responsabile dei dati di tutto il corpo elettorale, incluso il Kenya Integrated Management System, il cuore del processo elettorale keniota perché comprende la verifica degli aventi diritto al voto, della loro identità e la trasmissione dei risultati. Insomma nelle sue mani c’era l’intero processo di calcolo elettronico.

Chris Musando
Chris Msando voleva garantire uno svolgendo corretto e regolare delle elezioni

Ma ci sono circostanze poco chiare che gli inquirenti stanno cercando di precisare. Il corpo è stato portato all’obitorio sabato, cioè meno di 24 ore dalla scomparsa, ma nessuno l’ha riconosciuto fino a stamattina.

Oscar Awiti, cugino dell’esperto in informatica, ha raccontato ai giornalisti: “Chris è stato ucciso venerdì notte, ed è stato portato all’obitorio alla mattina di sabato. Quando noi siamo stati avvertiti lunedì e l’abbiamo visto, sulle ferite da taglio sul suo corpo non c’era alcun segno di sangue”. Dichiarazione che si scontra con quelle dei giornalisti qualche ore prima.

IEBC

Wafula Chebukat, il presidente della Commissione elettorale ha chiesto al governo di spiegare quello che è successo e garanzie che sia assicurata l’incolumità di tutti coloro che lavorano all’importante scadenza della prossima settimana

Nel dibattito e nelle polemiche scatenate dall’omicidio, è intervenuta anche Amnesty International. Abdullahi Halakhe, ricercatore keniota dell’organizzazione ha ammonito: “Il governo del Kenya deve assicurare elezioni libere, democratiche e trasparenti. Agli elettori deve essere assicurato il diritto di votare senza intimidazioni, minacce e violanze”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter  @malberizzi

Pechino rafforza la penetrazione in Africa: aperta la prima base militare a Gibuti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 luglio 2017

Se fino ad oggi Pechino era attiva nel Continente africano soprattutto in ambito commerciale, ora mira più in alto. Nei prossimi giorni aprirà ufficialmente la sua base militare megagalattica a Gibuti, Paese che ospita già altre quattro basi; oltre a quella italiana di supporto, una francese, una statunitense e persino una giapponese.  

L’accordo tra Pechino è Gibuti è stato siglato da Xi Jinping, il leader cinese e Ismaïl Omar Guelleh, presidente dell’ex colonia francese nel Corno d’Africa, nel dicembre 2015 a Johannesburg, a margine del sesto vertice Cina-Africa. Gibuti non è stata una scelta casuale: il territorio gibutino è la porta d’entrata per l’Africa dell’est. I cinesi avrebbero potuto anche optare per il Sultanato dell’Oman;  hanno scelto invece l’ex Costa francese dei Somali, probabilmente anche per la presenza degli americani, che appena appreso la notizia dei nuovi vicini, hanno rimodernato e ingrandito la propria sede militare, altrettanto hanno fatto i giapponesi.

A destra, Xi-Jinping, presidente della Cina, a sinistra Ismail Omar Guelleh, presidente del Gibuti
A destra, Xi-Jinping, presidente della Cina, a sinistra Ismail Omar Guelleh, presidente del Gibuti

La nuova base di Pechino, la prima in Africa, si trova vicino al porto di Doraleh e la Zona franca di Gibuti, entrambi costruiti sempre dai cinesi stessi, ufficialmente, non dovrebbe ospitare più di quattrocento uomini. Altre fonti, invece, confermano che questa installazione dovrebbe poter accogliere fino a diecimila unità entro il 2026, anno entro il quale la base assumerà il ruolo di un avamposto della Cina in Africa.

Jinggangshan (SD 999)
Jinggangshan (SD 999)

I primi soldati di Pechino hanno preso il largo alla volta di Gibuti a bordo della nave 999 Jinggangshan (Classe Type 091) e il semi-sommergibile 868 Donghaidao, di 175,5 metri di lunghezza, l’11 luglio scorso dalla base navale di Zhanjiang. La cerimonia di partenze è stata presieduta da Shen Jin Long, comandante in capo della marina militare cinese.

Secondo l’agenzia Stratfor, fondata nel 1996 da George Friedman, molto vicina alla CIA e ad altri servizi statunitensi, la superficie della base navale cinese è impressionante: una parte terrestre, dunque visibile e una parte sotterranea che si estenderebbe su ben ventitremila metri quadrati e dovrebbe essere suddivisa su tre livelli molto protetti. In un dettagliato rapporto, pubblicato il 26 luglio scorso, Stratfor sottolinea che le costruzioni sotterranee permetterebbero di effettuare delle attività non visibili dall’esterno, dunque segrete, offrendo così anche protezione ai velivoli e alle installazioni critiche di questa missione cinese nella ex colonia francese.

Un soldato cinese di guardia ad Aden alla nave che sta imbarcando il personale da trasferire a Gibuti
Un soldato cinese di guardia ad Aden alla nave che sta imbarcando il personale da trasferire a Gibuti

La base navale, come viene descritta dettagliatamente nel rapporto di Stratfor, è ben lontana da essere un semplice supporto logistico, perché nei tre livelli sotterranei sono previsti anche degli hangar per aerei e una grande superficie asfaltata, senza ovviamente contare le strutture esterne.

Mappa GibutiOltre duemilacinquecento tra soldati e agenti di sicurezza sono già presenti in tutta l’Africa come caschi blu nell’ambito di alcune Missioni delle Nazioni Unite: nel Sud Sudan con 1.051 uomini, in Liberia con 666 e in Mali con 402.

Il 27 giugno, il giorno dell’Indipendenza, soldati cinesi hanno marciato lungo le strade di Gibuti; quest’anno ricorreva il quarantesimo anniversario dalla fine della colonizzazione francese.

Sia i quotidiani cinesi che le autorità di Pechino hanno sottolineato in queste ultime settimane che la missione di Gibuti è assolutamente pacifica. Il portavoce del ministro degli esteri Geng Shuang, ha ricordato a questo proposito che il suo Paese è presente nel Golfo di Aden e lungo la Costa somala dal 2008, in missioni di scorta alle navi mercantili per proteggerli dai pirati e ha aggiunto: “Questa base ci permetterà di migliorare le nostre operazioni e di contribuire allo sviluppo socio-economico di questo piccolo Paese del Corno d’Africa”.

Mappa Gibuti in africa

Per ottenere consensi non solo da parte del governo e del presidente Guelleh, bensì anche dai gibutiani stessi, Pechino ha messo mano al portafoglio, stanziando finanziamenti per oltre 12,2 miliardi di Euro per infrastrutture, come ferrovie, porti, strade, scuole, edifici amministrativi e l’Istituto Confucio, senza contare l’affitto per il terreno della base, che ammonta a cento milioni dollari annui. Gli USA ne pagano “solamente” sessanta all’anno per la loro concessione.

 La Banca cinese per l’import-export è fortemente coinvolta nei finanziamenti di queste infrastrutture e sembra quasi che la presenza dei militari cinesia sia anche una sorta di garanzia per proteggere i loro investimenti.

Non dimentichiamo che la Cina ha promesso altri sessanta miliardi di dollari in tutta l’Africa e altri mille miliardi nell’ambito delle nuove vie della seta, che attraverseranno anche alcune parti del  continente, Gibuti compresa. Investimenti enormi con la presenza di oltre diecimila imprese cinesi e oltre un milioni di espatriati della Repubblica Popolare.

La difesa degli interessi nazionali e dei mari sono ora tra le priorità di Xi Jinping e presto potrebbero sorgere altre basi militari in Africa, per esempio a Walvis Bay, in Namibia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Italiana uccisa in Kenya: il marito rientra in Italia, la villa una fondazione per bambini

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 29 luglio 2017

Con tutte le ferite evidenti e quelle nascoste, ma molto più dolorose, Luigi Scassellati, “Gigi”, come lo chiamano gli amici, rientra in Italia scortato dai sui figli, Stefano e Roberto che, durante la degenza al Mombasa Hospital, non l‘hanno abbandonato un solo minuto. E’ ancora debolissimo e muove i passi con fatica, ma è circondato dall’affetto dei figli e degli amici che lo aiutano a recuperare un po’ di serenità fino a strappargli anche un debole sorriso, il primo dalla disgrazia che l’ha ferocemente colpito, quando Fabio Fraioli, l’amico che per primo ha scoperto la tragedia, gli chiede di abiurare alla tifoseria juventina per passare a quella laziale.

Come già riferito l’attacco è avvenuto a Kikambala, una graziosa località costiera a circa 30 km sud di Kilifi, capoluogo dell’omonimo distretto, nella villetta in cui i coniugi Scassellati passavano le loro vacanze. Nella spietata aggressione ha perso la vita la moglie, Maria Laura Satta, mentre lui, gravemente ferito, aveva perso conoscenza ed è stato probabilmente dato per morto dai malviventi.

Mombasa Hospital
Mombasa Hospital

Nella confortevole stanza in cui è ricoverato, trovo Gigi seduto sul balcone. Davanti a noi si dispiega il placido incanto dell’Oceano Indiano, stretto nell’insenatura che circonda l’isola di Mombasa. “Un posto così bello eppure così pieno di crudeltà.” Commenta qualcuno. Sì, l’Africa è la regina dei contrasti. Nei suoi colori belli, aspri e un po’ inquietanti; nel suo cielo terso che all’improvviso diventa cupo e scarica la sua ira in rovesci sferzanti; nelle sue sfrenate manifestazioni di gioia e di spietatezza. Come le fiere della savana: maestose, libere, ma anche spietate.

In un angolo del balcone, seduto in silenzio, c’è un africano corpulento che ci osserva tutti con curiosità ma non partecipa alla conversazione. E’ la guardia del corpo armata che è stata ingaggiata per proteggere la vita di Gigi. Perché proteggerla? E da chi? I figli mi spiegano che la violenza dell’aggresione aveva, a loro giudizio, lo scopo di uccidere perché probabilmente le vittime conoscevano i carnefici. Non è un ipotesi strampalata. Perché, se no, infierire con tale violenza sulla povera Maria Laura fino a sfondarle il cranio con un machete o, forse, addirittura con un’ascia?

E’ infatti questa l’ipotesi che ha indotto la polizia del Kenya ad arrestare e a trattenere in custodia il giardiniere della coppia, Lewis, sperando di fargli confessare la parte che lui potrebbe aver avuto nell’aggressione. Gigi, da parte sua, continua a dichiararsi certo che quel giardiniere c’entri eccome, e un po’ tutti, intorno a lui, sembrano condividere questa certezza o, quantomeno, il forte sospetto.

La volontà di scoprire presto il colpevole, non è solo una richiesta di Gigi e dei suoi familiari, ma in un Kenya che tra dieci giorni si presenterà all’elettorato per le elezioni presidenziali, diventerà imperativo per il governo in carica mostrare al mondo un colpevole.  

“Tornerò in quella casa solo quando sarò completamente ristabilito – dice Gigi – e quando avrò riacquistato la forza morale per farlo”. Ci tornerà, ma non per abitarci o trascorrervi le vacanze che condivideva con la moglie. “Ho già preso contatti con un amico medico impegnato in opere di beneficenza. Quella casa sarà il primo frutto di una fondazione a nome di Maria Laura e si trasformerà in un consultorio medico per bambini”. Bambini africani, Forse è proprio nelle più cocenti disperazioni che l’animo umano esprime i più alti valori di solidarietà.

Luigi Scassellati (Copyright @Africa ExPress)
Luigi Scassellati (Copyright @Africa ExPress)

Verso le 10 di questa mattina, ora locale, Gigi ed i suoi figli sono partiti per la Malpensa con un volo della Meridiana. Un volo rapido, senza scali intermedi, ma pur sempre un volo di circa sette ore che hanno creato qualche perplessità nel medico che lo seguiva durante il ricovero, ma che ha infine ceduto alla sua insistenza. Gigi è ancora molto

debole. Ha una profonda ferita alla testa dalla quale ha perso molto sangue ed una al braccio sinistro che gli ha asportato la carne quasi fino all’osso. Il viso e altre varie parti del corpo sono segnate dai colpi di bastone

Il corpo di Maria Laura verrà cremato, come lei desiderava, presso il Pandia Hospital di Mombasa e le autorità cosolari italiane provvederanno ad inviare le ceneri al marito, affinché venga sepolta in un piccolo cimitero della loro terra d’origine, la Sardegna. Lo stesso cimitero in cui anche Luigi andrà a tenerle compagnia. “Avevamo entrambi concordato che alla fine della nostra vita saremo stati sepolti lì. – dice, mentre la voce si incrina per l’emozione – E’ uno splendido posto. Appollaiato su una collinetta che domina il mare. Il mare sardo, non meno bello di questo che sto lasciando per sempre.”

All’arrivo in Italia, Gigi sarà subito trasportato in un ospedale – rimasto tenacemente segreto – che lo terrà in osservazione per il tempo necessario a verificare le sue condizioni e poi, alla dimissione deciderà, con il supporto dei figli, l’indirizzo da dare alla propria vita. Sarà comunque un indirizzo doloroso, infestato dagli inevitabili ricordi di orrore e di morte, ma con l’affetto che lo circonda gli auguriamo di riuscire a superarlo, magari impegnandosi nell’opera che intende dedicare alla moglie.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Si vota in Angola a fine agosto ma l’Europa non invia osservatori, ucciso ragazzo di 17 anni

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExpress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 luglio 2017

In un comunicato di poche ore fa l’Unione Europea ha fatto sapere che rinuncia ad inviare i suoi osservatori alle prossime elezioni generali in Angola, che si svolgeranno il prossimo 23 agosto. Luanda non ha accettato le condizioni imposte dall’UE, compreso l’accesso a tutti seggi elettorali sparsi nel Paese. L’Unione sarà presente solamente con un piccolo team, composto al massimo da cinque persone, dovendo abbandonare il progetto iniziale, che prevedeva un’analisi approfondita del risultato del voto.

Edoardo dos Santos, in carica dal 10 settembre 1979, ha sorpreso la comunità internazionale tutta quando aveva annunciato che non si sarebbe più ricandidato. Questa scelta è certamente legata a seri problemi di salute, che costringono dos Santos ad allontanarsi dal Paese con una certa frequenza per sottoporsi a cure mediche in Europa (http://www.africa-express.info/2017/05/20/il-presidente-angolano-dos-santos-ammalato-forse-gravemente-spagna-per-curarsi/).

Angola, inizio della campagna elettorale
Angola, inizio della campagna elettorale

Intanto è già iniziata la campagna elettorale, alla quale parteciperanno sei formazioni politiche. Il primo della lista del partito che porterà a casa il maggior numero di voti, sarà proclamato capo dello Stato.

Il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola, formazione politica al potere, ha designato come suo candidato l’attuale ministro della Difesa, Joao Lourenço. I partiti d’opposizione riusciranno certamente strappare qualche consenso in più rispetto alle precedenti elezioni, visto il malcontento che serpeggia nel Paese, ma, secondo gli osservatori, le possibilità di poter superare l’MPLA sarebbero scarse. Sono troppo frammentati e nessuno dispone di una leadership autorevole. Inoltre, non riescono a comunicare con chiarezza ed efficacia con l’elettorato.

Non si può certamente parlare di uguali opportunità per i partiti dell’opposizioni: mancano i fondi necessari per condurre una campagna elettorale che possa eguagliare quella dell’MPLA. Non ci sono soldi per la pubblicità, per pagare gli spostamenti dei candidati, per l’organizzazione di comizi o per regali ai potenziali elettori. “Finora l’opposizione non è mai riuscita a conquistare nemmeno cinquanta dei duecento seggi al Parlamento”, riferisce Teka Ntu, responsabile per la politica estera del partito “Alleanza patriottica nazionale”  e aggiunge: “Attualmente vige una dittatura parlamentare nel mio Paese; è arrivato il momento che ciò termini”.

Eduardo Dos Santos
Eduardo Dos Santos

Dos Santos non sta bene, è debole e sicuramente non potrà accompagnare il suo delfino durante le varie manifestazioni, previste durante il mese che precede la tornata elettorale. Se dovesse succedere qualcosa all’attuale presidente, c’è chi sostiene che MPLA sia preparato e pronto ad affrontare l’emergenza. Altri, invece, ritengono che potrebbe nascere immediatamente una lotta per i posti più ambiti. Attualmente la maggior parte degli incarichi di rilevanza sono occupati da persone che godono della massima fiducia del presidente. La figlia Isabel dos Santos è a capo della Sonangol, la società petrolifera di Stato (http://www.africa-express.info/2016/06/03/il-dittatore-angolano-nomina-la-figlia-a-capo-della-compagnia-statale-del-petrolio/), il figlio amministra il fondo statale petrolifero e anche gli alti funzionari di polizia, dei servizi segreti e dell’esercito sono tutte persone dell’entourage del dittatore.

Dos Santos aveva previsto anche questo. Una delle ultime leggi che ha fatto approvare a grande maggioranza dal Parlamento prevede che le scelte circa il personale, effettuate dal presidente non possono subire variazioni con la nomina del nuovo capo di Stato. Ovviamente questa legge è stato motivo di grandi polemiche, perché limita enormemente la libertà d’azione del nuovo futuro leader del Paese.

Ormai siamo già in piena campagna elettorale. L’MPLA promette la creazione di cinquecentomila nuovi posti di lavoro per i giovani, mentre l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), il maggiore partito all’opposizione, vuole garantire un salario minimo di cinquecento dollari, CASA-CE, la terza formazione politica, vuole riforme e elezioni locali.

Su una cosa tutti i partiti concordano: esigono una competizione elettorale leale e pacifica. Peccato che sia già morto un diciasettene, ucciso dalla polizia a Luanda, mentre scappava, dopo aver incendiato la bandiera dell’MPLA.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dopo gli albini in Tanzania e i sacrifici umani in Kenya: ora la volta dei calvi in Mozambico

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 27 luglio 2017

Le atroci credenze tribali che sopravvivono tenacemente in Africa, malgrado la lenta ma costante emancipazione del continente, prendono ora di mira gli uomini calvi. La loro cavità cranica, a detta degli stregoni che praticano gli orrendi riti, conterrebbe enormi ricchezze e la materia cerebrale in essa contenuta avrebbe grandi qualità propiziatorie.

Dopo la caccia agli albini in Tanzania, e le vittime sacrificali umane sulla costa del Kenya per propiziare un buon raccolto, tocca ora al Momzambico dare una spietata caccia agli uomini calvi per renderli oggetto di orrificanti riti che ne scarnificano le membra per farne monili porta fortuna.

Uno stregone del Mozambico sembra voler valutare le preziose qualità contenute nella testa di un calvo
Uno stregone del Mozambico sembra voler valutare le preziose qualità contenute nella testa di un calvo

Il mese scorso, nel distretto di Milange, tre uomini calvi sono stati trovati decapitati e due persone sospettate di essere le esecutrici dell’omicidio sono state arrestate dalla polizia. Con loro, il numero di queste vittime sale a cinque nel solo spazio di pochi mesi. A detta di Miguel Caetano, spokeman della polizia di Maputo, i clienti di questi raccapriccianti frammenti di carne umana non sono soltanto le genti delle remote zone del paese, ma anche e soprattutto ricchi uomini d’affari della Tanzania e e del Malawi. Questo fa comprendere che le credenze superstiziose che affliggono l’Africa non condizionano solo le menti umili e prive di scolarizzazione, ma anche persone ricche e socialmente evolute.

Le autorità del Mozambico, sostanzialmente impotenti di fronte al preoccupante fenomeno, non hanno trovato di meglio da fare che mettere in guardia gli uomini calvi del paese dicendo loro che devono ritenersi possibili bersagli della mattanza e questo ha diffuso un preoccupante senso di allarme acuito dalla consapevolezza di essere impotenti nel contrastare il pericolo.

I calvi che ne hanno i mezzi progettano di trasferirsi altrove, altri sono ricorsi ai parrucchini, inoltre, nei confronti delle pratiche di stregoneria che mettono a rischio la vita umana, si sono rafforzate le attività delle organizzazioni religiose e umanitarie volte a sensibilizzare i popoli più culturalmente arretrati affinché abbandonino queste efferatte credenze, cercando di dimostrarne l’inefficacia, ma l’opera è tutt’altro che facile, giacché si tratta di convinzioni profondamente radicate nell’intima essenza di ogni individuo e a tentare di rimuoverle si può correre anche il rischio di provocare reazioni violente.

cartina

Non è infatti raro che le stesse vittime, albini e calvi, siano esse stesse convinte di possedere le proprietà magiche che vengono loro attribuite e chi ha vissuto a lungo in Africa sa che anche una semplice bronchite è vista dai popoli locali, non come un fatto causale dovuto ad agenti batterici, ma è più spesso il frutto di un sortilegio attuato da uno stregone. A questi stregoni ricorrono anche molte giovani donne prostitute che, per rendere permanenti le attenzioni di uomini facoltosi, preferibilmente bianchi, propinano loro, naturalmente a loro insaputa, intrugli disgustosi ottenuti mescolando residui del flusso mestruale uniti ad altre innominabili schifezze.

Analoghe pozioni possono anche finire nei piatti di ignari residenti europei da parte del loro personale di servizio. Lo scopo? Quello di farsi benvolere dai datori di lavoro, far perdonare le loro marachelle e magari, di riconoscergli anche un aumento di stipendio.

L’Africa era, è e rimane, un continente splendido, misterioso ed anche un po’ inquietante perché totalmente diverso, quasi sotto ogni aspetto, dal mondo a cui siamo abituati. Occorre quindi avvicinarglisi con rispetto, modestia e senza tentare di trapiantargli, come troppi cercano di fare, immediate dosi di quella civilizzazione occidentale, che ci fa sovente ritenere i depositari del sapere cosmico.

Franco Nofori
franco.kronos@gmail.com
@Franco.Kronos

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Sudafrica: deputata ANC chiede le dimissioni di Zuma, il partito la vuole cacciare

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Africa ExPress
Pretoria, 26 luglio 2017

Più volte Makhosi Khoza, parlamentare del African National Congress, il partito al potere in Sudafrica, ha chiesto al presidente Jacob Zuma di dimettersi; e la scorsa settimana ha sottolineato che è stato una vergogna per il Paese. Le esternazioni della ricalcitrante signora hanno fatto sì che il suo partito ha chiesto che venissero attuati provvedimenti disciplinari nei suoi confronti. E l’ANC della sua provincia, il KwaZulu-Natal ha definito i suoi commenti come “evidente tradimento dei valori fondamentali del partito”.

La Khoza è stata minacciata di morte da sconosciuti, quale avvertimento nel caso dovesse insistere nella richiesta di scrutinio segreto per la mozione di sfiducia che Zuma dovrà affrontare il prossimo 8 agosto.

Makhosi Khoza Parlamentare sudafricana
Makhosi Khosa, parlamentare sudafricana

Per garantire la sua incolumità, il partito e la polizia le hanno offerto protezione, che la Khosa ha prontamente respinto con questo commento: “Come posso pretendere pietà dai miei carnefici?” Ha poi aggiunto: “Vengo perseguitata perché non posso più condividere la linea del partito. Non posso accettare corruzione, depredazioni, perché significherebbe disprezzare le persone che ci hanno eletto, tradire la loro fiducia e supportare la crescente clepotcrazia”.

Questa mattina la parlamentare è stata informata che l’udienza per i provvedimenti disciplinari è stata fissata per il prossimo dieci settembre. “Sono perplessa, nel recente passato diversi membri anziani del partito e del Parlamento hanno pubblicamente espresso dubbi sull’operato del presidente, eppure contro questi individui non è stato avviato alcun procedimento. L’ANC dovrà spiegarmi perché sono stata presa di mira proprio io”, è stato il commento della parlamentare sudafricana.

Africa ExPress

Tanzania: continua l’eccidio degli albini per foraggiare i riti tribali degli stregoni

Sacrifici umani: il racconto terrificante e orribile del marito di una vittima

 

 

Giardiniere sospettato dell’omicidio dell’italiana in Kenya: inchiesta della Procura di Roma

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Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 25 luglio 2017

Il sostituto procuratore del tribunale di Roma, Sergio Calaiotto, ha aperto un’inchiesta sull’effertato omicidio di Maria Laura Satta e e sul grave ferimento subito dal marito Luigi Scassellati.

Nella tarda mattinata di oggi i figli della sfortunata coppia, Stefano e Roberto, sono arrivati a Mombasa. L’incontro con il padre è stato commovente. Sin da quando i genitori avevano acquistato la villetta in Kikambala, i ragazzi l’avevano vista solo in fotografia e non erano mai venuti a spendervi qualche giorno di vacanza, malgrado i ripetuti inviti a farlo.  Ora hanno preso alloggio in un hotel di Bamburi e si rifiutano di vedere la casa in cui è avvenuta l’orrenda carneficina.

La coppia Scassellati fotografata qualche tempo fa
La coppia Scassellati fotografata qualche tempo fa

Stefano Scassellati, il figlio maggiore, Assessore al Commercio del Comune di Mozzanica, in provincia di Bergamo, ha espresso forti sospetti sul giardiniere: “Potrebbe esserci di mezzo la sua complicità – ha riferito in un’intervista all’Eco di Bergamo – visto che il suo compito era di stare sempre in guardia, ma chissà perché, l’unico non coinvolto domenica nell’aggressione è stato lui”. Opinione, questa, condivisa dalla  polizia che ha arrestato Lewis, il giardinere appunto, immediatamente al suo arrivo sulla scena del crimine. “Forse lui non ha personalmente partecipato all’aggressione – ha spiegato il comandante distrettuale della polizia investigativa di Kilifi – ma sospettiamo che sia tra quelli che l’hanno organizzata e favorita”.

Stefano Scassellati, figlio di Maria Laura Satta e di Luigi Scassellati
Stefano Scassellati, figlio di Maria Laura Satta e di Luigi Scassellati

Se Stefano e la polizia sospettano il coinvolgimento del guardiniere, Luigi Scassellati, la vittima sopravvissuta al massacro, sembra invece non avere dubbi. “E’ stato lui. – mi ha detto ieri senza esitazioni dal suo letto d’ospedale – Io non ricordo ancora nulla dell’accaduto, ma ciò che è certo e che non sarei mai uscito di casa, lasciando la porta aperta se non fossi stato chiamato da qualcuno che conoscevo. Lewis era arrabbiato con me perchè chiedeva continuamente degli anticipi e dei prestiti. In marzo quando Lalla (la moglie) ed io siamo rientrati in Italia gli ho anticipato gli stipendi fino al nostro ritorno in luglio, ma ciò che gli davo spariva subito dalle sue tasche speso tra le donne ed il bere ”.

Voci di popolo che emergono dal vicinato locale, confermerebbero anche loro la responsabilità dell’uomo in questione. Qualcuno dice anche che di prima mattina, in un’ora non ben precisata, sarebbe arrivato un Boda Boda (motoretta taxi) che caricava più persone ed alla quale il giardiniere incriminato avrebbe aperto il cancello d’ingresso.

Che su questa presunta moto ci fossero più persone, non stupisce, poiché non è raro vedere questi buffi taxi a due ruote scorazzare sulle piste sterrate con due ed anche tre passeggeri per volta che si dividono la spesa del passaggio. Non è stato tuttavia possibile confermare queste voci perché come ci si avviccina ai locali l’invariabile risposta, prima che si eclissino rapidamente è: “I don’t Know” (cioè “NoN so”)  Quasi un’omertà siculo-partenopea, con la differenza che là si teme la vendetta mafiosa, qui si teme soprattutto la polizia.

Questo è un timore più che motivato perché alla polizia del Kenya è conferito un potere eccezionale. Può arrestare chiunque anche per un semplice sospetto e tenerlo in detenzione durante tutto il corso delle indagini, salvo poi rimetterlo in libertà senza neppure scusarsi. Mediti chi in Italia si lamenta per l’insufficiente garantismo…

Sarà anche vero, come sostiene qualche organo d’informazione filo-africano, che l’azione criminosa colpisce a caso e può subirla chiunque e dovunque, ma ciò che più fa orrore in Africa non è tanto la frequenza di questi eventi, quanto la terrificante crudeltà con cui vengono compiuti. Del resto nel giudicare ogni fenomeno si deve sempre farlo in termini relativi e non assoluti, diversamente giungeremmo a definire la Danimarca un paese mafioso per un singolo evento di estorsione che si fosse verificato in quel paese.  

Un boda boda, le famigerate moto-taxi del Kenya con i suoi passeggeri
Un boda boda, le famigerate moto-taxi del Kenya con i suoi passeggeri

Adesso Roberto e Stefano, in accordo con le autorità Consolari italiane, si faranno carico della triste incombenza di riportare in patria le spoglie della madre e, appena le condizioni glielo consentiranno, del  padre devastato nel corpo e nello spirito. Prima che ciò avvenga, l’aspettativa è che Luigi Scassellati riacquisti gradualmente la memoria e possa procedere ad una lucida ricostruzione degli eventi. Comunque, ad avvalorare l’ipotesi del coinvolgimento del guardiniere ci sarebbe anche l’inutile uccisione della povera Maria Laura. Perché infatti ucciderla e non limitarsi a renderla inoffensiva? La riposta di Luigi e perentoria: “Il giardiniere non poteva lasciarci vivi dopo che l’avevamo visto e siccome io avevo perso conoscenza hanno pensato di aver ucciso anche me”.

Certo nessuno di questi sospetti o di certezze non confermate sarebbe sufficiente in Italia per privare una persona della libertà, ma questa è l’Africa dove ciò che è universalmente ritenuto normale stenta spesso a realizzarsi e dove l’assurdo è invece annoverato tra le cose possibili.

 

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

 

Mistero sull’omicidio della donna a Mombasa: il racconto del marito

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Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 24 luglio 2017

Luigi Scassellati, il cremonese settantaduenne rimasto gravemente ferito ieri nel corso di una brutale rapina a Kikambala, sulla costa nord del Kenya, dal suo letto presso il Mombasa Hospital, non sa darsi pace per la perdita della moglie, Maria Laura Satta, caduta sotto i violenti colpi di machete degli aggressori. “Lei non c’è l’ha fatta – dice – e mi sento in colpa perché sono stato io ad insistere affinché acquistassimo questa villetta in Kenya”.

Stenta a parlare perché con una violenta bastonata sul viso i malviventi gli hanno fatto saltare le protesi dentali, trovate a terra dalla polizia e requisite, non si capisce bene a quale scopo. “Senza le protesi – dice ancora  – non riesco a mangiare cibi solidi e devo limitarmi ai brodini”. Sul volto e nello sguardo appare ancora disegnato tutto l’orrore dell’eperienza vissuta ieri, nelle prime ore del mattino, quando gli aggressori hanno dato inizio al selvaggio attacco.

La coppia Scassellati fotografata qualche tempo fa
La coppia Scassellati fotografata qualche tempo fa

Il Mombasa Hospital è uno dei tre più prestigiosi ospedali privati di Mombasa e nel primo pomeriggio di ieri, all’arrivo presso l’accettazione del pronto soccorso, ha avuto luogo un piccolo thriller perché la direzione dell’ospedale non permetteva il ricovero. Prima pretendeva un deposito cauzionale di almeno tremila euro, somma impossibile da reperire nell’immediato. Era domenica e tutte le banche erano chiuse.

Luigi, pesto, sanguinante ed ancora privo di conoscenza, è stato costretto ad  attendere a lungo, con i suoi soccorritori impegnati in un’estenuante trattativa. Alla fine, grazie alla garanzia cortesemente prestata da una persona nota alla direzione della struttura sanitaria, è stato consentito il ricovero e all’accesso alle cure necessarie.

Le autorità consolari italiane, consultate in proposito, si erano dichiarate impossibilitate a prestare tale garanzia e questo, com’era ovvio attendersi, ha scatenato un coro di proteste da parte dei connazionali presenti. In realtà, più che la copertura monetaria necessaria al ricovero, ciò che le nostre autorità non potevano fare, è autorizzare l’inizio delle terapie e degli interventi chirurgici senza l’autorizzazione dei familiari.

Uno scorcio della villetta dove è avvenuta l’aggressione (Copyright Africa ExPress)
Uno scorcio della villetta dove è avvenuta l’aggressione (Copyright Africa ExPress)

Benché Luigi abbia riacquistato una discreta lucidità e si esprima abbastanza correttamente, soffre di un completo vuoto di memoria che gli impedisce di ricostruire gli eventi della tragica esperienza vissuta.  “Tutto ciò che ricordo – spiega – è che sabato sera, Laura ed io abbiamo cenato e poco dopo siamo andati a dormire. Il ricordo successivo ce l’ho in questo letto di ospedale”. Però, nella fitta nebbia che ingombra la sua mente, qualche sprazzo di luce ogni tanto si accende. Per esempio il nitido ricordo della moglie morta. “Lei era a terra in bagno, piena di sangue e non si muoveva. La chiamavo, ma non rispondeva.” E descrive dettagliatamente la posizione del corpo, facendola risultare identica a quella che noi abbiamo potuto constatare quando siamo entrati in casa. Solo che da dove lui si trovava non avrebbe potuto vederla nel modo in cui lui descrive.

Su suggerimento del medico che lo ha preso in cura, nessuno gli ha ancora detto che la moglie è morta, ma lui non chiede neppure: lo afferma con certezza, senza esitazioni e senza curarsi dell’imbarazzato silenzio che accoglie le sue parole. Questo fa pensare che forse, la dinamica dell’aggressione, può essersi svolta in modo diverso da quello dedotto dalle tracce rilevate. La polizia, dal canto suo, ha arrestato e tiene in custodia il giardiniere, sospettato, ma non si sa su quali evidenze, di essere coinvolto nell’aggressione o, almeno, nella sua parte organizzativa.

Domani, in tarda mattinata, arriveranno in Kenya i figli delle vittime, Roberto e Stefano, che vincendo l’immaginabile pena, dovranno assumersi il compito di gestire la situazione. Non saranno comunque soli, la sparuta cominità italiana si metterà a loro disposizione e li assisterà nel disbrigo di tutte le necessarie incombenze. Malgrado i molti difetti, occorre riconoscere che, nelle emergenze, gli italiani sanno spesso esprimere grandi valori di solidarietà.

Quasi tutti i media di lingua italiana hanno dato ampio risalto all’accaduto, alcuni limitandosi ai riscontri di cronaca, altri spargendo allarmi esagerati, altri ancora minimizzando gli eventi per non danneggiare il turismo in cui ancora e leggittimamente il Kenya spera. Tra altre varie inesattezze, è stato anche scritto che la località di Mtwapa è una zona ad alto rischio criminale e che l’abitazione dei coniugi aggrediti è molto isolata e quindi più soggetta a questo genere di incursioni.

In rispetto alla pura leatà dei fatti ci corre precisare che la residenza di Laura e Luigi Scassellati è a Kikambala, non a Mtwapa da cui dista una buona dozzina di chilometri. Che la zona non è affatto isolata, ma è circondata da Hotel, Residence e Resort di prestigio e che, almeno a quanto mi costa, negli ultimi 30 anni questa è la prima vittima europea prodotta da un atto criminoso.

Franco Nofori
Franco.kronos1@gmail.com
@Franco.Kronos1

 

 

 

 

L’azzardo di Minniti in Libia tra Al Qaeda, ISIS, contrabbandieri e trafficanti

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
24 luglio 2017

Il 25 luglio a Parigi il neo presidente francese Emmanuel Macron ha chiamato a consulto il premier libico del governo di unità nazionale di Tripoli, Fayez al Serraj, e il suo acerrimo nemico e capo del governo scissionista di Tobruk, il comandante Khalifa Haftar. L’iniziativa dell’Eliseo mira esplicitamente a scalzare l’Italia nel ruolo di primo interlocutore della Libia post Gheddafi, per la stabilizzazione dell’ex colonia, ed è da inserire tra le mosse del nuovo asse russo-franco-americano che si va delineando. Anche con un ritorno in scena degli USA su posizioni cambiate da quelle dell’Amministrazione Obama.

Da defilati in sostegno agli islamisti di Misurata alleati di Serraj, gli Stati Uniti guidati da Donad Trump cercano adesso sulla falsariga della Russia un accordo tra il governo di Tripoli riconosciuto dall’ONU e i laici di Tobruk di Haftar: il generalissimo ex gheddafiano (a lungo esule negli USA protetto dalla CIA) è stato prima rifornito di armi e finanziamenti dall’Egitto e dagli Emirati Arabi, poi accolto al Cremlino e aiutato anche dai militari francesi, infine a luglio ha incontrato l’ambasciatore americano in Giordania.

Fayez al-Sarraj a sinistra, a destra, invece, Khalifa Haftar
Fayez al-Sarraj a sinistra. A destra, invece, Khalifa Haftar

In questo quadro di rilevante mutazione geopolitica degli attori stranieri in Libia, l’Italia resta ancorata al piano del ministro dell’Interno Marco Minniti: il 13 luglio scorso a Tripoli, a proporre al governo Serraj e a 13 tra sindaci della Tripolitania e del Fezzan (parte della Libia meridionale) il programma di aiuti economici dell’Italia e dell’UE – 200 milioni di euro di un fondo nazionale per l’Africa e altri 200 milioni da Bruxelles agli Stati di origine e transito dei migranti – per canalizzare i flussi verso il Mediterraneo.

I confini libici del Fezzan con Algeria, Niger e Ciad sono, dopo le coste, il secondo fronte del piano italiano, nel ragionamento sensato di controllare a monte le rotte dall’Africa centrale e sub-sahariana. Sulla carta, Minniti punta a creare alternative economiche e lavorative al traffico di merci ed esseri umani nella regione, anche addestrando guardie di confine tra i miliziani tuareg e dell’etnia toubou (i neri di Libia). Un azzardo in realtà estremamente scivoloso, considerato che il contrabbando e la tratta dei migranti sono da anni le uniche attività commerciali dei Comuni libici meridionali in questione.

Dune del Sahara
Dune del Sahara

Amministratori e ras locali partecipano non di rado ai lucrosi business, in mano a reti di criminali e predoni del deserto, spesso radicalizzati jihadisti della costellazione dei gruppi di Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI) del superricercato terrorista Moktar Belmoktar, più volte dato per morto e mai ritrovato: banditi che attraversano indisturbati le dune di un Sahara mai del tutto conosciuto ed esplorato neanche dalle autorità del regime di Gheddafi. Il raggio d’azione dei trafficanti spazia dall’entroterra dell’Algeria, alla Libia del Fezzan e della Cirenaica meridionale, ai confinanti Niger, Ciad e Sudan. Lungo una frontiera ineffabile, fisicamente tracciata solo sulle cartine geografiche dei colonialisti occidentali.

In più, dalla caduta di Gheddafi nel 2011 nella regione del Fezzan si combatte una guerra fratricida tra diverse fazioni di tuareg, toubou, berberi e tribù di arabi, ad alleanze variabili a seconda della convenienza e delle parentele tra loro intrecciate (tuareg e berberi divisi tra islamisti e laici, toubou in maggioranza con Haftar). Poco narrato dalle cronache è poi il flusso di mercenari africani di Stati subsahariani limitrofi dal sud della Libia, tornato intenso come tra gli anni ’70 e ’80 della guerra con il Ciad, stavolta richiamati soprattutto dal generale di Tobruk. Ma neanche Haftar, che nel Fezzan e nella Cirenaica meridionale ha piazzato alcuni sindaci suoi luogotenenti, è mai stato in grado di controllare a sufficienza il Sahara.

rotte migranti
Le rotte dei migranti

Non ultimo, dalla disfatta dell’ISIS – in Libia e non solo – il sud della Libia è diventato rifugio dei fuggitivi del sedicente Califfato: dall’ex roccaforte di Sirte sono alcune centinaia, non le migliaia paventate come spauracchio soprattutto grazie ai numeri ingigantiti dal generale Haftar per accreditarsi come paladino anti jihadista agli occhi degli occidentali. Ma gli stessi analisti della Nato prevedono lo Stato fallito della Libia, e più che mai le valli e montagne del Fezzan impraticabili come in Afghanistan e in Yemen, come un nascondiglio ideale per i combattenti stranieri dell’ISIS e di gruppi di Al Qaeda. Di ritorno anche dalle guerre in Siria e in Iraq.

Da Bani Walid i miliziani dell’ISIS sconfitti a Sirte si sono, secondo le ultime notizie in arrivo dalla Libia, ritirati nella valle Zamzam, a circa 50 chilometri da Misurata, spargendosi da lì nei territori ancora più a sud attorno all’oasi di Sabha: capitale del Fezzan e secondo storico snodo della tratta di migranti africani verso il Mediterraneo. Il primo è Kufra, nel sud-est della Libia, dove pure opererebbero cellule dell’ISIS e di Al Qaeda. Forte quest’ultima soprattutto a Ubari: un’oasi a sud-ovest di Sebha, da decenni in mano alla rete di contrabbandieri jihadisti dell’AQMI.

Marco Minniti con Fayez al-Sarraj
Marco Minniti con Fayez al-Sarraj

Pochi mesi fa si è disciolta anche la formazione di Ansar al Sharia libica: la maggiore rete di Al Qaeda nel Paese, influente a Derna, Bengasi e Sabratha e con un’ala radicale affiliata all’ISIS. Anche alcuni dei loro estremisti potrebbero essere riparati e riparare dalla costa nel Fezzan. Del trend nel sud della Libia come nuovo santuario di estremisti islamici dovrebbero premurarsi l’Italia e gli altri governi occidentali, e certamente lo faranno. All’opinione pubblica però arriva notizia solo dei milioni di euro portati in dote dall’Italia agli amministratori di territori così compromessi.

Nei porti di Zuara e Sabratha, principali attracchi dei barconi illegali con i migranti verso Lampedusa, l’offerta di Minniti può essere utile: nelle cittadine a ovest di Tripoli esistono da anni collusioni anche gravi tra reti di trafficanti (libici e di altri Stati africani) e politici e imprenditori locali, ma le loro economie non vivono esclusivamente di ciò, nel nord della Libia l’indotto del business dei migranti è in espansione a causa della grave crisi finanziaria e di liquidità, in atto dal 2013. In particolare a Zuara esiste una società civile che manifesta contro le violenze – anche della guardia costiera libica attrezzata e formata dall’Italia, e indagata dal Tribunale penale internazionale dell’Aja per possibili “crimini contro l’umanità” – sui migranti: nei Comuni costieri la situazione può essere in parte sanata. Ma nel Fezzan l’UE capitanata dall’Italia rischia, oltre che di regalare milioni di euro a Stati africani corrotti (come già ai regimi in Sudan, Eritrea ed Egitto) senza imporre loro vincoli effettivi al rispetto dei diritti umani, di finanziare platealmente Al Qaeda e ISIS.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

© RIPRODUZIONE RISERVATA Africa Express: notizie dal continente dimenticato

Il Tribunale Internazionale indaga sulla guardia costiera libica accusata di violenze

Rapina a Mombasa, uccisa un’italiana, il marito gravemente ferito

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Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 23 luglio 2017

E’ domenica. Nel grazioso chalet di loro proprietà a Kikambala, Luigi Scassellati, 72 anni e la moglie Maria Laura Satta, 71, si apprestano a vivere la giornata in allegria. Il loro amico Fabio, anche lui italiano, che durante le frequenti visite in Kenya fa base nella vicina Mtwapa, verrà con la sua compagna a pranzo portando il pesce fresco che si è procurato per l’occasione.

Luigi e Maria Laura, per anni titolari di un’affermata azienda per macchine da ufficio a Cremona, si godono ora la meritata pensione spendendo metà dell’anno sulla costa del Kenya nella loro casa a soli 200 metri dall’Oceano Indiano.

Come sempre, alle sei di mattina, il loro giardiniere Lewis che alloggia all’interno della proprietà, apre il cancello di ingresso e si reca alla funzione religiosa cui attende tutte le domeniche. Luigi è già in piedi ed esce a sua volta di casa per richiudere il cancello dall’interno, ma mentre costeggia il muro di cinta per rientrare in casa si trova davanti i suoi aggressori che con inaudita violenza lo aggrediscono a colpi di panga e di bastone, poi mentre è già parzialmente incosciente per le percosse, lo trascinano all’interno dell’abitazione, lasciandosi dietro una larga scia di sangue.

Uno scorcio della villetta dove è avvenuta l'aggressione
Uno scorcio della villetta dove è avvenuta l’aggressione

Maria Laura, in quel momento è in bagno. I malviventi, forse a seguito di una reazione di Luigi, lo colpiscono nuovamente con il panga. Il pavimento del salotto si inonda di altro sangue, poi gli aggressori irrompono nel bagno e si accaniscono sulla moglie con inutile ferocia fino a lasciarla a terra priva di vita.

Quando se ne vanno, dopo aver messo sottosopra tutto l’alloggio, i martoriati corpi delle due vittime giacciono a terra per ore senza che nessuno dei vicini si sia accorto di nulla e possa prestare soccorso a Luigi che, se pur ferito gravemente, è ancora in vita, ma troppo debole per chiedere aiuto ad alta voce.

Nel frattempo, Fabio, sta tentando di telefonare per confermare il suo arrivo, ma Luigi non gli risponde finchè, iniziando ad essere preoccupato per lo strano silenzio degli amici,  decide di recarsi da loro anche se con un po’ in anticipo. Quando arriva è già mezzogiorno e trovando il cancello chiuso chiama Luigi a gran voce, ma tutto ciò che, dopo ripetuti tentativi riesce sentire in riposta è solo un debole rantolo.

Allarmato, Fabio, scavalca il muro di cinta e si precipita verso casa. La porta è spalancata, c’è sangue dappertutto e l’orrendo spettacolo dei due corpi straziati lo fa quasi venire meno.

Il punto accanto al muro di cinta dove è stato assalito Luigi Scassellati
Il punto accanto al muro di cinta dove è stato assalito Luigi Scassellati

Tutto questo è avvenuto nelle prime ore di oggi, in pieno giorno e con totale spavalderia degli aggressori.

La mia casa confina con quella degli sventurati connazionali. Mia moglie ed io stiamo per metterci a tavola quando sentiamo le disperate invocazioni di Fabio e accorriamo, trovandolo sconvolto ed in lacrime.

Faccio saltare i lucchetti del cancello ed entro. Anch’io alla vista dello scempio fatto sui due poveri corpi, subisco lo stesso shock del primo soccorritore.

E’ difficile credere che l’animo umano possa esprimere queste raccapriccianti crudeltà. Luigi e Maria Laura erano persone miti e socievoli. La loro età non poteva rendere pericolose le loro reazioni, anche se ci fossero state, nei confronti di energumeni spiepati e feroci. Perché togliere una vita e mettere a rischio l’altra?

Luigi è stato trasportato al Mombasa Hospital dove è stato dichiarato non essere in pericolo di vita. Al momento in cui scrivo è ancora in profondo stato di shock e proferisce solo parole confuse e prive di senso compiuto. Domani o nei giorni a venire, potrà forse ricostruire l’accaduto con più precisione, ma apprenderà anche con crudele lucidità che quella moglie con cui condivideva serenamente l’età del riposo, lo ha irrimediabilmente abbandonato.  

Franco Nofori
Franco.kronos1@gmail.com
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