Diario dalla Palestina
Clarissa Flann*
Gerusalemme, 17 luglio 2026
Da qualche mese, non é dato sapere per quale motivo (ufficialmente per lavori di manutenzione di cui non si vede traccia) e soprattutto per quanto tempo (ufficialmente tre mesi, già abbondantemente trascorsi), il ceckpoint 300 che collega Gerusalemme a Betlemme, é chiuso, e per percorrere quei 10 km che separano le due città, occorrono non piú 20 minuti, ma almeno 50. Poco male, considerando che per me, a differenza di quello che succede a molti palestinesi che viaggiano per lavoro tra la Cisgiordania e Gerusalemme, si tratta solo di un inconveniente, anzi di un’occasione per ripercorrere la scenografica strada che affaccia sulla Makhrour Valley: una valle straordinariamente verde e rigogliosa, che ospita anche una sorgente e una piscina naturale.
1. La strada che affaccia sulla Makhrour Valley e che porta a Betlemme
Un paesaggio incantato. Eppure, mentre la attraverso, mi é impossibile goderne la bellezza senza pensare alla storia di appropriazione illegale che si nasconde dietro questi cespugli fioriti. La vicenda inizia nel 1949, quando il neonato stato di Israele obbliga gli abitanti di al-Walajah ad abbandonare le loro case e le loro terre, su cui vengono successivamente edificate le cittadine israeliane di Ora e Aminadav e lo Zoo Biblico di Gerusalemme.

Gli abitanti di al-Walajahri costruiscono il villaggio a est della Linea Verde[1], in Cisgiordania, in prossimità della sorgente di Ein Haniya, ma la sequenza di espropri e trasferimenti forzati é tutt’altro che conclusa.
Dopo la guerra del 1967 infatti, una parte del villaggio viene annessa alla municipalità di Gerusalemme, determinando situazioni tanto paradossali quanto tragiche, come l’arresto di alcuni abitanti accusati di “risiedere illegalmente a Gerusalemme”[2].

Negli anni successivi più della metá dei suoi terreni agricoli, e le case che vi sorgono, vengono confiscati per la costruzione delle vicine, vicinissime colonie di Gilo e Har Gilo, e della strada per accedervi, che é ovviamente ad uso esclusivo dei coloni.
Le violenze e le espropriazioni proseguono, perché nonostante i numerosi ricorsi e le battaglie legali, nel 2011 é iniziata la costruzione delmuro di separazione che oggi circonda al-Walajah, con conseguenti altre confische e allontanamenti forzati, e la cui presenza ha reso per gli abitanti del villaggio sempre più complicato, se non impossibile, raggiungere i propri terreni, coltivarli, e procedere alla raccolta delle olive[3]
2. La colonia di Har Gilo, costruita a ridosso del villaggio di al-Walajah.
L’ultimo (per il momento) capitolo di questa storia l’ho visto accadere sotto i miei occhi. Due anni fa infatti, il checkpoint che delimita l’area entro il quale gli abitanti di Betlemme e dei villaggi che la circondano possono muoversi, includeva sia il villaggio di al-Walajah che la sorgente di Ein Haniya.

Gli abitanti della zona, pur con le difficoltà connesse alla presenza del muro e dei coloni, potevano ancora raggiungere la sorgente, una delle mete preferite per le gite di famiglie e dei giovani palestinesi soprattutto durante la canicola estiva. Nel maggio dello scorso anno però, sulla strada per Betlemme, poco oltre il bivio che porta alla sorgente e prima del villaggio di al-Walajah, sono comparsi ruspe e escavatori. Mai un buon segno da queste parti.
Poche settimane dopo infatti, il vecchio checkpoint era sparito, e ne era comparso un altro, circa 2 km più vicino alla rotonda da cui si accede al villaggio di al-Walajah e al cancello giallo di accesso alla colonia di Har Gilo.
3. Il tratto di strada dove si trovava il checkpoint fino ad un anno fa: non ce n’é più traccia, dove c’era il casello é stata posizionata la targa verde del parco nazionale di cui ora fa parte
Il nuovo checkpoint esclude dalla Cisgiordania circa 120 ettari di terreno e con essi la sorgente di Ein Haniya, che é entrata a fare parte del sistema dei parchi nazionali israeliani.

Ein Haniya, così come i campi che la circondano é ora totalmente inaccessibile non solo agli abitanti di di Walaja, ma a tutti i palestinesi della Cisgiordania, mentre sono comparsi su internet video e articoli che promuovono la zona e il parco come meta naturalistica e religiosa per turisti e pellegrini ebrei.
4. L’ingresso alla sorgente, che ora é a pagamento e in territorio israeliano, sottratta alla Cisgiordania con lo spostamento del checkpoint di poco meno di due chilomentri.
Sui villaggi palestinesi rasi al suolo nel 1948 gli israeliani hanno piantato boschi di pini e mandorli, per nascondere le rovine delle case abbattute e cancellarne la memoria. Nello stesso modo qui non c’é traccia di quello che questo luogo é stato per generazioni: senza conoscerne la storia tutto quello che si vede sono un sentiero ben curato, una pista ciclabile e gruppi di israeliani che godono il fresco della piscina naturale. Tutto normale.
Nessuna traccia, a non volerle vedere, delle violazioni del diritto internazionale, delle espropriazioni, degli allontanamenti forzati. Mi viene in mente quel film, ‘La zona di interesse’. Solo che quelli che vivono sordi ai lamenti e agli orrori che accadono al di là del muro, ora siamo noi.
5. Una carta che permette di capire la complessa situazione del villaggio di al Walaja, circondato dal muro di separazione, attraversato dal confine della municipalità di Gerusalemme, addossato alla colonia di Har Gilo. Il tutto all’interno di quelli che dovrebbero essere i confini della Cisgiordania. (dal sito della ONG israeliana Emek Shaveh)
Clarissa Flann*
© RIPRODUZIONE RISERVATA
[1]. La Linea Verde, così chiamata dal colore della matita con cui é stata tracciata sulle mappe, é la linea di armistizio stabilita nel 1949, al termine della guerra arabo-israeliana. Per molti osservatori costituisce il riferimento per i confini di un futuro Stato palestinese, ma le continue violazioni israeliane rischiano di rendere questa strada impraticabile.
[2]. Come successo in altre zone, l’annessione riguarda solo i terreni, non le persone che ci abitano, a cui non sono garantiti né la residenza gerosolimitana, né i servizi connessi, e che si ritrovano quindi a vivere, secondo la legge israeliana, da illegali nelle loro case.
[3] Applicando una antica legge ottomana, Israele confisca le terre che non risultano coltivate per un certo periodo di tempo. Senza considerare che il motivo per cui le terre vengono lasciate incolte é l’impossibilità per i proprietari palestinesi di raggiungerle, a causa del muro di separazione e della costruzione di strade o di colonie sui territori palestinesi da parte di Israele stesso.
*Non sono una giornalista e nemmeno una scrittrice, ma ho vissuto a Gerusalemme gli ultimi due anni, arrivata credendo di conoscere almeno in parte quello che mi aspettava, e subito soverchiata dalla complessità di una situazione inimmaginabile se non vissuta con i propri occhi. In questi due anni ho cercato di raccontare a chi nella mia cerchia di amici e famigliari aveva voglia di ascoltare, cosa significa vivere quotidianamente la realtà di un’occupazione che che non rispetta nemmeno le basi del diritto internazionale umanitario. Storie che ho vissuto o che ho raccolto da persone a me vicine, storie quotidiane, che raccontano di una vita che é precaria e oppressa da generazioni. Piccole storie, se messe a confronto con la violenza brutale dei coloni, o gli orrori indicibili del genocidio, ma sono quelle attraverso cui io sono entrata in contatto con questa realtà complessa e stratificata. C.F.
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