Speciale per Africa ExPress
Federica D’Alessio
Roma, 13 luglio 2026
In un’epoca di crescenti tensioni regionali e globali, il Corno d’Africa negli ultimi anni è fra le aree del mondo che hanno vissuto le maggiori trasformazioni.
Terreno di scontro politico e di rinnovati interessi coloniali e neocoloniali, in quel vasto rettangolo di terra oggi rivaleggiano fra loro numerose potenze. Alcune di queste sono sempre più aggressive nella loro proiezione, com’è il caso delle potenze arabe del Golfo, ma anche di Israele e della Turchia. Altre invece, come l’Italia stessa, puntano a mettere in piedi nuove forme di partnership in primo luogo economica, attraverso il piano Mattei che vede l’Etiopia come interlocutore di alto riguardo (quando si è recata ad Addis Abeba mesi fa, Giorgia Meloni è stata accolta con sfarzi ed onori).
Sfide e prospettive
Le prospettive e le sfide nell’area sono dunque complesse e contraddittorie e sono state al centro di un convegno promosso dalla Nato Defense College Foundation a Roma, giovedì 9 luglio, che ha visto la partecipazione di eminenti rappresentanti di istituzioni internazionali, think tank e figure diplomatiche, invitate dall’ex ambasciatore e presidente della fondazione, Alessandro Minuto-Rizzo.
L’evento si è svolto in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri, la Divisione Affari Politici e Politica di Sicurezza della NATO (PASP), la Fondazione Compagnia di San Paolo, la Fondazione CSF e il Collegio di Difesa della NATO (NDC).

L’idea alla base del convegno era quella di considerare la regione innanzitutto per la sua posizione geografica strategica, e in particolare per la presenza di un corridoio marittimo di particolare importanza, lo stretto di Bab el-Mandeb che separa – e unisce, al tempo stesso – Gibuti ed Eritrea da un lato, lo Yemen dall’altro e che tanto più assume oggi un valore critico nel momento in cui lo stretto di Hormuz è oggetto di scontri e intemperanze.
Gli interventi e i panel che si sono susseguiti nel corso della giornata hanno tuttavia spaziato ben oltre il tema iniziale, come forse era inevitabile proprio a causa dell’intreccio di contraddizioni e complessità nell’area, inseparabile in questo momento dalle sorti dell’intera area SWANA (Asia Sudoccidentale).
La prima discussione è stata moderata da Francesca Fraccaroli, Chief del Global Security Information Centre operante all’interno del Dipartimento dell’ONU per la Sicurezza a New York, ha visto gli ospiti confro Ufficio speciale dell’Unione Europeantarsi proprio sull’ampiezza delle sfide globali per l’area. I relatori – El Hadji Ibrahima Diene, rappresentante dell’African Union, Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore ed ex funzionario del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale per l’Africa subsahariana, Fabio Massimo Ballerini, della Task Force per il Piano Mattei della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Luca Miehe, capo di gabinetto dell’ per il Corno d’Africa e Alberto Munisso, Senior Analyst per la Nato Strategic Direction South Hub.
La seconda, incentrata sulla diplomazia preventiva e sul caso dell’Etiopia, è stata moderata dalla giornalista Gaja Pellegrini-Bettoli, che ha intervistato Nicola Minasi, capo dell’Unità di crisi della Farnesina, e Niagalé Bagayoko, presidente dell’African Security Sector Network.
Il terzo panel è stato guidato dal giornalista britannico Patrick Smith, direttore di Africa Confidential e The Africa Report, che ha dialogato con Alan Boswell dell’International Crisis Group, Bitania Tadesse dell’International Peace Institute di New York, Jesutimilehin O. Akamo dell’Institute for Peace and Security Studies di Addis Abeba e Jalale Getachew Birru, Senior Analyst di Acled.
Ad aprire la giornata di lavori erano stati Marjorie Apruzzese, senior research advisor del Nato Defense College, Nicoletta Pirozzi, consigliera della Fondazione Csf e scientific advisor della Fondazione Compagnia di San Paolo, e Sem Fabrizi, ambasciatore d’Italia in Etiopia. A concluderla è stata invece Nicoletta Bombardiere, direttrice generale della Farnesina per l’Africa subsahariana, l’America Latina, l’Asia e l’Oceania.
Società civile nell’area
Dal ruolo delle società civili dell’area – “molto ridotto in questa fase storica”, secondo Mistretta, che ha ricordato come continuino a esserci ben pochi margini per l’esplicarsi di una reale democrazia in tutta la regione (ma il Kenya è molto vicino, ed è teatro di mobilitazioni sociali dall’importante spirito democratico in questi stessi mesi), fino alle sfide di una presenza diplomatica, politica e strategica non sempre coordinata quanto è necessario fra i diversi stakeholder, dall’importanza degli studi analitici per la previsione dell’escalation di tensioni e guerre, anche utilizzando l’intelligenza artificiale ma senza prescindere in primo luogo da quella umana, fino alla necessità di un approccio che non si fermi all’analisi anticipata ma metta in primo luogo al centro l’azione anticipata per la prevenzione delle crisi.
Prospettiva dinamica
Tutti gli intervenuti hanno offerto una prospettiva dinamica, riflesso dei grandi sommovimenti in corso nell’area e anche degli investimenti che potenze grandi e medie stanno proiettando sul Corno d’Africa.
Tuttavia, se il leit motiv della giornata era in qualche modo legato alle esigenze di affrontare la disruption politica ed economica portata dai disordini globali in pieno corso nel Pianeta, alcuni di questi disordini – e gli attori che ne sono responsabili – potevano probabilmente essere nominati con più coraggio.
Ruolo EAU-RFS
Il giornalista Patrick Smith ha giustamente richiamato il ruolo cruciale degli Emirati Arabi Uniti, finanziatori e fautori delle Rapid Support Forces, in quello che in Sudan si profila come un vero e proprio genocidio, parola mai pronunciata nel corso della giornata, rimuovendo così anche l’impatto globale di quanto sta accadendo al popolo palestinese, oltre che al popolo libanese, per mano dell’esercito israeliano.
Israele – Somaliland
E se il ruolo di Israele anche nella zona specificamente è stato messo in luce da remoto dall’intervento di Massimo Alberizzi, che ha chiesto ai convenuti espressamente di valutare l’impatto del riconoscimento del Somaliland da parte israeliana – unico Stato al mondo ad averlo riconosciuto finora –, fin troppo timida è stata la volontà di ammettere che da parte di Tel Aviv si è trattato di un atto diplomatico di guerra vera e propria, che neanche si sforza di nascondere un interesse aggressivo e disposto a produrre ancora ulteriore disruption negli equilibri già fragilissimi della regione.

A maggior ragione mentre si accompagna a dichiarazioni sempre più preludio a nuove guerre nei confronti dell’altra grande potenza regionale con interessi nella zona, la Turchia.
Convitato di pietra, anch’esso curiosamente nominato assai poco nel corso della giornata, in un convegno pur sempre sotto l’egida della NATO, sono dunque gli Stati Uniti. Ai quali toccherebbe il compito di mediare fra gli interessi contrapposti di suoi alleati nella zona, e che invece, sotto la presidenza Trump particolarmente e con la partecipazione a una guerra senza senso contro l’Iran, si sono trasformati nel fattore numero uno di destabilizzazione e pericolo globale.
Non ultimo, per il ruolo che stanno avendo nello smantellamento scientifico dell’ONU, e per come la NATO stessa – come si è visto chiaramente ad Ankara nei giorni scorsi – non è più per Washington un’alleanza militare con finalità strategiche, ma principalmente un board d’affari per la rimilitarizzazione generale, innanzitutto a scopo di business.
Federica D’Alessio
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