Published On: Mon, Jan 1st, 2018

Il 2017 lascia l’Africa nel caos e non si prevede un 2018 migliore: ecco la situazione

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1° gennaio 2018

Nella Repubblica Democratica del Congo sono state uccise almeno sette persone. I cattolici avevano indetto una manifestazione di protesta contro Jospeh Kabila, il presidente, al potere dal gennaio del 2001. Il suo mandato è scaduto lo scorso anno, sembra che le prossime elezioni debbano tenersi a dicembre del 2018, almeno così è stato annunciato dal presidente della commissione elettorale qualche settimana fa. https://www.africa-express.info/2017/12/06/congo-k-popolazione-fuga-dalle-violenza-e-il-governo-arruola-ex-ribelli/

Ieri mattina le forze dell’ordine sono entrate in diverse chiese durante le celebrazioni domenicali, hanno persino interrotto una messa nella cattedrale di Kinshasa, la capitale della ex colonia belga, lanciando una bomba lacrimogena nel luogo di culto e intimando ai fedeli di uscire. Il sacerdote non ha interrotto la celebrazione e le persone hanno continuato a pregare.  

Manifestazione pacifica a Kinshasa, capitale del Congo-K

Manifestazione pacifica a Kinshasa, capitale del Congo-K

La comunità cattolica della capitale aveva organizzato una marcia pacifica in occasione dell’anniversario della firma del trattato tra maggioranza e opposizione, avvenuto, appunto il 31 dicembre 2016, grazie alla mediazione della Chiesa cattolica del Congo-K. Un accordo che, come spesso capita, non è stato applicato, e Kabila è sempre sulla sua poltrona e la sua parola d’ordine è “repressione” su tutti fronti (https://www.africa-express.info/2017/01/15/congo-k-la-firma-di-un-accordo-tra-governo-e-opposizione-non-ferma-le-violenze/.

La società civile e l’opposizione hanno accolto l’iniziativa della Chiesa, e si sono uniti alla protesta non autorizzata dalle autorità, come succede sempre ovunque nel Paese. Anche in altre città si sono svolte marce di protesta pacifiche e a Kananga nella provincia del Kasaï centrale un uomo ha perso la vita.

A Bia, nel nord del Camerun, al confine con la Nigeria, ieri mattina si è fatta esplodere una giovane donna, uccidendo una persona e ferendo altre ventotto. Ovviamente si sospettano dell’attentato i terroristi di Boko Haram. Secondo le prime testimonianze, la ragazza sarebbe entrata in un bar alle sette del mattino. Subito dopo ha fatto  detonare la sua cintura esplosiva.

Nel nord est della Nigeria la situazione umanitaria resta sempre grave. Durante i mesi di novembre e dicembre molte persone hanno dovuto lasciare nuovamente i loro villaggi a causa delle continue incursioni dei miliziani Boko Haram e il numero è in continua crescita. Secondo gli ultimi dati sono oltre 2,3 milioni le persone che sono scappate per trovare rifugio in zone più sicure fuori o dentro il Paese. Gi sfollati sono 1,6 milioni, più di trecentomila hanno cercato protezione nel Camerun, quasi quattrocentomila tra Ciad e Niger. Oltre ventimila persone sono morte in cruenti attentati dal 2009 ad oggi.

Secondo uno degli ultimi rapporti delle Nazioni Unite, l’insicurezza alimentare e la mancanza di protezione nei campi per gli sfollati – dove spesso le donne subiscono violenze sessuali e altri abusi, proprio da coloro che dovrebbero salvaguardare la loro incolumità – sono tra i problemi più gravi.

Ormai si parla poco della terribile crisi umanitaria che da temp sta investendo oltre dieci milioni di persone nella regione del lago Ciad. Il bacino, che tra l’altro a causa dei cambiamenti climatici si sta restringendo sempre più, è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa al confine tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. Una regione già povera che ora, a causa dei conflitti e degli attacchi di gruppi estremisti, ospita anche milioni di rifugiati e sfollati. La complessa situazione si è aggravata proprio per la difficoltà di accesso ai servizi essenziali di base, la mancanza di acqua potabile, insicurezza alimentare, malnutrizione, fragilità dei mezzi di sostentamento e la difficoltà di accesso ad infrastrutture sanitarie adeguate.

Come sempre sono i bambini e i giovanissimi a dover pagare il prezzo più alto. Cresciuti senza poter godere di un’infanzia spensierata, spesso hanno dovuto assistere a scene terribili: uccisioni, stupri, magari l’assassinio delle madre, del padre o di entrambi i genitori, dei fratelli, persone care. Sono traumi che li accompagneranno per tutta la vita. Bimbi senza la possibilità di ricevere un’adeguata istruzione.

bambini e giovanissimi africani

bambini e giovanissimi africani

Nella Repubblica Centrafricana è in atto un terribile conflitto interno dalla fine del 2012, basato su contrasti etnici, spesso accresciuti da superstizione e stregoneria. (https://www.africa-express.info/2017/10/19/centrafrica-il-paese-dimenticato/) . Nell’ultimo rapporto del 6 dicembre scorso messo a punto dagli esperti dell’ONU, si legge che questa guerra è generata  da interessi economici. Gli scontri avvengono per lo più per la concorrenza negli “affari”. Traffici di armi, minerali preziosi sono piuttosto lucrativi, e fanno gola a tutte le fazioni in conflitto cui partecipano gli ex Séléka (formato soprattutto da musulmani) e anti-balaka (vi aderiscono sopratutto cristiani e animisti) https://www.africa-express.info/2016/12/19/dal-centrafrica-al-camerun-cosi-diamanti-insanguinati-finanziano-la-guerra-civile/ e http://www.africa-express.info/2015/07/19/centrafrica-le-multinazionali-e-il-saccheggio-delle-grandi-foreste-pluviali/.  Al solito la popolazione civile paga il prezzo più alto.

ll Sud Sudan sta affrontando un sanguinoso conflitto interno dal dicembre 2013; il presidente Salva Kiir Mayardit, dell’etnia dinka, aveva accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. In questi quattro anni sono morte decine di migliaia di persone, per lo più brutalmente ammazzate, ma a causa di stenti per la penuria di cibo. Oltre un terzo dell’intera popolazione – 4,8 milioni di abitanti – necessita di assistenza umanitaria. La siccità non ha certamente contribuito a migliorare la già precaria situazione alimentare. Dall’inizio del conflitto ad oggi sono state uccise decine di migliaia di persone, tra loro donne e bambini. Oltre quattro milioni di cittadini hanno dovuto abbandonare le loro case, due milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, un milione e più sono nella vicina Uganda, che sta affrontando una delle peggiori crisi migratorie del momento. Pochi giorni fa è stato firmato un nuovo trattato di pace tra il governo e i ribelli ad Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia e sede dell’Unione africana (UA).

Il nuovo accordo è in pratica una revisione del trattato siglato nel 2015, ma tristemente naufragato nel 2016 dopo i pesanti combattimenti di Juba, la capitale del più giovane Paese del mondo. I relativi colloqui si sono tenuti in presenza dei rappresentanti dell’IGAD (l’autorità intergovernativa per lo sviluppo, un’organizzazione politico-commerciale formata dai paesi del Corno d’Africa, fondata nel 1986). L’attuale presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki, ha accolto con favore l’iniziativa, precisando: “Spero che con la firma di questo nuovo accordo, possiate finalmente porre fine alla tragedia del vostro Paese”. E Workneh Gebeyehu, ministro degli esteri dell’Etiopia, ha fatto sapere: “Ora non c’è più alcuna scusa per violare i diritti umani. Tutte le parti coinvolte nel conflitto devono osservare le clausole dell’accordo”. (https://www.africa-express.info/2017/11/24/sud-sudan-la-guerriglia-arruola-giovani-ugandesi-e-la-pace-e-ancora-lontana/)

Florence Parly, ministro della Difesa francese, ha incontrato proprio ieri Ibrahim Boubakar Keïta, presidente del Mali, a Bamako. La Parly ha voluto passare il veglione di capodanno con le truppe francesi di Barkhane . La missione francese è presente nel Sahel con quasi quattromila uomini, con base operativa a N’Djamena, la capitale del Ciad. Millesettecento soldati della missione francese si trovano a Gao, nel centro del Mali.
https://www.africa-express.info/2017/12/13/al-via-la-missione-congiunta-di-5-paesi-del-sahara-contro-il-terrorismo/.

Florence Parly, ministro della Difesa francese con Ibrahim Boubacar Keïta, presidente del Mali

Florence Parly, ministro della Difesa francese con Ibrahim Boubacar Keïta, presidente del Mali

Scopo principale dell’incontro tra la Parly e Keita è stato il nuovo contingente “Force G5 Sahel”, composto da militari africani di Mauritania, Mali, Burkina Faso, Ciad e Niger, per contrastare i terroristi jihadisti sempre più attivi in tutta l’area, in particolare nelle zone di frontiera.

Il prossimo 15 gennaio è previsto un incontro con i ministri della Difesa dei cinque Paesi del G5 Sahel e  rappresentanti di alcuni governi occidentali disposti a finanziare il nuovo contingente. La Parly ha sottolineato che “Bisogna fare in fretta affinchè il G5 Sahel possa essere attivo al cento per cento, ma bisogna stare attenti, non si deve versare acqua nella sabbia”. In poche parole, è necessario sorvegliare attentamente l’utilizzo dei fondi.

Il Sahel è fortemente militarizzato da forze internazionali. Non solo per la presenza dei terroristi, ma soprattutto per arginare il flusso migratorio. Infatti, in particolare alcune zone del Niger sono zone di transito dei migranti diretti in Libia, da dove cercano di imbarcarsi verso le nostre coste. Nel Paese sono attualmente presenti diverse basi straniere. Gli Stati Uniti (https://www.africa-express.info/2014/09/07/niger-pronta-una-nuova-base-per-droni-usa/), ne hanno due, una ad Agadez, nel nord del Paese, l’altra vicino Niamey, la capitale. Anche Parigi ha una coppia di  basi nella sua ex colonia: la prima sempre nella capitale, mentre la seconda a Madama nel nord-est, a soli duecento chilometri al confine libico. I tedeschi, invece, stanno costruendo una base aerea all’aeroporto di Niamey per facilitare l’intervento delle proprie truppe in Mali. Grazie alla posizione geografica strategica del Niger  – confina con la Libia, la Nigeria e il Mali – è possibile condurre una guerra contro il terrorismo e arginare il flusso migratorio su tre fronti. E fra poco arriveranno anche truppe italiane, come è stato annunciato ampiamente dalla stampa nazionale e internazionale. https://www.africa-express.info/2016/10/12/niger-la-seconda-tappa-del-viaggio-in-africa-della-cancelliera-tedesca/ e https://www.africa-express.info/2017/02/03/il-risultato-dellaccordo-con-il-niger-sui-migranti-aumentati-prezzi-della-traversata-verso-leuropa/.

Uomini armati appartenenti a gruppi jihadisti

Uomini armati appartenenti a gruppi jihadisti

E’ bene ricordare che attualmente sono nelle mani dei terroristi attivi nel Sahel diversi ostaggi occidentali. Tra loro la svizzera Béatrice Stoeckly, rapita ormai quasi due anni fa Timbuktu per la seconda volta (https://www.africa-express.info/2016/01/09/mali-missionaria-svizzera-rapita-per-la-seconda-volta-a-timbuktu/) e la francese Sophie Pétronin, operatrice umanitaria, che è stata sequestrata la vigilia di Natale del 2016 a Gao, in Mali https://www.africa-express.info/2016/12/26/mali-rapita-operatrice-umanitaria-francese-mentre-salta-laccordo-su-rimpatri-forzati-dalla-ue/.

All’inizio di luglio il nuovo raggruppamento, che unisce diverse formazioni armate, denominato “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani” e guidato da Iyad Ag-Ghali, alleato di al-Qaeda e dei talebani afgani, ha rilasciato un video mostrando sei ostaggi: Oltre la Stoeckly e la Pétronin, ci sono la suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, il chirurgo australiano Arthur Kenneth Elliott, rapito nel Burkina Faso nel gennaio 2016 insieme alla moglie, rilasciata poco settimane dopo, il rumeno Iulian Ghergut, sequestrato nel 2015 sempre nel Burkina Faso e infine Stephen McGown, sudafricano, nelle mani dei suoi aguzzini dal 2011.

Qualche nota positiva c’è. Il 2017 ha visto l’addio di tre leader storici del continente africano. Alla fine di gennaio, Yahya Jammeh, al potere da ben ventidue anni in Gambia, è stato costretto a mollare la poltrona, dopo aver perso le elezioni contro Adama Barrow. Ora il despota si trova in esilio in Guinea Equatoriale. Edoardo dos Santos, presidente dell’Angola dal 1979 fino all’agosto di quest’anno, non si è ricandidato all’ultima tornata presidenziale, vinte dal suo delfino João Lourenço. L’ultimo ad uscire di scena è stato Robert Mugabe, il novantatreenne è stato cacciato con ignominia alla fine di novembre.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Questi e altri argomenti saranno trattati in modo più approfonditi nei prossimi articoli del nostro quotidiano on-line. A tutti i nostri lettori auguriamo un sereno 2018.

 

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- Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi

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