Proteste in Sudan, scatta la repressione. Ucciso uno studente

Uno studente dell’università del  Kordofan, che dista poco meno di seicento chilometri da Khartoum, la capitale del Sudan, è stato brutalmente ammazzato martedì scorso durante una manifestazione pacifica.

I giovani degli atenei di Kordofan e di Khartoum hanno reagito immediatamente. Mercoledì scorso sono scesi in piazza per protestare contro l’umicidio del giovane e manifestare la loro solidarietà ai familiari. Il giorno seguente anche i loro colleghi delle università nell’est del Sudan e nel Sud Darfur si sono uniti alle dimostrazioni, chiedendo al governo di investigare sulla morte del loro compagno.

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Per cercare di sedare i disordini, le autorità hanno soppresso alcuni corsi universitari e usato gas lacrimogeni contro i manifestanti.

Abubakar Hassan Mohamed Taha, appena diciottenne,  iscritto al primo anno in ingegneria all’università di Kordofan a Al-Obeid, capoluogo del North Kordofan State, è morto dopo essere stato colpito alla testa da una pallottola.  Altri ventisette studenti sono rimasti feriti, cinque di loro in modo grave.

Gli universitari si stavano recando tutti insieme verso gli uffici dell’Unione degli studenti, per presentare i nomi dei candidati dell’opposizione per le elezioni del campus, che si sarebbero dovuto svolgere proprio il 19 aprile.

Appena iniziata la manifestazione, gli agenti del National Intelligence Security Services (NISS) hanno  intercettato gli studenti, per impedire che partecipassero alla consultazione.

Amnesty International ha immediatamente chiesto l’apertura di un fascicolo da parte della magistratura sudanese. Muthoni Wanyeki, direttore dell’organizzazione per l’Est Africa, il Corno d’Africa e la Regione dei Grandi Laghi ha sottolineato che tali violenze da parte degli agenti del NISS non possono restare impunite. “E’ necessario aprire un’inchiesta imparziale e i colpevoli devono essere consegnati alla giustizia. – ha spiegato. E’ l’ennesimo episodio di violenza contro studenti universitari in tutto il Paese. Il non rispetto dei diritti umani dimostra la linea del governo:  soffocare a tutti costi gli ultimi vagiti dei dissidenti”.

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Uno degli studenti ha riferito di aver visto arrivare quindici pick-up con a bordo  agenti del NISS, armati di kalashnikov e pistole;  i poliziotti non hanno esitato ad aprire immediatamente il fuoco contro gli studenti.

Gli accademici dell’università di Kordofan hanno espresso il loro cordoglio per la morte del giovane  in un comunicato, ma non hanno menzionato in nessun modo l’intervento degli agenti del NISS.

Hanno invece descritto l’incidente come uno scontro tra studenti di fazioni rivali, versione ripresa anche dal quotidiano “Sudan Tribune” del 19 aprile scorso.

Amnesty ha documentato ampiamente violente repressioni della polizia nei confronti degli studenti  dal 2012 ad oggi. In questi quasi quattro anni sono stati uccisi molti universitari che hanno osato protestare, altri sono stati feriti o sono stati arrestati, ovviamente non di rado tenuti in isolamento.

Dall’inizio dell’anno si sono verificati diversi incidenti in alcuni atenei del Paese, sedati sempre con repressione e eccesso di forza da parte della polizia.  Anche all’università di El-Genina, nel West Darfur è morto uno studente durante una manifestazione nel 2016.

Su Omar Al Bashir, presidente del Sudan, salito al potere con un colpo di Stato militare ventisette anni fa, è ricercato dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio. Nel sue Paese la parola d’ordine è repressione verso chiunque osi opporsi.
Lo scorso anno ha nuovamente “vinto” le elezioni.  Pochi giorni prima dell’apertura dei seggi elettorali erano stati arrestati e picchiati brutalmente decine e decine di oppositori, attivisti e studenti. In un comunicato congiunto degli USA, Gran Bretagna e Norvegia avevano scritto: “Il risultato di queste elezioni non può essere ritenuto come credibile espressione del popolo sudanese”. Poco prima del voto Federica Mogherini, commissario agli esteri dell’Unione Europea, aveva fatto sapere: “Il risultato non potrà essere credibile, perché non è legittimato dai cittadini sudanesi”.

Eppure Al Bashir è un interlocutore interessante per l’UE. E’ un Paese di transito per migliaia di migranti che cercano di raggiungere le nostre coste. Il Sudan è un a figura chiave nel “Processo di Khartoum”, lanciato proprio dal nostro governo nell’estate del 2014, nel corso della sua presidenza dell’UE, per difendere le frontiere europee di fronte al crescente numero di migranti.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes