Nostro Servizio Particolare Cornelia I. Toelgyes
28 gennaio 2014 Il MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta (MEND) con un comunicato inviato ad Africa ExPress ha rivendicato l’assalto contro una motovedetta delle forze speciali (Joint Task Force, JTF) che stava pattugliando le acque del delta del Niger, nel ramo che congiunge Nembe a Bassanbiri nello stato di Bayelsa.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi Nairobi, 26 gennaio 2014 Roberto Berardi il 19 gennaio scorso ha compiuto un anno nelle galere della Guinea Equatoriale. Ora, da 40 giorni è detenuto in isolamento, in una fetida cella dove ha preso la malaria. La famiglia si muove, chiede aiuto alla nostra diplomazia, al Vaticano, ai giornalisti e a chiunque può dare una mano a tirare fuori il nostro connazionale dagli artigli di una dittatura rapace e vendicativa.
Dal Nostro Corrispondente Arturo Rufus Nairobi 29 gennaio 2014 Il Kenya sta diventando sempre più pericoloso e il rischio di attentati, secondo gli osservatori quaggiù sta diventando piuttosto alto. A Nairobi, dopo l’attacco al centro commerciale Westgate nel settembre scorso, quando i terroristi tennero in ostaggio decine di clienti, e ne ammazzarono almeno 67, serpeggia il timore che un attentato simile possa ripetersi. Sulla costa, dove la maggioranza musulmana è in subbuglio e le infiltrazioni di shebab dalla Somalia sono frequenti, le forze di sicurezza sono in discreta allerta. La presenza di terroristi è stata accertata e, al di là delle assicurazioni delle autorità e degli operatori turistici, sempre propensi a tranquillizzare l’opinione pubblica, la minaccia di attentati è sempre in agguato.
Speciale per Africa ExPress Barbara Serra Londra, 26 gennaio 2013 E’ da cinque settimane che durante la conduzione del TG di Al Jazeera English, leggo lo stesso testo. Cosa strana per un canale all-news, dove a volte le notizie “invecchiano” anche dopo solo un paio di ore. Invece questo testo rimane immutato, da settimana in settimana. L’unica parola che cambia è il numero di giorni di detenzione. Ecco il resto, ormai familiare ai nostri telespettatori:
Dal Nostro Corrispondente Giorgio Maggioni Antananarivo, 26 gennaio 2014 Una bomba artigianale è scoppiata sabato davanti al senato di Antananarivo verso le ore 19, la sera stessa dell’investitura ufficiale del nuovo presidente del Madagascar, Hery Rajaonarimampianina.
L’attentato, non ancora rivendicato, ha avuto luogo alla fermata del bus davanti al senato, molto affollata in quel momento dalle persone che uscivano dall’antistante stadio di Mahamasina, dove erano appena finiti i festeggiamenti per il nuovo presidente. Al momento (ore 20 locali) si segnala un bambino di sei anni morto, 37 persone ferite di cui 12 in maniera grave.
Secondo il colonnello Richard Ravalomanana, comandante in capo della gendarmeria nazionale, questo attentato è un atto di destabilizzazione politica: “Ho sempre detto che le teste pensanti degli attentati alla bomba artigianale sono sempre in libertà nonostante siano state identificate e arrestate all’epoca; e ciò a causa dell’amnistia e, in alcuni casi, del fatto che siano diventati ministri e deputati del governo della transizione. L’amnistia ha permesso a queste persone di ritenersi intoccabili. Ritornano alle loro vecchie abitudini.”
Da notare che è la prima volta da cinque anni che una bomba artigianale fa delle vittime.
Nostro Servizio Particolare Cornelia I. Toelgyes 24 gennaio 2014
Le nuove draconiane leggi antigay varate in Nigeria pochi giorni fa dal presidente Goodluck Jonathan sono state applicate immediatamente, specialmente nei 9 dei 36 stati della Nigeria a maggioranza musulmana dove si giudica secondo la Sharia. Sembrerebbe che il Paese non si aspettava altro giacché, per una volta il presidente nigeriano è riuscito a mettere sotto lo stesso denominatore cristiani e musulmani. Effettivamente in un recente sondaggio il 90 per cento della popolazione si era espressa contraria alle unioni dello stesso sesso. Ciononostante un messaggio arrivato dalla Nigeria alla redazione di Africa ExPress reciti: “Voglio un governo che faccia strade, ospedali, scuole non che si occupi delle relazioni interpersonali”.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 19 gennaio 2006
Il capo d’imputazione parla chiaro: traffico di cocaina. Non pochi grammi, ma ben una tonnellata e 141,5 chili di polvere purissima, per un valore di 76 milioni di euro. Un’accusa schiacciante che ha distrutto la vita a una coppia di italiani, Angelo Ricci 70 anni, e sua moglie, Estella Dominga Furuli, 43, da più di un anno rinchiusi in una putrida e affollata cella del penitenziario di Nairobi, capitale del Kenya. Il loro avvocato John Kaminwa è certo: “Loro non c’entrano nulla. Sono i capri espiatori di uno dei più colossali sequestri di droga di tutti i tempi, anche se rischiano l’ergastolo”.
Angelo Ricci e Estela Dominga Furuli alla sbarra durante il processo
La confisca della montagna di polvere bianca è avvenuta a Malindi, il 14 dicembre 2004. Da quel giorno per i due è cominciato l’inferno: “E finire nelle galere keniote non lo auguro a nessuno”, sbotta Estella, argentina, origini calabresi e ridiventata italiana dopo il matrimonio con Angelo. Con loro altri 6 imputati, cinque kenioti e un indiano.
Ieri, alla seconda udienza del processo l’avvocato Khaminwa, che difende gli italiani, e il suo collega, Michael Billing, scelto da un imputato indiano, Tansukahal Jivanal Thanki, hanno smontato pezzo per pezzo l’accusa, che si basa essenzialmente sulla testimonianza del capo della polizia criminale di Nairobi, Peter Njeru. “Lei sostiene che questa gente abbia voluto smerciare e distribuire droga. Ma ha visto qualche acquirente? Ha visto qualche distributore?”, ha incalzato Billing. L’ispettore visibilmente irritato dalle continue domande per incastrarlo ha dovuto cambiare versione più volte. Il giudice Aggrey Muchelule, il più alto magistrato della Corte di Nairobi, era visibilmente divertito e continuava a sorridere mentre l’ispettore Njeru sudava visibilmente sul cranio rasato alla Yul Brinner.
Njeru forse sognava già la promozione quando, quel memorabile 14 dicembre, ha proceduto agli arresti. Ma i pesci grossi, i registi di questo gigantesco traffico di droga, sei bianchi, due uomini e due donne, con tutta probabilità olandesi, gli sono sfuggiti dalla rete, scappando in Europa il giorno prima. Solo un keniota, George Kiragu, che era il loro factotum locale, è stato arrestato appena sceso all’aeroporto di Amsterdam il 20 dicembre 2004. Gli ispettori dei Paesi Bassi stanno anch’essi investigando e, nell’ambito di questa complessa inchiesta internazionale, hanno proceduto ad arrestare nel loro Paese quelli che considerano i complici di Kiragu: Robertus Johannes Stehman, Hendrik Baptiste Hermanj, Johan Neelen, Arien Gorter and Marinus Hendrik van Wezel.
Tutto comincia il 14 settembre 2004. Due europei, accompagnati da un keniota, George Kiragu, piombano a Malindi alla ricerca di una casa in affitto. Si fa avanti un mediatore, Ibrahim Abdalla Omar, arabo keniota. Si offre di contattare Angelo Ricci che ha a disposizione una villa in zona Casuarina di proprietà di Pompeo Rocchi, imprenditore alberghiero milanese (tra l’altro con partecipazioni all’Hotel Villa D’Este di Cernobbio e all’Hotel Victoria di Menaggio). Rocchi, che vuole disfarsi di quella villa perché a Malindi è stato rapinato a mano armata, l’ha affidata a Ricci perchè se ne occupi: vendere o affittare.
Quando Ibrahim telefona a Ricci per avvisarlo che ha per le mani dei clienti, Ricci è in ospedale a Mombasa per accertamenti. Lui non parla né inglese né swahili e ha difficoltà persino con l’italiano, data la sua pronuncia, in foggiano strettissimo. Se ne occupa la moglie che suggerisce a Ibrahim di rivolgersi al loro factotum a Malindi, Salim Aboud, fino al loro arrivo.
Salim si mette d’accordo e affitta la casa: 4000 euro per sei mesi, la sua commissione e quella di Ibrahim compresa. Ma gli stranieri hanno fretta vogliono entrare subito in quella villa. Estella protesta, non ci sono materassi, occorre aggiustare i bagni, dipingere alcuni muri. Non fa niente, loro vogliono le chiavi. La prima cosa che fanno quando entrano in casa, il 19 settembre, licenziano il giardiniere e la cameriera: <Abbiamo il nostro staff da mettere nella villa>, assicurano.
Angelo Ricci li vede una sola volta e intima a Salim: <Ridagli i soldi. Voglio indietro la villa>. Ma Salim protesta: <Ho già speso la commissione e anche Ibrahim si è già fatto fuori la sua>. Ricci suo malgrado accetta, ma fa un errore: non registra alcun contratto. Sarà il punto cardine dell’accusa. <Lui conosceva i trafficanti e ha voluto coprirli>, sancisce l’ispettore Njeru.
Estella manda un idraulico per aggiustare il bagno, ma viene respinto al cancello da uno dei bianchi. Stessa sorte viene riservata all’uomo che porta i materassi nuovi. La donna riesce a entrare una volta: <Ho visto quattro bianchi, due uomini e due donne, queste ultime da lontano e non le riconoscerei – spiega al Corriere durante un’intervista rubata nelle camere di sicurezza del tribunale –. Mi hanno chiesto, gentilmente ma con fermezza, di non disturbare oltre. Così me ne sono andata>.
Il 14 dicembre “in base a una soffiata – racconta in tribunale l’ispettore Njeru – due azioni contemporanee della polizia. La prima a Nairobi, frutta 253 pacchi di cocaina pura per 304 chili, la seconda nella casa di Pompeo Rocchi, a Malindi, 701 sacchetti per 837.5 chili”. Totale oltre una tonnellata: un sequestro mastodontico. Quando gli agenti fanno irruzione nella villa italiana non trovano nessuno. Tutti sono fuggiti in gran fretta, lasciando nel cortile un motoscafo Boston Whealer con la chiglia imbottita di droga.
Ricci, informato dell’invasione della Narcotici venuta da Nairobi, cerca di precipitarsi a Casuarina. Ma viene fermato da una telefonata di Piero Romeo, un altro italiano, proprietario del Savana Resort. “Vieni da me che c’è il capo della polizia criminale”, gli dice. Lui dirotta e, invece di presentarsi nella villa affittata, va al Savana. L’ispettore Njeru lo accoglie con le manette tintinnanti.
“Se fossi io il trafficante non sarei forse scappato?”, si difende Ricci che a Malindi tutti conoscono e ne parlano bene. Gli altri, Ibrahim e Salim, sono stati subito scarcerati. Solo George Kiragu è stato arrestato, ma in Olanda, dove le galere, di certo, non sono quelle keniote. Venerdì il processo continua, forse con la sentenza definitiva. L’avvocato teme l’imprevedibilità del giudice Muchelule. Sa che i suoi clienti rischiano l’ergastolo.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
Nelle foto Angelo Ricci e la moglie Estella fotografati furente le udienze in tribunale a Nairobi
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi Nairobi 23 gennaio 2014 Marikana, la ricca miniera di platino dove nel 2012 la polizia sparò sui dimostranti, uccidendone 34, è di nuovo in pieno subbuglio. I lavoratori del settore sono in sciopero assieme ai loro colleghi di altri giacimenti. Chiedono paghe e condizioni di lavoro migliori. A differenza di quelle del 2012, le proteste di questi gironi, con le conseguenti astensioni dal lavoro, sono legali.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi Nairobi, 20 gennaio 2014
La Repubblica Centrafricana sconvolta da atroci violenze per bande, cristiane e musulmane, ha un nuovo leader. E’ una donna, attuale sindaco di Bangui, la capitale, Catherine Samba-Panza, eletta presidente ad interim dal Consiglio Nazionale Transitori. Il lizza c’erano otto candidati. L’Unione Europea ha deciso l’invio immediato di 500 soldati per cercare di frenare i massacri e riportare l’ordine nell’ex colonia francese.
La signora Samba-Panza rimpiazza Michel Djatodia, che era stato portato al potere nel marzo scorso dalla ribellione del gruppo Seleka, che evava rovesciato il capo dello Stato, François Bozizé. Djatodia, primo presidente musulmano del Centrafrica, paese essenzialmente cristiano, si era dimesso l’11 gennaio scorso, costretto dalla pressione dei leader della regione, che lo accusavano di non essere riuscito a fermare il bagno di sangue.
“Sono il presidente di tutta la popolazione – ha dichiarato nel suo discorso di insediamento Samba-Panza – e mi appello ai ragazzi del’ Anti-Balaka (i cristiani, ndr) e del Seleka (i musulmani, ndr) di ascoltarmi e di deporre le armi)”.
La nuova presidente ha lanciato immediatamente la richiesta aiuto alla comunità internazionale, per bloccare le violenze e i massacri.
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