La tregua regge in Sud Sudan e, tra rivalità e antagonismi, ora i veri colloqui di pace

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 25 gennaio 2014
Tre giorni fa è stata firmata ad Addis Abeba la tregua che dovrebbe mettere fine in Sud Sudan alla guerra civile scoppiata il 15 dicembre scorso tra i fedeli al governo del presidente Salva Kiir Mayardit e il vicepresidente licenziato nel luglio scorso, Riek Machar Teny Dhurgon. Doveva entrare in vigore alle 17:30 di venerdì ma gli scontri sono continuati fino a ieri sera. Oggi – per ora – tutto è calmo.

“Incrociamo le dita”, ha scritto da Juba ad Africa ExPress una cooperante che racconta come l’equilibrio sia instabile. Poco più di un mese di guerra ha provocato un migliaio di morti accertati tra i civili. Accertati vuol dire che chissà quanti non sono stati ancora appurati. L’Africa ci ha abituato a scovare fosse comuni anche a distanza di mesi (e alcune volte di anni) dalla fine delle ostilità. Gli sfollati sono almeno mezzo milione. Gente che ha abbandonato tutto ed è scappata per evitare di essere trucidata.

Alcune città, e molti villaggi come mostrano foto satellitari, sono state completamente distrutti. L’ONU ha raccontato che a Malakal i suoi magazzini sono stati saccheggiati. In tutto il Paese sono andate perdute 3.700 tonnellate di cibo che avrebbero potuto sfamare 220 mila persone per un mese. South Sudan

Gli accordi di Addis Ababa, mallevati da Seyoum Mesfin Gebredingel, espertissimo politico etiopico, ex ministro degli esteri ed ex ambasciatore del suo Paese a Pechino, si sono conclusi con la firma di due documenti che si possono leggere integralmente qui (DOCUMENTO1 e DOCUMENTO2). 

Al momento i campi delle Nazioni Unite sono stracolmi di profughi che, nonostante le assicurazioni da entrambe le parti, non vogliono sapere di uscirne perché temono le rappresaglie etniche. Anche se i due schieramenti non sono affatto omogenei, si può grossolanamente descrivere il campo di Salva Kiir sostenuto dai dinka e quello di Riek Machar dai nuer.

La città più importanti sono tutte in mano ai governativi, ma i ribelli controllano ampie zone rurali e, soprattutto alcuni pozzi di petrolio e le pipeline che portano il greggio verso il porto sudanese di Port Sudan sul Mar Rosso.

Ora quindi, dopo la firma del cessate il fuoco, un ottimo risultato per evitare altri massari e bagni di sangue,  comincia la vera trattativa per pacificare il Paese. La vita politica di Salva e Riek è segnata da continue rivalità, giuramenti di fedeltà, tradimenti sfociati molto spesso in guerra aperta. Sapranno i due leader e le loro corti accantonare gli antagonismi e rinunciare alle loro ambizioni personali per condurre il Sud Sudan sulla strada dello sviluppo e della pace?

C’è un terzo attore nel teatro sudsudanese, Lam Akol Ajawin, leader della tribù shilluk. Anche lui ha partecipato intensamente alla vita politica del Paese formando e distruggendo fazioni, partecipando a congiure ed essendone vittima. Stranamente questa volta Lam è stato silenzioso non si è schierato, non ha fatto dichiarazioni ed è praticamente sparito dalla scena.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi