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Si schianta al suolo elicottero russo delle Nazioni Unite in Sud Sudan

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UN-Mi-8 elicottero 2Dalla Nostra Corrispondente
al telefono per Africa Express
Saba Makeda
Juba 26 agosto 2014
Un elicottero cargo delle Nazioni Unite si è schiantato al suolo in Sud Sudan nei pressi della città petrolifera settentrionale di Bentiu. Il velivolo, un Mi-8, come ha suggerito all’Associated Press un funzionario dell’ONU che ha voluto mantenere l’anonimato, potrebbe essere stato colpito da una mitragliata tirata da un capo ribelle, Peter Gadet. Tre membri dell’equipaggio sono morti, un quarto è sopravvissuto ma è gravemente ferito. Sono tutti russi.

Le Nazioni Unite hanno aperto un’inchiesta per riuscire a capire cos’è successo esattamente  e chi sono i responsabili, se ci sono, della caduta dell’elicottero. Le notizie sono ancora molto confuse. Subito dopo l’incidente, l’organizzazione internazionale ha accusato le forze armate dell’SPLA di essere le responsabili dell’abbattimento. Ma immediatamente ha risposto il governatore del Nord Bahr el-Ghazal, Akol Ayom Wek, il quale ha indicato il capo ribelle Peter Gadet come responsabile dell’abbattimento.

elicottero in voloDal 15 dicembre
scorso il Sud Sudan è sconvolto da una cruenta guerra civile che vede opposti il presidente Salva Kiir Mayardit e l’ex presidente, licenziato nel luglio dell’anno scorso, Riek Machar Teny Dhurgon. Il primo di etnia dinka, il secondo nuer. Ma la guerra non deve essere intesa come semplicemente tribale. Piuttosto in palio c’è il controllo delle risorse petrolifere del Sud Sudan.

Forse in questa chiave deve essere letto anche l’abbattimento dell’elicottero delle Nazioni Unite. E la necessità di un’inchiesta emerge anche dalle notizie contraddittorie di queste ore. E dalle accuse reciproche fioccate tra le parti. E’ vero che Peter Gadet aveva nei giorni scorsi minacciato di abbattere tutti i velivoli che intendevano passare sul suo territorio, ma è anche vero che ad abbattere l’elicottero è stato veramente lui?

I ribelli del SPLA-O (Sudan People’s Liberation Army in Opposition) negano di aver abbattuto l’elicottero e hanno inviato chi vuole a visitare il sito dove è caduto. Quindi anche gli investigatori dell’ONU

Saba Makeda
makedasaba@gmail.com

Dossier Libia-1/Un caos che viene da lontano

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Dalla fine della guerra civile il Paese non ha istituzioni politiche generalmente riconosciute e forze di sicurezza in grado di controllare il territorio. Le milizie tribali armate e le formazioni di ispirazione jihadista collaborano con le organizzazioni criminali che gestiscono i traffici illeciti rivolti verso sia l’Europa che l’Africa. Manca ancora una costituzione in grado di assicurare la sicurezza interna, garantire la riconciliazione nazionale e tutelare il rispetto dei diritti umani.

 Nostro Servizio Particolare
Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
E’ il 4 giugno del 2012 quando le brigate di al-Awfea, miliziani armati che si avvalgono anche di alcuni carri armati, circondano l’aeroporto di Tripoli obbligando le autorità a bloccare il traffico aereo. I voli in partenza vengono cancellati, quelli in arrivo dirottati sul vicino aeroporto militare e i passeggeri costretti a scendere dai velivoli o a lasciare le sale d’aspetto. Durante l’assalto vengono esplosi diversi colpi di arma da fuoco che causano il ferimento di un impiegato mentre le piste vengono pattugliate da pick-up corazzati.

carro due cannoniIl gruppo armato che ha preso d’assalto lo scalo è la brigata al Awfea, originaria di Tarhuna, una città a 80 km a sudest di Tripoli, e i responsabili dell’operazione richiedono l’immediata liberazione del leader al Habashi, misteriosamente scomparso la notte precedente.

Anche se i ribelli di Tarhuna sono guardati con sospetto dalle altre brigate armate per via dei ruoli di primo piano ricoperti dai suoi esponenti durante il regime di Gheddafi, il portavoce del Consiglio Nazionale di Transizione si affretta ad annunciare l’apertura di un’inchiesta sulla sparizione del colonnello Mohamed al Harizi, confermando la totale estraneità nella vicenda della sua scomparsa.

In realtà, l’episodio si innesta in un più generale caos politico e paramilitare che si è creato nel Paese in prossimità delle prossime elezioni, prima previste per il 19 giugno e poi rimandate per motivi “tecnici e logistici” al 7 luglio 2012.

libya_map2Quando vengono aperti i seggi, per le prime elezioni libere dal 1964, la popolazione è chiamata a scegliere i membri dell’Assemblea costituente tra 2.500 candidati (solo 629 donne). Arrivano in Libia anche gli osservatori internazionali per vigilare sulla correttezza delle operazioni (esperti dell’Unione Europea e del Carter Centre). Le ultime elezioni si erano svolte 48 anni prima, quando a guidare il Paese era re Idriss prima di essere deposto cinque anni più tardi da Muammar Gheddafi, l’uomo che ha vietato i partiti politici durante i suoi 42 anni di regime.

Adesso si tratta di assegnare 200 seggi per l’Assemblea costituente, scelti tra 80 proposti dai partiti politici e i rimanenti tra candidati indipendenti. Inoltre, la Commissione elettorale ne ha previsto la suddivisione tra la ex Tripolitania (100 seggi), la ex Cirenaica (60) e il Fezzan (40).

I partiti principali sono Giustizia e Sviluppo (denominato anche Costruzione), il ramo politico dei Fratelli Mussulmani, al Watan, guidato da Abdel Hakim Belhaj, l’ex leader del Gruppo Combattente dei Libici Islamici, e la coalizione delle Forze Nazionali, i moderati della nuova Libia guidati dall’ex premier del Consiglio Nazionale di Transizione, Mahmoud Jibril.

campo battagliaQueste elezioni hanno lo scopo di nominare legittimamente la nuova leadership del Paese, attualmente in mano al Consiglio Nazionale Transitorio, un organo non-eletto e formato dai leader tribali oppositori di Gheddafi, ma riconosciuti dalla comunità internazionale. Ma anche quello di nominare un nuovo governo, attualmente guidato dal primo ministro Abdurrahim el Keib e nominare una commissione per redigere una Costituzione, successivamente da ratificare con un referendum.

Sin dall’inizio appare chiaro che la vittoria potrebbe essere assegnata ai moderati, la coalizione delle Forze Nazionali guidata da Mahmoud Jibril. La Libia in questo caso sarebbe il primo Paese delle rivolte arabe che non assegna la guida del Paese agli islamici dopo la caduta dei rispettivi regimi, come nel caso dell’Egitto e della Tunisia.

Ma prima ancora di conoscere l’esito del voto, con una mossa a sorpresa, il Consiglio Nazionale Provvisorio approva una legge che decide di togliere al Congresso la possibilità di designare i 60 membri dell’Assemblea, lasciando la decisone direttamente al popolo. Sembra che in questo modo si siano soddisfatte le aspettative dei federalisti della Cirenaica, ovvero un ugual numero di rappresentanti rispetto alla Tripolitania.

passamontagnaAlla fine del mese di agosto del 2012, durante la festa di Eid ul Fitr che celebra la fine del mese sacro del Ramadan, tre autobombe esplodono nel cuore della capitale, nei pressi del ministero degli Interni e dell’Accademia di Polizia femminile, causando la morte di due persone e il ferimento di molte altre. Queste vittime sono le prime nel Paese dopo la fine di Gheddafi e confermano l’alto livello di tensione che si è raggiunto dopo che il Consiglio nazionale ha deciso di trasferire i poteri all’Assemblea legislativa.

Ma è nella ricorrenza dell’undicesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelli che si consuma l’attentato più grave. L’11 settembre del 2012 viene compiuto un atto terroristico ai danni della sede del consolato americano a Bengasi che provoca la morte dell’ambasciatore statunitense, Christopher Stevens, e di altri tre uomini della sicurezza che lo avevano accompagnato da Tripoli a Bengasi per una breve visita. Nell’attacco perdono la vita anche altri cinque civili americani e una decina di agenti di sicurezza libici.

Le prime notizie attribuiscono la responsabilità ad un gruppo di manifestanti che stava protestando contro un film considerato blasfemo sulla vita del profeta Maometto, ma secondo le autorità libiche ci sarebbe la mano di elementi fedelissimi all’ex dittatore Gheddafi.

esplosioneIn ogni caso, per alcuni siti legati ad al Qaeda la morte dell’ambasciatore sarebbe la reazione della milizia al Sharia dopo la morte del numero due dell’organizzazione libica terroristica legata all’internazionale fondata da Osama Bin Laden. Anche secondo la CNN, l’attacco era stato pianificato da tempo e quello della pellicola blasfema sarebbe stato un semplice diversivo.

La reazione di Washington è particolarmente dura e anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approva una risoluzione di condanna degli assalti compiuti anche ai danni di altre sedi diplomatiche nel mondo arabo per le proteste contro il film anti islamico (in Egitto i manifestanti hanno scalato i muri dell’ambasciata americana del Cairo e hanno abbattuto la bandiera a stelle e strisce per bruciarla in piazza).

morti lungo la stradaGli Stati Uniti pianificano l’uso di droni per sorvolare la Libia orientale in cerca dei campi jihadisti collegati all’attacco, e in ogni caso vengono inviati 200 marines per “rafforzare la sicurezza nelle sedi di Tripoli e Bengasi”, oltre che in quelle del Cairo e di Kabul. Si tratta di una squadra appartenente alla Fleet Antiterrorism Security Team e composta da 50 marines specializzati. Inoltre, Washington decide di evacuare dalla Libia tutto il personale diplomatico, lasciando a Tripoli soltanto un’unità di emergenza.

Il 20 ottobre 2012 il portavoce del Congresso, Omar Homidan, annuncia la morte di Khamis Gheddafi, il settimo e più giovane figlio del deposto rais. Proprio nel giorno dell’anniversario della morte del colonnello, nello scontro di Bani Walid tra i miliziani filogovernativi e i fedelissimi di Gheddafi, il figlio di ventinove anni, già dato per morto altre quattro volte, rimane ucciso in seguito alle ferite riportate.

Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes
1 –  continua

Qui trovi la seconda puntata del Dossier Libia: La lotta per le concessioni petrolifere
Qui trovi la terza puntata del Dossier Libia: Le milizie prendono il sopravvento, gli stranieri in fuga
Qui trovi la quarta puntata del Dossier Libia: Il denaro per pagare i riscatti (93 milioni di dollari) foraggia i terroristi
Qui trovi la quinta puntata del Dossier Libia: Un arcipelago di milizie impossibili da controllare

Malaria non ebola per l’italiana a Istanbul. Task force dell’UA in West Africa

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 agosto 2014
Attimi di paura, anzi panico per una ventitreenne italiana quando è arrivata all’aeroporto Atatürk di Istanbul, in Turchia, proveniente da Kano (Nigeria) venerdì 22 agosto 2014. Ai controlli sanitari presentava febbre altissima e cefalea. Sintomi, che in questi tempi, riconducono immediatamente al virus ebola. E’ stata ricoverata all’Haseki Training and Research Hospital di Istanbul per accertamenti. I test contro il virus killer sono risultati fortunatamente negativi. Pare che la giovane abbia, invece, riscontrato la malaria, endemica in Nigeria e in molte zone dell’Africa.

visitaMolti Stati, proprio per evitare l’espandersi dell’ebola, hanno sospeso o limitati i voli per e da i Paesi dove il temibile virus miete vittime da mesi e almeno per ora, non arresta la sua folle corsa. Il ministro della salute del Sudafrica, Aaron Motsoaledi durante una conferenza stampa ha comunicato ai giornalisti che viaggiatori di nazionalità non sudafricana, provenienti dai Paesi ad alto rischio ebola, cioè Guinea, Sierra Leone e Liberia, non potranno entrare in Sudafrica. I cittadini sudafricani saranno, invece, sottoposti a un attento esame medico; dovranno inoltre compilare una scheda sanitaria dettagliata. Il ministro ha aggiunto: “Sconsigliamo ai nostri cittadini di recarsi in questi tre Paesi per il momento e di rinviare il viaggio se non strettamente necessario. Abbiamo ritenuto non necessario includere, la Nigeria, il Kenya e l’Etiopia, che per ora sono a rischio medio”.

L’Africa, un continente flagellato già da faide tribali, guerre di religione, giochi di potere dei dittatori di turno, ora deve anche combattere contro l’ebola. Il temibile virus è stato al centro della 450° riunione del Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana, tenutosi il 21 agosto 2014 ad Addis Abeba (capitale dell’Etiopia), che in tale occasione ha invocato l’articolo 6 (f) che permette di connettere il mandato di pace e sicurezza ad azioni umanitarie.

meeting UAHanno dato il via libera a una missione composta da militari e civili, che comprendono anche medici e paramedici di tutto il continente, per gestire al meglio la situazione d’emergenza creatasi a causa dell’ebola. Mustapha Sidiki Kaloko, Commissario per gli affari sociali dell’AU, ha reso noto che l’operazione  ASEOWA (acronimo inglese per “The African Union Support to Ebola Outbreak “ )  potrebbe già partire a fine mese. Utilizzerà le infrastrutture e il supporto logistico del corpo di pace dell’AU. Il costo previsto è di 25 milioni di dollari e sarà finanziato in parte dagli USA e altri partner;  la durata prevista della missione è di sei mesi. ASEOWA collaborerà con l’Organizzazione mondiale della sanità e altre organizzazioni del settore.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Ebola all’attacco anche in Congo-K, primo inglese contagiato dal virus

Africa ExPress
24 agosto 2014
Un medico britannico contagiato da ebola mentre il terribile virus si è manifestato anche in Congo-K. L’uomo, che lavorava in un centro medico a Kenema, in Sierra Leone, è stato rimpatriato immediatamente su un aereo militare della RAF Rayal Air Force e ricoverato nel reparto di isolamento del Royal Free Hospital di Londra. La sua identità è stata tenuta gelosamente riservata ma il ministero della Sanità ha fatto sapere che le sue condizioni non sono gravissime

ammalato 2In Congo-K il ministro della sanità Felix Kabange Numbi ha confermato che ci sono stati almeno due casi di ebola nella provincia settentrionale dell’Equateur (oltre mille chilometri dalla capitale Kinshasa), nella città di Djera, che è stata isolata. Il bilancio però potrebbe essere ben più pesante. Infatti nelle ultime settimane nella zona ci sono stati almeno un centinaio di decessi, archiviati come causati da febbre gastroenterica, ma invece potrebbero essere stati causati dal micidiale virus.

Secondo il ministro il virus congolese è di un ceppo diverso da quello che si è manifestato in Africa occidentale alcune settimane fa e che finora ha ucciso 1.427 persone la maggior parte dei quali in Sierra Leone e Liberia e in minor misura Guinea e Nigeria.

ammalatoIl virus nell’ex colonia belga è del ceppo Sudan, il più letale, quello manifestatosi in Africa occidentale invece è del tipo Zaire.

In Congo-K ci sono state sei epidemie da quando è scoppiata la prima nel 1976. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un meraviglioso complesso diretto dal dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

donna e bimboSecondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, finora in Africa Occidentale si sono ammalati 225 tra medici e (soprattutto) infermieri che curavano gli infetti. Centrotrenta di essi hanno parso la vita.

Due americani che avevano contratto l’ebola in Liberia sono stati trasferiti negli Stati Uniti, curati con il nuovo siero ZMapp e sono guariti. La medicina è ancora in fase sperimentale ed è stata prodotta in pochissima quantità. Ecco parchè la casa farmaceutica che l’ha messa a punto, la Mapp Biopharmaceutical, ha comunicato di aver terminato tutte le dosi.

Africa ExPress

Sahel, la destabilizzazione passa per il traffico d’armi

Nostro Servizio Particolare
Vincenzo Gallo
24 agosto 2014
La circolazione incontrollata di armi è uno dei fattori che contribuiscono a innescare il circolo vizioso della violenza. Maggiore è la disponibilità/reperibilità di armi e più alta sarà la probabilità che le tensioni etniche, politiche o di altra natura sfocino in un conflitto armato. Quest’equazione si è manifestata con particolare chiarezza nel Sahel. Questa regione è alcuni da anni attraversata da un’interminabile sequenza di eventi e sconvolgimenti politici che, come si è visto, ha seriamente compromesso la stabilità e la sicurezza in un’area che già sconta gli effetti dell’arretratezza economica e della marginalizzazione politica.

bombe mortaioLE ARMI NEL SAHEL
L’Africa, complice l’instabilità cronica di alcune aree e la lunga durata di conflitti interni, è da tempo un importante mercato di sbocco per i traffici internazionali di armi sia sul mercato ufficiale , sia su quello illecito. I dati dell’istituto svedese SIPRI sulla spesa militare nel 2013 indicano che il continente nel suo insieme ha destinato 44.9 miliardi di dollari alla difesa, il che significa un aumento dell’8,8% rispetto all’anno precedente.

L’Algeria da sola spende 10 miliardi di dollari, mentre, tra gli altri paesi, solo Marocco, Angola, Nigeria e Sudafrica spendono oltre un miliardo di dollari. Per la restante parte del continente la spesa ufficiale è estremamente esigua. Il Mali, ad esempio nel 2011 ne spendeva meno di 200 milioni, il Niger e la Repubblica Centrafricana circa 50 milioni[1].

mappa 2Nella maggior parte dei casi, però, queste cifre rappresentano solo una parte dei fondi destinati agli armamenti ed è evidente che non vengono considerate le grandi quantità di armi leggere e di piccolo calibro (le c.d. SALW, Small Arms and Light Weapons) che continuano a circolare attraverso canali illegali. Sono proprio queste armi a rappresentare la principale minaccia alla stabilità di diverse aree e che continuano ad alimentare atrocità e violazioni dei diritti umani.

Il Sahel è una delle aree maggiormente colpite dagli effetti della proliferazione delle armi leggere, specialmente dalla caduta del regime di Gheddafi. Già dal 2011, infatti, le armi trafugate dagli arsenali del Rais varcavano i confini libici con destinazione Niger, Algeria, Nigeria, Mali, Ciad. Sono stati segnalati carichi di fucili d’assalto, munizioni, mortai ed esplosivi. Informazioni dettagliate da parte di ONG e servizi di intelligence di vari Paesi occidentali fanno riferimento ad un vasto assortimento di lanciamissili portatili da impiegare contro aerei e carrarmati. Tra questi, vi sono migliaia di pezzi dei temutissimi terra-aria SA-7 di fabbricazione sovietica e SA-24 in grado di abbattere un areo a bassa quota, oltre agli AT-14 e TBG-7[2]. Gli attacchi terroristici in Algeria, inoltre, hanno dimostrato che i gruppi terroristici sono entrati in possesso di ingenti quantitativi di esplosivo al plastico Semtex, sempre di fabbricazione sovietica.

Anche la Francia è stata accusata di aver fornito armi ai ribelli e ai combattenti durante la crisi libica. Nonostante le smentite di Parigi, il quotidiano le Figarò sostiene che le armi lanciate dagli aerei francesi comprendessero non solo armi leggere destinate alla difesa della popolazione, ma anche lanciamissili anticarro.

LE ARMI LIBICHE ALIMENTANO LE TENSIONI REGIONALI ED IL TERRORISMO
La “primavera araba” ha travolto diversi regimi liberticidi dell’Africa magrebina, ma le aspettative di democratizzazione dei popoli interessati sono state ampiamente disattese. Al contrario, la caduta delle dittature decennali, in primis quella del Colonnello Gheddafi, ha attivato dei meccanismi interni che hanno frammentato il potere in una miriade di gruppi armati, favorendo la militarizzazione e la conseguente ingovernabilità del Paese.

Armi leggereQuello che poteva nelle primissime fasi essere classificato come una ribellione interna si è ben presto rivelato un elemento fortemente destabilizzante per l’intera regione saheliana. Gli enormi arsenali libici, alla cui formazione hanno contribuito i paesi dell’ex blocco socialista, come pure diversi fornitori europei, sono stati fatti oggetto di razzie per poi essere smerciati per equipaggiare i gruppi ribelli e le organizzazioni terroristiche operanti nella regione[3].

Migliaia di combattenti arruolati e armati dal Rais dopo la caduta del regime libico si sono uniti ai gruppi separatisti tuareg in Mali per rovesciare il governo del presidente Amadou Toumani. I Tuareg del Movement for the Liberation of the Azawad (MNLA), già protagonisti di diverse ribellioni contro il potere centrale, si sono alleati con alcuni gruppi terroristici facenti capo ad Al-Qaeda, tra cui l’AQIM (Al-Qaeda in the Islamic Maghreb, il MUJAO (Movent of Jihad and Oness in West Africa) e Ansar al-Dine. Questa coalizione ha lanciato l’offensiva nella primavera del 2012 con cui le tre regioni settentrionali del paese, Gao, Timbuctu e Kidal sono state rapidamente sottratte al controllo governativo[4].

Armi libicheAnche se l’intervento diretto della Francia al fianco delle truppe maliane ha scongiurato l’avanzata della coalizione ribelle verso la capitale Bamako, le regioni settentrionali del paese restano in balia di questi gruppi armati.

Anche la Repubblica Centraficana è stata interessata da sconvolgimenti politici per effetto di ribellioni interne. La coalizione islamica dei Seleka con a capo Michel Djotodia, infatti, ad aprile del 2013 ha spodestato il presidente Froncois Bozizè costringendolo alla fuga in Camerun. Anche qui l’avvicendamento al potere è stato seguito da grave instabilità e sanguinosi scontri tra la popolazione cristiana e quella musulmana con centinaia di vittime.

Syria-seizes-weapons-smuggled-in-from-Iraq-photo-from-SANA-500x375Altri Paesi sono stati interessati da attacchi terroristici. In Niger il MUJAO, come ritorsione contro l’invio di truppe di Niamey in Mali, ha sferrato a maggio del 2013 due attacchi dinamitardi contro una caserma e un impianto di estrazione dell’uranio gestito dal colosso francese Areva. In Algeria, già bersagliata da innumerevoli attacchi, i militanti dell’AQIM hanno sequestrato il sito gasiero di In Amenas a gennaio del 2013.

E’ in questi già difficili scenari che i trafficanti di armi si insediano e trovano terreno fertile. La difficoltà di pattugliare i confini, l’inadeguatezza dei controlli di vaste aree fanno il resto per favorire la circolazione di armi leggere. Non mancano le responsabilità a livello internazionale. Gli stessi paesi che invocano la fine delle ostilità armate sono gli stessi che producono la stragrande maggioranza delle armi che insanguinano il continente.

Vincenzo  Gallo
vincgallo@alice.it

[1] SIPRI/Defenceweb, Military spending increased 8% in 2013, www.defenceweb.co.za, 16/4/2014

[2] Spread of Libyan weapons in the Sahel, www.aefjn.org

[3] Weapons and markets, www.smallarmsurvey.org

[4] Libya: Weapons Proliferation a

I nuovi negrieri in azione nel Corno d’Africa

Nostro Servizio Particolare
Andrea Dondi
Muscat, 23 agosto 2014
I trafficanti arabi di uomini e donne dei giorni nostri, sono più spietati dei negrieri del XVII secolo.  Molti migranti del Corno d’Africa che tentano il viaggio della speranza verso lidi migliori, affrontano un’esperienza di vita peggiore degli schiavi neri sradicati dall’Africa durante la tratta atlantica.  Sono i trafficanti arabi di questa nuova tratta a decidere i loro destini e le rotte che devono seguire  in base a tariffe differenziate o affiliazioni religiose.  Per questi signori, evidentemente, la dignità umana non ѐ compresa nel prezzo.

rifugiati dietro filo spinatoOgni anno, migliaia di eritrei scappano dal loro paese in cerca di miglior sorte. In qualsiasi direzione vadano, devono affrontare un lungo esodo che molti di loro non riusciranno mai a superare . La vera causa di questi disastri sono le politiche repressive e la deriva autoritaria del presidente Isaias Afewerki, che hanno portato il paese al collasso.

Sono oltre 250.000 i militari intruppati nel solo famigerato campo di Sawa, dove uomini e donne sono costretti a rimanere arruolati anche nella loro vecchiaia. Mentre i giovani scappano, le galere brulicano di prigionieri politici e di migliaia di giovani che si sono sottratti al servizio militare di leva, oppure accusati di attività sovversive. Decine di giornalisti sono o erano rinchiusi da anni in celle sotterranee senza mai vedere uno spiraglio di luce. Molti di loro sono morti sotto tortura, e degli altri non si  sa più nulla.

Negrieri stampaPer quei giovani che scappano verso il Sudan martoriato da guerra civile, il destino ѐ gramo.  Si sa che l’Africa non offre granché in termini di accoglienza, se non campi profughi in pietose condizioni dove sono frequenti  epidemie di colera favorite dal sovraffollamento di disperati.

Cosi, la stragrande maggioranza di questi profughi tenta le rotte verso Nord, verso i paesi del Golfo o rincorrono i miraggi dell’Occidente. Nei vari passaggi, quando essi attraversano territori inospitali come il deserto del Sinai o paesi come lo Yemen, diventano prede ambite di bande armate e trafficanti di schiavi senza scrupoli.

Atrocità e violenze sono sistematicamente all’ordine del giorno. Le donne vengono violentate e sovente orribilmente mutilate fino alla morte. Le testimonianze che ci arrivano dagli scampati di queste tragedie, sono terribilmente difficili da raccontare.

barconeKidanesh, una ragazza di 18 anni di Asmara, ricorda la sua permanenza di tre mesi in un campo profughi nel deserto del Sinai, dove molte donne  sono entrate per non uscirne più vive. Tutte vittime e cavie per alimentare il traffico di organi.  Un destino condiviso ogni anno da migliaia di migranti eritrei, prede ambite di bande criminali organizzate che godono della complicità di militari corrotti che spesso banchettano con i trafficanti di morte.

Ci sono più di 100 campi profughi, o meglio, campi di concentramento nel solo Yemen del Sud, che ѐ la prima tappa di un vero e proprio viaggio dell’orrore. Come nel deserto del Sinai, anche qui i profughi diventano schiavi e prigionieri di bande criminali che pretendono come riscatto migliaia di dollari per liberarli.

Nella totale indifferenza della comunità internazionale, il deserto del Sinai e i campi di accoglienza nello Yemen, stanno diventando l’ecatombe di migliaia di profughi dimenticati. C’ѐ sempre stato nell’uomo come nei volatili, un forte istinto di volare, di migrare inseguendo una vitale necessità di sentirsi altrove. Ma solo un ingenuo può pensare, oggi, che un paese possa essere migliore di un altro.

Andrea Dondi
dondi@appoman.com

Cento morti per febbre emorragica in Congo-K: l’OMS smentisce che sia ebola

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 agosto 2014
Un portavoce della sede centrale africana dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Brazzaville (capitale della Repubblica del  Congo) in un comunicato ha fatto sapere che nelle ultime settimane nelle regioni settentrionali della Repubblica Democratica del Congo, sono morte oltre 70 persone per febbre emorragica.  Un sacerdote locale, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha rettificato: “Sono cento”. Chi è entrato in contatto con i deceduti, viene seguito a domicilio per 21 giorni da una équipe medica specializzata. 

ebola-congoI sintomi sono simili a quelli dell’ebola, ma la malattia colpisce soprattutto l’apparato digerente. Si parla di una gastroenterite emorragica, la cui mortalità varia dal 12 al 60 percento. Per ora l’OMS esclude che si possa trattare di ebola. L’epicentro della malattia è tra Lokolla e Watsikengo, nella regione dell’Equateur (Nord-Ovest del Congo-K), distanti una trentina di chilometri tra loro. Finora 579 persone sono state colpite dal virus. Pochi giorni fa il ministro alla sanità, Felix Kabange Numbi, si è recato nella zona insieme a uno staff di esperti. Anche Médecinas Sans Forontières ha inviato un gruppo di sanitari per monitorare la zona e l’evoluzione della malattia.

La prima epidemia di ebola è scoppiata il 26 agosto, 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire e ora RDC.  Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela,  dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976. I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella Valle dell’Ebola, furono 280.

Ebola non ferma la sua folle corsa. I morti sono 1428 nei quattro Paesi (Guinea, Liberia , Nigeria e Sierra Leone), ma si teme che siano molti di più. Non tutti i casi vengono registrati dalle autorità competenti, per una serie di motivi. Molte famiglie, per esempio, non ricoverano il proprio congiunto. Non vogliono che resti solo, abbandonato in un reparto d’isolamento; si aggiunge la paura, la  vergogna, di essere additati dai vicini per avere un caso d’ebola in famiglia.

Inoltre numerosi centri sono stati chiusi perché il personale medico e paramedico è fuggito, mentre in Liberia la maggior parte degli ospedali autorizzati e attrezzati con centri di isolamento per accogliere i malati di ebola è sovraffollato. Ci sono molte cosiddette “zone d’ombra” dove sono stati registrati casi di ebola, ma inaccessibili o per forti resistenze da parte della popolazione locale o per mancanza di personale specializzato.

Non sarà facile controllare l’epidemia in breve tempo, se non si riescono ad abbattere tutte queste barriere culturali e logistiche. Per proteggere la popolazione del proprio Paese, alcuni governi africani, ignorando le raccomandazioni dell’OMS, hanno chiuso le proprie frontiere. [embedplusvideo height=”530″ width=”590″ editlink=”http://bit.ly/1q6baAR” standard=”http://www.youtube.com/v/XasTcDsDfMg?fs=1&vq=hd720″ vars=”ytid=XasTcDsDfMg&width=590&height=530&start=&stop=&rs=w&hd=1&autoplay=0&react=1&chapters=&notes=” id=”ep3133″ /]

E’ il caso del Senegal.  Il ministro della sanità Eva Marie Colle Seck ha spiegato alla BBC: “Abbiamo momentaneamente chiuso le nostre frontiere con la Guinea. Il divieto è ovviamente non esteso a voli umanitari. Inoltre, l’OMS deve capire, imparare. Tutti lo dobbiamo fare”.

Anche il primo ministro del Ciad
Kalzeubet Payimi Deubet ha annunciato misure simili: “E’ necessario  chiudere le nostre frontiere con la Nigeria per una questione di pubblica sicurezza, per proteggere la salute della nostra popolazione”. Deubet ha aggiunto: “Non sarà facile affrontare l’impatto socio-economico che ne deriva: mancanza di cibo, carburante, ma la salute dei cittadini ha la priorità”.

L’OMS è contraria a queste misure. Le conseguenze dell’isolamento potranno essere gravi. Già ora in alcune zone dei quattro Paesi colpiti dall’ebola (Guinea, Sierra Leone, Liberia, Nigeria) si fa sentire la mancanza di cibo, carburante e altri beni di prima necessità. Il World Food Programme, agenzia delle Nazioni Unite,  sta già distribuendo cibo e beni di prima necessità ad oltre un milione di persone residenti nelle zone più colpite in Guinea, Sierra Leone e Liberia, proprio perché totalmente isolate.

Dunque ebola non è solo un virus killer che uccide le persone: colpisce l’economia, mette in ginocchio nazioni intere, già tra le più povere al mondo. Investitori stranieri rimpatriano il proprio staff e si registra la chiusura momentanea di molte aziende. Per non parlare del turismo. Sì, ebola è un killer a 360 gradi.  

ebola-hospitalMentre si continua a morire nei quattro Paesi africani, negli Sati Uniti di ebola si guarisce. Il medico americano Kent Brantly e la missionaria Nancy Writebol, che hanno contratto il virus assieme in Liberia, sono stati dimessi dal reparto di isolamento dell’Emory University Hospital perfettamente guariti dopo un mese di cure con ZMapp. Lo ha confermato il direttore del reparto di malattie infettive dell’ospedale,  Bruce Ribner.

L’ZMapp è un medicinale  in fase di sperimentazione, dunque non ancora prodotto su larga scala. Una quindicina di giorni fa il comitato etico dell’OMS ha autorizzato la ditta farmaceutica che lo produce, la Mapp Biopharmaceutical di San Diego (Texas USA) ad esportare alcune dosi in Liberia per curare il personale sanitario affetto da ebola. I tre medici liberiani sotto terapia stanno bene, migliorano di giorno in giorno.

Per combattere l’ebola, non basta solamente un farmaco; bisogna circoscrivere il contagio e per questo è necessario abbattere barriere culturali (sepoltura corretta dei cadaveri, registrazione degli ammalati, autorizzazione a seguire attentamente chi è venuto in contatto con la malattia, per fare alcuni esempi). Difficili da sradicare anche consolidate abitudini alimentari: nelle zone colpite dell’Africa occidentale, per esempio, il pipistrello della frutta, portatore sano del virus, è considerato una prelibatezza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

E’ morto Oriani-Ambrosini, italiano, deputato in Sudafrica e combattente anti-apartheid

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Nostro Servizio Particolare
Davide Maggiore
23 agosto 2014
C’era un italiano, tra gli uomini e le donne che trattarono per portare il Sudafrica fuori dall’apartheid. Quello di Mario Oriani-Ambrosini non era un nome noto nel nostro Paese, ma il giurista che prese parte ai negoziati per la transizione democratica (CODESA) è stato deputato al Parlamento di Cape Town fino allo scorso 16 agosto, quando è morto, a 53 anni. Da oltre uno e mezzo combatteva con un cancro, incurabile, ai polmoni. All’inizio sembrava che fosse stata proprio la malattia ad ucciderlo, poi la famiglia ha specificato che il parlamentare aveva voluto “terminare la sua lunga battaglia contro la sofferenza”, decidendo di morire.

Mario Oriani Ambrosini urlaIl mondo politico sudafricano, intanto, aveva già ricordato Oriani-Ambrosini per ciò che aveva fatto in vita: per un giorno il deputato, che apparteneva al partito zulu Inkatha Freedom (IFP), è riuscito a mettere d’accordo maggioranza e opposizione. Un risultato non facile in Sudafrica, anche dopo vent’anni di democrazia e convivenza pacifica. “Negoziatore esperto e politico appassionato”, l’ha definito il partito di maggioranza, l’African National Congress che fu di Nelson Mandela. “È stato un combattente per i diritti umani e la democrazia, una persona integra” e “un grande uomo” si legge invece in un comunicato della Democratic Alliance d’opposizione, partito di centrodestra molto forte tra l’élite bianca del nuovo Sudafrica.

Ambrosini aveva continuato a essere presente in Parlamento fino all’ultimo: durante l’inaugurazione della legislatura, pochi mesi fa, nonostante ormai potesse reggersi in piedi solo usando un bastone, si era alzato dai banchi dell’opposizione per pronunciare il giuramento. E ancora il 15 luglio, magro, mostrando senza imbarazzo i tubi sottili delle apparecchiature mediche che era costretto a portare, era intervenuto sul budget per la giustizia, parlando nel suo inglese forbito (aveva studiato, tra l’altro, a Harvard e Georgetown, negli Stati Uniti) ma dall’accento italiano ancora riconoscibile.

Non lo aveva perso, nonostante fosse arrivato per la prima volta in Sudafrica nel dicembre 1990 in occasione dell’apertura della CODESA (Convention for a Democratic South Africa). Aveva appena compiuto trent’anni e avrebbe partecipato ai negoziati come consigliere giuridico dell’IFP. Ne fu escluso in un secondo momento, in base a una norma che impediva la presenza di stranieri e che molti considerarono ad personam, ma non smise di far parte del gruppo di esperti che affiancavano l’Inkatha e il suo leader, il principe Mangosuthu Buthelezi.

Figura quanto meno ambigua, quella di chief Buthelezi: in quegli anni cercava di ottenere la più ampia autonomia possibile per i territori del KwaZulu, e fu accusato di non aver fermato i guerrieri dell’IFP responsabili di sanguinosi attacchi – con la complicità dei nazionalisti bianchi – contro l’ANC di Mandela.

Dopo le elezioni del 1994, però, in base alla costituzione provvisoria, anche il capo zulu entrò nel governo. Ottenne il posto di ministro dell’Interno, che avrebbe conservato per 10 anni, anche sotto il successore di Mandela, Thabo Mbeki. Ambrosini fu nominato consigliere ministeriale, un ruolo che nel 1995 il settimanale Mail&Guardian lo accusò di interpretare in maniera “divisiva”, evidenziando – oltre all’ammontare del suo stipendio, più alto di quello del chief stesso – un suo presunto ruolo nell’elaborazione di una strategia “secessionista”.

Non è stato solo con la scelta di affiancare il controverso Buthelezi che Ambrosini ha mostrato di  voler andare controcorrente: in più di un’occasione, negli ultimi anni, si era scontrato col governo in carica. Si oppose, ad esempio, al cosiddetto Secrecy Bill, che prevedeva severe pene detentive per i giornalisti che avessero rivelato il contenuto di documenti riservati.

Mario Oriani Ambrosini IFPFu in prima fila, inoltre, tra coloro che criticarono la scelta delle autorità – timorose della reazione cinese – di negare un visto d’ingresso in Sudafrica al Dalai Lama. Già nel 2009, del resto, non esitò a portare davanti alla Corte Costituzionale la sua azione legale contro i regolamenti parlamentari che mettevano limiti alla possibilità per i deputati di presentare proposte di legge in autonomia: una battaglia vinta tre anni dopo.

Proprio utilizzando quella che è da allora definita la “regola di Ambrosini”, aveva presentato, lo scorso anno un’ultima – molto discussa – proposta di legge, nello stile del partito radicale italiano, cui pure era iscritto. Chiedeva che fosse legalizzato, per fini terapeutici, l’uso della marijuana – o dagga, come è nota in Sudafrica – l’ultima sfida a quella medicina ufficiale che, al momento della diagnosi di cancro, gli aveva dato pochi mesi di vita. Per contrastare questa prospettiva, non aveva esitato a provare numerose terapie alternative e non riconosciute, criticando anche aspramente la comunità scientifica, in uno degli editoriali che scriveva per il noto sito Daily Maverick.

Lo stesso spirito polemico ne caratterizzava uno di due anni fa, dedicato all’Italia, che evidentemente non aveva dimenticato: davanti alle difficoltà dell’economia – che personalmente avrebbe affrontato con massicce dosi di ultra-liberismo, ispirate alle teorie libertarian statunitensi – Ambrosini non rinunciava al gusto della sfida che lo aveva accompagnato per tutta l’esistenza. “Ci serve un eroe”, e non si vede, era la sua conclusione.

Davide Maggiore
davide_maggiore@yahoo.it

“Sostiene gli shebab”: chiusa una radio a Mogadiscio, il direttore arrestato e picchiato

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Massimo A. Alberizzi
21 agosto 2014
Diplomazia al lavoro in Somalia per ottenere la liberazione del direttore di due stazioni radio tra le più prestigiose del Paese, radio Shebelle e Sky FM, arrestato e torturato perché accusato di far parte degli shebab. Purtroppo accade sempre più spesso che i governi siano insofferenti alle critiche e accusino la stampa di boicottaggio quando non è completamente allineata. Così accade anche in Somalia.

speakerQualche giorno fa la polizia ha fatto irruzione negli studi di Radio Shabelle  e Abdimalik Yusuf Mohamud, il proprietario e gestore, è stato arrestato assieme a 19 giornalisti, tra cui Mahamud Mohamed Dahir (detto Arab) il direttore di Sky FM.

Secondo il sito web di Shabelle, Abdimalik è stato torturato mentre aveva le mani legate dietro la schiena. I suoi aguzzini volevano che ammettesse la sua connivenza con gli integralisti islamici. In realtà, se si leggono i reportage e le notizie pubblicate dal sito web della radio, non traspare nessuna simpatia per gli shebab. Certo le critiche non risparmiano il governo.

“Agenti segreti – si legge in una testimonianza di qualcuno che ha assistito alle torture, riportata su un articolo pubblicato dal sito di radio Shabelle – gli hanno tirato calci ai testicoli, sottoposto a scariche elettriche e calpestato per fargli confessare di aver cospirato contro il governo”.

On airAltri testimoni che hanno visto Abdimalik durante un breve processo al tribunale di Mogadiscio hanno raccontato che il direttore dell’emittente ha il braccio destro paralizzato e tre costole rotte per le percosse subite durante l’interrogatorio.

”E’ un trattamento inumano – hanno fatto sapere dalla radio – . Il direttore, assieme di due giornalisti ancora in carcere, deve essere immediatamente e incondizionatamente rilasciato. Chiediamo ai Paesi alleati della Somalia di intervenire diplomaticamente perché oltre a essere rimesso in libertà gli vengano assicurate le cure mediche necessarie”.

Oltre a quella somala, Abdimalik Yussuf ha anche la nazionalità britannica. La famiglia ha quindi chiesto all’ambasciatore di Londra a Mogadiscio di intervenire e garantire al giornalista la copertura consolare.

Nell’ottobre scorso la polizia aveva già fatto irruzione negli studi di Radio Shabelle, aveva sequestrato le attrezzature e costretto l’emittente a chiudere. Abdimalik in un’intervista aveva accusato il governo di non sopportare le inchieste sulla corruzione di ministri, funzionari e militari. Era questo, secondo il direttore il vero motivo della chiusura della radio: “Diamo fastidio e per questo ci vogliono tappare la bocca”, aveva detto Abdimalik.

Secondo il procuratore generale, Ahmed Ali Dahir, invece Radio Shabelle e Sky FM ha incitato alla disobbedienza durante un rastrellamento dei soldati governativi alla ricerca di armi. In un comunicato ricevuto anche da Africa ExPress, il giudice supremo della Somalia nega percosse e torture e afferma con sicurezza: “Le stazioni stavano trasmettendo dal vivo e incitando la gente in maniera illegale e facendo leva sulle rivalità claniche a opporsi al rastrellamento. Gli speaker incitavano a attaccare le forze di sicurezza e a prendere le armi contro di esse. Il risultato è stato che in alcune zone della città gang sono scese in strada con l’intenzione di uccidere cittadini innocenti”.

L’accusa è stata respinta con forza. Mentre il governo ha annunciato che le due stazioni radio sono state chiuse a tempo indefinito. Per la riapertura e il rilascio immediato di Abdimalik e dei due reporter ancora in carcere si sono schierate Reporter senza Frontiere e la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) . 

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Attentato a Mogadiscio ammazzato capo dell’intelligence

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Car bombAfrica ExPress
21 agosto 2014
Feroce attentato a Mogadiscio nel distretto settentrionale di Horwa (paradiso) una bomba è scoppiata al passaggio del capo dell’intelligence, Ahmad Dhagajun, uccidendolo sul colpo, assieme alle sue due guardie del corpo. Lo riferisce Radio Al Furqaan che non aggiunge però altri particolari, se non che l’esplosione è stata violentissima.

Da qualche tempo attentati più o meno importanti si susseguono a Mogadiscio. Gli shebab, sebbene siano stati cacciati da Mogadiscio l’8 agosto 2011 si sono riorganizzati e hanno messo a segno numerosi attentati, anche assai cruenti nella capitale somala.

Africa ExPress