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Droni, marò e parà italiani contro pirati e shebab somali

Antonio Mazzeo
3 settembre 2014
Nuova e pericolosa escalation militare italiana in Corno d’Africa. Secondo quanto pubblicato dalla rivista specializzata Analisi difesa, meno di un mese fa due velivoli-spia a pilotaggio remoto del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, di stanza ad Amendola (Foggia), sarebbero stati schierati a Gibuti nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta”.

Drone italianoI velivoli però opererebbero presumibilmente anche a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie di Al Shebab. I droni italiani sarebbero del modello Predator A “Plus”, utilizzati dall’Aeronautica nello scacchiere di guerra afgano, in Libia e nel Mediterraneo contro le imbarcazioni dei migranti.

Realizzati dalla società statunitense General Atomics, i Predator possono volare a una velocità di crociera di 160 Km/h, con un’autonomia di 24 ore e sino a 926 km di distanza dalla base di partenza; sono dotati di sofisticati radar e sensori elettro-ottici che consentono ampi interventi di ricognizione, sorveglianza e “acquisizione obiettivi”.

A Gibuti i due velivoli opererebbero attualmente dallo scalo aereo di Chabelley, località a sei miglia e mezzo di distanza a sud ovest della capitale. Dal settembre 2013 da Chabelley operano pure cinque droni killer Predator “MQ-1 Reaper” delle forze amate Usa, impiegati per i bombardamenti in Yemen e Somalia.

bandiera italiana“A differenza dei velivoli statunitensi quelli italiani continuano a operare disarmati dal momento che Washington non ha ancora autorizzato la cessione dei kit di armamento all’Aeronautica militare”, scrive Analisi difesa.

Dei Predator tricolori, uno solo sarebbe stato assegnato all’Operazione “Atalanta” per raccogliere immagini e dati sulle imbarcazioni dei “pirati” diretti a intercettare e abbordare i mercantili in transito in acque somale. “Il secondo Predator viene mantenuto in riserva per rimpiazzare il drone gemello o forse per compiti diversi da quello antipirateria”, spiega la rivista militare.

“Oltre a guidare la missione Atalanta in Corno d’africa, l’Italia detiene infatti anche il comando della missione di addestramento EUTM Somalia che a Mogadiscio addestra e offre consulenza alle forze dell’esercito somalo. Non si può escludere che uno dei Predator italiani possa venire impiegato per fornire informazioni sui movimenti militari dei miliziani qaedisti Shebab”.

soldati italiani a GibutiEUTM Somalia (European Union Training Mission to contribute to the training of Somali National Security Forces) venne lanciata nel 2010 dall’Unione europea; oggi è condotta in stretto collegamento con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione dell’Unione africana che vede schierati in Somalia più di 17.000 uomini di Uganda, Kenya, Burundi, Sierra Leone e Nigeria.

Ad EUTM Somalia partecipano militari di dieci Paesi (Italia, Germania, Svezia, Ungheria, Spagna, Belgio, Finlandia, Olanda e Portogallo e Serbia); l’Italia fornisce circa il 50 per cento del personale (78 unità), tra cui il comandante e il vicecomandante della missione, i paracadutisti del 186° reggimento della Brigata “Folgore” e gli addestratori dell’Esercito e dell’Arma dei Carabinieri.

I programmi gestiti a Mogadiscio dagli istruttori della missione EUTM Somalia e dai consiglieri militari statunitensi puntano in particolare all’addestramento dei militari somali in attività anti-insurrezione e anti-terrorismo e al “combattimento in ambiente urbano”.

Nell’arco del 2014 è previsto complessivamente l’addestramento di 1.850 militari. Altri 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri, affiancati da un team dell’Unione Africana composto da militari di Ghana e Nigeria, operano da febbraio presso l’Accademia di Gibuti per “formare” la polizia locale. Sempre a Gibuti, in pieno deserto, è operativa una base logistica italiana di 5 ettari, utilizzata dai distaccamenti di Fucilieri di Marina in transito per gli imbarchi sui mercantili con compiti di scorta antipirateria e dai reparti dell’Esercito diretti a Mogadiscio.

Realizzata dal 6° Reggimento Genio pionieri di Roma, l’infrastruttura è stata inaugurata ufficialmente il 27 ottobre 2013 alla presenza del capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. “Questo avamposto è la prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali e sorge in un’area destinata ad essere più importante e strategica di Suez e di Gibilterra”, ha dichiarato Binelli Mantelli. Il mantenimento della base costa ai contribuenti italiani non meno di tre milioni di euro l’anno ed è presidiata attualmente da un plotone del 3° reggimento dei Bersaglieri.

drone 2La durata della missione dei droni dell’Aeronautica militare a Gibuti non è nota ma di certo si estenderà per i prossimi sei mesi, periodo in cui la flotta navale dell’’Operazione “Atalanta” sarà sotto il comando italiano.

Approvata nel dicembre 2008 dal Consiglio dell’Unione europea per contrastare la pirateria somala nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, la missione navale vede attualmente la presenza del cacciatorpediniere lanciamissili “Andrea Doria” (nave ammiraglia con 208 unità), quattro fregate (una olandese, due spagnole e una tedesca), una rifornitrice di squadra tedesca e uno staff formato da 34 ufficiali e sottufficiali appartenenti a 12 differenti nazioni (Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Olanda, Portogallo, Romania, Serbia e Spagna).

Mappa GibutiLe operazioni antipirateria della Marina militare italiana sono state finanziate quest’anno con 50 milioni di euro. Un impegno oneroso che non è giustificato dal reale pericolo rappresentato oggi dalla pirateria in Corno d’Africa. Secondo i dati diffusi dall’International Maritime Bureau, nei primi 6 mesi del 2014 gli assalti o le rapine armate ai danni di navi mercantili sono stati 116, contro i 138 registrati nello stesso periodo del 2013. Dieci soli, però, sono stati imputati ai pirati somali.

Ai costi delle missioni anti-pirateria si aggiungono i 25 milioni di euro per la partecipazione italiana ad EUTM Somalia e alle altre iniziative dell’Unione europea per la “Regional maritime capacity building” in Corno d’Africa e nell’Oceano indiano, per il funzionamento della base militare a Gibuti e per l’impiego di personale militare in attività di addestramento delle forze di polizia somale.

Nell’ambito dell’accordo sottoscritto tra le forze amate italiane e quelle di Gibuti, è stata prevista inoltre la consegna a titolo gratuito al paese africano di 6 blindati 4×4 “Puma” e di una decina di obici semoventi M-109L da 155 millimetri prodotti da Oto Melara, dismessi in Italia dopo l’acquisto dei nuovi semoventi Pzh-2000. I mezzi da guerra hanno fatto la loro comparsa nelle strade di Gibuti lo scorso 27 giugno, giorno in cui ricorreva l’indipendenza del piccolo Stato africano.

Sempre a fine giugno a Mogadiscio, il comando del team italiano operativo in Somalia ha donato al locale Ministero della Difesa tre veicoli minivan per consentire una “migliore mobilità” ai militari somali impiegati nel conflitto che impera da tempi immemorabili nell’ex colonia italiana.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Ebola non si ferma: decine di contagiati, molti morti ma molti son guariti

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1. Settembre 2014
Mentre in Africa si continua a morire di ebola, il primo paziente britannico, William Pookey, 29 anni, sta migliorando di giorno in giorno. Lo hanno riferito ai reporter della BBC i genitori del giovane, Robin e Jackie.

2014-635451infermieri in bianco860896746951-674Pookey è stato contagiato dal terribile virus mentre lavorava in un ospedale della Sierra Leone come infermiere volontario. Con un volo speciale della RAF (la britannica Royal Air Force) è stato immediatamente rimpatriato il 24 agosto 2014 e ricoverato nell’unità di isolamento speciale del Royal Free Hospital di Londra.

Anche a Stoccolma si è temuto durante questo fine settimana per un giovane che mostrava i sintomi dell’ebola, dopo un viaggio in uno dei Paesi colpiti dall’epidemia. Di lui non si conoscono né il nome, né l’età, né lo Stato nel quale ha soggiornato prima di raggiungere la Svezia.  Attualmente è ricoverato in osservazione in un nosocomio della capitale svedese e sottoposto ai test. I primi risultati, resi noti solo poche ore fa, sembrano confortanti: le analisi finora eseguite risultano essere negative.

entrata ospedaleSi parla ovunque di ebola, nel mondo intero, e, alcuni governi – e non solo africani – stanno prendendo provvedimenti severi per proteggere la saluta pubblica. L’Arabia Saudita ha congelato tutti i visti per i lavoratori provenienti dalla Guinea, Sierra Leone, Liberia. Il ministro della salute saudita, in una conferenza stampa, ha dichiarato: “E’ stato un provvedimento necessario. Nessuno straniero può entrare nel Regno saudita proveniente dai tre Paesi più colpiti dall’ebola; chiunque arrivi dal resto dell’Africa occidentale deve poter dimostrare, con relativi certificati di laboratorio, di essersi sottoposto alle analisi del sangue e al test ebola”. Un provvedimento simile è stato già preso ad aprile per i viaggiatori della Guinea e della Liberia per l’hajj, il più grande pellegrinaggio per il mondo musulmano e che ogni anno porta oltre due milioni di fedeli in Arabia Saudita.

Mentre in Europa, nell’Occidente, di ebola si guarisce, in Africa il letale virus non tende a placarsi. I morti sono ormai 1552, i casi confermati 3069. Con 694 decessi, la Liberia registra il più alto numero di vittime, seguita dalla Guinea con 430, in Sierra Leone sono 422 e in Nigeria 6.

preparativi baraDa due settimane anche il Senegal ha chiuso le proprie frontiere marittime, aeree e terrestri con i Paesi dove imperversa la temibile epidemia. Malgrado ciò, pochi giorni fa è stato registrato il primo caso di ebola. Lo ha confermato la ministro della sanità Awa Marie Coll Seck alla stampa un paio di giorni fa: “Si tratta di un giovane studente universitario di Conakry (capitale della Guinea) – ha detto la signora Awa -. Il ragazzo originario di una località che si trova nei pressi  del confine con la Sierra Leone”.

“E’ stato contagiato da un suo amico, che pochi giorni dopo è morto – ha precisato il ministro della sanità della Guinea, Remy Lamah -. Abbiamo contattato la famiglia del giovane, dopo aver saputo che è stato in contatto con l’amico deceduto. Ci hanno fornito il suo numero di cellulare, che purtroppo risultava irraggiungibile. Nessuno sapeva che fosse diretto in Senegal”. Il ragazzo è ora ricoverato all’ospedale Fann di Dakar, la capitale del Senegal.

faccia con occhialoniIn Nigeria le persone sotto osservazione sono duecento, i morti registrati sei, ma non solo a Lagos, una metropoli con 21 milioni di abitanti. Si sono verificati casi anche a Port Harcourt, capitale del River State, lo Stato del petrolio. Il Ministro della sanità nigeriano, Onyebuchi Chukwu, ha precisato ai giornalisti: “Un uomo, venuto a contatto con Patrich Sawyer, il passeggero che proveniente dalla Liberia ha ‘importato’ il micidiale virus nel nostro Paese, ha proseguito il suo viaggio verso Port Harcourt, dove è morto. Lui e anche il medico, che lo ha seguito in ospedale.

Nella seconda città della Guinea, Nzerekore, un gruppo di manifestati, solo un paio di giorni fa ha assalito l’ospedale della città e gli operatori sanitari che ci lavorano, dopo che un équipe specializzata ha disinfettato il mercato locale. Hanno urlato a gran voce “L’ebola non esiste, è tutto una bugia” mentre cercavano di aggredire il personale medico e paramedico. Non si capisce la vera causa della rabbia della popolazione, Forse, come qualcuno ha riferito, si teme che lo spray usato per la disinfestazione contenga il virus dell’ebola.

tecnici“In Liberia l’ebola è peggio della guerra, hai paura di tutti, perché chiunque può contagiarti e ucciderti. Nessuno, bambini e staff, può uscire dal villaggio SOS”, sono le parole di George Kordahi, direttore dei villaggi dei bambini SOS in Liberia.

A Monrovia, molti ospedali e cliniche hanno dovuto chiudere dopo lo scoppio dell’ebola, perché sono in tanti i medici e infermieri deceduti a causa del terribile killer invisibile. L’unico ospedale a essere operativo 24 ore su 24 è il Centro Medico del villaggio SOS. In realtà cura pazienti con altri disturbi, ma se si presenta una persona con i tipici sintomi del virus, gli addetti avvisano il Ministero della Sanità, che provvede al suo immediato trasferimento in un centro specializzato.

In Liberia il clima è grave. Il governo ha dovuto schierare polizia ed esercito davanti agli ospedali per tenere la situazione sotto controllo. Le informazioni che giungono da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) non sono confortanti: tutto potrebbe peggiorare e gli ammalati potrebbero diventare oltre ventimila.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

 

 

 

Sud Sudan i negoziati ad Addis Abeba sull’orlo del fallimento: ricomincia la guerra?

Dalla Nostra Inviata Speciale
Bianca Saini
Nairobi, 1° settembre 2014

Si complica la ricerca di una soluzione politica della crisi sud sudanese. L’ultimo incontro, tenutosi il 25 agosto ad Addis Abeba dopo settimane di interruzione dei negoziati, si è risolto in un nulla di fatto, nonostante la firma di importanti documenti (il protocollo di indirizzo per i provvedimenti transitori che devono portare alla soluzione della crisi e la matrice per la cessazione delle ostilità che impegna al congelamento delle forze in campo sulle posizioni del momento della firma), se non addirittura in un passo indietro nella costruzione di quella fiducia nei negoziatori, e tra le due parti in conflitto, necessaria per far proseguire positivamente le trattative.

a-south-sudan-soldier-photo-reuteurs-1365874-reuteurs-512x325Secondo ricostruzioni di organi di stampa locali e di testimoni, i mediatori, supportati dai capi di Stato dei paesi IGAD, avrebbero introdotto modifiche non irrilevanti ai documenti concordati portati alla firma delle due parti. Il presidente Kiir (dinka) ha firmato, forse più in qualità di capo di Stato che di parte in causa (si nota, ad esempio, che la sua firma è apposta solo sull’ultima pagina, ma non sulle pagine precedenti), il suo rivale Machar non ha firmato. Anzi SPLM-IO, (IO sta per “In Opposition”), da parte sua, ha rilasciato un durissimo comunicato stampa, in cui accusa i mediatori di sostenere la parte del presidente, SPLM-Juba faction, minacciando addirittura di riprendere i combattimenti su larga scala.

carro armatoIl punto più controverso riguarda il quadro istituzionale della governance del paese nel periodo di 30 mesi dalla formazione di un governo provvisorio di unità  nazionale. Viene infatti introdotta la figura del primo ministro, oggi non prevista, cui Kiir si era pubblicamente e duramente opposto. Nel documento si dice chiaramente che questo primo ministro dovrà essere nominato dall’opposizione, dovrà essere gradito al presidente e non potrà competere alle elezioni previste alla fine del periodo transitorio. Del presidente si dice che sarà l’attuale presidente in carica, cioè Salva Kiir, che così ha il potere ancora saldamente nelle sue mani per i 30 mesi del periodo di transizione. E’ chiaro che Kiir ha dovuto digerire l’introduzione del primo ministro, ma si è garantito di averlo sotto controllo. E’ altrettanto chiaro che Machar, che da subito ha chiesto l’allontanamento di Kiir dal potere, non ha avuto dai mediatori una contropartita sufficiente.

SPLM-IO contesta anche il periodo di 45 giorni, a partire dal 25 agosto, concessi dai mediatori per la formazione del governo transitorio. Afferma che il termine dovrà essere usato per arrivare a un documento condiviso. Solo dopo si potrà capire quanto tempo ci vorrà per la formazione del nuovo governo e la chiusura della crisi.

Riek Machar 1Intanto, il terzo gruppo di politici sudanesi seduto al tavolo negoziale, SPLM leaders (cioè gli ex ministri e rilevanti politici dell’SPLM detenuti con l’accusa di aver complottato un colpo di Stato e più tardi rilasciati e mandati in esilio in Kenya) chiede una quota del 25% dei posti nel prossimo governo provvisorio. I partiti di opposizione, pure seduti al tavolo delle trattative e guidati da una figura autorevole nel mondo politico sud sudanese, Lam Akol (di etnia shilluk), non vengono nominati, ma il gruppo è in subbuglio e dice che Lam è passato armi e bagagli all’SPLM leaders, cosa che l’interessato nega recisamente. Ma è chiaro che anche l’opposizione vorrà la sua parte in un governo di unità nazionale.

Salva Kiir 1E la gente, che dice? Il Sudan Tribune riporta oggi una serie di dichiarazioni raccolte in uno dei campi per la protezione dei civili di Juba; gli sfollati chiedono alla comunità internazionale che si adoperi perché i due rivali restino fuori dal prossimo governo di unità nazionale, mentre i loro racconti rendono palpabile l’assoluta mancanza di fiducia nel governo di Salva Kiir. E’ vero però che, nel campo, gli sfollati sono tutti di etnia Nuer, quella di Machar.

Insomma, l’ultimo incontro di Addis sembra aver aperto molti problemi, più che aver avviato la soluzione di quelli, difficili e spinosi, già sul tappeto.

A complicare la situazione un episodio gravissimo e ancora non chiarito: l’abbattimento di un elicottero della missione di pace – UNMISS (UN Mission in South Sudan) – nelle vicinanze di Bentiu. E’ ormai chiaro che non si è trattato di un incidente, ma solo un’inchiesta dirà chi porta la responsabilità di aver attaccato un volo umanitario. Il governo è sicuro che siano stati i ribelli, guidati nell’area da Peter Gadet, già sottoposto a sanzioni internazionali per il modo di condurre la guerra nei mesi scorsi, e che ha recentemente dichiarato che non avrebbe permesso il sorvolo del territorio nelle sue mani.

Dr Lam Akol 1I ribelli negano e invitano la commissione UN a verificare, promettendo tutto l’appoggio necessario. La zona in cui l’aereo è stato abbattuto è contesa e solo la valutazione delle armi usate potrà, forse, fare chiarezza. E’ chiara però la valenza dell’atto. Toby Lazer, il più alto funzionario UN nel paese, ha dichiarato che si è trattato di un attacco diretto all’ONU e alle operazioni umanitarie.

Intanto i voli umanitari, l’unico modo per raggiungere lo stato di Unity, tra i più tormentati dai combattimenti dei mesi scorsi, sono stati sospesi. Questo significa che centinaia di migliaia di persone sono attualmente senza soccorsi, e senza aiuti alimentari, in una zona già dichiarata in emergenza e sull’orlo della carestia.

Bianca Saini
biancasaini2000@gmail.com

Nelle fotografie nell’ordine: Riek Machar, Salva Kiir e Lam Achol

Nigeria, scontri tra pastori musulmani e contadini cristiani. Boko Haram fomenta

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 agosto 2014

Mercoledì si sono verificati nuovi scontri tra i pastori semi-nomadi Fulani (di religione musulmana) e gli abitanti del villaggio Tudun-Ababun, nello Stato di Nasawrawa, al centro della Nigeria, popolato da gente di etnia eggon, agricoltori cristiani.

mortiDomenica scorsa gli abitanti del villaggio hanno accusato i fulani del furto di capi di bestiame. Mercoledì notte i pastori semi-nomadi hanno assalito il villaggio, uccidendo sessanta persone  e bruciando alcuni  corpi.

Umaru Ismaila, portavoce della polizia dello Stato di Nasarawa , è stato raggiunto telefonicamente dai reporter di Reuter e ha confermato quanto è accaduto nel villaggio di Tudun.Ababun, sottolineando: “Gli abitanti sono stati uccisi a colpi di machete”.

Un particolare importante questo. Infatti, spesso i fulani attaccano i villaggi cristiani con fucili automatici e altre armi di ultima generazione, che, potrebbero essere forniti da militanti del gruppo estremista di estrazione jihadista Boko Haram. Secondo il direttore dell’ufficio informazione del Ministero della Difesa nigeriano, Chris Olukolade , militanti dei temibili estremisti si sarebbero infiltrati tra i fulani. La notizia è stata confermata dopo alcuni arresti effettuati in aprile, dopo violenti attacchi nello Stato di Taraba.

Alcuni dei fermati sono stati identificati come appartenenti all’etnia kanuri, cui appartengono la maggior parte dei militanti del gruppo Boko Haram. Non si esclude dunque che molti attacchi a comunità di agricoltori stanziali cristiani siano stati effettuati dagli estremisti e non si esclude nemmeno che alcuni pastori semi-nomadi appartenenti all’etnia fulani si siano uniti a cellule del gruppo Boko Haram.

I fulani sono di origini antiche. Si ipotizza che siano i discendenti di una popolazione preistorica del Sahara, immigrata in seguito nel Senegal, per poi spostarsi verso l’anno 1000 d.C. lungo le rive del fiume Niger, alla ricerca di nuovi pascoli per le loro mandrie. A loro si deve la diffusione della religione islamica nell’Africa occidentale. Vivono in un territorio che va dalle coste dell’Oceano Atlantico a quelle del Mar Rosso.

Loro stessi si chiamano con il nome “fulbe” (singolare pullo, infatti in francese sono conosciuti come poel), vocabolo che deriva dalla lingua fufulde che significa “nuovo”.

Nel passato i fulani e gli agricoltori vivevano in armonia. I primi, grazie alle loro mandrie, fertilizzavano i campi dei secondi e offrivano latte e carne. In cambio ricevevano grano e altri prodotti agricoli. Con il passare degli anni questa pacifica convivenza è venuta meno. Anzi, si è trasformata in guerra e questo anche a  causa dei cambiamenti climatici, sviluppo e incremento delle aree coltivabili da una parte e l’aumento delle mandrie dall’altra.

killingsQuesto conflitto d’interessi ha portato a scontri importanti un po’ ovunque, non solo in Nigeria, ma anche in tutto il Sahel, con la differenza sostanziale che in nel colosso africano gli agricoltori sono per lo più di religione cristiana, mentre i fulani sono musulmani. Gli Stati più colpiti da questa faida sono: Benue, Taraba, Nasarawa e Plateau, che si trovano al centro della Nigeria.

Per difendersi, gli agricoltori si sono organizzati e hanno formato dei gruppi di vigilanti, una sorta di milizie private. Ci si fida più di loro che delle forze armate regolari, sovente sospettati  di essere in collusione con i fulani/boko-haram.

Nel mese di aprile, durante uno scontro nello Stato Nasarawa tra le due fazioni in causa, le forze di sicurezza nigeriane hanno ucciso quindici fulani. Ciò ha portato a una reazione da non sottovalutare da parte  di Nigeria’s Muslim Rights Concern (MURIC).

“Nel passato, il pascolo per le mandrie – c’è scritto in loro documento – è sempre stato affrontato in modo pacifico nel nostro Paese. Recentemente, invece, sembra che  sia nata una resistenza organizzata nei confronti dei pastori fulani. Ciò non è ammissibile. Testimoni confermano che i tentativi di riconciliazione tra i pastori e gli agricoltori subiscano interferenze da forze esterne che seminano nuovi morti, non appena un accordo di pace è stato o sta per essere siglato……  Consideriamo da ora in poi ogni atto di ostilità contro i fulani come un attacco indiretto verso i musulmani. Il genocidio nei confronti dei fulani è senza ombra di dubbio un uccisione di massa dei musulmani. E’ una guerra contro l’Islam”.

Cornelia  I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

Dossier Libia-3/Le milizie prendono il sopravvento: gli stranieri in fuga

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Nella prima puntata è stata raccontata la storia 
dei primi momenti del post Gheddafi,
fino alla morte del figlio ventinovenne del rais, Khamis
Nella seconda puntata sono stati affrontati i problemi relativ
i
al controllo dei campi petroliferi

Nostro Servizio Particolare
Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes

libya-oil_2212452cNell’estate del 2014
la situazione nel Paese resta drammaticamente difficile. Gli scontri dilagano su tutto il territorio, quasi sempre tra le milizie armate locali per il controllo delle basi militari e dei pozzi petroliferi, con un largo uso di armi e mezzi rubati dai numerosi e abbandonati arsenali del passato regime.

Le forze governative non riescono a controllare il fenomeno e, oltre ai cristiani, hanno abbandonato il Paese anche gli occidentali, sia cittadini normali che impiegati presso le ambasciate. Inoltre, gli immigrati irregolari cadono nella rete dei trafficanti di esseri umani o in quella delle bande criminali che approfittano del vuoto di potere, ma anche della grave scarsità di carburante nella città di Tripoli che rende tutto più complicato.

bandiera e torriIl parlamento libico non riesce a riunirsi nella capitale e le istituzioni, pur provvisorie, non riescono a guadagnare consensi (lo stesso capo della polizia di Tripoli viene stato ucciso). Mancano i mezzi necessari per contrastare la violenza delle milizie e le residue forze dell’esercito e di quello che rimane della polizia sembrano del tutto insufficienti. L’ultima decisione presa dalle fragili istituzioni rimaste è quella di chiedere l’intervento straniero.

Nella seconda metà del mese di agosto, la stampa locale riferisce che aerei non identificati hanno bombardato alcuni siti nei quartieri orientali della capitale, dove sono in corso violenti scontri fra le milizie di Zintan, che controllano l’aeroporto e che sono alleate dell’ex generale Khalifa Haftar, attivo a Bengasi, e quelle della tribù di Misurata, di orientamento islamico radicale.

La tv locale Libia Awalan riporta che gli aerei hanno bombardato diverse postazioni, anche se non si sono avute notizie di carattere ufficiale. Resta comunque misteriosa l’appartenenza dei veicoli e sembra che gli obiettivi miliziano e torredel bombardamento siano state le postazioni delle milizie di Misurata, impegnate a conquistare un ponte a sud della città. Il governo di Tripoli nega di aver inviato aerei, così come l’Italia, la Francia e gli Stai Uniti. Si è parla di arei egiziani o degli Emirati, ma viene avanzato anche il sospetto che i velivoli potessero essere statunitensi.

Khalifa Haftar è da diverse fonti ritenuto un uomo della Cia, liberato dagli americani nel 1987 dalla prigionia in Ciad, dove si trovava per la cosiddetta Guerra delle Toyota, e portato negli Stati Uniti fino al 2011, anno in cui è tornato a Bengasi per comandare la piazza durante la rivoluzione che ha deposto Gheddafi.

A rivendicare però l’operazione aerea è il generale dissidente Saqr Jarouchi, che dichiara pubblicamente: “I nostri aerei hanno effettuato i raid”. L’informazione è stata subito smentita dall’aviazione di Bengasi legata ad Haftar, dove si ribadsce che si tratta di aerei stranieri e non libici.

tecnica e impiantiSempre nei primi giorni del mese di agosto del 2014, il Vicario Apostolico di Tripoli, Monsignore Giovanni Innocenzo Martinelli, dichiara all’Agenzia Fides che lui rimarrà nel Paese sino a quando ci sarà un solo cristiano. Le maggiori preoccupazioni sono espresse sulla regione della Cirenaica, le milizie sono tutte di matrice islamica radicale, dove non ci sono più suore e diminuiscono, ogni giorno di più, i cittadini filippini che costituiscono il cuore della comunità cristiana in Libia: “Solo a Tripoli c’è ancora una presenza filippina, ma anche qui molti di loro sono in partenza […] anche se il viaggio via terra verso il confine tunisino è diventato impraticabile”.

L’appello lanciato dalla Chiesa Cattolica è ancora più grave: sono 13.000 i lavoratori filippini cristiani intrappolati nel Paese e presi di mira dagli estremisti islamici (il 20 luglio 2014 è stato decapitato un operaio non mussulmano e dieci giorni dopo è stata rapita e violentata un’infermiera).

Padre Amado Baranquel, parroco della chiesa di Maria Immacolata a Tripoli, rivolge un drammatico appello al governo delle Filippine perchè intervenga il più rapidamente possibile e predisponga una partenza via mare. Ma la risposta ufficiale si limita ad ordinare ai propri connazionali di lasciare il Paese, anche se il segretario del ministero degli Esteri filippino, Albert del Rosario, promette il suo intervento per favorire la loro evacuazione.

mappa petrolioSono costrette ad abbandonare la missione e il Paese, per ragioni di sicurezza, le sorelle di due congregazioni religiose femminili che prestavano la loro assistenza presso un ospedale ed una clinica: le Suore di carità dell’Immacolata Concezione di Ivrea e le Suore indiane della Santa Croce.

La congregazione dell’Immacolata Concezione era arrivata a Tripoli nel 1911 e a Bengasi nel 2012. Per 103 anni ha operato ininterrottamente e nel bollettino in cui si da notizia dell’abbandono forzato della missione, le sorelle di Ivrea scrivono: “In Libia sono vissute suore sante, la cui vita, pur con tutti i limiti, è stata come luce del Vangelo in un luogo prettamente musulmano. Dai tabernacoli delle loro cappelle, tra i pochi rimasti aperti, Gesù copriva di benedizione l’intero Paese. Ora la sofferenza più grande per tutte noi è proprio l’aver chiuso questi tabernacoli e aver lasciato soli i cristiani, destinatari della missione evangelizzatrice in Libia”.

All’inizio del 2014, viene condotto un nuovo attacco contro il cimitero italiano di Tripoli, che causa la morte di una guardia e la devastazione di decine di tombe. Sventolando le bandiere verdi del regime di Gheddafi, gli uomini armati distruggono anche i documenti conservati nell’archivio e incendiato gli edifici dei guardiani. Un precedente assalto, compiuto sempre dai sostenitori di Gheddafi solo pochi giorni prima, non aveva fatto registrare danni ingenti grazie all’intervento della forze di sicurezza e alla reazione degli abitanti del quartiere di Mansoura.

ciminera e serbatorioIl risentimento contro l’Italia, già accusata di aver tradito il rais, trova nuova propaganda dagli aiuti forniti al “governo corrotto” e in particolare dalla notizia dell’addestramento a Cassino di 350 militari libici. Si scatenano anche pesanti minacce sui siti web.

Oltre che dalla capitale, le maggiori preoccupazioni vengono dalla città di Derna, la vera roccaforte jihadista. Altri due gruppi hanno fatto il loro ingresso sulla scena, entrambi della Cirenaica. Il primo, noto come “Jund Allah” (Esercito di Allah), ha minacciato di eliminare fisicamente attivisti, giornalisti, intellettuali, cristiani e funzionari della sicurezza, accusati di apostasia. Il secondo, chiamato “Consiglio della Shura dei Giovani Mussulmani”, ha preso il controllo della sede del Consiglio locale di Derna con l’intenzione di trasformarla in un tribunale della sharia.

Inoltre, si teme che proprio in Libia potrebbero essersi rifugiati i leader di importanti organizzazioni jihadiste regionali, come l’algerino Mokhtar Belmokhtar e il tunisino Abu Ayyad, leader di Ansar al Sharia in Tunisia, e attualmente ricercato nel suo Paese. Sono in stato di massima allerta anche i paesi confinanti, come la Tunisia, l’Algeria e l’Egitto.

carro e torriI timori si accentuano dopo che la nuova organizzazione Isis, Stato Islamico in Iraq e nel Levante, diffonde un messaggio audio (11 maggio 2014) di Abi Muhammad al Adnani al Shami, portavoce dell’organizzazione jihadista, da cui emerge la volontà di sviluppare strategie e compiere azioni in modo autonomo dalle direttive impartite da al Qaeda, rappresentata oggi da al Zawahiri. A questo proposito, al Adnani indica i luoghi dove l’Isis potrebbe operare in futuro, e tra questi viene espressamente citata la Libia.

Si aprono quindi scenari preoccupanti anche per la vicina Europa, nel caso che la Libia si trasformi in poco tempo in un nuovo hub jihadista in grado di richiamare mujaheddin da ogni Paese per partecipare a una nuova jihad, non solo contro i cristiani, ma anche contro le forze del generale Haftar e dell’occidente in generale. L’uccisione di cristiani, di religiosi e di appartenenti a minoranze etniche sembra avere nel Paese una lettura precisa, ovvero quella di ingenerare paura nei moderati ed un avvertimento ai nemici.

 Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes
3  – continua

Qui trovi la prima puntata del Dossier Libia: Un caos che viene da lontano
Qui trovi la seconda puntata del Dossier Libia: La lotta per le concessioni petrolifere
La prossima e quarta puntata: Il prezzo dei riscatti (93 milioni di dollari) foraggia i terroristi

Colpo di Stato in Lesotho, il primo ministro in fuga in Sudafrica

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Massimo A. Alberizzi
30 agosto 2014
Colpo di Stato in Lesotho. Nella notte un gruppo di militari ha circondato alcuni ministeri e la sede della polizia. A Maseru, la capitale, ci sono state sparatorie durate fino alle 7 del mattino. Le stazioni radio hanno interrotto le trasmissioni.

Tom Thabane PMSecondo la France Presse, che ha citato alcuni diplomatici e il ministro dello sport e leader del Basotho National Party, Thesele Maseribane, i soldati rinnegati si sono impadroniti del quartier generale della polizia. Il primo ministro del piccolo e montagnoso regno dell’Africa meridionale, Thomas Thabane, è scappato in Sudafrica. Parlando al telefono con alcuni giornalisti ha sostenuto che se fosse rimasto a casa sarebbe stato ucciso: “Tornerò nel Lesotho quando sarò certo he nessuno mi ucciderà”.

Nel giugno scorso la fragile coalizione di tre partiti al governo è collassata. Uno di essi, il Lesotho Congress for Democracy, aveva chiesto di rinegoziare i termini dell’alleanza minacciando di chiedere il voto di fiducia. Per tutta risposta il primo minstro Tom Thabane ha risposto sospendendo la camera, operazione che non ha incontrato l’opposizione del re, Letsie III.

La situazione sul campo appare comunque assai confusa. Secondo Thesele Maseribane il governo ha ancora la situazione sotto controllo.

mappa 2Dall’anno della sua indipendenza il Lesotho ha subito divers tentativi di colpo di stato. Nel 1998 almeno 58 civili e otto sodati sudafricani furono uccisi durante un’insurrezione durante la quale Maseru subì gravi danni. In quell’occasione fu gravemente ferito un giornalista, Sam Kiley, che allora lavorava per il Times di Londra ed ora è il capo degli esteri del canale televisivo britannico Sky News.

Il Lesotho, paese montagnoso l’unico forse di tutta l’Africa dove nevica copiosamente ogni anno, è completamente circondato dal Sudafrica. Il territorio è impervio e La maggior parte dei villaggi si raggiunge o a dorso d’asino o a piedi le strade e le piste sono pochissime.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 Nella foto il primo ministro Thomas Thabane fotografato qualche anno fa

Traffico di bambini in Niger: in fuga il presidente del parlamento

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 agosto 2014
Il presidente dell’assemblea nazionale del Niger, Hama Amadou, scappa in Burkina Faso, dopo che la sua immunità parlamentare è stata revocata mercoledì scorso nell’ambito dell’inchiesta sul traffico di bambini. 

Hama Amadou era stato eletto presidente dell’assemblea nazionale praticamente all’unanimità nel 2011 (un solo voto contrario). Amadou è convinto che l’inchiesta sul traffico dei bambini deve essere letta in chiave politica e nega qualsiasi accusa.

Babies 2Molte delle donne che ora si trovano in prigione, tra cui mogli di politici di spicco, hanno dichiarato di essere in dolce attesa, prima di partire per la Nigeria per poi ritornare nel proprio Paese con un figlio, nato durante il viaggio all’estero.

Il corrispondente della BBC in Niger, Baro Arzika, afferma che il presidente Issoufou ha cercato in tutti modi di destituire Amadou dalla carica di presidente dell’Assemblea nazionale, da quando è passato ad un partito dell’opposizione nel 2013.  E’ considerato il maggiore rivale dell’attuale presidente nelle prossime elezioni del 2016.

Daouda Mallam Marthe, un vice-presidente dell’assemblea nazionale e membro del partito al potere (Party for Democracy and Progress) ha volute sottolineare :”Non è stato facile per nessuno di noi votare per la revoca dell’immunità parlamentare”.

“Riteniamo che per l’onore e la rispettabilità delle nostre Istituzioni, Amadou deve essere a disposizione dei giudici che conducono l’inchiesta per poter essere interrogato ”, ha aggiunto Mohamed Ben Omar, membro dell’ufficio politico del parlamento che ha autorizzato l’indagine.

Cornelia I. Toelgyes
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Renzi in Africa: business di Stato e rappresentanza di gruppi industriali

Nostro Servizio Particolare
Vincenzo Gallo
27 agosto 2014
Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha inaugurato con il suo recente viaggio in Mozambico, Congo Brazzaville e Angola una serie di iniziative volte al rafforzamento della cooperazione che, stando alle dichiarazioni dello stesso Renzi, dovrebbe fornire un aumento di un punto percentuale  di PIL grazie all’export.

renzi e sassuLa delegazione governativa è stata affiancata dai rappresentanti di una ventina di imprese candidate a partecipare ad importanti investimenti di lungo periodo nel settore energetico, sicurezza, difesa e infrastrutture, tra cui spiccano ENI, Finmeccanica e Saipem. Si tratta di aree estremamente importanti non solo per una questione di approvvigionamenti di gas naturale e petrolio, ma anche perché questi paesi rappresentano un importantissimo mercato di sbocco per le imprese italiane d’eccellenza nel settore militare, in primis la Finmeccanica, ed in generale per quelle che  aspirano a conquistare quote di mercato in paesi che si sono distinti nell’ultimo decennio per tassi di crescita eccezionali.

Angola e Mozambico si sono lasciati alle spalle l’instabilità e la guerra civile e si sono candidate ad entrare nel novero delle principali economie africane in grado di attirare sempre maggiori investimenti grazie alle prospettive interessanti che derivano dallo sfruttamento delle risorse del sottosuolo[1].  Ma si tratta anche di paesi che hanno urgente necessità di adeguare  le proprie infrastrutture e di rafforzare i sistemi di difesa e di sicurezza. Le tappe africane del governo Renzi, quindi, dovrebbero mirare a fare dell’Italia un partner pronto a cogliere queste opportunità.

Energia, armi e appalti: ENI e Finmeccanica pronte ad investire

Al di là delle dichiarazioni ufficiali con cui il Presidente del Consiglio si è rivolto ai partner africani  parlando di “pace, cooperazione e investimenti” quasi nessuno dubita sulle reali motivazioni che hanno spinto il primo politico italiano, se si esclude Romano Prodi in rappresentanza dell’Unione Africana, a recarsi in visita ufficiale nel continente africano. Approvvigionamenti energetici, fornitura di armi e appalti.  Fin dall’inizio dell’incontro col presidente mozambicano, Armando Guebuza, i partecipanti, in particolare l’Amministratore Delegato di ENI, Claudio Descalzi,  hanno focalizzato l’attenzione sulla necessità di molti Paesi europei di limitare la dipendenza dal gas russo, specialmente ora che Mosca è interessata da sanzioni commerciali in questo settore.

renzi sbarcaIl colosso energetico italiano si trova in una posizione privilegiata per dialogare con il governo di Maputo. Le esplorazioni dell’ENI, infatti, hanno portato alla scoperta al largo delle coste mozambicane di un giacimento accreditato di 2.400 miliardi di metri cubi di gas naturale, una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno italiano per oltre un trentennio. Per sfruttare questa risorsa, però, il cane a sei zampe dovrà affrontare investimenti per un valore di cinquanta miliardi di dollari in sei anni in joint venture con la statunitense Anadarco[2].  L’impegno, però, è subordinato all’approvazione di un’apposita legge. La somma che ENI stanzierà, in quanto azienda a partecipazione statale, sarà prelevata anche dal bilancio pubblico.

“Stiamo gettando le basi per il futuro dei nostri figli”, ha affermato Renzi parlando di sicurezza degli approvvigionamenti energetici, ma al di là delle dichiarazioni resta da verificare se ed in che misura sarà il paese a beneficiarne o se questa operazione non si rivelerà l’ennesimo affare per le compagnie petrolifere con pesanti ricadute economiche e occupazionali per i lavoratori italiani.

elicotteriGli investimenti annunciati in Mozambico, infatti, stridono fortemente con la situazione di estrema incertezza in cui versano gli addetti della raffinazione. Emblematico è il caso dello stabilimento di Gela, che si è visto ritirare il piano di ammodernamento da 700 milioni euro[3].  Del resto, già il precedente AD di ENI, Paolo Scaroni, aveva annunciato che il gruppo puntava a dirottare risorse per rafforzare il settore Esplorazioni e Produzione all’estero  a scapito della raffinazione in Italia.

I recenti sviluppi della situazione ucraina, l’escalation di violenza in Libia e Iraq e le possibili ripercussioni sulla regolarità delle forniture energetiche potrebbero giocare a favore di questi piani e indurre la politica italiana ad accelerarne l’attuazione. Certo è che nell’immediato il paese non può assolutamente affrancarsi dalla dipendenza di queste aree a rischio. Ancora nel 2013, infatti, il 38% del gas consumato in Italia proveniva dalla Russia, il 18% dall’Algeria e l’8% dalla Libia.

Finmeccanica

Molto più agguerrita è Finmeccanica. Il gruppo, uno dei leader mondiali nel settore aerospaziale, sistemi di difesa, aereonautico e trasporti, ha fatto registrare un trend positivo nell’ultimo anno e cerca di consolidare la propria posizione sul piano globale in questi comparti attraverso la fornitura di sistemi sofisticati e all’avanguardia a nuovi acquirenti.

Galvanizzato dai recenti contratti stipulati al Salone di Farborough con cui ha piazzato elicotteri civili e militari e apparecchiature per la sicurezza per un valore di 500 milioni di euro, nonché  dai 3,35 miliardi di dollari messi a segno dalla joint venture  Alenia Aermacchi- Airbus(ATR)  per la fornitura di 139 aerei, il gruppo si è lanciato alla conquista di nuovi mercati in Africa con l’avallo del governo italiano[4].

Loghi eniL’AD di Finmeccanica, Mauro Moretti, ha affermato che i tre Paesi africani rappresentano delle opportunità per il futuro da non sottovalutare. In Angola, in particolare, si sono svolti in quest’occasione i colloqui con il presidente Josè Eduardo Dos Santos per il rafforzamento della cooperazione nel settore difesa. Il paese africano, il secondo produttore africano di petrolio dopo la Nigeria, è in trattativa per la sostituzione dell’intera flotta di elicotteri  ad uso civile e militare, oltre a sistemi elettronici per il controllo del territorio mediante droni e satelliti.

Allo stato attuale non si conoscono i termini degli accordi, ma le aspirazioni angolane a ricoprire un ruolo sempre più rilevante nello scenario economico e strategico africano fanno pensare a importanti sviluppi in prospettiva per le aziende italiane, tra le prime candidate a fornire materiale militare. Secondo le stime di Forecast International, la spesa militare di Luanda passerà dagli attuali 5,7 miliardi di dollari a 46 miliardi entro il 2018.

Il Paese è già stato visitato da delegazioni  italiane e dalla Marina Militare , tra cui la portaerei Cavour  e la fregata Bergamini a febbraio di quest’anno. Tra le priorità di Luanda rientra l’ammodernamento della flotta navale per aumentare la capacità di pattugliamento delle coste e della zona economica esclusiva in cui sono situati i giacimenti accreditati di sette miliardi di barili di petrolio[5].

Si prospettano contratti per diversi miliardi di dollari cui potranno partecipare aziende come Selex ES, Oto Melara, MBDA, Alenia Aermacchi,ecc.

Vincenzo Gallo
vincgallo@alice.it


[1] Renzi alla conquista dell’Arica nera, www.finanzaonline.com, 22/7/2014
[2] Renzi: Dal Mozambico gas per i prossimi 30 anni, www.ilsole24ore.com, 20/7/2014
[3] Gas: l’ENI di Renzi e Descalzi rilancia sull’Africa, ma compensare la Russia è difficile, www.ilfattoquotidiano.it, 27/7/2014
[4] Finmeccanica: semestrale in positivo, www.iltempo.it, 29/7/2014
[5] Angola: Nuovo “Eldorado” per le aziende italiane della difesa?, www.analisidifesa.it, 10/2/2014

Dossier Libia-2/La lotta per le concessioni petrolifere

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Nella prima puntata è stata raccontata la storia
dei primi momenti del post Gheddafi,
fino alla morte del figlio ventinovenne del rais, Khamis.

Nostro Servizio Particolare
Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
Il mese di gennaio del 2013 si apre con un grave attentato. Viene aperto il fuoco contro l’autovettura blindata del console italiano a Bengasi, Guido de Sanctis, uscito fortunatamente illeso. Si tratta dell’episodio più grave per un diplomatico occidentale dopo l’attentato ai danni dell’ambasciatore americano e di altri funzionari britannici.

LibyaWallstAnche se il mandato del console si avviava verso la conclusione, durante il suo periodo era stata riaperta proprio la sede del consolato italiano a Bengasi, saccheggiata da una folla inferocita nel 2006 per la pubblicazione di alcune vignette satiriche su Maometto.

Dichiarata una città insicura per gli italiani, il governo di Roma decide di sospendere, almeno temporaneamente, le attività del consolato e il personale viene richiamato.

L’intera Cirenaica è sconvolta da una serie di attentati, anche contro le stesse forze dell’ordine governative, e il governo di Tripoli decide di formare una speciale task force a difesa dei diplomatici occidentali. Sembra che l’intero percorso democratico della nuova Libia sia messo in discussione e la comunità internazionale intensifica il sostegno alle istituzioni e al popolo libico, anche se in quella regione rimangono solo poche rappresentanze diplomatiche straniere, tra cui quella maltese, l’unica europea in un ufficio protetto dell’Hotel Tibesty.

Secondo Jalal Elgallal, membro attivo della società civile a difesa delle “conquiste della rivoluzione”, il consolato italiano in Cirenaica ha un valore simbolico per tutto il popolo libico e mette in guardia il governo di Tripoli per possibili attività terroristiche provenienti dagli estremisti islamici e dai lealisti di Gheddafi.

mappaIn effetti, la città di Bengasi è sotto attacco. Dopo le granate lanciate contro tre stazioni di polizia, un’autobomba esplode davanti all’ospedale di al Jana e provoca la morte di quindici persone, tra cui molte donne e bambini, e il ferimento di altre trenta.

Anche se l’attentato non viene rivendicato, gli analisti ritengono che sia opera dei fondamentalisti islamici che hanno da poco alzato il tiro. Contrariamente ai precedenti, questo atto terroristico ha un obiettivo civile e viene portato a termine in pieno giorno e in una zona particolarmente affollata.

Bengasi è la culla della rivoluzione che ha portato alla caduta di Gheddafi e l’insicurezza dell’intero Paese è proporzionale all’incapacità delle autorità centrali di contrastare i violenti attacchi dei gruppi armati della Cirenaica, già responsabili di aver assediato due ministeri a Tripoli per ottenere l’epurazione dei politici e dei funzionari legati al vecchio regime.

Anche nella città di Tripoli l’ambasciata italiana è in pericolo. Un ordigno, forse una bomba alla gelatina, viene piazzata nell’automobile di un diplomatico e soltanto la prontezza dell’autista riesce a sventare l’attentato senza causare vittime. Quindi anche la capitale, considerata più sicura dagli occidentali rispetto alla turbolenta Bengasi, sembra essere minacciata dalle frange estremiste. L’ambasciata francese è stata colpita da un’autobomba che ha causato la morte di un gendarme e di una donna, mentre quelle di Gran Bretagna e Germania hanno ridotto il personale.

Sostenitori di GheddafiNella città di Bengasi si registrano oltre trenta vittime durante la rivolta scoppiata contro il quartier generale della milizia, conosciuto come lo “Scudo della Libia”, cui partecipano un centinaio di civili armati. Il Consiglio della Cirenaica si dichiara indipendente dal governo di Tripoli e che risponde con un piano globale per la totale “dissoluzione delle milizie illegali”.

Nell’ottobre del 2013 il primo ministro Ali Zeidan viene rapito e poi rilasciato dopo diverse ore. Fermato e sequestrato da milizie legate alla maggioranza islamica del parlamento, la “Camera dei Rivoluzionari di Libia”, il premier viene accusato di aver favorito un raid americano che ha portato alla cattura di un pericoloso terrorista. Anche questo gruppo, insieme a altri, è assoldato dal ministero della Difesa, o da quello dell’Interno, per garantire l’ordine pubblico contro il dilagante fenomeno delle milizie armate.

In una precedente conferenza stampa, Ali Zeidan aveva assicurato che i cittadini libici avevano il diritto di essere processati sul territorio nazionale e che il blitz non avrebbe compromesso le relazioni tra Washington e Tripoli (la cattura in ballo era quella di Abu al Libi, il terrorista di al Qaeda considerato la mente delle stragi di Nairobi e Dar es Salam nel 1998).

La vicenda rimane comunque oscura. Secondo i miliziani si tratta di un vero e proprio arresto emesso dalla procura generale in base al codice penale per reati contro l’ordine pubblico e la corruzione (il premier era da settimane sotto accusa per la gestione economica e la sicurezza), anche se la procura ha subito smentito l’esistenza di un ordine di arresto.

mitragliatrice pesanteIn effetti, la destabilizzazione della Libia si è ulteriormente aggravata anche sul piano della sicurezza energetica, oltre che sulle spinte dei ribelli indipendentisti. Una serie di scioperi negli stabilimenti di Mellitah (gestiti dall’Eni) sulla costa tripolitana costringe l’interruzione dell’approvvigionamento nel gasdotto e in Cirenaica il capo di una milizia di Tobruk si auto proclama primo ministro della regione e decide di creare una nuova compagnia petrolifera indipendente da quella statale. In entrambi i casi, i problemi vengono ricondotti all’eccessivo potere raggiunto dalle milizie armate e all’incapacità del governo di controllare il vasto territorio libico e di contrastare i gruppi ribelli.

I combattimenti tra l’esercito regolare e le milizie paramilitari sono più cruenti a Bengasi, dove impera la milizia fondamentalista islamica Ansar al Sharia, già responsabile dell’assalto al consolato americano. Dopo una serie di scontri, i ribelli vengono temporaneamente allontanati dal centro storico, anche se si attestano nell’immediata periferia in attesa di sferrare una controffensiva.

Verso la fine del 2013, la guerriglia urbana esplode anche a Tripoli e causa una trentina di morti e oltre duecento feriti, gli scontri più sanguinosi dopo la caduta di Gheddafi nel 2010. All’origine, una manifestazione pacifica contro le scorribande di un gruppo di miliziani di Misurata che spadroneggia nel quartiere di Ghargur, dove ha sede la banda incriminata. In risposta, i miliziani aprono il fuoco sulla folla facendo degenerare la situazione. La manifestazione era stata indetta per chiedere al governo l’attuazione della legge 27, ovvero l’integrazione dei miliziani nell’esercito regolare o il loro completo scioglimento.

La capitale, così come la parte occidentale del Paese, piomba nel caos. Il premier Ali Zeidan attribuisce ai miliziani di Misurata la responsabilità degli scontri e ordina a tutti i gruppi armati, di qualunque origine, di lasciare immediatamente Tripoli.

sharia solutionAll’inizio del 2014, viene condotto un nuovo attacco contro il cimitero italiano della capitale, che questa volta causa la morte di una guardia e la devastazione di decine di tombe. Sventolando le bandiere verdi del regime di Gheddafi, gli uomini armati con Ak47 hanno distrutto anche i documenti conservati nell’archivio e incendiato gli edifici dei guardiani. Un precedente assalto, compiuto sempre dai sostenitori di Gheddafi solo pochi giorni prima, non aveva fatto registrare danni ingenti grazie all’intervento della forze di sicurezza e alla reazione degli abitanti del quartiere di Mansoura.

Le stesse bandiere verdi oramai sventolano in alcuni villaggi sulla costa, da Tarhouna a Sirte, la città natale di Gheddafi. Anche gli scontri dilagano in tutto il Paese, sino al valico con la Tunisia. Il risentimento contro l’Italia, già accusata di aver tradito il rais, trova nuova propaganda dagli aiuti forniti al “governo corrotto” e in particolare dalla notizia dell’addestramento a Cassino di 350 militari libici, scatenando anche le minacce sui siti web. Due operai italiani vengono rapiti a Derna, una zona a forte presenza di gruppi fondamentalisti, ma anche di bande criminali.

L’instabilità politica del Paese diventa endemica e una mozione di sfiducia contro il premier Zeidan ottiene soltanto 99 firme (ne sono necessarie 120) ma causa comunque la dimissioni dei cinque ministri del partito Giustizia e Sviluppo, il braccio politico dei Fratelli Mussulmani. Le vendette personali di stampo ideologico non si contano più e il governo non riesce a garantire l’ordine in Cirenaica.

Nel febbraio del 2014, anche se tra violenze e attentati, viene eletta l’Assemblea costituente. La nuova costituzione, redatta dopo quella del 1951, dovrà tentare di sciogliere i nodi che ancora affliggono il Paese dopo anni di scontri tra il governo e le milizie armate. In particolare, il ruolo svolto dalle donne nel Paese. Dopo aver combattuto contro Gheddafi non sono riuscite a ritagliarsi una giusta collocazione, anche se il governo annuncia un importante risarcimento per quelle che durante la rivoluzione sono rimaste vittime degli stupri compiuti dai lealisti. Rispetto alla elezioni parlamentari del 2012, quando vennero sconfitti gli islamici, a causa della disillusione della popolazione e il boicottaggio delle tribù tebu e amazigh, soltanto un terzo degli elettori si reca alle urne.

armi alzateNel marzo del 2014 si svolge a Roma una conferenza internazionale sulla Libia con la partecipazione di circa 40 delegazioni. Anche se viene confermato l’impegno della comunità internazionale per accompagnare la Libia nel processo di transizione democratica, alle autorità di Tripoli viene richiesto l’impegno di maggiori sforzi per superare la profonda crisi che attanaglia il Paese. Dopo il fallimento delle elezioni per l’Assemblea costituente, con la partecipazione di poco meno del 15% degli aventi diritto al voto, la Libia non ha ancora una costituzione e la questione della sicurezza è rimasta irrisolta.

Il ministro degli Esteri libico, Mohamed Abdelaziz, conclude i lavori esponendo gli obiettivi del governo e in particolare la volontà di smilitarizzare le milizie armate. Ma la grande assente è stata la data delle nuove elezioni parlamentari dopo la scadenza del mandato del Congresso nazionale, sempre più delegittimato.

Mentre a Bengasi dilaga la violenza contro gli occidentali e le forze di sicurezza (dall’omicidio di sette egiziani copti sino a quello di un colonnello dell’aeronautica) il governo di Tripoli decide di riabilitare il defunto re Mohamed Idriss al Senoussi, deposto con un colpo di stato guidato da Gheddafi nel 1969.

Ma il 12 marzo 2014 il premier Ali Zeidan viene sfiduciato dal parlamento (dopo le vicende di una petroliera nordcoreana rifornita da una milizia ribelle della Cirenaica) e il suo posto viene preso da Abdullah al Thinni, il ministro della Difesa nominato capo del governo ad interim.

con mitraIl 18 maggio 2014 il parlamento libico, il General National Congress, viene assaltato da gruppi di miliziani con armi pesanti che occupano gli uffici e bloccano tutti gli accessi. L’attacco, che provoca alcuni morti e un centinaio di feriti, è attribuito alle milizie che fanno base nella vicina città di Zintan, le stesse che tengono prigioniero Saif al Islam, il figlio di Gheddafi che si rifiutano di consegnare alle autorità di Tripoli.

Sembra anche che questo gruppo, provvisto di armi particolarmente sofisticate, agisca insieme all’esercito nazionale libico, il Libyan National Army, una formazione composta principalmente di ex militari e guidata dal generale Khalifa Haftar. Il colonnello Mukhtar Farnana, che si è autoproclamato comandante dei miliziani che hanno portato a termine l’attacco, dichiara che “il GNC è sospeso […] poiché ha tradito la volontà popolare allineandosi con gang ideologiche [le forze islamiste] e la Libia non diverrà mai un’incubatrice di terrorismo”.

Il governo libico ha disposto la sospensione del parlamento e di qualunque sua attività fino a nuove elezioni, compresa quella di un nuovo premier. L’ultimo nominato, l’imprenditore miliardario Ahmed Miitig, improvvisamente entrato in politica lo scorso 4 maggio con l’appoggio dei fondamentalisti islamici, non è di fatto riuscito a portare alcuna soluzione alla crisi libica aggravando piuttosto i contrasti tra islamisti e laici.

con pistolaPochi giorni prima, le stesse milizie avevano sferrato un attacco contro le formazioni islamiste asserragliate nella città di Bengasi, causando oltre 80 morti e più di 150 feriti. In questo caso sono stati usati anche aerei ed elicotteri, ma per gli analisti rimane ancora confusa l’identità di vedute tra il generale Haftar e il colonnello Farnana. In risposta all’assalto di Bengasi, una milizia legata ad al Qaeda e denominata “I leoni del monoteismo”, annuncia che si unirà alle forze armate che stanno combattendo le truppe di Haftar.

Il pericolo è appunto quello che jihadisti e Fratelli Mussulmani si saldino per opporre una consistente resistenza, che troverebbe supporto nelle rivalità tribali, come ad esempio a Misurata, dove le milizie sono da sempre rivali di quelle di Zintan. Senza contare le difficoltà di controllo del territorio, specialmente nel Fezzan, la vasta regione desertica meridionale.

Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
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2 – continua.
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Traffico di bambini in Niger, in carcere anche un ministro e sua moglie

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 agosto 2014
Il ministro dell’agricoltura del Niger, Abdou Labo, è stato arrestato sabato, 23 agosto 2014 per traffico di bambini. Una delle sue mogli, accusata dello stesso reato, si trova in prigione dalla fine di giugno, insieme ad altre 17 persone, tra cui altre mogli  di politici di spicco del Niger (Smantellato traffico di neonati tra Niger, Nigeria e Benin su Africa ExPress).

BabiesLabo, ovviamente, nega qualsiasi coinvolgimento. Un giudice ha riferito ai reporter della BBC: “Abdou Labo è stato arrestato sabato scorso nell’ambito dell’inchiesta “traffico di neonati”. Ora si trova nella prigione di Say, che dista 60 chilometri da Niamey (capitale del Niger).

Il ministro dell’agricoltura Labo è stato è stato ministro degli interni dal 2011 al 2013, ora è anche vice-presidente della “Convention démocratique et sociale” (CDS), un partito all’opposizione, diretto dall’ex-capo dello Stato (dal 1993 al 1996).

Dopo l’arresto di una delle sue mogli, Hama Amadou, la società civile del Niger aveva chiesto che tutte le persone coinvolte nel traffico venissero convocate  per giustificare e spiegare la provenienza dei loro piccoli.

Il ministro ha prontamente risposto ai reporter di RFT: “Non ci penso nemmeno a dimettermi, cari signori giornalisti. Dopo tutto quello che è stato detto e scritto su di me, sono ancora qui, e come vedete  sono veramente in gran forma. E grazie a Dio dormo sogni tranquilli”.

Il traffico di esseri umani e il commercio di bambini non è nuovo nell’Africa occidentale. Una piaga endemica, che non si riesce a sradicare.

025082014121105000000abdouL’anno scorso la polizia nigeriana ha compiuto diversi raid nelle cosiddette “baby-factories” (fabbriche  di bambini) liberando decine e decine di giovani donne gravide tenute in stato di schiavitù, per  vendere i loro bambini. Naturalmente nel traffico sono coinvolti molti medici e paramedici.

Ora la polizia Niger vuole vederci chiaro. C’è il forte sospetto che le persone arrestate abbiano comprato i bambini in una delle tante “baby-factories” in Nigeria. I giudici del Niger hanno trasmesso un dossier alla Procura della Nigeria.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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