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Ditte italiane in forze alla mostra del packaging di Nairobi

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Nostro Servizio Particolare
Simona Fossati

Nairobi, 10 settembre 2014
Si è aperta ieri a Nairobi, al Kenyatta International Conference Center, la prima edizione di East Afripack che si chiuderà venerdì 12 settembre. Una mostra interamente dedicata alle economie emergenti nell’Africa orientale sub sahariana.

logo mostraSono esposti prodotti e tecnologie che riguardano il packaging. Dalle macchine che seguono tutta la catena produttiva dal prodotto al packaging finale, alle tecnologie di riempimento e imbottigliamento fino al semplice packaging finale pronto per arrivare al consumatore: blister, scatole, etichette, adesivi, ecc.

L’onorevole Jesca Eriyo, Segretario Generale della East African Community, racconta ad Africa ExPress “Ci abbiamo messo un anno ad organizzarla, ma consideriamo questa esposizione un grande successo. Sono quasi 150 gli espositori che arrivano da diverse parti del mondo. L’80 per cento della nostra gente si occupa di agricoltura e per loro quindi il processo dal prodotto alla confezione pronta per il consumatore è importantissimo”.

imbottigliatoreEspositori provenienti da 18 Paesi tra cui India, Cina, Stati Uniti, Sud Africa, Francia e una folta delegazione italiana, stanno dando vita a uno degli eventi più importanti nel mercato delle tecnologie e delle innovazioni, in particolare nell’industria alimentare. Uno degli obiettivi dell’esposizione è infatti contribuire a migliorare le tecnologie dell’intera regione East Africana, un’area del continente africano in grande crescita ed evoluzione, con il mercato del Kenya visto come uno dei più promettenti.

La dottoressa Carla Brienza, Presidente dell’Ordine dei tecnologi alimentari ci spiega: “C’è anche un corner degli esperti. Noi e i nostri omologhi kenioti, insieme a altri esperti, siamo a disposizione per fornire un supporto tecnico specialistico agli espositori. Non solo è anche un momento di utile scambio di informazioni e di esperienze tra Paesi diversi”.

Mauro MassoniGli espositori italiani, riuniti sotto l’ombrello di Ipack-Ima Spa, il più importante organizzatore fieristico italiano per quanto riguarda la meccanica strumentale per il packaging, uno dei partner attivi di questa mostra, sono arrivati numerosi ed entusiasti a Nairobi.

Alcuni, come il gruppo Veneto Pavan, sono veterani del mercato locale che presidiano da quasi 30 anni, altri, come la fiorentina Neri Labels, sono alla prima esperienza africana ma la ritengono già dal primo impatto decisamente positiva.

L’ambasciatore italiano Mauro Massoni ha chiuso in bellezza la prima giornata di lavori di East AfriPack con una bellissima serata in residenza in onore degli organizzatori della mostra e dei numerosi imprenditori italiani.

Simona Fossati
simona.fossati@gmail.com

 Nella foto in basso l’ambasciatore Mauro Massoni

Burundi: tre arresti per il massacro delle suore ma la soluzione resta ancora lontana

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Massimo A. Alberizzi
9 settembre 2014

Brancolano nel buio gli investigatori che in Burundi stanno cercando l’assassino o gli assassini delle tre suore italiane (Lucia Pulici, di 75 anni, Olga Raschietti, di 83, e Bernadetta Boggian, 79) massacrate  nel convento saveriano di Kamenge, alla periferia di Bujumbura. Gli arrestati sono tre. Si tratta delle tre guardie notturne, più – eventualmente – colpevoli di inefficienza e superficialità che di partecipazione all’omicidio.

TRE SUORE ITALIANE UCCISE, 'DUE SGOZZATE'Le guardie domenica pomeriggio avevano scovato un “pazzo” – in Africa si qualificano così uomini e donne che vanno in giro sporchi e laceri, seminudi, con uno straccio sudicio legato in vita; e si incontrano con una certa frequenza – nel convento delle suore saveriane. L’avevano catturato, portato a forza al cancello e cacciato. Potrebbe essere lui che si è ripresentato in serata per uccidere le prime due suore e spaccar loro la testa. E poi di notte potrebbe essere lui che è tornato (o è rimasto nascosto da qualche parte) per decapitare la terza.

“Non arrestare nessuno avrebbe mostrato all’opinione pubblica, specie italiana, l’incapacità delle forze dell’ordine di reagire – spiega al telefono lo stringer di Africa ExPress da Bujumbura -. I capri espiatori fanno sempre comodo. Qui la giustizia è campata per aria”. Per altro in Burundi le milizie legate al governo sono attivissime per “tenere sotto controllo” (l’espressione è del nostro stringer) la situazione, punendo chi è all’opposizione.

La violenza è continua. Chi non è d’accordo con chi gestisce il potere deve scappare all’estero e rischiare di essere ucciso o picchiatoE’ stato smentito che le tre religiose siano state violentate. Sembra che l’omicida, almeno all’apparenza, abbia agito da solo e ha cercato di portar via dal polso di una delle vittime l’orologio.

Qualcuno ha lanciato l’ipotesi ma sembra del tutto campata per aria) che si sia trattato di una vendetta contro gli italiani. Il governo ha deciso quindi di potenziare i militari incaricati di provvedere alla loro sicurezza: “Ma qui da noi non si è visto nessuno”, ha raccontato al corriere un missionario che è in Burundi da parecchi anni. Segno che l’ipotesi non era supportata da nessuna evidenza.

Michael Aidan CourtneyNel novembre 2011 in Burundi è stata attaccata un’altra missione e fu ucciso il cooperante italiano Francesco Bazzani e la suora croata Lucrezia Manic. Ferita da una coltellata alle mani anche la sorella italiana Carla Brianza. Gli autori furono rintracciati. Uno di loro era stato allontanato dalla missione, aveva perso il lavoro e si sentiva vittima di un sopruso.  

Il 29 novembre 2003 fu invece assassinato il nunzio apostolico Michael Aidan Courtney, una persona deliziosa che aveva cercato di collaborare al processo di pace per porre fine ai conflitti tra hutu e tutsi che insanguinato il Paese dai giorni dell’indipendenza il 1° luglio 1962.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nelle foto le tre suore Bernadetta, Olga e Lucia in basso monsignor Curtney ucciso a Bujumbura nel 2003. Qualche mese prima aveva rilasciato un’intervista a Massimo Alberizzi.

Gambia, ergastolo per i gay. Il presidente voleva ucciderli come le zanzare

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 10 settembre 2014

Il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, l’aveva annunciato: ”I gay e le lesbiche li vorrei uccidere con le mie mani”. E così il parlamento del Gambia ha varato una draconiana legge contro gli omosessuali che prevede l’ergastolo. Non appena sarà ratificata dal Capo dello Stato  un anti-gay per eccellenza (nostro articolo http://www.africa-express.info/2014/05/22/il-presidente-del-gambia-vorrebbe-uccidere-gay-e-lesbiche/ ) entrerà in vigore. Tempo fa Jammeh parlando degli omosessuali si è espresso in questi termini: “Che lascino il Paese. Se restano bisognerebbe decapitarli” e ancora : “Combatteremo questi parassiti chiamati omosessuali o gay come si combattono le zanzare portatrici della malaria, se non peggio”. E’ evidente che il presidente apporrà la sua firma quanto prima.

GLI OBAMA CON JAMMEH 2Un reporter dell’Associated Presse ha preso visione del progetto di legge, ha raccontato: il testo è identico a quello ugandese. L’Uganda ha varato questa legge all’inizio dell’anno, poi annullata dalla Corte Costituzionale per un vizio di forma (http://www.africa-express.info/2014/08/06/uganda-la-corte-costituzionale-cancella-la-legge-anti-gay/). Più probabilmente le vere motivazioni stanno nel fatto che gli americani hanno minacciato di togliere gli aiuti se la legge fosse stata promulgata.

Essere omosessuali è un crimine in Gambia. Si rischia l’ergastolo per atti omosessuali gravi e ripetuti, esteso anche a coloro che sono affetti da HIV/AIDS. Dal 2005 è già in vigore una legge che prevede una condanna fino a 14 anni di prigione per atti omosessuali, applicabile sia a uomini che donne.

demo 1Samba Jallow, un parlamentare che rappresenta le minoranze, ha dichiarato: “Io ed un altro collega abbiamo votato contro questa legge. Non riteniamo che essere omosessuali sia un crimine.”.

Già da anni omosessuali, gay, lesbiche e trans vivono la loro diversità nella paura, nel terrore. Essere “diversi” in Gambia, significa poter essere arrestati in ogni momento. “Se il progetto di legge dovesse essere trasformato in legge ed entrare in vigore,  il clima che respirano i gay nel Paese può solo peggiorare” ha affermato Amnesty International”.

mappaE’ francamente assai curioso che Paesi devastati dalla corruzione, dal malgoverno e dalla distrazione dei fondi pubblici, spesso sconvolti da carestie e fame si occupino – e in maniera così pesante – di problemi che riguardano la sfera personale della persona.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Nella foto il presidente Yahya Jammeh e la coppia Obama a Washington

Dossier Libia-4/Il denaro per pagare i riscatti (93 milioni di dollari) foraggia i terroristi

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Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
8 settembre 2014

Il fondamentalismo religioso, quasi sempre il prodotto di una gestione settaria e dei paradossi dei governi in carica, in Libia così come in altre aeree del pianeta, sembra appartenere più al mancato equilibrio tra le diverse tribù piuttosto che al disarticolato corso democratico del Paese.

miliziani su carroNel tessuto sociale, non tutta la popolazione è stata rappresentata nella gerarchia di potenza e nelle dinamiche economiche e questo sembra essere il terreno di coltura di attori non statuali, ma anche transnazionali, dove il malcontento e la discriminazione si autoalimentano producendo formazioni estremistiche.

Per certi aspetti, questa sembra essere la ricerca di una identità più rappresentativa sul territorio, dove l’umiliato inneggia a regole religiose interpretate a suo esclusivo favore, ampiamente alimentate dal malcontento generale. In termini politici, si traduce nella composizione di agglomerati che, anche se all’apparenza si presentano come omogenei e con la stessa finalità di contrapporsi all’autorità costituita, rappresentano pur sempre etnie di origine e culture diverse.

La stessa genesi della formazione di unità paramilitari che si oppongono al governo alimenta un nuovo tipo di economia sociale, fondata sulla violenza e su azioni criminali, organizzata in una rete di interrelazioni clandestine che si sovrappongono e si amalgamano tra loro. In particolare, il denaro viene reperito attraverso rapine, traffico di stupefacenti, gestione della immigrazione clandestina e rapimenti di occidentali.

con bandiera neraI riscatti pagati da vari paesi, soprattutto europei, hanno permesso ad al Qaeda ed i suoi affiliati di raccogliere dal 2008 una cifra pari a 93 milioni di euro, secondo un’indagine pubblicata da The New York Times.

Purtroppo, come ha spiegato Rukmini Callimaki, l’autrice dell’inchiesta ad Africa ExPress, Rossella Urru, ha risposto negativamente alla richiesta di un‘intervista per sapere esattamente cos’è successo durante il suo rapimento cominciato il 22 ottobre 2011 in Algeria e terminato il 17 luglio 2012 in Mali. Il riscatto – come ha raccontato Africa ExPress – per la sua liberazione e per quella dei suoi due compagni di prigionia spagnoli – fu pagato e portato a Gao, in Mali, nelle mani dell’Emiro di Al Qaeda nel Maghreb Islamico, Abdul Hakim, da emissari del Burkina Faso.

Un altro riscatto, questa volta di tre milioni di euro, fu pagato per la liberazione di Maria Sandra Mariani, sequestrata il 2 febbraio 2011 e rilasciata oltre un anno dopo il 17 luglio 2012. Il beneficiato era stato l’algerino Abu Zeid il cui vero nome è Abid Hamadou, uno dei capi di Al Quaeda nel Maghreb Islamico,

Piscola alla tempiaNonostante i governi europei abbiano sempre negato il pagamento di questi riscatti (in Italia è vietato per legge), il quotidiano americano assicura che diversi di loro – Francia, Spagna, Svizzera, Austria – hanno rilasciato cifre significative per la liberazione di cittadini sequestrati in Africa e Medio Oriente.

Secondo The New York Times, la Francia avrebbe pagato dal 2008 un minimo di 43,3 milioni di euro, la Svizzera 9,25 milioni, la Spagna 8,2 milioni e l’Austria 2,3 milioni. Inoltre, l’Oman e il Qatar avrebbero pagato circa 15,2 milioni di euro per la messa in libertà di alcuni cittadini europei.

Solo nel 2013, i gruppi legati ad al Qaeda avrebbero ricevuto 49,2 milioni di euro. L’organizzazione che ha tratto maggior profitto dai sequestri è Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che dal 2008 ha incassato almeno 68,2 milioni di euro. La maggior parte di questo denaro è stato pagato da imprese pubbliche francesi.

razzo sparatoLe informazioni raccolte da The New York Times sono frutto di interviste ad ex ostaggi, negoziatori diplomatici e funzionari di dieci paesi diversi. I pagamenti da parte dei governi vengono camuffati nei modi più svariati, come ad esempio gli “aiuti allo sviluppo”. Un ostaggio può essere pagato dal proprio Paese di origine fino a 7,4 milioni di euro.

Dei 53 ostaggi rapiti negli ultimi cinque anni dai vari rami di al Qaeda, un terzo era di origine francese e più del 20 per cento proveniva da paesi come Austria, Svizzera e Spagna. Solo tre statunitensi sono stati sequestrati da Al Qaeda in questo periodo. Stati Uniti e Regno Unito sono due dei paesi che la testata newyorchese descrive come “totalmente” contrari a pagare riscatti ai terroristi.

Ma anche un’economia che alimenta il traffico di armi, i cui ricavati sovvenzionano gruppi estremistici in altre aeree destabilizzate dell’Africa e del Medio Oriente.

Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes
(4- continua)

Qui trovi la prima puntata del Dossier Libia: Un caos che viene da lontano

Qui trovi la seconda puntata del Dossier Libia: La lotta per le connessioni petrolifere

Qui trovi la terza puntata del Dossier Libia: Le milizie prendono il sopravvento: stranieri in fuga

La prossima, quinta e ultima puntata del Dossier Libia sarà: Un arcipelago di milizie impossibili da controllare

Somalia: i soldati dell’Unione Africana accusati di stupri e induzione alla prostituzione

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Dal Nostro Corrispondenteelmetto verde
Arturo Rufus
Nairobi, 8 settembre 2014

I caschi verdi dell’Unione Africana impiegati nella missione di pace (AMISOM, African Mission in Somalia) avrebbero commesso pesanti abusi contro le donne, stuprandole e pagando giovani adolescenti in cambio di prestazioni sessuali. L’ha denunciato questa mattina durante una conferenza stampa all’hotel Panari di Nairobi l’organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani, Human Right Watch. HRW indica anche i responsabili: soldati ugandesi e burundesi.

La maggior parte degli abusi sono avvenuti nella grande base militare che comprende il porto e l’aeroporto di Mogadiscio e dove ha sede il quartier generale di AMISOM. La popolazione, con grande difficoltà, la raggiunge per chiedere assistenza medica o cibo. Le donne sono spesso accompagnate dai loro piccoli.

Human Right Watch ha portato testimonianze degli abusi comprese le prove su stupri di massa e la violenza su una ragazzina di 12 anni. Sono stati documentati dieci attacchi.

Laetitia Bader, autrice del rapporto, ha spiegato che i crimini sono particolarmente ripugnanti perché avvenuti in un contesto di assistenza. Cioè le donne chiedono aiuto e vengono stuprate oppure vengono aiutate e poi si chiede loro di prostituirsi oppure addirittura prima si pattuisce che cibo e medicine possono essere donati solo in cambio di sesso.

Laetitia Bader ha individuato anche un intermediario: un somalo che lavora nella base. Testimoni le hanno raccontato che dopo aver assistito alcune pazienti le ha invitate a tornare nella base dove avrebbero potuto racimolare un po’ di denaro in cambio di prestazioni sessuali. “Vivono tutte nei campi profughi, non hanno un lavoro – ha spiegato la ricercatrice -. Alcune si assoggettano volentieri allo sfruttamento perché è per loro l’unico modo per guadagnare qualcosa e, magari, poter sfamare i propri figli. I soldati le estorcono le loro grazie promettendo di aiutarle.

Blindato AMISOMUna ragazza, Ayanna, ha raccontato di essere tata stuprata da una gang di sei soldati burundesi dopo essere stata in un ambulatorio dell’AMISOM per chiedere alcune medicine per suo figlio ammalato. Con lei sono state violentate altre tre donne una delle quali è stata ferita. Dopo averle usate come bambole sessuali, ognuna di esse ha ricevuto in cambio 5 dollari e alcuni pacchetti di fiocchi d’avena.

Cinque dollari al giorno è la tariffa che viene normalmente pagata dai soldati per procurarsi servizi sessuali. E’ facile individuare un abuso del potere che si attribuisce alle divise e una violazione del codice di condotta e delle regole che impegnano i caschi blu. “Il commercio del sesso – c’è scritto nel rapporto – è diventato una routine ben organizzata”. Infatti la ricerca sostiene che parecchie della donne che frequentano la base sono ben conosciute e alcune di esse hanno la tessera di identità che permette di superare con facilità i controlli di sicurezza. Non solo alcune di loro sono state impiegate all’interno della base stessa come interpreti.

carri armatiTra l’altro questi comportamenti rischiano di avere un impatto negativo sulla sicurezza della base stessa contro cui gli shebab sono sempre in agguato. Molte delle intervistate hanno raccontato che in quella base c’è un via via di donne ben conosciute e quindi in grado di saltare i controlli di sicurezza.  La conclusione di Human Right Watch è quindi chiara: “Il commercio del sesso nella base AMISOM non è sporadico ed episodico ma – sostiene il rapporto – ben pianificato e organizzato”.

I dirigenti di AMISOM hanno aperto un’inchiesta: “Se si prova che è tutto vero, i responsabili saranno puniti”, ha dichiarato a Nairobi un portavoce della missione.

Arturo Rufus
arturo.rufus7@gmail.com 

Burundi, il massacro delle tre suore italiane

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 settembre 2014

Sono tre le suore italiane violentate e poi uccise barbaramente in Burundi. Le prime due, Lucia Pulici di 75 anni e Olga Raschietti di 83, sono state assassinate ieri, intorno alle 17.00 nella parrocchia  Guido Maria Conforti di Kamenge, un comune che si trova nella periferia di Bujumbura, la capitale del Burundi, mentre la terza suora, Bernardetta Boggian, 79 anni, è stata ammazzata alle due di questa notte.

olga raschiettiLe religiose appartenevano alla  congregazione delle Missionarie di Maria, conosciute anche come “Missionarie Saveriane “,  una famiglia missionaria, sorta a Parma nel 1945 che costituisce  il ramo femminile dell’Istituto dei Missionari Saveriani, fondato nel 1895 dal vescovo Beato Guido Maria Conforti. I saveriani sono presenti nel Burundi da oltre cinquant’anni. Il loro scopo è quello di rafforzare il tessuto sociale dei più poveri e la convivenza tra etnie diverse.

Secondo una prima ricostruzione dei fatti, l’assassino (ancora non si sa se si tratta di uno o più assassini)  sarebbe penetrato nella parrocchia, mentre veniva celebrata la Messa della sera. Suor Lucia si trovava nel salone, mentre suor Olga, la più anziana, stava riposando nella sua camera.  Testimoni oculari hanno riferito di aver visto un giovane entrare nella parrocchia nel pomeriggio.

Mario Pulcini, superiore dei saveriani  in Burundi ha dichiarato questa mattina  a Misna: “Verso le 16.00 di domenica pomeriggio suor Bernardetta e suor Mercedes sono venute nel mio ufficio molto preoccupate, perché all’interno della casa non c’erano segni di vita. Era tutto chiuso, le tende tirate. Mentre Lucia e Olga sono rimaste a casa, Mercedes e Bernardetta si sono recate all’aeroporto della capitale per ricevere le consorelle che proprio ieri sono tornate da un soggiorno in Italia.

Una fonte vicina alla parrocchia riferisce che le sorelle sono state dapprima violentate, poi sgozzate. La notizia della violenza è stata poi smentita, come, per altro quella della decapitazione di suor Bernadetta.

Le salme sono state trasportate nell’obitorio dell’ospedale Roi Khaled della capitale dopo l’arrivo delle autorità ecclesiastiche, del sindaco di Kamenge, Damien Baseka e del portavoce aggiunto della polizia, Pierre Nkurikiye.

Bernadette-Boggia-_3030744cLa parrocchia è stata immediatamente circondata da agenti della polizia e da soldati, come riferiscono dei testimoni oculari. La loro presenza non ha impedito però all’assassino (o agli assassini) di penetrare nuovamente all’interno della residenza delle suore verso le due di questa notte e di violentare e uccidere la terza vittima, suor Bernadetta di 79 anni. Si è sentita al sicuro, vista la presenza delle forze dell’ordine all’esterno dell’edificio: la sua camera, l’unica, non è stata chiusa a chiave.

Già nel 2011 furono uccisi un cooperante italiano e una suora croata in una missione a Ngozi, nel nord del Burundi.

Un Paese dove la “pace” è stata raggiunta solo pochi anni fa, dopo una  terribile e violenta guerra civile  causata dalla rivalità tra le due etnie Hutu e Tutsi  L’estenuante conflitto è durato oltre un decennio ed è terminato ufficialmente nel 2005,  con l’ascesa al potere dell’attuale presidente  Nukurunziza, anche se  le Forces nationales de libération (FNL) , una delle fazioni coinvolte nel conflitto, hanno rinunciato all’uso delle armi solamente il 18 aprile 2009.  Durante gli undici anni del conflitto interno hanno perso la vita oltre 300.000 persone.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Nelle foto: in altro suor Olga, in basso suor Bernardetta

Niger, pronta una nuova base per i droni USA

Antonio Mazzeo
5 settembre 2014

US Africom, il comando delle forze armate statunitensi per il continente africano avrà presto una nuova base in Niger dove dislocare i famigerati droni killer. A conclusione della sua visita a Washington, il presidente del Niger Mahamadou Issoufou ha formalizzato con l’amministrazione Obama l’accordo che autorizza i militari Usa ad utilizzare lo scalo aereo “Manu Dayak” di Agadez, città che sorge nel cuore del Sahara, per il decollo e l’atterraggio di droni armati con sofisticati missili aria-terra.

mappaPersonale militare statunitense opererebbe già da qualche tempo ad Agadez per potenziare le infrastrutture aeroportuali. Nel febbraio di quest’anno, la Defense Logistics Agency del Pentagono ha richiesto il trasferimento a “Manu Dayak” di più di 7 milioni di galloni di carburante per velivoli, mentre a luglio l’US Air Force ha predisposto un piano di ammodernamento e ampliamento delle piste per 10 milioni di dollari.

“La nuova base di Agadez consentirà ai droni Usa di avvicinarsi maggiormente al corridoio desertico che lega il nord del Mali al sud della Libia, la rotta chiave per i trafficanti di armi e droga e per i combattenti dei gruppi islamici che si spostano attraverso il Sahara”, scrive il Washington Post, citando alcuni importanti analisti statunitensi.

drone sul deserto“I militari Usa vogliono aumentare i loro voli di riconoscimento sulla Libia, dove le fazioni islamiche e le milizie tribali hanno distrutto il paese. Grazie alla base di Agadez sarà più facile raggiungere il vasto territorio desertico della Libia meridionale, dove molti combattenti islamici si sono radunati dopo essere stati espulsi dal Mali”. Attualmente buona parte delle operazioni di telerilevamento Usa in Libia sono assegnati ai velivoli senza pilota “Predator” che decollano quotidianamente dalla base siciliana di Sigonella.

Nel 2013 il governo del Niger aveva già concesso alle forze armate Usa l’utilizzo di una infrastruttura militare prossima all’aeroporto internazionale della capitale Niamey (500 miglia a sud-ovest di Agadez) per lo stazionamento di 120 militari e di alcuni droni killer, modello “MQ-9 Reaper”, impiegati per missioni in Libia, Mali, sud Algeria, Nigeria.

A Niamey è pure presente un piccola flotta di droni “Harfang” dell’aeronautica militare francese, che opera congiuntamente con gli Usa per individuare e colpire le fazioni armate  anti-governative in Mali.

poster american partnershipIl Dipartimento della Difesa e la Cia hanno stazionato droni d’attacco e velivoli spia in altri paesi africani. La principale base operativa sorge a Gibuti, dove risiedono più di 2.000 militari statunitensi impegnati nei conflitti che lacerano il Corno d’Africa. Meno di un anno fa, su richiesta del governo del piccolo paese africano, l’US Air Force ha trasferito nello scalo aereo di Chabellay, a una decina di chilometri a sud-ovest della capitale gibutina, gli otto droni “Reaper” impiegati per i bombardamenti in Somalia e Yemen.

In precedenza i velivoli killer decollavano dalla grande base di Camp Lemonnier, intralciando però pericolosamente il traffico civile dell’aeroporto internazionale di Gibuti.

Per l’anno fiscale 2014, il Pentagono ha previsto una spesa di 13 milioni di dollari per provvedere al potenziamento infrastrutturale di Chabellay, compresa la costruzione di un’ampia area per lo stoccaggio delle munizioni destinate ai droni.

nigerini e droniSempre da Chabellay opererebbero i due velivoli senza pilota “Predator A Plus” che l’Aeronautica militare italiana avrebbe trasferito un mese fa in Corno d’Africa per concorrere alle operazioni UE e NATO contro la pirateria e, più segretamente, alla vasta controffensiva che US Africom ha sferrato in Somalia contro i gruppi armati islamici di Al Shabab.

Droni statunitensi vengono rischierati per missioni operative anche sulla pista etiopica di Arba Minch, in Ciad, Mali, Mauritania, Kenya, Uganda e nell’arcipelago delle Seychelles (Oceano Indiano).

Secondo quanto rivelato da alcune testate giornalistiche statunitensi, il centro che coordina l’intero sistema di rilevamento e targeting dei velivoli senza pilota Usa in Africa si troverebbe in Burkina Faso, all’interno della zona militare dell’aeroporto di Ouagadougou.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Somalia: ucciso da un missile americano Godane, sanguinario leader degli shebab

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Massimo A. Alberizzi
5 settembre 2014
Il Pentagono ha confermato che Ahmed Abdi Godane, leader degli shebab somali e capo supremo delle operazioni di Al Qaeda nell’Africa orientale, è stato ucciso durante un attacco effettuato con un missile AGM-114 Hellfire, teleguidato (lanciato probabilmente da una nave) il 1° settembre scorso. La notizia è stata data dal vertice della NATO in corso in Galles.

Al shababGodane, che viaggiava su una strada vicino Brava (un centinaio di chilometri a sud di Mogadoscio)  ha seguito la sorte toccata a un altro capo shebab Aden Ashi Aeru, ucciso da un missile lanciato da una nave militare americana che incrociava davanti alle coste dell’ex colonia italiana il 1° maggio 2008, e di Saleh Ali Saleh Nabhan, ammazzato da un commando elitrasportato, piombato sul convoglio dove stava viaggiando anche lui nei pressi di Brava, il 16 settembre 2009.

Saleh era ricercato per gli attentati del 1998 contro le ambasciate Usa di Nairobi e Dar es Salaam e in quelli del 2002 a Mombasa contro un hotel e un aereo civile israeliano.

Invece Aeru era stato mio autista per un certo periodo durante la guerra di Somalia combattuta dalle truppe dell’Unosom (compresi gli italiani) nel 1993. Proprio per questo era intervenuto a mio favore quando sono stato rapito dalle Corti Islamiche nel dicembre 2006.

Godane era diventato capo delle operazioni di Al Qaeda in Africa Orientale nell’agosto 2011, dopo che  nel giugno precedente l’allora leader era stato ucciso perché incappato per sbaglio in un posto di blocco governativo a Mogadiscio

Era ben conosciuto nella capitale  per il pugno di ferro con cui guidava i fondamentalisti islamici. Pugno di ferro con guanto di velluto perché si vantava di essere ricercato poeta e raffinato intellettuale. Aveva stroncato numerose faide interne alla centrale terrorista e fatto uccidere un po’ di leader emergenti. Non tollerava antagonisti.

somalia_shabab_vidNon era del sud. La sua cabila era l’issak, originaria del Somaliland. Forse, proprio per il fatto che era un “forestiero”, era riuscito ad arrivare ai vertici del gruppo terrorista. In Somalia bisogna sempre tener presente che la lealtà di clan è molto più forte di quella verso l’islam. Probabilmente, perché non implicato in faide claniche, era riuscito a mettere d’accordo un po’ tutti sul suo nome.

Ora, morto di Godane, occorrerà vedere che emergerà come capo degli shebab. I ranghi dei leader sono stati decimati, un po’ per faide interne, un po’ perché uccisi dai governativi e dai loro alleati dell’Unione Africana. Per ora resta solo un capo ben conosciuto: Fuad Mohamed Qalaf dello Shangole, famoso per aver condannato alla lapidazione una ragazzina tredicenne colpevole di non rispettare l’austerità dei vestiti islamici e il giorno stesso di aver ordinato di amputare una mano a un giovane accusato di aver rubato merce per un valore di un centinaio di euro.

Sapientemente nascosto da qualche parte una vecchia volpe dell’integralismo islamico somalo sembra sia ancora il regista delle azioni degli shebab: Hassan Abdullah Hersi al-Turki, o più semplicemente Hassan Turki. Dato per morto parecchie volte, è sempre sfuggito agli attacchi degli americani. Lui, nato in Ogaden (la regione etiopica abitata da somali) amico di Osama Bin Laden, colonnello dell’esercito ai tempi della dittatura di Siad Barre, è il vero ideologo (ma anche capo militare) dell’arcipelago fondamentalista del Corno d’Africa.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nelle foto: un gruppo di Shebab, telefonini e nuove tecnologia in uso dai miliziani,  Un militante shebab in video su youtube.

Massacro dei Boko Haram che intima alla popolazione: ”Lasciate i cadaveri in strada”

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 settembre 2014

Sono oltre ventiseimila le persone, residenti a Boma, città nello Stato del Borno, in Nigeria, ad essere scappate a causa dei violentissimi attacchi del gruppo Boko Haram, eppure solo mercoledì scorso il governo centrale della Nigeria aveva smentito che la città fosse sotto il controllo dei terroristi. Boma è un centro strategico, la città chiave per il controllo dello Stato del Borno nel nord-est della Nigeria, è qui che si svolgono le battaglie più accese.

NI cadaveri delle persone uccise negli ultimi giorni dai terroristi, militanti del gruppo terrorista di estrazione jihadista, sono disseminati per le strade della città. Vietata la loro sepoltura. Ordini dei terroristi, che pattugliano le strade,come ha riferito ai reporter della BBC il parlamentare Ahmed Zanna. “La situazione umanitaria nella città è terribile e peggiora di giorno in giorno. Ora i familiari non possono nemmeno dare una degna sepoltura ai loro cari, uccisi durante le incursioni dei terroristi. Ultimamente membri di Boko Haram hanno conquistato diverse città dello Stato, il loro obbiettivo è Maiduguri, la capitale del Borno. Spero solamente che il governo centrale mandi rinforzi, altri soldati, anche se sarà difficile  lottare contro loro. Aumentano di numero di giorno in giorno a causa dei reclutamenti in massi nei villaggi”,  ha aggiunto Zanna.

Dopo bomba 2Chiede rinforzi Zanna, eppure solo una decina di giorni fa centinaia di soldati nigeriani sono fuggiti nel vicino Camerun, scappati, terrorizzati dai militanti islamici che con la violenza a loro consona, hanno conquistato la città di Ashigashyia, nello Stato del Borno. Naturalmente la versione ufficiale si discosta molto dalla verità. “Si sono trovati nel territorio del Paese amico per caso, mentre stavano svolgendo esercitazioni e manovre tattiche – c’è scritto in un documento -. A un certo punto si sono accorti di aver oltrepassato il confine e hanno seguito il protocollo. Hanno alzato le armi, per dimostrare al Paese amico di essere capitati per sbaglio sul loro territorio in una missione pacifica, non di guerra”. (dichiarazione ufficiale)

Un giovane ufficiale, invece, ha dichiarato alla France Presse da Maiduguri, la capitale del Borno, dove ha sede il quartier generale delle truppe inviate dal governo federale per difendere la popolazione, di aver parlato con i suoi colleghi: “Sono scappati, avevano paura dei militanti islamici, troppo ben armati”.

Miliziano con RPGAshigashya è una città di confine. Un piccolo fiume la divide in due: una parte è in Nigeria, l’altra in Camerun. Fonti ufficiali di polizia affermano che i Boko Haram non avrebbero cercato di conquistare anche la parte camerunense della città.

In tre Stati della Nigeria vige lo stato d’emergenza dal maggio 2013. Il presidente nigeriano, Goodluck Jonathan ha dovuto ammettere che “si sono impossessati di una parte dello Stato del Borno, dove è nato il gruppo Boko Haram”. Il loro leader, Abubakar Shekau, in un video di pochi giorni fa, è ha ammonito: “Gwoza, nello Stato del Borno fa ora parte del califfato islamico”.  Gli hanno risposto con un twitt i capi dell’esercito: “Lo Stato nigeriano è intatto”. Peccato veramente che nessuna guerra si risolva con un tweet.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit.@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Eritrei a Bologna: pro e contro una dittatura sanguinaria e dal pugno di ferro

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Africa ExPress
4 settembre 2014
C’è una cosa su cui tutti gli eritrei sono d’accordo: Bologna è per l’Eritrea città simbolo d’indipendenza e di libertà.

folla con ombrelli“La città emiliana, infatti, dall’inizio della  guerra di liberazione eritrea dal regime etiopico, è stata al centro della solidarietà attiva di sindacati e partiti della sinistra interessati a conoscere e sostenere un movimento rivoluzionario che progettava e iniziava a costruire  un futuro indipendente, basato sull’eguaglianza sociale e sul rispetto delle diversità etniche e religiose”. Così si legge sui siti di propaganda del regime di Isayas Afewerki, i cui sostenitori hanno scelto ancora una volta Bologna per organizzare il 40° festival della diaspora.

Così invece si legge in una lettera alle istituzioni italiane scritta dai rifugiati eritrei riuniti nel Coordinamento Eritrea Democratica: “Bologna ha rappresentato un importante punto di riferimento per la diaspora eritrea durante la lotta per la liberazione dell’Eritrea. Oggi, però, il popolo eritreo patisce una dittatura riconosciuta come una delle più violente del mondo. Il governo eritreo è responsabile del genocidio del suo popolo in fuga dall’oppressione. Le centinaia di migliaia di eritrei fuggitivi nel tentativo di sottrarsi alla violenza del loro Paese che calpesta ogni diritto umano, trovano la morte nei deserti o nelle acque del Mediterraneo, come le cronache hanno reso noto. Bologna, ospitando oggi il Festival che celebra l’attuale dittatura, offende il suo passato di solidarietà e democrazia, così come il governo di Isayas Afwerki tradisce ormai da più di un decennio il suo popolo”.

Bologna_2014_Where_is_your_Brother_1Comunque la si pensi, durante la prima settimana di luglio per le strade di Bologna, gremite di turisti, la lingua predominante è stata il tigrino, perché  tanti eritrei sono venuti da tutta l’Europa per partecipare al festival del regime e tanti eritrei sono venuti da tutta l’Europa per contestarlo.

Una situazione strana e paradossale, affascinante e allo stesso tempo inquietante.

Si è scatenata una vera e propria tempesta mediatica sull’errore del Comune di Bologna che aveva concesso il Parco Nord al festival della dittatura che (come dice chi protesta) “balla sui morti di Lampedusa”.

I bolognesi, aperti, ospitali e tolleranti per natura, hanno fatto un grande sforzo per cercare di capire cosa stesse succedendo. In particolare i tassisti che facevano la spola tra l’aeroporto e il Parco Nord, abituati da tempo a vedere solo gli eritrei che ogni giorno sbarcano in fin di vita dalle carette del mare, erano confusi mentre trasportavano eritrei ben vestiti con Rolex al polso e catene d’oro al collo.

poster governoLa sottile propaganda del regime, piena di colori e musica, non è riuscita comunque a conquistare i bolognesi che hanno avuto una chiara panoramica della situazione quando la città è diventata testimone del lungo corteo di rifugiati e di oppositori che, dal Parco Nord (dove avevano già fatto sentire la loro voce disperata), sono arrivati fino a Piazza Maggiore.

Una situazione pericolosa. Pericolosa per i rifugiati e per gli attivisti sempre bersaglio degli attacchi verbali e fisici da parte dei fanatici del regime e del loro servizio d’ordine. Due rifugiati sono stati picchiati con spranghe e bottiglie durante la  notte da una squadra di sei persone del gruppo filogovernativo Eriblood. Altri due sono stati investiti da auto che uscivano dal festival.

protesta eritrea-2Grande imbarazzo per le Forze dell’Ordine che, rendendosi conto di quanto la situazione fosse complicata, dovevano da una parte garantire l’ordine pubblico e scongiurare incidenti proteggendo i manifestanti, dall’altra assicurare che il festival andasse a buon fine, soprattutto perché il nostro sottosegretario agli Affari Esteri, Lapo Pistelli, era reduce da un incontro con il dittatore Isayas Afewerki per riallacciare i rapporti di amicizia Italia – Eritrea.

Dopo questa grande confusione, l’unica certezza è che Bologna continua ad essere teatro delle vicende eritree ed infatti a distanza di poco più di un mese intellettuali eritrei di varie organizzazioni, attivisti per i diritti umani e simpatizzanti si sono riuniti  per un seminario di studio sulle strategie politiche rivolte alla svolta democratica in Eritrea e naturalmente anche il loro programma inizia così: “Vi aspettiamo nella storica città di Bologna per un dibattito costruttivo che possa portare a collettivamente a soluzioni concrete….”

Tutti gli eritrei che combattono civilmente e pacificamente contro il regime dittatoriale eritreo per realizzare la transizione del proprio paese verso la democrazia e la dignità sperano che ci possa essere presto un fronte unitario di opposizione forte, compatto e credibile  affinché non sia sempre e solo “l’amico” Isayas l’unico interlocutore possibile.

Africa ExPress

Nelle foto: eritrei con l’ombrello parasole con i colori della bandiera, il manifesto del coordinamento dell’opposizione eritrea, un manifesto filogovernativo, un momento dalla manifestazione contro Isayas Afeworki, un altro manifesto dell’opposizione e il dimostrante investito da un’auto.

 

ferito-contestatore-eritrea-bolognaPoster il tradimento