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Sud Sudan: catastrofe umanitaria alle porte: finiti i soldi finisce l’aiuto ai rifugiati

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Juba, 17 settembre 2014

MDG : South Sudan children in in one of refugees camps in Gambella province of EthiopiaNon si combatte più in Sud Sudan, ma la tregua è precaria. Le gente ha paura che la violenza possa scoppiare da un momento all’altro. Allora contro i nuer, l’etnia minoritaria nella capitale sud sudanese, si scatenerebbe la furia dei dinka.

Dallo scoppio della guerra civile, il 15 dicembre dell’anno scorso, più di un milione e settecento mila persone hanno dovuto abbandonare le loro case. Un milione e duecentomila si sono riversati nei campi dei rifugiati all’interno del Paese, mentre 500 mila sono scappati oltre i confini, in Uganda e in Etiopia.

Le condizioni di questa gente sono drammatiche. Non vogliono tornare a casa perché conoscono le condizioni precarie della situazione bellica e ora hanno bisogno di tutto: cibo, acqua pulita, assistenza sanitaria, un tetto e protezione fisica. Quest’ultima è garantita dalle truppe del contingente dell’Onu, che talvolta però devono cedere alle pressioni delle forze dell’ordine locali.

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“Ieri mattina – racconta uno dei rifugiati nel campo PoC (Protection of Civilian) 3 – E’ arrivata la polizia governativa e ha portato via un uomo che è sparito. Non sappiamo perché sia stato arrestato, né dove l’hanno portato. Viviamo nella paura e nel terrore che vengano a prelevarci uno per uno”.

dorme su tankNella “guerra del Sud Sudan” in palio c’è il petrolio. I pozzi sono situati nel nord del Paese, al confine con il Sudan. Con una mossa inaspettata l’anno scorso, in luglio, il presidente dinka, Salva Kiir Mayardit, ha licenziato il vicepresidente nuer, Riek Machar Tendai. Il 15 dicembre ha denunciato i sostenitori del suo avversario di aver ordito un colpo di Stato e, con questa scusa, ha tentato di metterli in prigione. La reazione non si è fatta attendere i nuer hanno reagito ed è cominciata la mattanza.

Nei giorni successivi migliaia di nuer per cercare protezione si sono riversati nelle basi dove sono ospitati i militari del contingente UNMISS (United Nations Mission in South Sudan). Non solo a Juba, ma anche a Bentiu, Bor, Malakal e nelle città più piccole. Un gran numero di nuer è stato massacrato. La vendetta/risposta sui dinka non si è fatta attendere. I morti, molti dei quali uccisi a sangue freddo, sono stati migliaia da entrambe le parti e la guerra, come sempre in Africa, si è trasformata in conflitto tribale, anche se le vere motivazioni restano economiche per il controllo dei pozzi.

Che la situazione sia drammatica lo dimostra il fatto che a Juba è arrivato in visita il direttore delle operazioni della Commissione per l’aiuto umanitario e la protezione dei civili dell’Unione Europea, Jean-Louis de Brouwer: “La situazione è drammatica – ha sottolineato in una conversazione coi i giornalisti -. Non ci sono più soldi per aiutare i rifugiati e gli sfollati. Occorre che i donatori facciano la loro parte per evitare la più grande catastrofe umanitaria della storia”.

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De Brouwer ha poi snocciolato i numeri della crisi: “Sette milioni di persone son a rischio fame, e 3,9 sono già in gravi condizioni di sicurezza alimentare. L’Unione Europea – ha poi aggiunto – condanna l’assassinio degli operatori alimentari e ricorda agli attori di questa guerra gli obblighi imposti dalla legge internazionale”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Nel video in alto  Massimo Alberizzi ieri in un campo di sfollasti a Juba, in basso il direttore delle operazioni della Commissione per l’Aiuto umanitario e la protezione dei civili dell’Unione Europea, Jean-Louis de Brouwer, durante il colloquio con i giornalisti sud sudanesi

Passa all’Onu la gestione della missione in Centrafrica

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 settembre 2014

Ci sono voluti quasi cinque mesi ma alla fine il pachiderma Nazioni Unite, (che si muove con lentezza e cautela) ha preso in mano la missione militare nella Repubblica Centrafricana. Il 15 settembre il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon, ha lanciato un comunicato stampa per dare ufficialmente il benvenuto alla nuova missione dell’organizzazione nella Repubblica Centrafricana denominata MINUSCA (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica centrafricana). Le forze dell’Unione Africana del contingente MISCA presenti con 5250 (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese fa perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) e le truppe francesi dell’operazione Sangaris si uniranno al contingente dell’ONU, che ha inviato 6500 soldati e 1000 poliziotti.

militari UA e ONUTutte le unità militari presenti saranno sotto il commando del camerunense Martin Chomu Tumenta, (precedentemente era a capo della missione MISCA) che ha ricevuto l’incarico di guidare MINUSCA dal segretario generale dell’ONU alla fine di luglio. Rappresentante di Ban Ki-Moon nel CAR è Babacar Gayé, senegalese, mentre Hervé Ladsous, un diplomatico francese, sottosegretario generale dell’ONU, è responsabile per il corpo di pace. In una solenne cerimonia tenutasi a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, insieme hanno presentato MINUSCA e le sue mansioni.

La priorità di MINUSCA è quella di proteggere i civili, riportare nel Paese la legalità, avviarlo verso un nuovo processo politico di stabilità, democrazia e sviluppo che lo  porti a libere elezioni nel primo trimestre del 2015.

Takeover_CeremonyNel suo comunicato Ban Ki-Moon ha sottolineato l’importanza del ruolo della mediazione internazionale e l’assistenza dei partner internazionali, inclusa l’Economic Community of Central African States (ECCAS) per riportare lo stato di diritto nel Paese e nell’assicurare la protezione dei diritti umani. Ha anche espresso il suo profondo disappunto per le incessanti violenze e ha fatto un appello a tutte le parti in causa perché fermino gli attacchi contro la popolazione civile, chiedendo di rispettare gli accordi firmati a Brazzaville il 23 luglio di quest’anno.

Oltre 2,2 milioni di persone, necessitano di assistenza umanitaria immediata. Gli sfollati sono ormai seicentocinquantamila, oltre trecentomila si sono rifugiati nei Paesi confinanti.

I Séléka, cioè i miliziani musulmani, non hanno ratificato il trattato di pace di Brazzaville; dunque MINUSCA incontrerà non poche difficoltà per disarmarli. Le truppe dovranno anche controllare le campagne, farsi consegnare le armi da tutti i gruppi belligeranti, coinvolti nel conflitto e mettere sotto il loro diretto controllo le risorse di oro e diamanti, per impedire che i Séléka e gli anti-balaka (cioè le milizie cristiane) si finanzino attraverso le vendita al mercato nero delle risorse minerarie.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Dossier Nigeria – 2/I musulmani quasi sempre al potere: il ruolo dei militari

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Lagos, 17 luglio 2014
In Nigeria il potere, praticamente da sempre, è rimasto nelle mani delle tre maggiori etnie, con la presenza di una quarta, la edo, che gioca ruoli rilevanti per via dell’influenza intellettuale, socio-politico millenaria esercitata non solo in Nigeria, ma anche nel resto del continente. Soprattutto sono però gli hausa ad aver tenuto saldamente in mano il potere per la maggior parte del tempo. Forse per questa ragione si arrogano il diritto di occupare il posto di presidente della repubblica.

IL DIRITTO DI REGNARE

soldati pattuglianoIn verità i nigeriani non-hausa accusano gli hausa di sentirsi in diritto di regnare, quasi come fosse un loro privilegio soggettivo, indisponibile, che gli appartiene per nascita e provenienza. Si presentano, si atteggiano come gli “unti dal Signore”.

E l’etnia igbo in tutto questo? Dopo il 1968, ai tempi della guerra per l’indipendenza del Biafra, gli igbo sconfitti nel loro obiettivo separatista, sono stati per lungo tempo emarginati e relegati a ruoli secondari all’interno del Paese. Sempre Obasanjo ha spezzato la marginalizzazione degli Igbo con il ritorno al potere nel 1999. Comunque il presidente in carica è un igbo, delfino di Obasanjo.

E finalmente veniamo agli attacchi del gruppo terrorista Boko Haram. Già nel 1999, all’indomani dell’insediamento del governo democratico guidato da Obasanjo, vi era stato un attacco nel nord del Paese: una chiesa era stata rasa al suolo e c’erano state decine di morti e feriti. Il  fatto che un luogo di culto fosse stato bersagliato, aveva reso automatica la conclusione che si trattasse di guerra di religione tra cristiani e musulmani. Deduzione assai superficiale. Il giorno di quella strage terrorista mi trovavo a New York e ricordo che giornali e osservatori avevano avallato questa tesi.

BIANCO DALLA RABBIA

Il Presidente Obasanjo si era infuriato, come si dice da noi, bianco dalla rabbia. Un benvenuto intollerabile riservatogli dagli alleati di governo. Anche all’interno del Paese la stampa aveva rispolverato la tesi religiosa ma per poco, giacchè la realtà in Nigeria è di evidenza cristallina. Il presidente Obasanjo, conscendo i suoi alleati ed essendo lui stesso una figura di primo piano negli affari militari e della politica, è riuscito a far rientrare gli attacchi mortali nel Nord. Qualche mese dopo, faceva l’ingresso nella scena nazionale e internazionale il gruppo armato MEND. Stavolta nella ricca zona petrolifera del delta del Niger, cioè a sud.

obasanjoIl MEND ha delle precise rivendicazioni sociali, che si deducono anche dal nome: “Movement for the Emancipation of Niger Delta” (Movimento per l’Emancipazione della Delta del Niger).  La sua strategia prevede il sequestro di uomini politici locali e d’affari in vista, siano essi locali o stranieri. I militanti del Mend con le loro operazioni causano morti e feriti. Ma nel caso, sono morti come dire, preterintenzionali. Non voluti ma previsti.

La realtà dei sequestri che imperversa in Nigeria tra il 2004 fin al 2008, non giova al governo che vuole stabilità sociale interna e intende mostrare all’estero la nuova veste di Paese “conducive for business”, cioè interessante per gli investimenti.  Eppure, l’amministrazione Obasanjo trova la quadratura prima di lasciare l’ufficio di Presidenza per un passare il potere al successore con il metodo democratico.

Certo, Obasanjo tenta di stralciare dalla Costituzione fresca di stampa, quella parte che prevede che il mandato presidenziale sia al massimo due volte consecutive. Dopo la seconda volta voleva la terza. Ma in parlamento e al Senato gli emendamenti e le modifiche proposte dal presidente vengono respinte. Non è difficile ipotizzare che i soldi distribuiti non sono stati sufficienti a comprare i voti. Così il suo proposito di restare al potere per un terzo mandato fallisce.

ELETTO ALLA NIGERIANA

Il nuovo presidente viene eletto “alla nigeriana” nel 2007 con una votazione che gli Ossservatori dell’OCSE, dell’UE e degli USA definiscono regolarmente “free and fair”.  Il vincitore è un uomo di etnia hausa, Umaru Musa Y’Ardua. Un fedelissimo del presidente Obasanjo che, prima della sua uscita di scena (è il 2006), lo porta negli Stati Uniti e lo presenta all’amministrazione americana.

obasanjo e GoodlookY’Ardua, un nome, un programma. La famiglia Y’Ardua in Nigeria ha una storia di potere politico che risale nel tempo. Y’Ardua, zio, era il braccio destro di Obasanjo ai tempi del suo regime militare quale Capo di Stato. Ma questo Y’Ardua, nipote, scelto dai poteri politici del Nord è di salute cagionevole. I cittadini nigeriani in quell’arco di tempo della sua presidenza, l’avranno visto sì e no, una decina di volte. Nel 2009, per circa sette mesi, non l’hanno proprio né visto né sentito e si mormorava che fosse morto.

Nei primi mesi del 2010, veniva annunciata la sua morte. Qualcuno ha sospettato che fosse stata tenuta nascosta per mesi, conniventi tutti i politici degli schieramenti che compongono il Parlamento, il Senato e l’Esecutivo. Secondo queste insinuazioni i nigeriani non hanno potuto essere informati sulla morte del loro presidente immediatamente dopo il decesso perché, i ndel Nord dovevano raggiungere un accordo su chi l’avrebbe sostituito. Non volevano che fosse il vice presidente Goodluck Jonathan, come sancisce la Costituzione, perché di etnia igbo.

IL FIGLIO POLITICO

Comunque Goodluck Jonathan, sostenuto fortemente da Obasanjo, figlio politico prediletto suo e del PDP (People Democratic Party, partito fondato nel 1999 tra gli altri da Obasanjo e dal suo primo vice, Atiku Abubakar, di etnia hausa), diventa presidente, sconfiggendo la resistenza da parte dei gruppi politici del nord.

Porta a termine il mandato residuo e si ricandida come presidente. Vince nel maggio 2011. Subito dopo il giuramento, Mohamadu Buhari, l’ex dittatore militare golpista, pronuncia pubblicamente in televisione (con il sangue negli occhi, come si direbbe in Italia), il suo anatema rivolto a Goodluck Jonathan: “… il nord, Allah volendo, tornerà presto al potere e intanto con l’aiuto di Allah, noi del nord faremo fuoco e fiamme per rendere il governo di Jonathan impossibile…”.

PRIMI TIMIDI ATTACCHI

Trascorsi pochi mesi dal messaggio, i timidi attacchi del gruppo terrorista Boko Haram diventano sempre più efferati. La matrice è politica non religiosa. Il nord e il nordest sono determinati per designare il detentore del potere centrale e vogliono far capire agli alleati ora al potere, come e cosa sarà Nigeria se nel 2015 il potere non tornerà nelle loro mani. A questo mirano le violenze, gli omicidi, i sequestri, le mutilazioni dei propri cittadini nel nordest.

Miliziani in biancoLa Federazione della Nigeria conta 36 Stati. I terroristi di Boko Haram sono attivi soprattutto in tre Stati nordorientali: Yobe, Bornu e parte di Adamawa ma recentemente hanno attaccato, sebbene sporadicamente,  anche la capitale Abuja: una sede di rappresentanza estera, gli uffici pubblici e da ultimo un centro commerciale.

La cartina di tornasole di questo intreccio politico del gruppo terrorista Boko Haram si riscontra proprio nel sequestro di quasi 300 ragazze, studentesse, si è detto, e devono essere di scuola coranica per come sono abbigliate. Per quanto si sa, si dice e si legge in Nigeria, le giovani non spiccicano una parola d’inglese e ci si chiede come avrebbero potuto sostenere l‘esame WASC, equivalente alla maturità, se non conoscono la lingua della prova.

Blessing Akele
(2 – continua)

La prima puntata del Dossier Nigeria
Boko Haram: una minaccia che viene da lontano
http://www.africa-express.info/2014/09/15/dossier-nigeria-1boko-haram-un-problema-che-viene-da-lontano/

La terza puntata Dossier Nigeria
Complicità ad alto livello, ecco la forza dei Boko Haram
http://www.africa-express.info/?p=6226&preview=true

Negata l’istruzione a 30 milioni di bambini, chiuse le scuole nei Paesi dell’ebola

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 settembre 2014

Durante il mese di settembre si ritorna a scuola, non solo in Italia, in Europa, quasi in tutto il mondo. Dare un’educazione ai giovani, significa investire nel futuro, far crescere il proprio Paese ed è ciò che i governanti non dovrebbero mai dimenticare.

displaced_schoolL’Africa, così flagellato da malattie, terrorismo, guerre di religione, faide tribali, corruzione è il continente che ha dimenticato i suoi piccoli cittadini. Sono loro che pagano il tributo più elevato: per un’altissima percentuale di bambini e ragazzi africani anche quest’anno non si apriranno i portoni delle scuole. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato Americano si stima che in tutto il mondo 30 milioni di bambini quest’anno non hanno accesso alla scuola, gli viene negato, cioè,  il diritto all’istruzione.

In Liberia, Sierra Leone e Guinea, i tre Paesi maggiormente colpiti dall’ebola, molte aule resteranno chiuse e più di tre milioni di ragazzi resteranno a casa.

Nel Sudan, Sud Sudan, nella Repubblica Centrafricana, nel Congo DRC 7,15 milioni di persone sono sfollati. Non hanno più una casa, sono scappati per non essere uccisi. I più si trovano in campi profughi sovraffollati, lottano per la sopravvivenza quotidiana, spesso sono ammalati, fragili per le pessime condizioni di  vita. Necessitano di assistenza umanitaria immediata che, ahimè, non comprende l’istruzione. Nella sola Repubblica Centrafricana due terzi dei ragazzi non andranno a scuola. Un’intera generazione resterà analfabeta o quasi, senza futuro. Le notizie che giungono dal Sudan, Sud Sudan e dal Congo DRC non sono molto più confortanti: solo il 40 percento dei bambini ha accesso alle scuole primarie.

Nel nord-est della Nigeria, a causa dei continui attacchi dei terribili militanti del gruppo Boko Haram di estrazione jihadista, lo Stato del Borno ha chiuso oltre 80 scuole medie nella primavera scorsa (http://www.africa-express.info/2014/03/15/le-autorita-nigeria-boko-haram-attacca-le-scuole-e-allora-noi-le-chiudiamo/) ; dopo il rapimento delle studentesse di Chibok (#BringBackOurGirls) altri istituti non hanno riaperto, i genitori hanno paura per i loro figli.

L’ignoranza, l’istruzione negata, è la tragica conseguenza dei conflitti, delle epidemie. Chi sopravvive a malattie e guerre difficilmente ha la possibilità di sognare un mondo migliore, gli mancano gli strumenti di base: l’istruzione che rende l’uomo libero, capace di analizzare, confrontarsi, migliorarsi, dare il proprio contributo intellettuale al suo Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgy

Dossier Nigeria – 1/Boko Haram: una minaccia che viene da lontano

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Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Lagos, 15 settembre 2014

Il 14 gennaio 2014, la Nigeria ha celebrato il centenario della sua nascita, unita nell’indivisibilità. A partecipare all’evento, assai significativo, c’erano oltre 158 tra Capi di Stato, Primi Ministri e delegati provenienti da ogni dove, dall’Occidente all’Oriente. Tra gli intervenuti il presidente della Repubblica Francese, Françoise Hollande, che ha proposto la consueta dichiarazione di pace, lunga vita all’unità della Repubblica Federale di Nigeria, fratellanza e, soprattutto, ha promesso supporto (e si è capito di intelligence e logistica militare), nella lotta contro i terroristi di Boko Haram, che da qualche anno attanagliano il Paese.

Nigeria-oil-rigNon voglio fare qui per filo e per segno la storia politica centenaria della Nigeria, non è la sede e ci vorrebbero comunque tomi. E’ tuttavia, necessario richiamare alcuni punti salienti per farci un’idea di quello che sta succedendo alla luce di queste azioni di terrore puro.

PROTETTORATO INGLESE

La Nigeria è nata cent’anni fa dall’unificazione dei protettorati inglesi del Sud e del Nord di quella vasta regione dell’Africa sub-Sahariana, decisa dell’allora regina del Regno Unito, Vittoria (Victoria in inglese). Fu nominato quale amministratore generale coloniale dei possedimenti e dei sudditi, Fedrick Lugard (insignito del titolo di Lord). Ancora oggi nel Comune di Eti-Osa, Lagos, il quartiere chiamato Victoria Island, è la prova tangibile del perdurante legame politico, economico e culturale della Nigeria con l’Inghilterra.

Naturalmente, oltre al quartiere, c’è il primo e potente strumento della lingua inglese che, di fatto, è la lingua ufficiale della Nigeria. A seguire ci sono le tre lingue nazionali: Yoruba, Igbo e Hausa, le tre etnie maggioritarie nel Paese.

IL PETROLIO

E’ del 1954 la scoperta di greggio nel sottosuolo del Paese e precisamente nel sud. Dopo il successo dell’unificazione, gli inglesi sono rimasti nella loro colonia fino al primo ottobre 1960, data della proclamazione dell’Independenza. Tre anni dopo, il primo ottobre 1963, la Nigeria è diventa una repubblica federale nell’ambito del Commonwealth. E’ membro delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana e dell’ECOWAS (Economic Community Of West African States); è associata all’Unione Europea e alleato strategico degli Stati Uniti. Potente partner economico e amico della Repubblica Popolare Cinese.

NPG 4969; 'The Secret of England's Greatness' (Queen Victoria presenting a Bible in the Audience Chamber at Windsor) by Thomas Jones BarkerSei anni dopo l’indipendenza (siamo nel 1966), il Paese vive un altro incubo, dopo quello coloniale, che sarebbe durato ben 40 anni: la dittatura militare, con un susseguirsi di colpi di Stato. In quest’arco di tempo, in cui si sono succeduti vari regimi militari, la Nigeria conosce solo una parentesi di governo civile (1979-1983). Nel 1976, il generale Olesugun Obasanjo sostituisce il generale Murtala Muhammad, assassinato dai compagni militari. Obasanjo appare come un dittatore moderato anche perché passa la mano a un governo civile, seppure di poca durata.

Il 31 dicembre 1983, con l’ennesimo colpo di Stato, il generale Mohammadu Buhari con i suoi, s’impadronisce di nuovo del potere ponendo fine all’esperienza di governo civile presieduto dal Alhaji Shehu Shagari, succeduto ad Obasanjo. In questi inizi anni Ottanta di turbolenze militari in Nigeria, lo stesso generale Obasanjo viene  imprigionato, per il tempo necessario a “non nuocere”.

Buhari, a sua volta nel 1985, viene deposto dal generale Ibrahim Babangida. Il 26 agosto 1993 , Babangida viene costretto alle dimissioni e passa la mano a un governo di transizione presieduto da un civile. I sogni dei nigeriani per un ritorno a un governo civile e democratico vengono stroncali  dopo meno di 90 giorni. Il 17 novembre 1993 altro colpo di Stato del generale Sani Abacha.

KEN SARO-WIWA

Abacha inizialmente affida il potere supremo a un Consiglio provvisorio composto da militari e civili, ma dal 27 settembre del 1994, allontana i civili e lascia nel Consiglio solo i militari.

disegnoSiamo nel 1995 e i cittadini nigeriani sono già arci-traumatizzati dai regimi militari, feroci e disumani nei confronti dei civili. In questo stesso anno un poeta, artista e attivista sociale, Ken Saro-Wiwa, denuncia attraverso le sue rappresentazioni artistiche le nefandezze ed oppressioni dei militari su cittadini inermi. La gente apprezza la voce contro il regime, lo segue nella denuncia. Il regime invece lo detesta.

Vengono arrestati il leader Ken Saro Wiwa ed altri 9 attivisti di ogboni. Tutti impiccati. Immediatamente, il mondo scopre così (guarda caso) che in Nigeria regna un regime militare oppressivo. I governi europei tutti s’indignano, gli Stati Uniti pure e come sempre, minacciano sanzioni economiche, cancellazione dagli organismi politici di cui la Nigeria è membro (come fanno ora con la Russia, per intenderci), proprio come se quelle sanzioni allora solo minacciate, se fossero state applicate avrebbero giovato ai poveri e traumatizzati nigeriani.

Ken SARO-WIWALa sospensione dall’OPEC, non hanno potuto neppure minacciarla. Allora, come ora, la Nigeria rimane membro apicale dell’organizzazione che raggruppa i Paesi produttori di petrolio. Comunque, il mondo è costretto a guardare e conoscere il gigante d’Africa sofferente e devastato dai regimi militari oppressivi, disumani, anti-democratici per eccellenza. Con l’assassinio di Ken Saro-Wiwa assieme ai 9 attivisti della comunità ogboni, il regime militare di Abacha è segnato. La storia militare politica della Nigeria vuole che il suo leader sia dichiarato morto. E infatti muore.

UNA TERZA OCCASIONE

Si apre in questo modo, la terza occasione per un governo civile e democratico in Nigeria. Questa volta a pronunciarsi a favore di una società civile, governata democraticamente attraverso elezioni politiche universali, sono i generali dell’esercito che studiano un percorso di transizione,  con un governo che resterà in carica due anni (dal 1997 al 1999),  per mettere a punto una costituzione federale. Lo presiede l’ex generale Abubakar Abdulsalami.

1999. Come preannunciato dai miliari, la Nigeria è democratica e con una nuova Carta Fondamentale, redatta sulla falsariga di quella degli Stati Uniti d’America. Tutti i giornali del mondo ne parlano: Economist, Time, Le Figaro, uno di questi mette sulla copertina la fotografia dell’artefice, il generale  Abudulsalami, la televisione cinese, CCTV, la BBC, la CNN. Tutti i media dedicano spazi per rilevare il fatto storico.

LA VENDETTA DEGLI YORUBA

Ma chi emerge dalle consultazioni elettorali politiche della nuova Nigeria democratica? L’ex generale e ex presidente ai tempi militari degli anni settanta, Olusegun Obasanjo, yoruba, etnia a maggioranza cristiana del sud del Paese. Glu yoruba volevano fortemente quella poltrona, una sorta di vendetta  contro chi era stato al potere o vicino al potere per decenni.

Olusegun ObasanjoSin dagli albori di quella entità che sarebbe diventata la Nigeria, prima un arcipelago di protettorati e poi colonia, coloro che hanno detenuto e gestito il potere strettamente con gli inglesi erano hausa, a maggioranza musulmana. I colonialisti risiedevano maggiormente a nord, per via del clima mite. Si consideri che, a iniziare la lotta per l’indipendenza del Paese, sono stati gli intellettuali e i cittadini del Sud. Il Kuame Nkruma della Nigeria si chiamava Antony Enahoro, di Edo State. Gli hausa proprio non avevano nessun motivo per rivendicare l’indipendenza, giacché subito dopo Lord Fedrick Lugard, venivano loro.

E’ bene fare un’osservazione: tutti i generali che hanno retto le redini della cosa pubblica nigeriana (lo si osserva dai nomi) sono di etnia hausa, salvo proprio il generale Obasanjo, che appare nel contesto come una mosca bianca. L’unico Yoruba in circa quarant’anni di regimi e capi di Stato militari hausa.

Blessing Akele
(1 – continua)

La seconda puntata Dossier Nigeria
I musulmani quasi sempre al potere: il ruolo dei militari
http://www.africa-express.info/2014/09/17/dossier-nigeria-2i-musulmani-quasi-sempre-al-potere-il-ruolo-dei-militari/ 

La terza puntata Dossier Nigeria
complicità ad alto livello, ecco la forza dei Boko Haram
http://www.africa-express.info/?p=6226&preview=true

Nelle foto:dopo un tramonto e una piattaforma, un quadro che rappresenta la regina Vittoria, una stampa con gli inglesi in Nigeria, Ken Saro Wiwa e Olusegun Obasanjo

Dossier Libia-5/Un arcipelago di milizie impossibili da controllare

Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
2 settembre 2014

Al momento, la situazione in Libia è però particolarmente complessa. L’ex generale Khalifa Haftar, che conduce nella Cirenaica una campagna antiterrorismo (Operazione Dignità alla testa del Libyan National Army) si trova a contrastare le milizie islamiste che operano nella regione, prime tra tutte Ansar al Sharia e Brigata 17 Febbraio. Ma anche la Operations Cell of Libyan Revolutionaries, una coalizione in cui convergono diverse milizie islamiste e altri gruppi armati autonomi.

CannoneIl resto della Libia è totalmente fuori controllo, dalle zone desertiche del sud, dove hanno riparato i gruppi islamisti scacciati dal Mali dalle forze francesi, a Bengasi e a Derna, divenute vere e proprie roccaforti di milizie jihadiste e di battaglioni di ex ribelli.

Ansar al Sharia, i Partigiani della Legge Islamica, è una milizia salafita che pretende l’attuazione della Sharia in tutta la Libia e che è emersa a seguito della rivolta anti-Gheddafi del febbraio 2011. Oggi si compone di più brigate di combattenti e ha base nella Libia orientale, in particolare a Bengasi. Anche le milizie che combattono al fianco di Haftar sembrano piuttosto orientate a governare, almeno in secondo tempo, una singola area o più città in maniera indipendente (Misurata, Bengasi o la stessa Tripoli).

Una di queste è la milizia di Zintan, città a sud di Tripoli, i cui principali avversari includono le brigate della città di Misurata e altre milizie vicine al partito Giustizia e Costruzione, il blocco politico-religioso vicino ai Fratelli Mussulmani. Nata come un agglomerato di 23 milizie tra Zintan e le montagne di Nafusa, nella Libia occidentale, il consiglio militare di questa milizia è formato da cinque brigate, che si stanno dimostrando molto pericolose.

La Libya Revolutionaries Operations Room si è invece costituita ufficialmente con il compito di proteggere la capitale ed è la forza di sicurezza destituita dal parlamento dopo che i suoi membri hanno rapito l’allora primo ministro Ali Zeidan nell’ottobre del 2013. Una parte di essa opera anche a Bengasi.

Proprio nella città di Derna è stata uccisa Fariha al Barkawi, un ex membro del parlamento, la seconda donna di spicco della scena politica libica dopo l’uccisione nel mese luglio del 2014 a Bengasi dell’attivista dei diritti umani, Salwa Bugaighis. Inoltre, sembra anche i jihadisti del Maghreb e del Sahel si stiano separando da al Qaeda, nella ricerca di un emiro cui affidare la gestione del più ampio progetto islamista.

mitragliatriceQuindi anche in Africa i gruppi radicali più importanti, alla luce dell’avvento del califfo Abu Bakr al Baghdadi e dello Stato Islamico in Iraq e Siria, sembrano orientati alla ricerca di una nuova identità.

In un messaggio audio, apparso su YouTube il 26 giugno 2014, l’organizzazione al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), il gruppo nato dall’evoluzione dell’organizzazione fondamentalista algerina Gruppo Salafita di Predicazione e Combattimento (GSPC) che oggi opera nel Sahel, ha espresso tutto il proprio appoggio all’Isis, criticando l’attendismo di altri gruppi legati ad al Qaeda che ancora esitano a schierarsi.

In questo messaggio, Abi Abdallah Othmane el Assimi, il “cadi”, cioè giudice religioso del gruppo, rigetta le accuse lanciate dalla casa madre qaedista secondo cui le recenti azioni dei militanti dell’Isis li classificherebbero come “fuoriusciti dalla retta via dell’autorità religiosa”, rispondendo direttamente alla richiesta di presa di posizione lanciata da un portavoce dello Stato Islamico, Abi Mohamed al Adnani.

Il video è stato diffuso qualche giorno prima della dichiarazione dell’Isis della restaurazione del Califfato Islamico, avvenuta il 29 giugno 2014, con l’occupazione di una parte del territorio dell’Iraq. Si può quindi dedurre che gli jihadisti del Sahel fossero già al corrente del progetto dei fratelli siriani, che alla fine del messaggio salutano come “azione unificatrice” e terminano con un “appuntamento nel califfato, se Dio vuole”.

 Miliziano con mitraIl punto centrale di questo scisma è il dibattito, in seno alla multinazionale del terrore, sul nemico da combattere prioritariamente. Il “nemico lontano”, cioè gli Stati Uniti d’America e l’Occidente in generale, secondo gli insegnamenti di Bin Laden, o il “nemico vicino”, cioè i governi locali corrotti e conniventi con l’Occidente, secondo diversi gruppi jihadisti africani. In ogni caso, molti gruppi attivi in Africa del nord e nel Sahel guardano all’Isis come un possibile leader in grado di guidare, al posto di al Qaeda, una nuova era del jihad internazionale.

Nella seconda metà del luglio scorso, sono circolate alcune ipotesi su un imminente conclave organizzato, in località e data segrete, dai maggiori gruppi jihadisti del grande Maghreb (dal Marocco all’Egitto) e del Sahel (dal Mali al Sudan passando da Ciad, Niger e nord della Nigeria) per eleggere un nuovo emiro della zona.

Secondo alcune indiscrezioni pubblicate da uno dei più grandi giornali marocchini in arabo, Assabah, e dal sito d’informazione marocchino Kiosque-360, in gioco ci sarebbe il progetto della creazione dello Stato Islamico del Maghreb, al Aqsa, sul modello di quello d’Iraq e Siria.

Sembra che l’idea sia nata proprio dal capo di Aqmi, Abdelmalek Droukdel, lo stesso terrorista che nel 2006 ha cercato di riportare alla ribalta l’allora Gruppo Salafita di Predicazione e Combattimento alleandosi con al Qaeda (al Qaeda accettò l’affiliazione soltanto nel mese di gennaio del 2007, dopo che il gruppo aveva dimostrato sul campo la propria determinazione con il rapimento di diversi occidentali).

IncendioQuesta strategia sembra comunque finalizzata al rafforzamento dei legami con i differenti gruppi jihadisti presenti in Africa, come gli al Shebab in Somalia e Boko Haram in Nigeria. Ma al momento i gruppi armati del Sahel sembrano seriamente indeboliti non solo dalla guerra in Mali, ma anche dalle continue ed efficaci azioni di contrasto al terrorismo realizzate dagli Stati Uniti e dalla Francia.

Diversi capi delle organizzazioni AQMI, MUJAO (Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa Occidentale) e Ansar Eddin (Difensori della Religione) sono stati uccisi durante l’Operazione Serval, compresi Abdelhamid Abu Zeid e Oumar Huld Hamaha, rispettivamente capi di AQMI e del MUJAO in Mali. Tra le azioni di contrasto, l’uccisione a fine aprile del 2014 di Aboubakr al Nasri, il capo del gruppo Al Mourabitoun di Mokhtar Belmokhtar, ancora ricercato e sulla cui testa pende una taglia di 5 milioni di dollari del Dipartimento di Stato americano.

Il gruppo Ansar al Sharia ha reso noto, il 31 luglio 2014, di aver preso il controllo completo di Bengasi, dichiarando in città l’istituzione di un emirato islamico. Contemporaneamente, Haftar ha accusato il gruppo di reclutare combattenti in Africa per portarli in Libia. In ogni caso, la stampa locale ha segnalato la notizia della scoperta in Tunisia di una cellula terroristica che si occupava proprio del reclutamento di giovani da inviare in Libia. I futuri combattenti verrebbero condotti in campi di addestramento di Ansar al Sharia e quindi educati alla jihad (sono stati emessi 5 mandati di arresto per i membri della cellula).

Il ministero dell’Interno di Tunisi ha annunciato che le squadre dell’anti-terrorismo, con il sostegno della polizia di frontiera, hanno scoperto una cellula terroristica che si occupava di reclutare e inviare giovani in Libia. Un’altra cellula terroristica era stata scoperta in Tunisia, nel quartiere di Ennassim della cittadina di Ariana, nell’area nord orientale del Paese. In questa operazione è stata scoperta anche una mitragliatrice pesante che doveva servire per attaccare la stazione di polizia di Borj Louzir.

donna coperta con mitraDopo la fine della guerra civile il Paese non ha ancora oggi istituzioni politiche generalmente riconosciute e forze di sicurezza in grado di controllare il territorio. Le milizie tribali armate e le formazioni di ispirazione jihadista collaborano con le organizzazioni criminali che gestiscono i traffici illeciti rivolti sia verso l’Africa che l’Europa.

Di conseguenza, anche le violenze contro i cristiani e le minoranze in genere sono di molto aumentate, sia contro i cristiani libici che quelli stranieri, con una responsabilità diretta attribuibile ai gruppi salafiti e a quelli islamici radicali.

Nel febbraio del 2013, cinque cristiani egiziani sono stati arrestati e torturati a Bengasi con l’accusa di essere missionari cristiani. Uno di loro è morto in prigione e gli altri quattro sono stati rilasciati. Un chiaro messaggio a tutti i cristiani presenti nel Paese, o meglio un forte ammonimento a non svolgere attività di proselitismo.

L’Apparato di Sicurezza Preventiva, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto sciogliersi con la formazione dei nuovi servizi segreti libici (nel mese di febbraio del 2012) per essere assorbito nella nuova struttura.

L’ufficio non è stato tuttavia sciolto ed oggi costituisce un’organizzazione parallela a quella ufficiale, ma con una maggiore infiltrazione islamica se non addirittura salafita. Recentemente, i responsabili hanno rilasciato alcune dichiarazioni che dagli osservatori internazionali sono state considerate aggressive nei confronti dei cristiani.

Hussein bin Hmeid, il comandante della struttura di Bengasi, ha affermato che il Paese è “mussulmano al 100%”, mentre un altro responsabile, Abdul Salam Bargathi, ex membro di Ansar al Sharia, ha messo in guardia i cristiani, esortandoli a prestare la massima attenzione poiché potrebbero essere considerati come una minaccia per la sicurezza. Ha aggiunto anche che non dovrebbero ricostruire le chiese distrutte perché il gesto potrebbe essere interpretato come un atto di proselitismo.

mliaziani con mitraOltre al traffico di armi, disponibili in gran quantità, un altro tipo di commercio illecito è in continuo aumento, il traffico di esseri umani. La Libia già da oltre dieci anni è la base di partenza per le traversate di migliaia di uomini e donne che cercano con ogni mezzo di lasciare il Medio Oriente o l’Africa per raggiungere e vivere in Europa.

La Libia, anche se ha sempre formalmente ostacolato il passaggio dei clandestini verso l’Europa, potrebbe oggi organizzare in prima persona il traffico di esseri umani e ricavare i profitti ingenti che i viaggi dei clandestini generano.

Senza trascurare la possibilità che potrebbero essere utilizzati per consentire l’accesso in Europa a cellule terroristiche, sempre più numerose ed organizzate. Queste unità sul territorio del vecchio continente, potrebbero infatti tornare utili nel caso che l’Europa decida di muovere passi decisivi contro i nuovi signori della guerra presenti in Libia.

Le uniche forze ancora presenti per contrastare il business del traffico degli esseri umani sono costituite dagli uomini del Bureau dell’Anti Crimine di Zuwara, la cittadina sul versante occidentale della costa dove si radunano i migranti in cerca di asilo politico. Questo reparto è stato formato agli inizi del 2013 e conta oggi indicativamente 300 uomini, quasi tutti nascosti dietro i passamontagna neri per evitare di innescare faide e vendette trasversali tra le famiglie.

arringa la follaIl 24 agosto 2014, i miliziani di Misurata dopo mesi di combattimenti contro le forze di Zintan, hanno preso il controllo dell’aeroporto di Tripoli, gli stessi gruppi armati che combattono il generale Haftar e che sostengono il premier Ahmed Miitig. E proprio a pochi giorni dal vertice dei paesi del nord Africa previsto in Egitto per discutere la complessa situazione del Paese, dal dilagare delle forze islamiste al problema dei centri di raccolta dei migranti, ma anche per tentare di contrastare il continuo flusso di armi che dalla Libia investe i paesi circostanti.

In effetti, negli ultimi anni il Paese è stato dilaniato dagli scontri tra le tribù e le milizie che non intendono consegnare le armi, oltre al dilagante fondamentalismo islamismo e la lunga ombra di al Qaeda. Il governo di Tripoli controlla soltanto la capitale, ma non tutti i quartieri, parte dell’area di Misurata e un limitato territorio del Fezzan, mentre nell’estremo sud le bande ancora fedeli a Gheddafi controllano il traffico di armi e di essere umani verso l’Africa sub sahariana. Nell’area di Bengasi le tribù locali amministrano la giustizia e controllano i commerci, quasi tutti illegali, oltre ad alcuni terminal petroliferi.

Anche se la popolazione è duramente provata dalle continue violenze, la strada per una nuova Libia sembra ancora in salita.

 

Dimitri Amilakhvari
Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes
(5 – fine)

Qui trovi la prima puntata del Dossier Libia: Un caos che viene da lontano

Qui  trovi la seconda puntata del Dossier Libia: La lotta per le concesioni petrolifere

Qui trovi la terza puntata del Dossier Libia: Le milizie prendono il sopravvento: stranieri in fuga

Qui trovi la quarta puntata del Dossier Libia: Il denaro per pagare i riscatti (93 milioni di dollari) foraggia i terroristi

 

Svolta epocale in Mauritania cancellato il week end di venerdì: sarà fissato la domenica

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena 13 settembre 2014

Coraggiosa decisione del governo della Mauritania: “Adotteremo il fine settimana dei Paesi occidentali, cioè il sabato e la domenica, per uniformarci alle regole dell’economia mondiale”, ha dichiarato il ministro per i servizi pubblici  Seyedna Ali Ould Mohamed Khouna.

“Le perdite con i nostri partner commerciali sono ingenti, oltre settanta milioni di dollari l’anno, causati dai giorni di riposo settimanale diversi. La nuova normativa entrerà in vigore il 1° Ottobre 2014”, ha specificato Khouna.mauritania market

La stragrande maggioranza della popolazione professa la religione musulmana. Certamente le proteste non mancheranno: nel mondo islamico il giorno dedicato alla preghiera è il venerdì.

Già nel 2005 l’allora governo in carica aveva effettuato lo stesso cambiamento, ma nel 2007 il nuovo presidente lo aveva rimosso.

La Mauritania è uno tra i Paesi più poveri. La maggioranza della popolazione vive con due dollari al giorno. Per incrementare il bilancio economico, il governo è pronto a tutto.

Il sottosuolo della Mauritania è ricco di minerali di ferro, oro e rame. Inoltre sta cercando investitori occidentali per le sue riserve di petrolio e gas. Poter contrattare, effettuare scambi commerciali per cinque giorni la settimana,  invece di solo quattro,  potrebbero incrementare anche se di poco,  le entrate della Mauritania. Il “poco” in questo caso significa molto, se a trarne vantaggio sarà la popolazione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Kenya: “End monopolies in the energy sector in Africa”, says opposition leader Raila Odinga

Africa Ex-Press
Johannesburg, September 2014
Opposition leader Raila Odinga has challenged African countries to end monopolies in the energy sector as a way of ensuring availability of reliable and affordable power. Raila said Africa needs to attract more investors in power sector to provide affordable, reliable clean energy if the continent is to emerge as the investment destination of choice.

Al forum su energiaHe said that while the general impression is that Africa is the next investment frontier, the Continent will reap less than other emerging markets due to low investment in power. He made the remarks while opening the World Energy Forum in Johannesburg, South Africa, at the beginning of September.

The forum brought together players from the private, public and academic sectors from all parts of the world to discuss energy security, finance and sustainability with particular focus on Africa. ” The future belongs to nations that unlock investment in energy thus helping economic growth through energy efficiency, contributing to new jobs at lower costs. Our energy policies must prioritise security, efficiency, sustainability affordability and decarbonisation,” Raila said.

“As we pursue energy security, efficiency, affordability and reliability, let us accept that climate change is a reality, it is with us already and will get worse if we don’t act. If we don’t take this into account, all our investment today will be consumed in cleaning the mess tomorrow,” he added.

Raila said that while the State still has a role to structure the market and drive processes like affordable transition to low carbon technology through the right legislative framework, its main responsibility should be to provide reliable contracts to attract investment in the sector and particularly in the capital intensive low carbon technology.

“A rogue State can make the involvement of private sector into all these areas impossible, to the detriment of our people. Let’s go all out and provide the political, legal and financial framework to meet the energy security requirements of our continent and our climate change obligations to the planet at a cost that people can afford and in a way that attracts investors,” he said.

ALta tensione al tramontoThe former PM said Africa faces challenges in regard to energy adding that the continent’s domestic electricity markets are under developed and incapable of satisfying the overwhelming growth in domestic energy demand.

“Power cuts and blackouts are still frequent. Too many cities and villages are in the dark literally. Too many citizens and businesses pay too highly for the erratic power,” he said. Raila said the continent is lagging far behind other emerging economies which are its competitors for investments.

He said that compared to other emerging economies, Africa’s per capita energy consumption between 1998 and 2008 was unsustainably low.
Raila said that while Africa’s per capita energy consumption stood at 10 per cent between 1998 and 2008, the figures stood at 79 per cent for the Middle East, 111 per cent for China, 28 per cent for Latin America and 42 per cent in India. He said that in rural Africa today, only 1 out of 6 consumers is connected to the national grid. This translates into is over 900 million people without access to dependable sources of electricity.

Inga DamRaila said shortage of power was unjustifiable because the continent has immense potential for wind, solar, geothermal, hydro and biomass power supply. Onshore wind power resources in Africa are estimated to be 1,750 GW, far more than total African demand for the foreseeable future but the potential is virtually untapped Raila said. He said solar is the largest renewable resource by far in Africa being available in high quality everywhere, except in the equatorial rain forest areas but equally remains under exploited.

He said the East African Rift, especially parts of Kenya and Ethiopia, has abundant geothermal resources with potential to produce approximately 7 to 15 GW of electricity. But the contribution of geothermal to Africa’s electricity generation is modest, with about 210 MW of installed capacity.

Africa ExPress

In the pictures: Raila Odinga speaks at the Energy Forum in South Africa. In the last picture the Inga Dam, Democratic Republic of the Congo 

Ebola verso i tremila morti. Il Fondo Monetario: catastrofe anche economica

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 settembre 2014

Ora anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) si occupa di ebola. Nei tre Paesi più colpiti dal micidiale virus, Liberia, Guinea, Sierra Leone, adesso bisogna fare anche i conti con le ingenti perdite economiche che hanno messo in ginocchio il loro già povero bilancio finanziario. Si calcola che le perdite finora subite si aggirino tra cento e centocinquanta milioni di dollari per ognuno dei tre Paesi, secondo il portavoce del FMI William Murray, che martedì scorso ha lanciato un appello alla comunità internazionale. La morte, la malattia di tante persone, talvolta colpisce famiglie intere, ha portato scompiglio nell’agricoltura, nel commercio, in ogni settore produttivo.

BN-EK734_0905eb_E_20140905194907Murray ha sottolineato che il FMI sta cercando  di allargare  le trattative,  per poter assicurare ai tre Paesi maggiormente colpiti  risorse sufficienti per poter affrontare l’epidemia e allo stesso tempo riuscire a mantenere un’economia fluida. “Sono problemi che vanno risolti al più presto possibile. Un intervento a larga scala  ben coordinato dalla comunità internazionale è indispensabile per  arginare l’espandersi del virus killer”, ha aggiunto il portavoce dell’FMI.

E mentre si discute di ebola ovunque, in ogni parte del mondo, in ogni dove, questo micidiale killer, silenziosamente, inaspettatamente, continua il suo viaggio, uccide chiunque incontra nel suo folle vagare. Secondo l’Organizzazione internazionale della salute (OMS), il 9 settembre 2014 i morti registrati sono 2296, mentre gli ammalati 4293, così suddivisi: Liberia: 2046 casi, 1224 morti. Guinea: 862 casi, 555 decessi. Sierra Leone: 1361 ammalati, 509 morti, Nigeria: 21 casi, 8 deceduti, Senegal: 3 casi, di cui uno confermati, gli altri due sono sospetti. Anche nel Congo–K le vittime aumentano di giorno in giorno. Tra il 2 ed il 9 settembre si sono registrati 31 nuovi casi. In tutto sono ora 62, i morti 35.

tenda con posterCifre, numeri, che probabilmente non corrispondono alla realtà. Certamente sono molti di più. Non vengono registrati, perché muoiono a casa loro,  perché molte famiglie non fanno ricoverare il proprio congiunto, per non lasciarlo solo in un reparto di isolamento. Ma molto spesso, specie in Liberia, gli ammalati di ebola non trovano un posto letto nelle strutture ospedaliere con reparti di isolamento speciali.

Manca il personale medico e paramendico. 152 operatori sanitari sono affetti di ebola, 72 sono deceduti. Succede che un ammalato si rechi in taxi in un nosocomio, accompagnato di propri cari. Viene respinto. Nel taxi, durante il viaggio, contagia i congiunti e lo stesso tassista. Una catena senza fine. Nella propria abitazione l’ammalato non può restare isolato. Spesso una stanza, una camera, viene condivisa con tanti altri parenti, così come il cibo, il piatto. La povera gente divide tutto. Anche la malattia, la morte.

preparativi baraSono stati stanziati somme consistenti per corsi di aggiornamento a leader religiosi, capi locali, insegnanti, persone che godono della fiducia della popolazione, per educarli alla prevenzione dell’ebola. Non è facile in una società dove la povertà è regina, dove i più chiudono gli occhi e sostengono che l’epidemia sia una pura invenzione. Spesso il terrore, la paura portano anche a questo.

Questa sera Sepp Blatter, presidente della FIFA ha annunciato alla stampa che la federazione internazionale di calcio metterà a disposizione lo stadio Antoinette Tubman di Monrovia. Blatter ha dichiarato: “Stiamo collaborando con l’OMS per trasformare lo stadio in un centro di isolamento per gli ammalati”.

Il mondo inizia a muoversi, ma l’ebola, per ora, non si ferma.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Tunisia: pattugliatori italiani per fare la guerra ai migranti

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Antonio Mazzeo
9 settembre 2014

Senza eccessivi clamori, il governo italiano sta per concludere la consegna di dodici pattugliatori alle forze armate della Tunisia, nel quadro dell’accordo intergovernativo “per la sicurezza del Mediterraneo e la prevenzione dei traffici illeciti”, sottoscritto dai due Paesi nell’aprile 2011. Secondo il testo dell’accordo, le unità saranno impiegate nel controllo delle acque territoriali tunisine e per “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina proveniente dal nord Africa”.

Cantiere navale VittoriaI pattugliatori, realizzati dal Cantiere Navale “Vittoria” di Adria (Veneto), sono destinati alla Guardia Nazionale e alla Marina militare tunisina. Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato dell’azienda produttrice, Luigi Duò, dal luglio 2013 sono già stati consegnati al paese nordafricano cinque unità modello P350TN e tre pattugliatori P270TN.

Altri due P270 giungeranno in Tunisia a ottobre, mentre nel febbraio 2015 si completerà la consegna delle restanti unità. I pattugliatori operano dal porto di La Goulette, a Biserta.

I P270 e P350 sono unità navali specializzate in compiti di sorveglianza marittima, pattugliamento delle coste e oceanico, “intercettazione e combattimento a fuoco”. La motovedetta P270TN è lunga 27 metri, larga 7,20 e ha un dislocamento di 90 tonnellate; il sistema di propulsione assicura una velocità massima di 35 nodi e un range di 500 miglia marittime.

L’unità ha in dotazione un radar “Simrad” in banda X da 25 kW e uno solid-state “Spery Marine” da 100 kW; un apparato elettro-ottico; un sistema a copertura mondiale per il soccorso e la sicurezza in mare (GMDSS) per distanze fino a 20/30 miglia dalla costa. Gli apparati sono stati realizzati dalla società AlmavivA. L’equipaggio autorizzato è di 14 membri, mentre il costo di ogni singolo pattugliatore P270TN è di 8 milioni di euro circa.

350I sei P350TN destinati alla Marina militare sono una variante più aggiornata dei due pattugliatori consegnati tempo fa alla Guardia costiera libica. Il dislocamento è di 140 tonnellate, la lunghezza di 35 metri e la larghezza di 7,20; il sistema di propulsione consente un range di 600 miglia e una velocità massima di 38 nodi. I sistemi di telecomunicazione e gli apparati sono gli stessi utilizzati per il P270TN, mentre i membri di equipaggio sono 16. Le unità sono consegnate dal Cantiere “Vittoria” prive di armamento, ma vengono poi equipaggiate in Tunisia con cannoni da 20-30 mm. Il costo stimato della versione P350 è di 16,5 milioni a imbarcazione.

Nell’ambito dell’accordo bilaterale con la Tunisia, nel maggio 2011, l’Italia ha fornito alla Guardia Nazionale del paese nordafricano quattro motovedette Classe 700 “Carabinieri”, prodotte a Gaeta dai Cantieri Navali del Golfo, di 18 tonnellate di dislocamento. Altre due imbarcazioni Classe 500, 13 sistemi radar di pattugliamento e 38 motori marini sono stati consegnati alla Tunisia tra il 2009 e il 2011.

Nello stesso periodo, l’Italia ha infine sostenuto finanziariamente la manutenzione di sette pattugliatori da 17 metri e di 8 motovedette classe “Squalo”/P58. Come ricorda la ricercatrice Martina Tazzioli di Storie Migranti, nell’aprile 2013, tramite l’allora ministra dell’Interno Cancellieri, l’Italia consegnò alla Tunisia anche alcuni fuoristrada da impiegare per contrastare e bloccare le partenze dei migranti.

270t“L’Italia intende sostenere il processo di transizione democratica intrapreso dalla Tunisia, sancita dalla Dichiarazione di Partenariato strategico del maggio 2012”, ha dichiarato il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, nel corso della sua recente visita a Tunisi per affrontare i temi dell’immigrazione e della cooperazione economica. “Per l’Italia, la Tunisia è un partner strategico”, ha aggiunto Della Vedova. “Siamo il secondo partner commerciale della Tunisia e uno dei principali investitori nel Paese negli ultimi anni. La nascita di un modello tunisino, può rappresentare una sfida seria e credibile anche rispetto a quei gruppi violenti che nel mondo islamico, strumentalizzando la religione, vorrebbero riportare l’orologio della storia indietro di secoli”.

Il 12 giugno 2014, era stata la ministra Roberta Pinotti a raggiungere Tunisi per un vertice con il Primo ministro Mehdi Jomaa e il ministro della Difesa Ghazi Jribi. “Il consolidamento dei rapporti di cooperazione bilaterale tra Italia e Tunisia e il rafforzamento del controllo dei flussi migratori e della stabilità e della sicurezza nel Mediterraneo sono stati i temi al centro dell’incontro”, riporta il comunicato emesso dal Ministero della Difesa italiano.

“L’incontro è servito anche a sensibilizzare la controparte circa l’urgenza di sottoscrivere un MoU Difesa rinnovato (la cui negoziazione è già stata avviata all’inizio dell’anno) che andrà a sostituire la Convenzione del 1991 non più adatta alle rinnovate ed incrementate forme di cooperazione. Sono state pianificate infine una serie di iniziative di formazione e previste esercitazioni congiunte in diversi ambiti”.

black hawkLe forze armate tunisine stanno perseguendo un articolato programma di potenziamento dei propri arsenali. A fine agosto, nel corso di una cerimonia alla base navale di La Goulette, il corpo diplomatico statunitense ha consegnato alla Marina militare tunisina due pattugliatori di 13.5 metri, cui si aggiungeranno entro il febbraio 2015 altre sette motovedette di 7,6 metri. “Le due unità veloci, del costo di più di 2 milioni di dollari, fanno parte di un nuovo programma di assistenza alla Marina tunisina per rafforzare la sicurezza marittima contro il terrorismo che colpisce la regione mediterranea”, ha dichiarato l’ambasciatore Usa, Jake Walles.

“Le imbarcazioni – ha aggiunto Walles – consentiranno alla Tunisia di controllare meglio la sua zona economica esclusiva e il flusso del traffico marittimo tra il Nord Africa e l’Europa. Il Comando delle forze armate Usa per il continente africano US AFRICOM, sta inoltre sviluppando una serie di mezzi per assistere le forze armate tunisine, compresa la condivisione delle informazioni, l’espansione delle attività di addestramento e la fornitura di equipaggiamento avanzato”.

C-130J-30Un paio di mesi fa, il Pentagono ha annunciato la consegna a titolo gratuito di una decina di tonnellate di “equipaggiamento difensivo”, tra cui caschi protettivi e giubbotti antiproiettile, alle unità speciali anti-terrorismo delle forze armate e di polizia tunisine. Washington ha poi autorizzato l’invio di sistemi militari per 60 milioni di dollari per “aiutare la Tunisia a combattere i militanti islamici che stanno minacciando la nascente democrazia nel paese”. A conclusione di un incontro con il Primo ministro Jomaa, il Comandante di US AFRICOM, generale David Rodriguez, ha specificato che gli aiuti comprendono “attrezzature per l’individuazione di materiale esplosivo, nuove imbarcazioni e addestramento”.

Il Dipartimento di Stato ha approvato inoltre la vendita alla Tunisia di dodici elicotteri da combattimento Sikorsky UH-60M “Black Hawk”, più apparecchiature e supporto tecnico-logistico, per un valore complessivo di 700 milioni di dollari. I velivoli saranno armati con razzi a guida laser, missili “Hellfire” e cannoni da 7.62 mm.

“Il trasferimento di questi elicotteri rafforzerà la capacità delle forze armate tunisine a contrastare le minacce regionali, consentendo migliori capacità di pattugliamento delle frontiere e rapidità di reazione e intervento alle unità aeree e terrestri nelle operazioni anti-terrorismo”, ha spiegato il portavoce del governo Usa. L’aeronautica militare tunisina ha pure ordinato due aerei da trasporto C-130J-30 “Super Hercules”, di produzione Lockheed Martin. Ad oggi, nessuno Stato africano è in possesso di questo velivolo da guerra.

Antonio Mazzeo
a_mazzeo@yahoo.com

Nelle foto: in alto il cantiere Vittoria, i due pattugliatori P350 e P270, un elicottero Sikorsky UH-60M “Black Hawk” e un Hercules.