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Ebola continua a espandersi anche se rallenta la sua corsa

Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena 13 novembre 2014

Ebola necessita di risposte che la comunità internazionale non sarà mai in grado di garantire”, sono parole di Antony Banbury, capo della missione ONU Ebola Response (UNMEER), che aggiunge: “Abbiamo bisogno di una rete di comunicazione all’avanguardia, ospedali, reparti di isolamento e cure intensive, medici, infermieri,  medicinali, personale addetto alla logistica, ingegneri, cibo, per fare qualche esempio. Inoltre ciò che rende tanto difficile la prevenzione, sono i complicatissimi test per cercare i virus nel sangue. Si perde molto tempo, perché ci vogliono macchinari da laboratorio complessi, personale specializzato, per non parlare delle misure di sicurezza per non essere contagiati.  Esiste un kit che può dare il risultato in poche ore. Costa 100 dollari, ma è difficile portarlo nei laboratori mobili, nelle zone rurali”.

cartello stopPer ultimo Banbury sottolinea: “Il personale di UNMEER è instancabile. Tutti noi stiamo facendo una corsa contro il tempo. Bisogna fermare questo terribile, invisibile killer quanto prima. La strada è difficile, ma sembra che abbiamo imboccato quella giusta. Ma credetemi, ti piange il cuore, quando un persona, guarita torna a casa, nel suo villaggio, e non è ben accetta. Deve ricominciare un’altra lotta; difficilmente potrà riprendere la vita che ha lasciato”.

La situazione ebola, aggiornata al 12 novembre 2014 è la seguente:
Spagna: 1 caso
Senegal: 1 caso
USA: 1 decesso, 4 casi
Nigeria: 20 casi, 8 decessi
Mali: 4 decessi
Guinea: 1878 casi, 1142 morti
Liberia: 6822 casi, i morti sono 2836
Sierra Leone: 5368 casi e 1169 decessi

Ad oggi ci troviamo di fronte 5260 persone uccise dal virus, le ultime due in Mali.

La  United States House Committee on Appropriations sta valutando la possibilità di erogare ulteriori fondi, 4,64 milioni di dollari,  per combattere l’ebola nell’Africa occidentale.  Mentre ulteriori 1,5 milioni dovrebbero essere  a disposizione in caso di necessità, per imprevisti.

controlliAnche se in alcune zone sembra che il temibile virus stia leggermente rallentando la sua folle corsa, come per esempio in Liberia, non si può assolutamente dichiarare che sia sotto controllo. Malgrado ciò, il presidente della Liberia, la signora Ellen Johnson Sirleaf, ha annunciato ieri durante una conferenza stampa di voler annullare lo stato di emergenza nel Paese.

Non sarà forse perché le elezioni sono alle porte? Se ne è discusso sia al Senato sia alla Camera dei deputati a Monrovia in questi giorni. Dovrebbero svolgersi il 16 o il 30 dicembre di quest’anno; difficili da attuarsi se nel Paese resterà in vigore lo stato d’emergenza.

E ora ebola è arrivata anche in Mali. Bamako, la capitale, vive nel terrore, dopo la morte dell’infermiera che ha curato la bambina, di soli due anni, arrivata in pullman dalla vicina Guinea. Più di 90 persone tra le forze di pace dell’ONU sono state messe in quarantena.

Ezéchiel Coulibaly, direttore del villaggio SOS di Khouloum (Mali) è molto preoccupato e in una lettera scrive ad Africa ExPress: “Anche se i bambini del villaggio sono al sicuro e non sono stati esposti al virus, non sono sereno. E’ necessario arginare immediatamente il terribile, invisibile killer, prima che sia troppo tardi. Questo è un Paese che ha già sofferto molto nel recente passato, non è pronto ad affrontare un’altra emergenza. I bambini sotto i 14 anni rappresentano il 48 percento della popolazione e sono i bimbi più poveri al mondo”.

Venerdì scorso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha disposto un nuovo protocollo per il seppellimento delle persone uccise da ebola. Sostiene, infatti, che funerali non sicuri aumentano il contagio del 20 percento. Durante i riti funebri tradizionali, molte persone vengono in contatto con il defunto e anche se la persona è morta, il virus rimane attivo. La linea guida dell’OMS è stata elaborata in modo tale che vengano rispettate tutte le religioni, specie quella cristiana e musulmana, le più praticate nei tre Paesi maggiormente colpiti dall’epidemia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Libia devastata da guerra per bande. La portaerei Garibaldi in allerta pronta a partire

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Africa ExPress
15 novembre 2014

Navi da guerra italiane, tra cui la portaerei Garibaldi alla fonda a Taranto, hanno ricevuto in questi giorni l’ordine di tenersi pronte a partire per la Libia. L’allerta si è resa necessaria – hanno confermato alcune fonti militari ad Africa Express – dalla situazione nell’ex colonia che si sta deteriorando sempre più. Ormai si è scatenata una furibonda guerra per bande ed è difficile trovare il bandolo di una matassa che si è ingarbugliata a tal punto che nessuno riesce a sbrogliarla.

libyan-happyIn settembre il parlamento libico, riunitosi a Tobruk, ha chiesto nuovamente al primo ministro uscente Abdullah al Thinni di formare il prima possibile un nuovo governo. La situazione si è aggravata dopo la perdita del controllo di quasi tutti i ministeri di Tripoli, oggi in mano a gruppi armati ostili all’attuale governo e guidati dalla milizia di Misurata. L’autorità dell’attuale parlamento è contestata dal Congresso Nazionale Generale, una sorta di parlamento rivale che è si è insediato a Tripoli e che intende nominare primo ministro Omar al Hasi.

Anche se le Nazioni Unite hanno dichiarato di riconoscere ufficialmente solo il parlamento di Tobruk (la Camera dei Rappresentanti), e quindi anche il futuro governo, quello preparato da al Hasi su richiesta del Congresso Nazionale Generale (l’ex Assemblea Costituente oggi in mano alle forze islamiste),  sembra partire con maggiori possibilità di riuscita di quante non ne abbia al Thinni dopo la perdita di buona parte delle sedi ministeriali e istituzionali e dello stesso aeroporto di Tripoli.

Il Paese in mano alle milizie armate e due parlamenti che si contendono il potere hanno avuto l’effetto di allontanare la diplomazia internazionale dalla Libia e di provocare una presa di distanza anche della Lega Araba, oggi maggiormente preoccupata di contenere la minaccia regionale rappresentata dall’avanzata dello Stato Islamico con i suoi nuovi insediamenti operativi sia in Libia sia nel Sinai.

Omar Al HasiL’unico alleato effettivo del cosiddetto Parlamento di Tobruk sembra essere l’Egitto, che ne ha riconosciuto la legittimità attraverso le dichiarazioni del ministro degli Esteri Sameh Shoukry. Il Cairo si appresta anche a tentare una mediazione tra le parti insieme a Bernardino Leon, l’incaricato delle Nazioni Unite, anche se le maggiori preoccupazioni egiziane risiedono nel continuo afflusso di armi che potrebbe essere fermato, secondo il ministro, solo da una forza militare europea attiva nel Mediterraneo.

Nel frattempo, il governo ha rivolto all’esercito un appello disperato per riconquistare Tripoli e ai giovani della capitale di aiutare le forze dell’ordine a liberare la città dai “gruppi oscurantisti”. Parallelamente, ha chiesto anche di processare Nuri Abu Sahimin, il presidente del Congresso e il suo primo ministro Omar al Hasi, con l’accusa di aver attuato un vero e proprio colpo di stato.

Ma la Corte Suprema libica (la Corte Costituzionale) è di tutt’altro avviso: il 6 novembre dichiara incostituzionali le elezioni del mese di giugno e scioglie la Camera dei Rappresentati, ovvero il Parlamento di Tobruk.

Accogliendo un ricorso presentato da un gruppo di parlamentari islamisti, che hanno boicottato sin dal suo insediamento le sedute della Camera dei Rappresentati, la Corte ha stabilito che il parlamento ha violato la Costituzione perché non si è stabilito in nessuna delle due principali città del paese, nonostante le precise disposizioni della Carta, e ha richiesto l’intervento militare di forze straniere dopo che le milizie islamiste avevano preso il controllo della capitale.

In effetti, questo parlamento era già confinato nella città di Tobruk, al confine con l’Egitto, costretto a tenere le riunioni in un edificio del porto e a riunire l’esecutivo per motivi di sicurezza a bordo del traghetto greco Elyros, particolarmente attrezzato a livello tecnologico. Sulla terraferma, il Parlamento di Tripoli è invece appoggiato da vari gruppi jihadisti, fra i quali Ansar al-Sharia, le Brigate 17 Febbraio e le milizie di Misurata, mentre sono rimaste a difesa dell’altro parlamento soltanto le milizie di Zintan (Tripoli) e quelle del generale Khalifa Haftar (Bengasi).

Secondo al Hassi, il Parlamento di Tobruk aveva già da tempo perso la sua legittimità e adesso è arrivato il momento di indire nuove elezioni (sotto l’esclusiva supervisione delle istituzioni libiche).

A suo favore gioca l’appoggio e la “vittoria” conseguita dalla coalizione islamista Alba Libica, ovvero il ripristino dell’ordine nella capitale, assicurando la continuità della corrente elettrica, la disponibilità di carburante e l’arresto di alcuni pericolosi criminali: “Se siamo stati in grado di fare questo in una città di oltre due milioni di abitanti, possiamo farlo anche in tutto il paese”.

libya_map2Ma adesso il vero problema è lo schieramento internazionale, o meglio l’atteggiamento che prenderanno i paesi coinvolti nella vicenda libica. I governi dell’Africa del nord, così come quelli europei della sponda mediterranea e le maggiori potenze occidentali, avevano già riconosciuto come legittimo solo il parlamento di Tobruk, con il quale intendevano intavolare le discussioni per la mediazione tra le parti (Conferenza di Madrid del 17 settembre).

Al Hasi non ha rapporti con la comunità internazionale, ma in particolare con l’Egitto, che è accusato dal suo schieramento di aver condotto insieme agli Emirati Arabi raid aerei per colpire le postazioni di Alba Libica.

La Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti avevano recentemente chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di inserire il gruppo Ansar al Sharia nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali, ritenendo che il congelamento dei beni e l’embargo sulle armi possano arginare il patto sugellato a Derna tra la milizia islamista e il califfato di al Baghdadi, già presente in quella regione con campi di addestramento per formare i futuri combattenti in Siria e in Iraq (il Consiglio di Sicurezza dovrà pronunciarsi il 19 novembre).

Nel frattempo, il Parlamento di Tobruk ha respinto la sentenza della Corte Suprema sostenendo che i giudici si sioo pronunciati sotto la minaccia di morte, proprio nella loro sede di Tripoli controllata da milizie armate ribelli ostili al governo legittimo espresso dalla Camera dei Rappresentanti.

 Africa ExPress

Darfur: 200 ragazze violentate in un villaggio. Ma l’ONU nega

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Massimo A. Alberizzi
Milano, 12 novembre 2014

Gli stupri di massa sono ricominciati in Darfur. In un piccolo villaggio, Tabit, a 45 chilometri dal campo profughi di Zamzam, nei pressi di El Fasher, 200 donne sono state violentate dall’esercito governativo alla ricerca di un commilitone scomparso. Credevano fosse stato rapito dalla popolazione del villaggio e così si sono vendicati stuprando le donne.

MORTIL’UNAMID (United Nation Africa Mission in Darfur, ma missione mista ONU Africa Union), che ha inviato sul posto un gruppo d’investigatori, nega che l’episodio sia avvenuto e ha minimizzato l’accaduto. E’ scoppiata una forte polemica perché Radio Dabanga, un’emittente indipendente che dal 2008 trasmette dall’Olanda ed è diretta alle popolazioni del Darfur, ha confermato l’episodio arricchendolo di particolari.

La notizia è stata segnalata ad Africa Express dal nostro stringer a Khartoum secondo cui “gli abitanti di Tabit sono scioccati dalle conclusioni dell’ONU: “Non sono state trovate evidente e/o informazioni” sulla violenza di massa, sostiene un rapporto dell’UNAMID.

Secondo l’emittente sei giorni dopo gli stupri di massa una missione dei caschi blu ha visitato il villaggio, ma era accompagnata da rappresentanti del governo. Qualche giorno prima l’investigazione senza “angeli custodi” non era stata autorizzata. Un indizio inquietante.

“Una delegazione di cinque membri del  Coordination Committee of Refugees and Displaced Persons in Darfur ha visitato il villaggio – ha raccontato uno del gruppo al giornalista di Radio Dabanga – . Siamo rientrati venerdì scorso dopo due giorni di investigazioni. Abbiamo incontrato 60 ragazze e giovani donne. Le abbiamo guardate nel profondo degli occhi quando ci hanno raccontato di essere state stuprate dai soldati dell’esercito dalle 8 della sera del 31 ottobre, fino alle 5 del mattino del giorno seguente”.

Il leader del comitato ai microfoni di Radio Dabanga ha calcato la dose: “Quando abbiamo letto le risultati delle Nazioni Unite siamo rimasti senza parole. Come hanno potuto concludere che il fatto non è accaduto se bastava parlare con queste donne per avere conferma degli stupri di massa? Abbiamo intervistato persino sette minori che ci hanno raccontato i fatti con parecchi dettagli”.  Il comitato ha promesso un rapporto più circostanziato nei prossimi giorni.

croce rorraDa un lato le testimonianze che stupri di massa ci siano stati veramente si moltiplicano, mentre dall’altro UNAMID continua a sostenere che non ci siano evidenze certe: “Non siam riusciti a raccogliere nessuna prova dei fatti”. C’è scritto in un comunicato, nel quale però si evita di raccontare l’importante dettaglio che gli investigatori erano accompagnati da 007 governativi.

E racconta ancora Radio Dabanga:”Prima dell’arrivo della delegazione di UNAMID  a Tabit, il commisario del governo, Alumda Alhadi Abdallah Abdelrahman, ha apertamente minacciato la popolazione: ogni persona che avesse parlato degli stupri ne avrebbe pagato le conseguenze”.

Ovviamente nessuno ha avvicinato di sua spontanea volontà gli investigatori e i pochi che sono stati interrogati hanno negato qualunque cosa.

Le minacce sono state confermate con un tweet da Khalid Ewais, un reporter della televisione Al Arabiya TV. E’ stato lo stesso comandante militare a dare quest’ordine che ha suscitato il terrore tra la popolazione. Khalid ha raccontato anche che i soldati seguivano gli investigatori e registravano con i telefonini le loro conversazioni con la gente.

bimbi e mitraRadio Dabanga, per altro, nei giorni scorsi ha mandato in onda diverse interviste con le ragazze violentate e con due leader locali che hanno confermato gli stupri subiti da 200 donne o giù di lì, il 31 ottobre, quando i soldati sono entrati nel villaggio alla ricerca di un commilitone scomparso, rapito, secondo loro dalla popolazione locale.

I dirigenti delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana impegnati i Darfur sono stati sempre assai cauti nelle accuse contro il governo sudanese, forse per timore di essere espulsi. Già, ma grazie a questa arrendevolezza sono stati fatti passare sotto silenzio crimini inauditi come l’eccidio l’8 luglio 2004 nella scuola di Suleya, dove alcune studentesse sono state legate con manette e bruciate vive.

Le foto raccapriccianti dei poveri resti di quelle ragazze mi furono consegnate da un ufficiale keniota dell’Unione Africana in lacrime: “Sono stipate in un cassetto ad Addis Abeba (sede della UE, ndr) e nessuno le tira fuori, nessuno le sbatte sulla scrivania del presidente sudanese Omar Al Bashir . Lo faccia lei che è un giornalista”.

Quelle foto sono atroci e, anche se mostrano con chiarezza come la cattiveria umana può arrivare a tanto, non ho mai potuto pubblicarle e non posso farlo neppure ora, (le tengo però gelosamente conservate)  per non ferire la sensibilità dei nostri lettori. Restano però una macchia indelebile sulla coscienza dei dirigenti sudanesi.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Dossier Eritrea 2 – The Dictator is in Crisis. Dissidents and Defections Increasing

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Our Special Correspondent
Saba Makeda
Somewhere inside Eritrea, 10th  November 2014

The presence of and the actions of Dimhit (the militant of Tigray People’s Democratic Movement) in Eritrean towns and cities is generally seen by Eritreans as an insult, generating resentment and increasing the likelihood of open confrontation. Such confrontation is further facilitated by the wide availability of weapons thanks to the People’s Militia programme.  In  October  2013,  Demhit  troops were  deployed to  round up Eritrean youth in Asmara ( the capital city) , at the time  much of the nation was in mourning over the drowning of over 300 Eritreans in Lampedusa, the young Asmarinos reacted to the round up, shots were fired and Demhit militia were beaten and wounded.

eritrea-protestThe mutiny of January 2013 (Forto) is an indicator of increasing frustration with the Isaias regime .The fractures within the Regime are such that increasingly more and more members of the inner circles are expressing dissatisfaction. In 2012 the Minister of Finance Mr Berhane Abrehe was dismissed, after 11 years of service, because he made the mistake of questioning the Government accounting practices in the mining sector.

In  the same year key elements within the  military  openly defied the  wishes of the President specifically  in the absence of the President, the  Minister of Defence Sebat  Ephrem, Eritrean Air  Force Commander Teklai Habteselassie; and  Internal Intelligence chief Simon Debregindel, established a senior military committee to  manage security in  direct contravention  to the  wishes of the President who had appointed General Teklai Kifle (Manjus) as his commander in chief.

In the same year, again in open defiance to the wishes of the President, the Minister of Defence (Sebat Ephrem) and General Tewil visited imprisoned military personnel in Asmara. (UN Eritrea Somalia monitoring Group 25 July 2013)

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The discontent amongst the military was further augmented by the increased support provided by President Isaias to the “People Militia “a programme managed by General Manjus that  started, to the great consternation of the Eritrean people as well as senior military leaders, in 2008. The Peoples Militia programme has placed a large number of weapons in the hands of civilians and out of the direct control of the Ministry of Defence. Presently the weekly and bi weekly drills of the People’s Militia have virtually stopped for lack of attendance.

In the meantime the  army continues  to be  weakened by the  disappearance  of many  conscripts  and junior  officers  within the country, due  to both  arrests,  people  hiding to  escape  conscription, as well as  escaping   across international  borders.

The  Regime continues to be impacted by  defections, the most recent and  widely publicised  defections were the defections of 3  Eritrean  Air force pilots  as  well as  that of the de facto Minister of Information  Ali Abdu in  2013. The defection of the latter has resulted in the arrest of member of his Father Abdu, Brother Sam and his daughter.

Additional evidence of the a  high  level of unrest as well as frustration with the Regime are the actions recently taken by both the Eritrean Orthodox Church as well as the Roman Catholic Church ( the two  largest Christian Churches in the country).

On 01 January 2014   the Orthodox Church excommunicated Mr Yoftahe Dimitros[1] and Mr Habtom Resom two officials imposed on the Orthodox Church by the Eritrean Government. The excommunication was for corruption, dictatorial administration, improper excommunication of member of the church; unlawfully monopolising the power of the Holy Synod and the papacy of His Holiness the Patriarch and the Archbishops. This excommunication was signed by the Abbots of the oldest monasteries in Eritrea.[2]

On the occasion of Easter  2014,  the Catholic Bishops of Eritrea  added their voices of  dissention  and reprimand with  a thirty  eight (38)  page  pastoral  letter with the title : “Where is my  Brother ?“. The letter clearly outlines the failure of the Eritrean Government in managing the country and in particular it sets out the Government’s responsibilities toward the youth of the country and the plight of the youth running away from the country. This is one of the few documents written by an Authority that has managed to speak to the youth of Eritrea and that has recognised their suffering and their plight.

erithrei scheletrici_0I was with Eritrean youth in the Diaspora when they read the pastoral letter.  They  read the letter with  tears in their eyes  and  reverence in their voices and  with a  feeling  that somebody  finally  understood the depths of their  despair and this gave them hope.

It is a pity that this letter has not yet been translated into English and Arabic such translations would allow a wider sharing of the message it contains clearly showing that Eritreans are fast reaching a turning point in their history.

From 24 October 2014 the Eritrean grapevine was very active with information of tensions in Asmara and in Eritrea generally. Families in the diaspora were sharing news that in addition to the usual problems of lack of fuel, lack of electricity, water shortages, ever increasing food and commodity prices, people who had  been  demobilised for  medical  reasons  had been asked to  report to their units and   member of the People’s Militia   had been  asked to  report to the SAWA military camp.

The extra ordinary thing is that the majority of the people called report for national service, including the youth, have not   reported to their designated area and clearly have no intention to report. This is an unprecedented act of mass Civil disobedience as it is happening across the demographic groups.  In the face of such large scale disobedience the Government is resorting to its usual black mail and extortion tactics of arresting family members.  However, unlike what has happened in the past this time the tactic is not working people are not showing up.

In addition families in the Diaspora are hearing that members of the People Militia have been ordered to return to the Government their weapons, and that the People’s Militia is disobeying these orders.

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The people who  are now  disobeying the  directive of the Eritrean  Government  are not the youth, they  are  President Isaias’s Peer Group  and the  Elders. According to the Eritrean grapevine there has already been an extensive round up in Mendefera. There are fears that major round ups are planned for all major towns and cities and that once again the Regime will resort to deploying the Tigray People’s Democratic Movement (TPDM) also known as “Demhit”. There are already reports of the deployment of Demhit in Asmara. Such tactic is likely to result, as it did in October 2013, in conflict. Already the talk is of retaliation.  [3]

The Arbi Harnet campaign is continuing to engage with both Eritreans in the country as well as outside and it is continuing to be a source of information. We are, however, not hearing   the voice of the Eritrean Opposition Parties outlining a programme for the country post Isaias Afeworki.

The danger is that, the Eritrean opposition in the diaspora, after waiting for so long for Eritreans in Eritrea to  react,   remains  fractious and  is not  ready to  lead the country through a transition leaving space  for a possible Military takeover. After so much suffering and sacrifice such an outcome would definitively be an unfortunate result.

Saba Makeda
makedasaba@ymail.com
(2 -fine)


[1]  Mr. Yoftahe Dimetros served as Ethiopian Ambassador in Israel in the Derg Government, now he is working as General Secretary of the Holy Synod of the Eritrean Orthodox Church (EOC)   ( source Jelal Yasin Abera).   The  father  of  Yothahe Dimitros  – known as Keshi Demitros conducted a negative  campaign  against  those members of the clergy who were opposed to the Unionist  cause  – http://www.ehrea.org/otherm4.php

[2] ( Monastery Kudus Yohannes, Debre Bizen,  Gedam  Tsaeda Amba Selassie, Debre Sina, Detre Tsege Sef’a; Debre Libanos)

Due funamboli in azione sulle cascate Vittoria: ecco il video

Africa ExPress
Livingstone, 10 novembre 2014

Due funamboli hanno attraversato il confine tra Zambia e Zimbabwe su una fune tesa sopra le cascate Vittoria, del fiume Zambesi. Il tedesco Lukas Irmler e l’austriaco Reinhard Kleindl hanno completato la traversata di 100 metri sul filo che si estendeva davanti alla faccia delle cascate.  I due funamboli hanno dovuto negoziare per diversi mesi con le autorità per ottenere tutti i permessi necessari per la passeggiata aerea.

Entrambi potevano contare su corde si sicurezza. Hanno comunque attraversato il confine senza cadere, anche se ci sono stati attimi di ansia.

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La traversata è stata complicata dagli spruzzi, una sorta di spray, che l’acqua solleva durante la caduta: “Le goccioline fluttuanti nell’aria  – ha raccontato Irmler – colpivano il mio viso e mi impedivano di vedere bene. Ma non solo: i qualche modo mi distraevano. Quando si è sospesi nel cielo così, è necessario avere una chiara visione dell’ambiente, è occorre essere concentrati sul punto di arrivo che si deve raggiungere. Non ci si può fare distrarre da un sacco di acqua che ti arriva sul fianco. E’ molto difficile mentalmente mantenere la concentrazione necessaria”.

Kleindl ha aggiunto: “L’acqua che arriva rende difficile anche la visione e sfalsa la prospettiva ottica. Inoltre lo spray arriva dai lati e si comporta come le onde, cerca di trascinarti via. Ovviamente, tutto è molto pesante perché è inzuppato d’acqua.”

Africa ExPress
twitter @africexp

Violazione dei diritti umani: il Gambia non fa entrare gli ispettori dell’ONU

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 novembre 2014

Il governo del Gambia ha vietato ai due ispettori dell’ONU, Christof Heins (sudafricano, relatore speciale sulle esecuzioni extra-giudiziali, sommarie o arbitrarie) e Juan Mandes (statunitense, relatore speciale sulla tortura) l’accesso al braccio della morte nelle putride galere di Banjul, la capitale del Gambia.

Heins e Mandez volevano entrare nella ex-colonia britannica per indagare su torture e esecuzioni di attivisti, giornalisti e oppositori politici, di uccisioni extragiuridiziarie.  I due sono rimasti nel Paese dal 3 al 7 novembre 2014 e hanno raccolto molte informazioni in proposito.

Kurdish refugee boy from the Syrian town of Kobani holds onto a fence that surrounds a refugee camp in the border town of Suruc, Sanliurfa provinceIn un comunicato rilasciato dall’ONU si legge: “Siamo venuti per ricordare alle autorità, al governo che hanno il dovere di far rispettare i diritti umani. Devono assolutamente impedire che vengano commessi atti criminali, uccisioni arbitrarie dalle proprie forze dell’ordine“.

Heins ha precisato che prima della partenza erano in possesso di tutte le autorizzazioni da parte del governo del Gambia. “Eppure – ha aggiunto – non ci hanno permesso di visitare la sezione di massima sicurezza del carcere della capitale. Il governo deve avere qualcosa da nascondere”.

uomp appeso paloLa pena di morte è stata rintrodotta nel 2012 e subito sono state uccise 9 persone. Yahya Jammeh è stato condannato a livello internazionale per aver torturato i suoi oppositori politici, averli mostrati in televisione per confessare reati inesistenti, per aver fatto ammazzare nel 2012 alcuni prigionieri politici e, da ultimo, per aver fatto varare dal parlamento draconiane leggi contro i gay.

Nel 2004 è stato ammazzato l’editore del giornale “The Point”, Deyda Hydara, che da allora è diventato il simbolo della libertà di stampa nel Paese. Jammeh ha sempre negato di averlo fatto uccidere.

Il Gambia conta poco più di un milione settecentomila abitanti. L ’attuale presidente è salito al potere nel 1994 con un colpo di Stato. Ha vinto poi le elezioni nel 1996, perché appoggiato dal suo partito, “L’Alleanza patriottica per il riorientamento e la costruzione” e anche le ultime del 2011 con il 72 percento dei consensi, strappati con minacce e intimidazioni, secondo i suoi oppositori appoggiati dal vicino Senegal.

Jammeh è un personaggio bizzarro. Nel 2007 ha dichiarato di essere in grado di curare l’AIDS con un intruglio di erbe. Qualche anno dopo ha annunciato di saper curare l’infertilità femminile.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

 

Dopo un anno di prigionia liberato in Yemen un sierraleonese dell’Unicef rapito a Sanaa un anno fa

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Africa ExPress
Sanaa, 8 novembre 2014

James Massaquoi, ingegnere, originario del Sierra Leone è stato liberato dopo oltre un anno di prigionia.. Il 6 ottobre 2013 era stato rapito da sconosciuti negli uffici dell’UNICEF a Sanaa, capitale dello Yemen e portato in un luogo che non è staro rivelato. Massaquoi si occupava di acqua potabile e sistemi di depurazione per conto dell’UNICEF. Infatti, Sana’a potrebbe presto diventare la prima capitale al mondo a corto di acqua potabile.

Uncef rapito in yemen“Oggi è un giorno veramente felice” si legge nella pagina facebook di UNICEF Yemen. “Il nostro collaboratore umanitario James Massaquoi è in buona salute, sta bene, è libero. Ora farà ritorno nel suo Paese, dopo essere stato privato della libertà per oltre un anno”,  si legge in un breve comunicato dell’UNICEF dell’8 novembre.

Lo Yemen è posto all’estremità meridionale della penisola araba ed è uno dei Paesi più poveri del mondo. Negli ultimi anno è stato spesso al centro delle cronache per i sequestri di stranieri. Ciò rende difficile anche gli spostamenti degli operatori umanitari delle varie Ong presenti nello Yemen.

James Massaquoi, dopo oltre un anno di prigionia, sofferenze, potrà presto riabbracciare la sua famiglia; forse è all’oscuro di ciò che lo attende in Sierra Leone, uno dei Paesi più colpiti dall’ebola.

Africa ExPress

Regna il terrore in Centrafrica: le bande armate scorrazzano per il Paese

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 novembre 2014

Nella Repubblica centrafricana la gente ha paura. Vive nel terrore dopo la nuova ondata di violenze scoppiate a metà ottobre. Gli sfollati sono oltre 410.000. Tutto ciò succede nel silenzio. La stampa internazionale non mostra molto interesse per sofferenze del CAR.  Lo ha dichiarato durante una conferenza stampa, tenutasi a Ginevra (Svizzera) il 31 ottobre scorso, Jens Laerke, portavoce dell’Ufficio dell’ONU per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA). “Siamo di fronte ad un’emergenza umanitaria importante. La nuova ondata di violenza ha riportato insicurezza e timore nella popolazione e anche gli operatori umanitari sono in grave difficoltà. Dall’inizio dell’anno sono stati ben 19 gli attacchi effettuati contro le nostre equipes”, ha sottolineato Laerke.

Auto seleka“Migliaia di persone sono state uccise: 2,2 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari e 2,3 milioni di bambini soffrono a causa delle violenze di questa assurda guerra; molti di loro non possono ricevere un’adeguata istruzione, anzi sono in tanti che hanno dovuto interrompere il corso di studi, ha aggiunto Christopher Boulierac, portavoce dell’UNICEF, presente alla stessa conferenza stampa.

Mentre la portavoce del World Food Programme (WFP), Elisabeth Byrs, ha sottolineato con rammarico: “La situazione nel CAR è sempre più precaria. A causa della grave crisi che sta attraversando il Paese, le riserve alimentari, specie nelle zone rurali, sono scese del 70 percento. Se le violenze e gli attacchi contro il nostro personale continueranno, dovremo sospendere la distribuzione di cibo”.

Il compito di MINUSCA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic) non è certamente semplice: disarmare le varie fazioni, riportare la stabilità nel Paese, sostenere il governo di transizione per arrivare a nuove elezioni.

milizianiUna decina di giorni fa, durante la perquisizione di una casa nel quartiere di Boy Rabé, nella capitale Bangui,sono scoppiati nuovamente violenti incidenti. Militari di MINUSCA hanno appoggiato le forze dell’ordine interne (FSI) durante il loro intervento nel rione, considerato la roccaforte degli anti-balaca  (gruppo sostanzialmente composto da cristiani) a Bangui e per mesi teatro di violenti scontri tra cristiani e musulmani (Seleka). Gli agenti stavano cercando un capo degli anti-balaka, un certo Andilo, sospettato di essere il responsabile di molte esecuzioni sommarie, quando un commando di tre uomini armati li ha attaccati. In loro soccorso sono intervenuti i militari di MINUSCA. Uno di loro ha puntato il fucile contro un soldato francese, ma è stato subito neutralizzato. Durante la perquisizione è stato effettuato un importante sequestro di armi e munizioni.

Tuttavia gli scontri e le sparatorie si sono protratte per tutta la giornata e i residenti del quartiere sono rimasti chiusi nelle loro case. Hanno paura che scene del genere si possano ripetere. In Centrafrica si può morire da un momento all’altro.

miliziani anti balakaSono mesi che  gli abitanti di Bangui chiedono il disarmo delle bande armate. Una fonte diplomatica che ha chiesto di mantenere l’anonimato, ha rivelato che MINUSCA dopo forti pressioni dall’ONU ha finalmente avviato questa operazione. Perquisizioni di abitazioni e arresti di un’ottantina di persone sono stati effettuati nelle ultime settimane e continuano su più fronti in tutto il Paese.

La portavoce di MINUSCA, Myriam Dessables, in un breve comunicato di qualche giorno fa ha annunciato: “I nostri caschi blu hanno liberato 67 donne nel centro del Paese. Erano state sequestrate da milizie armate appartenenti ai Seleka che le hanno tenute in ostaggio per oltre una settimana. Grazie ad altre operazioni militari hanno ritrovato la libertà anche altre quattro donne, rapite nella capitale dagli anti-balaka. Altre azioni militari sono in corso in tutto il Centrafrica per cercare di liberare tutti gli ostaggi ancora in mano alle bande armate”.

Nella Repubblica Centrafricana si dovrebbero svolgere le elezioni nei primi mesi del prossimo anno; vista la forte instabilità e le violenze ancora in corso, anche MINUSCA, durante l’ultimo briefing politico ha suggerito al governo di transizione di far slittare questo appuntamenti così importante per il Paese di almeno sei mesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Ucciso a bruciapelo un leader islamico moderato a Mombasa

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Africa ExPress
Mombasa, 5 novembre 2014

Un leader islamico moderato è stato ucciso martedì sera a Likoni sobborgo meridionale di Mombasa. Lo sceicco Salim Bakari Mwarangi è stato raggiunto da due uomini armati che si sono avvicinati a bordo di una motocicletta all’uscita della moschea dopo la preghiera dell’imbrunire, gli hanno sparato a bruciapelo e sono scappati. L’uomo, che aveva 57 anni, è stato colpito all’addome e al braccio.

_78774043_151043949-1Mwarangi era pacifista e appoggiava gli sforzi del governo per combattere gli oltranzisti shebab legati ad Al Qaeda e la loro retorica. Robert Kitur, il portavoce della polizia di Mombasa, ha annunciato che è stata lanciata immediatamente una caccia all’uomo. Kassim Bakari, un parente stretto di Mwarangi, ha raccontato alla France Presse che lo sceicco negli ultimi tempi, aveva ricevuto minacce di morte e temeva per la sua vita: “Voleva la pace e predicava la pace”, ha aggiunto.

Secondo Haki Africa, un gruppo islamico moderato locale, la morte dell’imam può avere gravi conseguenze perché i suoi fedeli possono ora vendicarsi sugli estremisti che popolano la costa keniota. “Mwarangi era membro del Mombasa peace committee e aiutava il governo a cercare di convincere i giovani radiali a cambiare strada e convincerli a schierarsi su posizioni moderate”, ha raccontato alla Reuters Francis Auma, coordinatore dei programmi di Haki Africa.

Mwarangi è l’ultimo di una serie di islamici ammazzati dagli estremisti. In giugno lo sceicco Mohammed Idris, presidente del Council of Imams and Preachers of Kenya, è stato ucciso anche lui all’uscita di una moschea sempre a Likoni. Dal 2000 ventuno leader moderati sono stati uccisi o spariti senza lasciare traccia.

La violenza sulla costa keniota sta creando gravi danni alla fiorente industria del turismo. Le presenze di stranieri sono diminuite assai. Tempo fa la Gran Bretagna ha chiuso il consolato a Mombasa e gli Stati Uniti hanno lanciato avvisi ai loro cittadini sui pericoli rappresentati dagli estremisti islamici. Il 24 luglio scorso una turista tedesca è stata uccisa a bruciapelo mentre visitava la città vecchia di Mombasa.

 Africa ExPress

Nigeria, massacro dei Boko Haram in un villaggio. Decapitati 50 militanti islamici

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 novembre 2014

Ciò che è successo il 3 novembre a Potiskum, Yobe (Stato nel nord-est della Nigeria) è ancora avvolto nel mistero:  un kamikaze avrebbe fatto esplodere una bomba, uccidendo 15 sciiti che hanno partecipato  al corteo del giorno dell’Ashura.  In questo giorno si ricorda il martirio di Hussein – nipote del profeta Muhammed – e di 72 suoi seguaci – a Karballa, nell’attuale Iraq. La strage avvenne il 10 del mese muharram nel 680 AD.

Shekau video-picIl fatto è accaduto nella periferia della città, a Tsohuwar Kasuwa, e il corteo di pellegrini è stato attaccato dopo aver fatto visita all’emiro locale. Lo riferisce una fonte di polizia che ha chiesto l’anonimato e Ibrahim Maina ai reporter dell’Agenzia France Presse (AFP).

In un secondo tempo militari nigeriani avrebbero aperto il fuoco e ucciso almeno altre cinque persone. Nessun commento da parte dell’esercito. E, per ora, nessun gruppo ha rivendicato l’attacco; le dita sono puntate verso la setta islamica Boko Haram.

Qualche giorno fa, invece, a  Biu, un villaggio che dista più o meno 185 chilometri da Maiduguri, capitale dello Stato del Borno (nel nord-est della Nigeria), 41 persone, sospettate di appartenere alla terribile setta, sono state uccise e poi decapitate, durante un’azione congiunta tra militari e  un gruppo di vigilanza (Civilian Joint Task Force, a.k.a Civilian JTF ).

Almeno 50 militanti sarebbero stati sorpresi mentre trasportavano capre e pecore nei loro camion.  Fonti anonime hanno riferito al Vanguard (un giornale nigeriano) che dopo un combattimento durato oltre due ore, 41 sarebbero stati uccisi, poi decapitati e le loro teste infilzate su bastoni.

militanti BokoUmar Hassan, membro del gruppo di vigilanza ha dichiarato: “Abbiamo infilzato le loro teste, volevamo che la popolazione vedesse che i Boko Haram sono persone, non bestie. Non deve aver paura di loro, anzi, dovrebbe raggiungere il nostro corpo di vigilanza per combatterli, invece di temerli”. Infine ha aggiunto: “Nessun soldato è stato ferito o ucciso. Mentre si parla di colloqui di pace tra il nostro governo e la setta, loro continuano ad uccidere, a minacciare. Sono nemici dell’islam, della Nigeria”.

E intanto Abubakar Shekau, leader dei Boko Haram, appare in un nuovo video, inviato il 1. novembre 2014 all AFP, vestito in tuta militare, stivali e un turbante nero in testa, circondato da 15 militanti. Parla in lingua hausa e ridendo dichiara con enfasi: “Le oltre 200 ragazze rapite a Chibok sono ora sposate con appartenenti al gruppo e sono state convertite all’Islam. Vivono con i loro mariti”. Sottolinea: “Non abbiamo trattato con nessuno circa con cessate il fuoco. E’ una bugia. Non abbiamo negoziato con nessuno. Allah non lo desidera”. Infine aggiunge: “Abbiamo rapito anche un cittadino tedesco”.

Il cittadino tedesco è un insegnate. Lavorava in un istituto tecnico a Gombi, un centinaio di chilometri da Adamava, capitale dello Stato del Bauchi. E’ stato rapito il 16 luglio di quest’anno. Il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, interpellato dalla France Presse  AFP non ha voluto commentare il fatto.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes