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Medico italiano di Emergency colpito da Ebola. E’ in viaggio verso l’Italia

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Speciale per Africa-Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 novembre 2014 (ore 21:40)

Un medico italiano che lavora per Emergency in Sierra Leone si è ammalato di ebola e ora è in viaggio con un aereo speciale verso Roma. Sarà ricoverato all’ Istituto Nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani a Roma.

BN-EK734_0905eb_E_20140905194907Nel pomeriggio sono state allertate l’Unità di crisi della Farnesina e l’aeronautica militare per le attività operative, seguite anche direttamente da Gino Strada, fondatore di Emergency.

Per ora sta “bene” si nutre e beve autonomamente, riferiscono in due comunicati distinti sia il ministro della salute Beatrice Lorenzin e Emergency.  Il medico lavorava a Lakka, città non lontana da Freetown capitale del Sierra Leone,  da ottobre;  insieme a lui prestano servizio  altri 26 connazionali e operatori sanitari internazionali provenienti da Ucraina, Spagna e Uganda.

Medici e infermieri sono i più esposti al contagio; per la protezione dei pazienti e per loro stessi hanno seguito dei corsi di formazione specifici sui protocolli di protezione, sull’utilizzo dei dispositivi di protezione personale e come muoversi all’interno degli ospedali per evitare la profusione del virus. Malgrado tutte le precauzioni, succede che un operatore sanitario venga contagiato dal virus ebola.

Franco Miani, proprietario di un ristorante a River number 2, che dista solo sette chilometri dall’ospedale di Emergency a Lakka, al telefono con Africa ExPress ha raccontato: “Ieri sera il personale di Emergency aveva prenotato un tavolo. Non si sono visti, mi è stato riferito che uno di loro non stesse troppo bene. Poi stamattina ho saputo il perché”.

I casi ufficialmente registrati dall’OMS sono 15352 (Italia compresa) . I decessi sono 5459 al 21.11.2014.
Certamente casi e morti saranno molti di più. Non tutti gli ammalati si rivolgono alle strutture mediche.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@twitter: @cotoelgyes

 

Rapiti da Al Qaeda in Mali dodici ragazzini: ”E’ un reclutamento forzato”

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 novembre 2014

Dodici ragazzini sono stati rapiti sabato da milizie affiliate ad al-Qaeda a Agueloc e Kidal, nel Nord del Mali. Due piccoli sono stati uccisi senza pietà mentre cercavano di scappare. “Si tratta di un reclutamento forzato di bambini-soldato” ha dichiarato Diaran Kone, un ufficiale dell’esercito del Mali ai reporter di Reuters.

02-08-2011tuaregrebelsSolo un giorno prima, venerdì scorso, un kamikaze si è fatto esplodere vicino a una miniera di fosfato alle porte della città di Bourem. Per fortuna non ci sono state altre vittime o feriti.

Mentre a  Takabort, un villaggio che dista una quarantina di chilometri da Kidal,  giovedì 20 novembre sono stati trovati i corpi di due ribelli tuareg.

Ad Algeri si sono riuniti sabato 22 novembre rappresentanti del governo del Mali e dei ribelli tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (MNLA) sotto gli occhi vigili dei mediatori internazionali. Le due parti in questione si sono dichiarate soddisfatte della prima giornata di colloqui, anche se i punti da chiarire sono ancora molti. I ribelli pretendono che il nome di Azawad venga riconosciuto nei documenti di pace, mentre sembra che i rappresentanti di Bamako (capitale del Mali) vogliano fare marcia indietro rispetto a quanto stabilito durante i precedenti negoziati di ottobre. Non vogliono più concedere l’autonomia economica dei territori richiesta dai ribelli, che insistono sulla costituzione di uno Stato federale.

Ovviamente questa posizione rappresenta un blocco non indifferente per raggiungere un trattato di pace che preoccupa la comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti. Domani è atteso ad Algeri il sottosegretario di Stato, la signora Bisa Williams, che parteciperà alle trattative.

Il Mali è piombato nel totale caos nel 2012, dopo un colpo di stato militare nella capitale Bamako, nel sud del paese.  Ribelli tuareg e gruppi legati di Al-Qaeda si sono impossessati delle regioni settentrionali e sono scese verso il mezzogiorno. Nel gennaio del  2013 le truppe francesi sono intervenute (operazione Serval), bloccando l’avanzata e respingendo gli insorti.

Tuareg con banderaIl 1° agosto 2014 l’operazione Serval è stata sostituita da Barkhane (dal nome delle dune scolpite a forma di mezzaluna dal vento), è una forza costituita da 3000 soldati, di cui  mille dispiegati a Gao, in Mali; il quartiere generale della missione è a N’Djamena, capitale del Ciad. All’operazione collaborano Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Cia, per contrastare il terrorismo nel Sahel.

Africa ExPress ha illustrato ampiamente il conflitto in Mali in questo articolo: http://www.africa-express.info/2013/12/24/il-conflitto-mali-e-il-terrorismo-nel-sahal-colloquio-con-serge-daniel/.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Epidemia di peste bubbonica in Madagascar, 119 colpiti, 40 morti, una ragazza ad Antananarivo

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Nostro Servizio Particolare
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 23 novembre 2014

Una ragazza è morta di peste bubbonica a Antananarivo, capitale del Madagascar e un grido d’allarme è stato lanciato ieri dall’OMS., l’Organizzazione Mondiale della Sanità.   E’ la prima volta, ormai molti anni, che si deve registrare un caso mortale in una grande città dell’ex colonia francese.

Antananarivo Slum 1Sebbene la peste sia da sempre endemica in Madagascar, specialmente nelle zone rurali dove la mancanza d’igiene e gli scarsi mezzi sanitari non ne ostacolano la diffusione, il problema è sempre stato sottostimato. Ha sempre riguardato, infatti, piccole località isolate con un andamento stagionale.

bimbo in slumQuest’anno comunque c’è da registrare una forte recrudescenza. Secondo i dati ufficiali engli ultimi tre mesi sono 119 le persone colpite dalla malattia, tre volte rispetto a quelle conteggiate in tutto il 2013. I morti sono quaranta.

Antananarivo Slum 2Ma il presentarsi della malattia nella capitale – ricordiamo che è una città che sfiora i 3 milioni di abitanti, specialmente a inizio della stagione delle piogge – ne aggrava improvvisamente la pericolosità. Per vari motivi: inizialmente la densità di popolazione della capitale, è estremamente più alta per cui è molto più facile una propagazione improvvisa della malattia.

Poi la stagione delle piogge, che data l’inesistenza di una rete fognaria valida, rende la parte bassa di Antananarivo un acquitrino per diverse settimane dove i topi, veicoli del batterio, sono costretti all’improvviso a uscire dalle loro tane e coabitare a stretto contatto con la popolazione.

Infine – fattore importante – le abitudini funebri che prevedono un periodo di permanenza del cadavere in casa, con evidenti rischi di propagazione del virus.

con rattoPer queste ragioni sia l’OMS sia il ministero della sanità locale hanno voluto intervenire in maniera decisa fin da subito, arrivando anche a usare la forza contro i familiari delle persone morte che non volevano  assolutamente seppellire immediatamente i loro congiunti. Stessi mezzi usati anche per disinfestare interi villaggi e tenere in quarantena chi è stato nei giorni scorsi in contatto con le famiglie dei contagiati dal virus .

La peste bubbonica è una malattia facilmente curabile. La sua diffusione è ancor più facilmente controllabile, ma la situazione dell’igiene nella capitale del Madagascar e ancor più la difficoltà d’accesso ai farmaci di base da parte della popolazione potrebbero portare a un rapido sviluppo della malattia con conseguenze catastrofiche.

topoIl parassita
che trasmette la pesta è la pulce dei ratti. Sembra che l’insetto sia diventato resistente ai pesticidi, da qui l’attale recrudescenza dell’infezione.

Giorgio Maggioni
https://plus.google.com/+GiorgioMyMadagascar

Il Sudan vieta all’ONU di investigare sulle 200 donne stuprate dall’esercito in Darfur

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Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi

22 novembre 2014

Nonostante la comunità
internazionale abbia insistito, il governo sudanese si è rifiutato di consentire un’altra inchiesta sugli stupri di massa avvenuti a Tabit in un villaggio nel nord Darfur. L’invito a permettere un’altra investigazione era stato rivolto dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon. Il capo del Palazzo di Vetro aveva chiesto di verificare le accuse rivolte da Radio Dabanga, un’emittente in onde corte che trasmette dall’Olanda, ma con reporter in giro sul terreno nella martoriata regione.

11-17-2014Tabit_DarfurASecondo la stazione, che ripota testimonianze dirette, sarebbero stati i militari dell’esercito sudanese a compiere le violenze su oltre duecento donne del villaggio. Il segretario dell’ONU aveva confessato lunedì di essere “profondamente turbato” dalle accuse di stupro di massa, sottolineando che solo un’indagine completa da parte della missione UNAMID (United Nations Africa Mission in Darfur, un’operazione ibrida dell’ONU e dell’Unione Africana) avrebbe aiutato a far luce sull’accaduto. Aveva quindi invitato il governo sudanese a concedere agli investigatori libero accesso, senza ulteriori indugi, a Tabit e alla sua popolazione.

Una precedente inchiesta non aveva portato a nessun risultato. Radio Dabanga ha lanciato pesanti accuse. Le violenze sarebbero accadute il 31 ottobre. Il 2 novembre è arrivato un piccolo gruppo di caschi blu e investigatori dell’ONU, che però sono stati allontanati il 4 novembre. Il 9 novembre è arrivato un altro team di 18 persone delle Nazioni Unite che però erano accompagnate da funzionari e soldati governativi che registravano con i telefonini tutte le interviste e le conversazioni, con il chiaro intento di intimidire gli interlocutori. Nonostante ciò qualcuno è riuscito, senza essere ascoltato, a raccontare: “Siamo stati minacciati e ammoniti a non riferire e non rivelare quello che è successo qual giorno”.

gruppo Jem AIl tentativo di Ban Ki Moon per una nuova indagine, era stato appoggiato da Abiodun Bashua, il capo facente funzioni della missione. Il giorno dopo il funzionario aveva fatto sapere che sarebbe stato assai importate verificare le voci sugli stupri di massa.

Ma mercoledì il viceministro degli esteri sudanese, Abdalla al-Azrag, aveva gelato le aspettative, cercando di ridicolizzare l’ONU e il suo capo: “Vada a investigare altrove. In Sudan non commettiamo queste nefandezze”. Si vede che, Abdalla al-Azrag, non ha mai visto le foto e guardato i video che mostrano le atrocità commesse dal suo esercito o dalle milizie paramilitari organizzate dal suo governo, i terribili janjaweed, i “diavoli a cavallo” che terrorizzavano le popolazioni civili uccidendo gli uomini, rapendo i bambini e violentando le donne.

Mi verrebbe voglia di andare a Khartoum e scaraventargli sulla scrivania le fotografie dei resti delle povere studentesse di Suleya ammanettate e bruciate vive dai paramilitari complici del governo qualche anno fa. Sono immagini con la dicitura Africa Union Confidential, che non sono mai uscite dalle scrivanie dei funzionari dell’Unione Africana ad Addis Abeba, ma sono conservate nell’archivio di Africa ExPress e fanno parte delle prove che inchiodano il presidente sudanese, Omar Al Bashir alle sue responsabilità. Bashir è ricercato dal Tribunale Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, genocidio e stupri di massa.

Mideast Sudan International Court DarfurAbdalla ha giustificato la decisione di negare il permesso di investigare sostenendo che la popolazione di Tabit vuole essere lasciata in pace. Gli anziani, ha spiegato, hanno protestato per la precedente visita dei funzionari dell’ONU che, nonostante abbiamo investigato, non hanno trovato nulla. Si è poi coperto di ridicolo quando ha sentenziato: “ Il procuratore speciale per i crimini in Darfur, Yasser Ahmed Mohammed è corso a Tabit per investigare lui stesso in prima persona. Appena pronto pubblicheremo il suo rapporto”. Peccato che Yasser sia stato nominato dal governo.

Un funzionario delle Nazioni Unite che lavora in Darfur (e che per motivi comprensibili motivi vuole mantenere l’anonimato) ha raccontato ad Africa ExpPress che i caschi blu e i civili della missione non hanno più libertà di movimento. “Le Nazioni Unite ci hanno tolto l’uso dele automobili. Ufficialmente per motivi di sicurezza e perché le rubano, di fatto per evitare che andando in giro a curiosare creiamo problemi e attriti tra missione e autorità. In queste condizioni non siamo di nessun aiuto alla popolazione, possiamo quindi andarcene”.

“In Sudan – raccontano altri testimoni ad Africa Express – ormai il malcontento è generalizzato. I mercati si stanno svuotando, non c’è valuta per le transazioni, le università sono in subbuglio”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Shebab somali sequestrano un bus in Kenya e ammazzano a sangue freddo 28 passeggeri

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Parata 1Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi

22 novembre 2014

Almeno 28 persone, 19 uomini e 9 donne, sono state ammazzate a sangue freddo questa mattina da un gruppo di integralisti somali – i sanguinari shebab filiale di Al Qaeda nell’ex colonia italiana – che, entrati in Kenya nel distretto nordoccidentale di Mandera, hanno sequestrato una corriera di linea diretta a Nairobi, con a bordo 60 passeggeri. Il bilancio rischia di salire perché tra i molti i feriti alcuni sono in fin di vita.

I sopravvissuti hanno raccontato che i miliziani, un centinaio (si sono loro stessi definiti shebab) hanno ammazzato immediatamente quattro poliziotti che viaggiavano in uniforme . Poi hanno separato i somali dai kenioti. A questi ultimi hanno fatto recitare versetti del Corano e rivolto domande sulla dottrina islamica. Chi sbagliava le risposte veniva ammazzato con un colpo di pistola alla testa. Subito dopo il massacro, il commando è fuggito verso la frontiera con la Somalia, che corre poco lontano.

Mappa manderaLo stringer di Africa ExPress a Nairobi ha raccontato che secondo le prime indagini, tra i morti c’è un piccolo gruppo di insegnanti in vacanza, che stava andando a trovare le famiglie nella capitale keniota.

L’attacco arriva dopo che le autorità keniote all’alba di lunedì scorso hanno effettuato due raid in altrettante moschee di Mombasa, Masjid Musa e Sakina, conosciute per le loro posizioni estremiste e per i sermoni che incendiano gli animi dei loro sacerdoti. Durante il rastrellamento la polizia ha sequestrato armi leggere e bombe a mano, arrestato 251 giovani radicali, alcuni ancora in carcere.

Infatti in tarda mattinata è arrivata la rivendicazione degli shehab firmata dal loro portavoce: Ali Mohamud Rage, da qualche parte all’interno della Somalia, nelle zone controllate dai ribelli: “I nostri mujaheddin hanno colpito a Mandera per vendicare l’attacco contro i nostri fratelli delle moschee di Mombasa”, c’e scritto in un documento inviato anche ad Africa ExPress.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Nuova ondata di reclutamenti in Eritrea: Onu in allarme per le fughe di massa

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Cornelia I. Toelgyes
21 novembre 2014

Allarme delle Nazioni Unite. Nelle ultime settimane c’è stato un forte incremento del numero dei giovani che fuggono dal lager Eritrea. La dittatura è spietata e il folle che governa e sta distruggendo l’ex colonia italiana ormai ha la mente fuori controllo. Solo con la pazzia megalomane si può spiegare un comportamento, spietato, crudele e atroce. Si parla della Nord Corea come di un Paese governato da una cricca di pazzi. Beh, l’Eritrea è molto peggio, anche perché il tiranno Isayas Afeworki, ha distrutto le speranze e i sogni di un’intera generazione.

bimbo dietro reticolatoPer le vie di Asmara, la capitale dell’Eritrea si incontrano ancora giovani per le strade, nelle campagne è difficile trovarne uno. Molti sono scappati, continueranno a farlo; quelli rimasti nel Paese sono in qualche centro di addestramento militare, prestano il servizio di leva perpetuo o sono in galera.
Che si scappi dal Paese è evidente. Nel rapporto  dell’UNHCR del 14 novembre 2014 le cifre parlano chiaro.

Da gennaio a ottobre 2014 quasi 37.000 (diciamolo chiaramente: trentasettemila) eritrei hanno presentato domanda di asilo in diversi paesi europei. L’anno scorso si sono registrati 13.000 nello stesso periodo. Dunque il flusso di persone che fugge da questa realtà disumana è quasi triplicato rispetto al 2013. Nel solo mese di ottobre, quasi 5000 eritrei sono entrati in Etiopia. Il 90 per cento di loro ha tra 18 e 24 anni. Settantotto i minori non accompagnati.

prigionieriMolti cittadini eritrei passano per il Sudan o chiedono asilo in quel Paese. Dall’inizio dell’anno, 10.700 persone, vale a dire circa mille al mese.  Etiopia e Sudan ospitano 216.000 rifugiati eritrei.

Negli ultimi mesi c’è stato un nuovo forzato reclutamento da parte del governo eritreo che lo ritiene indispensabile a causa delle forti tensioni con l’Etiopia.

Dalla fine della guerra tutti i giovani, una volta terminate le scuole superiori (uomini e donne, senza distinzione) sono obbligati ad arruolarsi fino all’età di cinquant’anni, ora anche più a lungo, per il miserabile compenso di 500 nakfa.  Un euro vale 18 Nakfa al mercato ufficiale, 60 al mercato nero. Chi rimane nel Paese, sopravvive perchè familiari o amici che vivono all’estero, inviano regolarmente denaro ai propri cari.

Il periodo sotto le armi non è una passeggiata. Africa-Express ne ha parlato in svariati articoli. Sevizie, stupri sono all’ordine del giorno. Le donne possono abbandonare le caserme solamente quando sono in dolce attesa. Vengono congedate senza un soldo. Sono costrette a tornare nella famiglia d’origine con il loro bambino o a chiedere ospitalità ai suoceri, se sono sposate. Lo stipendio del marito non è sufficiente per mantenere una famiglia, figuriamoci se si è una ragazza madre!  Impossibile permettersi di sognare, costruire un futuro per i propri figli.

eritrea-protesteGli ultimi dati del “global hunger index” riportano l’Eritrea al secondo posto per malnutrizione infantile. I bambini crescono con i nonni nei villaggi. La disperazione è terribile. La avvertono anche i piccini, che crescono in un mondo senza più speranze. Appena cresciuti, tanti di loro, pur di evitare il terribile servizio militare, scappano ancora minorenni in Etiopia o Sudan. Spesso proseguono il viaggio verso la Libia,  i barconi della speranza.

Chi scappa, sa che può andare incontro alla morte. Se la polizia o i militari eritrei incontrano giovani nelle vicinanze dei confini, sparano a vista. Arrestano i fuggiaschi, li sbattono nelle prigioni, dalle quali non sempre si esce vivi. Torture di ogni genere, per strappare confessioni di reati mai commessi, portano alla pazzia, spesso alla morte.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Comincia in Burkina Faso il post Compaoré, si insedia il nuovo governo

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Africa ExPress
20 novembre 2014

Subito dopo il colpo di Stato del 31 ottobre 2014, Isaak Zina si era autoproclamato presidente del Burkina Faso, eppure martedì scorso, 18 novembre 2014 ha sovrinteso al giuramento di Michel Kafando, ex-ministro agli esteri di Blaise Compaoré, scelto dai militari a occupare quel ruolo. Il giorno dopo, invece,  Zina, è stato nominato Primo Ministro del Paese.

demo 3Lo statuto di transizione impone un equilibrato controllo del potere. Prevede anche una camera legislativa ad interim della durata di un anno, fino a nuove elezioni.

Proprio in questi giorni gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali sono stati molto soddisfatti della nomina di un civile come presidente del Burkina Faso e hanno incoraggiato Kafando, che ha alle spalle una lunga carriera come diplomatico, a scegliere collaboratori e ministri profondamente motivati e intenzionati a traghettare il Paese verso una democrazia solida durante l’anno di transizione. Le elezioni presumibilmente dovrebbero svolgersi entro 12 mesi. La comunità internazionale chiede che il potere torni ai civili, pena sanzioni economiche. Non è nemmeno molto chiaro se l’Unione Africana accetterà che un militare occupi un posto chiave in questo governo.

Durante la sua prima intervista
ad un emittente straniera,  Kafando ha dichiarato mercoledì (prima della nomina ufficiale di Zina) di non temere una collaborazione con i militari. “Si sono dimostrati saggi. Dopo aver preso il potere, si sono ritirati nelle loro caserme”, ha commentato ai reporter di FR1. E ha aggiunto: “Credo che si possa instaurare una buona collaborazione con loro”.

Zina e Kafando appartengono allo stesso gruppo etnico, i Mossi.

Africa ExPress

Nigeria, l’emiro di Kano arringa i suoi fedeli: “Difendetevi da soli contro i Boko Haram”

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 novembre 2014

E l’emiro dei Kano, Lamido Sanusi, uno dei più influenti leader religiosi del Paese, dopo un raduno di preghiera, ha incoraggiato la popolazione a difendersi  da Boko Haram da sola, come può. “Un invito all’anarchia”, è stato il commento di uno dei  portavoce della polizia. Generalmente l’emiro non commenta o interviene nelle questioni politiche del Paese. Ci si domanda perché abbia deciso di lanciarsi in una allerta di questo genere.

auto calcinataLamido Sanusi è stato Presidente della Banca Centrale della Nigeria. Il presidente Goodluck Jonathan l’ha rimosso dall’incarico nel febbraio di quest’anno: l’ha accusato di malversazione, distrazione di fondi e finanziamento occulto di Boko Haram.

Sanusi è stato scelto come successore del vecchio emiro,  Ado Abdullahi Bayero, leader musulmano in prima linea contro i terroristi, morto i primi di giugno all’età di 83 anni. Poche settimane fa ha incontrato il presidente nigeriano ad Abuja, capitale della Nigeria, per cercare di appianare i vecchi dissapori.

Domenica scorsa, con un comunicato diffuso dalle agenzie, Timothy Antigha, capo di stato maggiore, dipartimento pubbliche relazioni dell’esercito nigeriano, ha comunicato che i militari hanno liberato la cittadina di Chibok sabato sera alle 19.00. Chibok è tristemente famosa perché nell’aprile scorso i militanti di Boko Haram hanno rapito poco meno di 300 studentesse il giorno prima dell’esame di maturità. “Ora siamo in controllo della città. La sorvegliamo e messa in sicurezza”, ha spiegato Antigha. La notizia non può essere confermata da testimoni oculari. La cittadina è deserta. Quando i militanti di Boko Haram hanno preso possesso dell’abitato, giovedì scorso, tutti sono tutti.

emir-of-kano-sanusi-lamido-sanusi1Fra una settimana scadrà lo stato d’emergenza nei tre Stati settentrionali (Borno, Yobe, Adamawa), imposto da maggio dello scorso anno. “Vista la situazione attuale è necessario prolungarlo. La questione sarà sottoposta all’Assemblea nazionale”, ha dichiarato Mohammed Adoke, ministro della giustizia dell’ex colonia britannica .

Sempre domenica, un’altra kamikaze si è fatta esplodere in un mercato di Azare, città nello Stato del Bauchi, è stata uccisa una decina di persone. Appena una settimana c’è stata un’esplosione simile vicino ad una banca, sempre ad Azare. Allora le vittime sono state sette. Per ora gli attentati non sono stati rivendicati; tutti comunque puntano il dito contro i militanti di Bok0 Haram. Azare dista solo un centinaio di chilometri da Potiskum, dove lunedì scorso un’altra kamikaze ha ucciso 48 alunni di una scuola.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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La polizia attacca due moschee radicali a Mombasa: tre ore di guerriglia, un morto e 251 arrestati

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Africa ExPress
Mombasa, 17 novembre 2014

Almeno tre di guerriglia urbana oggi all’alba a Mombasa, nel distretto di Majengo, in seguito a un operazione lanciata dalla polizia dopo la mezzanotte di domenica, alla ricerca di estremisti islamici in due moschee Masjid Musa e Sakina, ben note perché frequentate da giovani radicali. I due templi sono già stati oggetto delle attenzioni della polizia a causa dei sermoni dei sacerdoti che spesso incitano alla violenza e infiammano gli animi. Un rastrellamento è stato organizzato anche nella zona di Kisauni, sempre nella città portuale.

Camion porta via aestatiCi sono stati scontri: un giovane è morto e altri 251 sono stati arrestati. Gli agenti hanno sequestrato pistole, granate, coltelli, munizioni e pamphlet che inneggiano alla guerra santa.

Lo spiegamento delle forze dell’ordine è stato enorme: sono stati impiegati oltre 600 agenti. Per entrare nella moschea Sakina i poliziotti hanno scardinato e divelto le porte.

Notizie raccolte al telefono da Africa ExPress, raccontano che l’0perazone è stata condotta in seguito alle indagini sull’omicidio, avvenuto il 4 novembre scorso, a Likoni, sobborgo meridionale di Mombasa, di in leader islamico moderato, lo sceicco Salim Bakari Mwarangi. Lo sceicco che aveva 57 anni, è stato raggiunto da due ragazzi armati che gli si sono avvicinati in motocicletta all’uscita della moschea dopo la preghiera dell’imbrunire. Gli hanno sparato a bruciapelo e sono scappati.

armi sequestrate 2Le indagini hanno portato gli inquirenti alle moschee Sakina e Masjid Musa, da dove, ne sono convinti, provenivano i due killer in moto.

La violenza contro gli elementi moderati della comunità islamica continuano da tempo sulla costa keniota, Venerdì scorso è stato ucciso da un commando armato che l’ha aspettato sotto casa a Kisauni contea di M0mbasa, Zakariya Mwinyi Kalume, 39 anni, un uomo che lottava contro gli estremisti.

Africa ExPress

Nelle foto: uno dei camion che sta portando via gli arrestati  e le armi e la bandiera islamista mostrate dalla polizia dopo il sequestro

Nigeria, massacro continuo: nessuno riesce a fermare i Boko Haram

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 novembre 2014

Giovedì pomeriggio un gruppo di militanti di Boko Haram ha assalito la cittadina di Chibok, nello Stato del Borno, in Nigeria, diventata tristemente famosa per il rapimento delle studentesse nell’aprile di quest’anno.  La notizia è rimbalzata solamente ieri sera sui giornali, perché immediatamente gli appartenenti alla setta islamica hanno distrutto e interrotto tutti i mezzi di comunicazione e testimoni oculari che sono scappati, hanno dichiarato a Saharanews webside, che i sanguinari fedeli di Allah avrebbero comunicato alla popolazione: “Ora Chibok fa parte del nostro califfato”.

Ragazza e macerieChibok è una piccola città, abitata per lo più da cristiani. Dopo l’assalto, chi è potuto fuggire, è fuggito, forze di sicurezza nigeriane comprese. Una cittadina fortemente provata dal dolore, annientata, senza più forze per poter reagire, delusa dalle promesse vane fatte dal governo nigeriano di riportare a casa le ragazze ancora in mano ai rapitori. Dunque, i Boko Haram hanno avuto gioco facile. Un assalto ben studiato anche dal punto di vista psicologico.

Il 7 novembre, invece, un folto gruppo di terroristi Boko Haram, è entrato a Malam Fatori, nell’est dello Stato del Borno, al confine con il Niger.  Molti civili si sono rifugiati a Bosso, che dista solo due chilometri da Malam Fatori, mentre 300 soldati nigeriani hanno attraversato il fiume Komadougou che segna il confine tra Nigeria e Niger. La sera stessa il governo nigeriano ha ordinato il coprifuoco dalle 19.00 in poi e inviato rinforzi per controllare la frontiera. Il Niger teme infiltrazioni da parte di militanti jihadisti.

Boko su blindoFonti militari hanno rivelato di aver messo in libertà 125 persone, arrestate durante un’operazione contro la setta. Una volta terminate le indagini, è emerso non sono militanti. Stessa decisione per un altro gruppo  di 42 persone che erano state cacciate in galera con le stesse accuse. Anzi, è stato offerto loro addirittura un risarcimento 100.000 naira (più o meno 470 euro) ciascuno.  Le forze dell’ordine nigeriane sono spesso accusate di violenza. E’ stata aperta un’inchiesta sull’uccisione di 16 persone a Potiskum, i cui cadaveri sono stati ritrovati crivellati da pallottole.

E sempre a Potiskum, nello Stato dello Yobe, sono morte 48 persone all’inizio della settimana. Una kamikaze, vestita con l’uniforme della scuola e con uno zaino imbottito di esplosivo, ha sparso morte e distruzione in una scuola la mattina alle 07.30. Altre 17 persone sono rimaste ferite.  Solo una settimana prima altre persone sono state uccise durante una processione in occasione di una festa religiosa  musulmana sciita. Garba Alhaji, padre di uno dei feriti ha dichiarato che nella scuola il servizio di sicurezza era insufficiente.

Mappa ChibokIl massacro è stato condannato fortemente dalla portavoce del governo degli Stati Uniti, Jen Psaki, che ha espresso le condoglianze alle famiglie e da Ban-Ki moon, segretario generale delle Nazioni Unite (ONU).

Da Libreville (Gabon) Abdonlaye Bathily, rappresentante speciale dell’ONU per l’Africa centrale, durante una conferenza stampa ha fatto un appello alla comunità internazionale: “Dobbiamo lottare insieme contro Boko Haram che continua a mietere vittime. Ormai non è più solo un problema nigeriano. Si infiltrano ovunque, specie nel Camerun.  Bisogna intervenire urgentemente per evitare un disastro umanitario”.

I problemi del gigante dell’Africa sono molteplici. Al primo posto la corruzione e i famigerati Boko Haram. Bisogna riportare a casa le studentesse di Chibok, una promessa che il presidente Jonathan Goodluck ha fatto ai genitori. Riuscirà a fare fede alla parola data? Eppure con scaltrezza ha dichiarato proprio l’altro giorno di volersi presentare alle prossime elezioni presidenziali che si terranno nel mese di febbraio 2015.

Cornelia I. Toelgye
corneliacit@otmail.it
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