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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 8 aprile 2026 È...

Liberata la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita in Iraq

Africa ExPress m.a.a. (+ agenzie e New York...
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Eritrea, how the dictatorship kills the free press

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Our Special Correspondent
Saba Makeda
Somewhere in Eritrea, 3rd January 2014
(2 – continues)

In the first part of this story Saba Makeda
writes about the failed Eritrea Constitution
that the dictator didn’t want to implement.
You can find the article here

The demise of the independent press

The relationship between the state and private media had always been difficult and based on control and mistrust so much so that as early as 1990 the Mr Taha Mohmmed Nur, a former liberation fighter, and a respected elder gave up on efforts to establish a newspaper because the Ministry of Information was insisting to read everything before it was published.

Despite the difficulties by 2001 the Eritrean private press was very actively reporting on the issues affecting Eritrean in particular the issues raised by
(a) the students;
(b) the group of Eritrean intellectuals that became known as the G 13 and later the issues raised by
(c) 15 politicians that became known as the G 15.

At first, the government reacted  by trying to stifle the media by  arresting and conscripting the journalist. By June 2001 the Committee to Protect Journalist wrote to the Minister of Justice (Ms Fawzia Hashim) asking the whereabouts of 15 Eritrean Journalists who were believed to have been arrested or forcibly conscripted.

POSTERIt is a matter of  record not only that there never was a satisfactory reply but also that the situation deteriorated  to such an extent that by 18 September 2001 all the remaining independent journalist were arrested and all of the independent papers were closed. To date there is no independent press in Eritrea. There are no international correspondents in Eritrea.

Eritrea is presently a country where the only way for people to know what is going on is by word of mouth – bado seleste (03) , bado tsciate (09) ; or arbi harenet ( freedom Friday) . When the volcano exploded in the Danakil depression in 20012, most  Eritreans heard the news from the international media or from relatives in the areas affected.

Saba Makeda
Makedasaba@ymail.com
(2 – continues)

 

Eritrea, a Constitution on Paper that the Dictator has never Wanted to Implement

Nigeria: il caos dei Boko Haram, le presidenziali e il rischio colpo di Stato

Speciale per Africa ExPress
Blessing Akele
Benin City (Nigeria) 11 dicembre 2014

Rischio colpo di Stato in Nigeria. Il caos provocato dai terroristi di Boko Haram, l’antagonismo tra i cristiani – che in questo momento detengono lo scranno della presidenza della Repubblica – e i musulmani – che se ne vogliono impadronire – sta facendo saltare l’equilibrio instabile che ha tenuto, almeno formalmente, i militari lontani dal potere. Tra gli altri problemi che stanno minando il Paese, quello della legge elettorale che, invece di assicurare il processo libero delle votazioni, impedisce l’esercizio della democrazia. Il cancro del Paese, poi, la corruzione, non è neppure affrontato e la classe politica del Paese sguazza nel più profondo inquinamento politico e culturale.

mitra al soleLa Repubblica Federale della Nigeria
nell’abbracciare il sistema demoratico, nel 1999, fra i vari sistemi, presidenziale (USA), monarchico costituzionale (Regno Unito), parlamentare (Italia), ha scelto quello nordamericano. Naturalmente, copiandone la Costituzione, ha apportato i dovuti aggiustamenti, perché riflettesse le realtà territoriali, culturali, religiose ed etniche, idonee  a porre in chiaro risalto gli specifici tratti distintivi del popolo nigeriano. Nel Paese il sistema presidenziale è basato su una rigida separazione dei poteri: a questo principio sono dedicati infatti i primi articoli della Carta fondamentale repubblicana.

LA DISTINZIONE TRA I POTERI

Il Potere Esecutivo
è detenuto dal presidente della Repubblica, che nomina tutti i principali funzionari (in buona parte fra i componenti del partito vittorioso, secondo il cosiddetto spoil system), compresi i direttori dei vari dicasteri amministrativi (ministeri), che gli restano  strettamente subordinati. Il Presidente risulta controllato dal Senato ma solo per alcune delle sue attribuzioni, quelle di maggior rilievo per le quali è richiesta un’approvazione particolare.

Il Potere Legislativo è prerogativa della Camera dei deputati (con membri eletti nei vari Stati in proporzione alle rispettive popolazioni) e del senato (tre membri per ogni Stato-membro, la Nigeria ha 36 Stati). Il presidente non può convocare né sciogliere le Camere, non ha iniziativa legislativa e può solo negare il suo assenso, con l’effetto di ritardare, i disegni di legge inviatigli dal Senato, mentre i ministri del Presidente non possono partecipare alle riunioni parlamentari. Compaiono invece spesso in seno alle Commissioni per perorare e appoggiare i disegni di legge patroncinanti dal Governo.

judgesIl Potere Giudiziario è in mano ai giudici che sono di nomina presidenziale. La loro durata in carica, comunque, è illimitata. I giudici godono di un considerevole prestigio, anche perché, tra l’altro, hanno il diritto di controllare la costituzionalità delle leggi.

UNA TESI CHE NON CONVINCE
Una parte degli analisti ritiene che in Africa un sistema di governo di questo genere, che concentra quasi tutto il potere nelle mani del presidente, è particolarmente idoneo a risolvere con successo le gravi difficoltà derivanti dalle arretrate condizioni economiche e sociali. Una tesi che non mi convince.

costituzioneLa legge elettorale nigeriana ha le sue origini nel “Elective principle” introdotto dal governatore-generale coloniale Sir Hugh Clifford (successore di Lugard), il quale nella costituzione del 1922, ha previsto l’elezione di quattro rappresentanti per le regioni di Lagos e Calabar. Allora solo i maschi adulti godevano del diritto di voto. Il suffragio universale è stato introdotto in Nigeria nel 1979.

La Costituzione nigeriana prevede un organo elettorale con il potere di promulgare la legge quadro che regola la fondazione, la gestione e il controllo dei partiti politici. Inoltre traccia le norme procedurali per l’esercizio del voto nelle elezioni politiche generali a livello federale (presidenziali, legislative), statale (governatoriali, legislative) e locali (presidenti provinciali).

INEC, L’ AUTORE DELLE LEGGI ELETTORALI
Tra gli istituti costituiti nel corso del tempo ci sono il NEC (National Electoral Commission), FEDECO (Federal Electoral Commission) e per ultimo INEC (Independent National Electoral Commission). Ed è quest’organismo, l’INEC, con i suoi componenti e le norme elettorali in vigore, che costituiscono il punctum dolens per i cittadini nigeriani. L’INEC è un organo esecutivo costituzionalmente previsto, cui il parlamento riconosce il potere di legiferare in materia elettorale. Lo vedremo nel dettaglio più in basso

InecLa legge elettorale del 2006, riformata dall’amministrazione dell’ex presidente Yar’adua, attraverso la Commissione di riforma elettorale, capeggiata dall’ex giudice supremo Mohammad Uwais, e entrata in vigore il 29 dicembre nel 2010, è già da riformare  per le sue inadeguatezze costituzionali. Nemmeno l’attuale amministrazione di Goodluck Jonathan ha accolto i suggerimenti di buon senso proposti dalla Commissione Uwais.

L’unanimità nelle decisioni è generalmente irraggiungibile, i sistemi democratici hanno quindi adottato il principio della maggioranza, temperandolo, peraltro, con un’ampia tutela dei diritti delle minoranze, che si possono, per esempio, organizzare in partiti politici. In Nigeria, questo principio è carta straccia.

TRASTULLO DEI POTENTI
Ecco un piccolo elenco di quegli aspetti salienti della normativa elettorale che la rendono una farsa, un perfetto manuale su come imbrogliare le elezioni, una sorta di “trastullo dei potenti” contro l’interesse collettivo e nazionale. E’ vero che nel sistema presidenziale di governo come quello nigeriano, i partiti possono, e sono addirittura miniziosamente disciplinati nella loro organizzazione interna e nel loro funzionamento, tuttavia, le regole elettorali nigeriane distorcono la democrazia e sono lontane dal garantire trasparenza, correttezza e onestà.

L’INEC, con il potere legislativo che gli viene riconosciuto, stabilisce, tra i requisiti richiesti per la registrazione di un partito:

a) La sede principale deve essere in Abuja e le sedi secondarie devono essere in 2/3 degli Stati della Federazione. A chi scrive pare una presenza capilare degna di un istituto bancario;

urneb) L’imposta di  registro è a discrezione dell’INEC. Si legge nella norma: “registration fee as may be prescribed by the Commission”.  Dizione volutamente generica e incerta, il cui risultato è quello di impedire, per esempio, a un gruppo di cittadini che hanno costituito da tre anni un’associazione di trasformarsi in un partito politico;

c) I documenti da allegare alla richiesta di registrazione di partito (atto costitutivo, statuto, certificati anagrafici dei membri esecutivi, curricula dei membri, programma politico, etc) sono un’enormità. Ciascun documento allegato alla domanda deve essere presentato in 10 copie o più, cioè tante quante la Commissione riterrà necessario. Come si può immaginare si devono consumare un’infinità di risme di carta e di cartucce d’inchiostro per poter registrare un partito politico in Nigeria;

d) INEC può revocare lo status di partito politico, in caso d’inattività politica, per esempio la non partecipazione alle elezioni o per stato di morosità dovuta a mancato rinnovo previsto ogni 4 anni dopo ogni elezione presidenziale. Un partito che si deve rinnovare a pagamento pena la perdita dal suo status, appare del tutto insolito. Una norma di questo genere non garantisce alcuna libertà.

INEC Headquarterse) Nei tre mesi di mora consentiti, il partito è di fatto commissariato da membri dell’INEC . Se non provvede in tempo a pagare l’imposta di rinnovo, decade, perdendo la qualità di partito. Se nei tre mesi di commissariamento, un suo membro agisce in nome e per conto del partito stesso, viene sanzianato sia pecuniariamente che con la reclusione di un anno. Una norma assurda che spiega bene cosa si nasconde dietro l’interpretazione democratica nigeriana;

f) I simboli dei partiti sono tenuti presso la sede dell’INEC in un registro a pagamento, la cifra da versare è sempre a discrezione dell’organismo. Ad ogni tornata elettorale il partito deve presentare richiesta all’INEC per poter concorrere con il proprio simbolo alle elezioni;

poster register to voteg) i membri direttivi dell’INEC possono fare irruzione nelle riunioni, durante le convenzioni, i dibattiti, le primarie dei parititi politici con il pretesto di tenere sotto controllo eventuali atti di violenza. L’obiettivo non è quello di tutelare le diverse formazioni politiche e sociali ma piuttosto impedire, o comunque rendere complicato e difficile, il normale esercizio della democrazia.

Come se tutto ciò non bastasse, i seggi sono aperti solo per quattro ore al giorno nei giorni di elezioni. In Nigeria vivono circa 160 millioni di abitanti di cui circa 80 milioni con diritto di voto. Come fanno a votare in sole quattro ore ogni giorno delle votazioni, soltanto il presidente dell’INEC, Attahiru Muhammadu Jega lo sa. Per non parlare poi del metodo di raccolta e conteggio dei voti: un’alchimia. Infatti ogni risultato elettorale, dal 1999 fino all’ultimo spoglio del 2011, è regolarmente inquinato da brogli e violenze.

Blessing Akele
blessing.akele@yahoo.com
twitter @BlessingAkele
(1 –continua)
#BringBackOurGirls

Egitto, verrà rifatto il processo ai giornalisti di Al Jazeera (che restano in carcere)

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Africa ExPress
Cairo, 1° gennaio 2015

La Corte Suprema egiziana ha accettato il ricorso dei giornalisti di Al Jazeera, condannati per complicità con i Fratelli musulmani, in galera da oltre un anno: saranno nuovamente processati. La notizia è stata data stamattina dagli avvocati difensori dei reporter. Ma i tre, Peter Greste, Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, non saranno rilasciati finché non compariranno di nuovo davanti ai giudici che decideranno se potranno tornare in libertà o no, ha spiegato uno dei legali, Mostafa Nagy. La Suprema Corte infatti ha negato la possibilità di libertà su cauzione.

I tre in gabbia“La Corte di Cassazione ha accettato il nostro reclamo – ha spiegato Amr al-Deeb l’avvocato di Peter Greste dopo un’udienza di una mezzoretta –  e ordinato un nuovo processo”. “Baher, Peter and Mohammed – ha aggiunto un portavoce di Al Jazeera – sono stati condannati ingiustamente, non hanno mai collaborato con i Fratelli Musulmani. Le autorità del Cairo devono liberarli subito e non tirarla per le lunghe. Quest’ingiustizia sta creando gradi problemi di immagine all’Egitto.

Mohamed Fahmy, Baher Mohamed, Peter GresteGli avvocati sono ottimisti e sperano in un finale rapido e positivo, ma i fratelli di Peter Greste, Mike e Andrew, sono insoddisfatti: “Temiamo che i tempi per la loro liberazione si allunghino. Abbiamo molta strada da percorrere ancora”.

I tre giornalisti sono in prigione da 369 giorni accusati di essere complici con i Fratelli Musulmani, il gruppo antigovernativo di ispirazione islamica. Peter Greste e Mohamed Fahmy sono stati condannati a sette anni e Baher Mohamed a dieci, perché nella sua stanza la polizia ha trovato un proiettile esploso che il reporter aveva raccolto per terra durante le dimostrazioni di piazza.

Africa ExPress
#FreeAjStaff

Il direttore del resort di Chale: “Nessun attacco all’isola. I banditi volevano solo assalire il parcheggio”

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Mario Scianna è il direttore del resort Sands, a Chale Island, in Kenya,  il cui parcheggio è stato preso di mira da un gruppo di banditi nella notte tra il 21 e il 22 dicembre scorso. Ci ha mandato una puntualizzazione che volentieri pubblichiamo:

1) Alle 23.24 del 21.12.15 ora in cui è iniziato il fatto, c’era minima bassa marea ed è impensabile attraversare il tratto che divide la terra ferma dall’isola a piedi scalzi, per circa settecento metri, senza allertare la sicurezza su quest’ultima, a parte il rumore dei tre colpi sparati al povero askari esplosi a dieci metri dal parcheggio, bisogna considerare il tempo materiale che occorre per raggiungere l’isola stessa considerare il tempo speso all’interno della stessa e il ritorno! Io personalmente e la polizia eravamo sul posto dopo 18 minuti.

a pedi verso l'isola2) Il corpo dell’askari era a circa dieci metri dal parcheggio, abbiamo le foto con l’ora esatta e non è stato trovato la mattina dopo!

3) I banditi erano quattro e non dieci e avevano un giaccone mimetico come quello che usa la polizia ma erano con i flip-flop (le ciabatte infradito, ndr) e i pantaloni di colore diverso l’uno dall’altro.

 

4) Uno degli askari ha capito che non erano poliziotti, anche perché non sono arrivati in macchina ma a piedi, e si è limitato nel dire che non erano stati avvertiti dell’ispezione e ha dato loro una bottiglia d’acqua che avevano chiesto dopodiché i quattro si sono allontanati è uno dei miei askari si è diretto verso l’isola dopo aver allertato la sicurezza via radio. Dopo cinque minuti i quattro malviventi sono tornati e avendo capito di essere stati scoperti – probabilmente il secondo askari aveva riconosciuto uno di loro dal momento che è del posto – hanno deciso di ucciderlo. Non è mai stato ferito il primo.

in_barca_verso_Isola25) Nel parcheggio c’erano delle macchine costose di nostri clienti di Nairobi. Se si considera che sia a Nairobi sia a Mombasa rubano gli specchietti retrovisori, si può immaginare cosa possono guadagnare con otto copertoni più cerchioni del Ranger Rover altri otto di Land Cruiser più altro materiale. Le guardie del Neptune, che è poco distante, avevano visto un pick-up vuoto passare a quell’ora. Se i banditi fossero riusciti a immobilizzare le guardie, avrebbero avuto tutta la notte per fare il loro lavoro indisturbati. Sapevano perfettamente che l’attacco all’isola non era possibile, per via del tempo e della sicurezza in loco.

Lingua di terra6) Il nostro ambasciatore era nell’isola e può testimoniare sul nostro sistema di sicurezza che abbiamo rinforzato con due poliziotti armati 24 ore su 24.  Il suo corrispondente si è limitato di prendere spunto sui giornali locali, e noi sappiamo benissimo cosa riescono a scrivere i giornalisti per vendere qualche copia in più, senza andare a fondo del problema. Quello che lei ha pubblicato è su tutte le agenzie italiane, abbiamo avuto un sacco di cancellazioni con una perdita notevole su una stagione già misera per la situazione attuale, e non è bello e giusto.

Mario Scianna
Direttore del resort The Sands of Chale                         

Ebola e Boko Haram, un anno difficile il 2014 per l’Africa

Speciale per Africa-ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 dicembre 2014

Nel remoto villaggio di Meliandou in Guinea muore alla fine di dicembre 2013 Emile Ouamouno, un bimbo di pochi anni. Solo qualche giorno prima aveva giocato con i suoi amichetti vicino ad un albero che ospitava una colonia di pipistrelli molosso. Uno studio recente del Robert-Blank Institut di Berlino, pubblicato nella rivista EMBO Molecular Medicine, afferma che sono certamente i pipistrelli molosso i portatori sani del terribile virus ebola e non, come ritenuto in un primo momento, i pipistrelli della frutta.

Trasporto cadavereFossero responsabili i secondi, che vengono catturati, cucinati, perché ritenuti una prelibatezza in molti Paesi africani, il virus si sarebbe trasmesso ben prima. Sembra dunque evidente che il piccolo Emile deve essere stato morso o graffiato da un pipistrello molosso, che in questo modo lo ha infettato, dando così inizio alla più grande epidemia di ebola, che finora ha ucciso quasi 8000 persone e contagiato oltre 20.000 soprattutto in Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Preoccupa più l’ebola di tutte le guerre che insanguinano il continente africano. Sì, perché la malattia si trasmette, si espande invisibilmente, può infettare anche noi occidentali, con i “barconi della speranza” , come sostiene qualche politico con tendenze razziste e poco informato.

disinfestazioen cadavereSta di fatto che il Consiglio di sicurezza dell’ONU si è riunito il 18 settembre 2014 e con la risoluzione nr. 2177 (2014) ha istituito UNMEER (UN Mission for Ebola Emergency Response), prima missione dell’ONU che si occupa di salute pubblica, per dare risposte immediate ai Paesi maggiormente colpiti da questa tragedia.

Ma l’ebola continua la sua folle corsa. Ha colpito sopratutto popolazioni già deboli, fragili, molte di loro uscite di recente da guerre civili e altre tragedie. La comunità internazionale si è mossa forse in ritardo, ma non si può negare, in questo caso, che ha dato e sta dando il suo contributo sia finanziario che in uomini, operatori sanitari che, pur sapendo di esporsi ad alti rischi, sono pronti a tendere la mano.

Boko Haram #BringBackOurGirls

Se fino a metà aprile 2014 Boko Haram, un gruppo terrorista islamico che opera soprattutto nel Nord-Est della Nigeria, era sconosciuto ai più, con il rapimento di quasi 300 studentesse avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014 in una scuola di Chibok nello Stato del Borno, è entrato nelle cronache di tutti i maggiori media mondiali. Per settimane l’hashtag #BringBackOurGirls  è stato il più gettonato, ora è praticamente scomparso. Alcune ragazze sono riuscite a scappare, molte sono ancora in mano ai sanguinari fanatici. Ci si chiede se non siano proprio le studentesse o altre giovani donne rapite da loro durante svariate incursioni/attacchi, ad essere state addestrate come kamikaze e usate come tali durante gli ultimi assalti, spargendo, come sempre, morte e terrore.

Soldats-de-la-secte-boko-haramMa cosa significa Boko Haram esattamente, da dove proviene il loro nome? Liberalmente tradotto dalla lingua hausa, parlata prevalentemente nel nord del Paese, significa “L’educazione occidentale è peccato” e fu dato a loro dalla gente di Maiduguri, capitale del Borno State, dove il gruppo si è formato tra il 2001 e il 2002. Il loro nome ufficiale è “Gruppo della Gente della sunna per la propaganda religiosa e per la jihad”  (in arabo:جماعة أهل السنة للدعوة والجهاد, Jamāʿat Ahl al-Sunna li-daʿwa wa l-Jihād).  Ustaz Mohammed Yusuf il fondatore, apre un complesso religioso, che comprende una moschea e una scuola, per dare la possibilità ai poveri di dare un’educazione ai propri figli.

Ma il centro ha anche obbiettivi politici oltre che religiosi e recluta le nuove leve non soltanto in Nigeria, ma anche nel vicino Niger e Ciad, oggi anche nel Camerun. Secondo Eric Guttschuss  di Human Rights Watch, Yusuf attirava giovani disoccupati, criticando pesantemente le forze dell’ordine e la corruzione politica, endemica nella ex-colonia britannica.

Durante le insurrezioni del 2009, Yusuf viene ucciso. Il nuovo leader dei Boko Haram è Abubakar Shekau, il cui obiettivo è di combattere il potere secolare per instaurare la Sharia in Nigeria. Il gruppo è organizzato in cellule, che spesso operano autonomamente l’una dall’altra. Ancora non è chiaro quali siano le sue relazioni con altri gruppi terroristici internazionali, ma è evidente che troverà terreno fertile nel proprio Paese, dove non c’è nessuna volontà politica di voler combattere la corruzione, il male che affligge la Nigeria e che è la sua rovina. Nazione ricchissima di petrolio, ma dove una buona fetta della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Chiediamoci il perché.

Il gruppo Boko Haram è contrario a tutto ciò che viene dall’Occidente. Ma è veramente così? Se così fosse, perché utilizza macchine, camion, motociclette, armi, soft- e hardware e altro, prodotti essenzialmente occidentali, per uccidere, seminare terrore, produrre i video nei quali appare il loro leader Shekau? Considerazione forse semplicistica, ma che può indurre ad alcune riflessioni e sollecitare alcune domande. Per esempio, perché i suoi miliziani non uccidono solamente cristiani, ma anche musulmani e attacca persino le moschee?

ragazze sequestrate 2Dopo il sequestro delle ragazzine di Chibok, la Nigeria aveva chiesto aiuto alla comunità internazionale che ha risposto con un meeting a Parigi il 17 maggio 2014, al quale erano presenti i capi di Stato della Nigeria, Ciad, Niger, Camerun, Benin, Francia, nonché rappresentanti dell’Unione Europea, del Regno Unito e degli Stati Uniti d’America. Durante il meeting si è discusso sulla sicurezza in Nigeria, per coordinare gli aiuti per combattere i terroristi e come proteggere la popolazione civile. L’aiuto dei Paesi occidentali e del vigile occhio dei loro satelliti spia è stato poi inspiegabilmente rifiutato.

La maggior parte delle studentesse di Chibok non sono mai tornate a casa dai loro familiari. Il governo nigeriano ha annunciato qualche mese fa di aver intrapreso delle trattative con esponenti dei Boko Haram per la loro liberazione e pare che alcuni militanti dei terroristi siano stati fatti uscire dalle galere. Dal canto loro i jihadisti hanno rilasciato la moglie del vice-presidente del Camerun, per il resto: nulla di fatto.

Negli scorsi giorni la corte marziale ha condannato a morte 54 militari per ammutinamento, si erano rifiutati di combattere contro  i militanti assassini. Dal canto suo Buhari,  generale in pensione e ex-golpista (31 dicembre 1983),  candidato alle prossime presidenziali, durante i suoi meeting elettorali chiede alla popolazione di riporre fiducia nei militari nigeriani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter: @cotoelgyes

Eritrea, a Constitution on Paper that the Dictator has never Wanted to Implement

1

Our Special Correspondent
Saba Makeda
Somewhere inside Eritrea, 31st December 2014
(1 – continues)

There have already been a number of responses (1) to the publication of the report of the  Danish Immigration Service’s fact finding mission to Ethiopia and Eritrea on the drivers and root causes of emigration from Eritrea – looking at the issue of National Service and exploring the possibility of Return .

My observations are more focused on the lack of contextual and historical knowledge and capacity of analysis displayed by the interlocutors of the Danish Mission (2) mainly the representatives of the UN agencies, the various Embassies and organisations.

poster 1The representatives of the UN, Western Embassies or the Regional NGO failed to share with the members of the Danish mission the context or any information on the situation of the Eritrean people despite the fact that some of these issues are by now well documented and known . The scenario presented by the interlocutors is one of a capricious shallow people. The Eritrean people I know are dignified, stoic, hardworking people who are not willing to allow the situation to degenerate further into an extensive full scale armed conflict.

Though there are some armed groups along the Eritrean border, they have not captured the Eritrean people’s imagination. The Eritrean people are very aware that a full scale armed conflict now is a conflict between Eritreans a “civil war.” Another civil war in an area of Africa already besieged by so many civil wars.

The view that Eritrean people are running away and are failing to address the situation in their own country fails to recognise that not reporting for national service in the context of Eritrea is a political act. Every day Eritreans are demonstrating their dissent by disobeying the directives of the Government, by finding ways and means of providing for their family. The Eritrean people are only guilty of failing to recognise the plight of their children sooner.

I will endeavour to put in place some of the context/ background against which this massive exodus form Eritrea is happening. It will not be exhaustive and I am sure that other Eritreans will be able to add to what I present. In fact I invite them to add

LEGAL STRUCTURE 

1. The Eritrean Constitution was ratified, by the Constitutional Assembly, on 23 May 1997. The only reason that it has not become operational is that it has never been the priority of the Eritrean Government. It was such a low priority that the Ministry of Justice has managed to develop strategic plans without ever mentioning the Constitution.

poster 22. On a number of occasions President Isaias has told the Eritrean people that local elections, party based elections are not in the  agenda in the foreseeable future. In fact in May 2008, President told the people that there would not be any elections in the foreseeable future (i.e. 30 year or so )  (3) as elections only serve to polarize society. (4)

3. The continued existence of the Special Court. The Special Court is a court that exists outside of the established judicial system. The Special Court does not allow any form of representation. The Special Court does not allow any appeal of its decisions The Special Court does not respect the judgements of other courts including the decisions of the High Court and reserves for itself the right to change verdicts of other courts including the decisions of the Eritrean High Court. The Special Court is a military court presided by members of the military, who are not known and who are proceeding on the basis of socio political considerations. The legislation that established the Special Court is not available and there are no published records as to the proceedings of the Special Court. In July 2001 the President of the High Court Mr Teame Beyene presented a paper at the International Eritrean Studies Association Conference in Asmara where he severely criticised the Eritrean Government’s interference in the administration of justice and in particular the existence of the Special Court. For his presentation he received a standing ovation from the participants both Eritreans as well as members of the International Community including representatives of the UN, Embassies, International NGO’s.

4. In 2001 Eritrean University students protested. Following the student protest Semere Kesete the student leader was arrested. On 11 August 2001 Judge Teamed accepted the Habeas Corpus application, on behalf of Semere Kesete, requesting that the authorities to bring the student leader, to court in order to justify his detention. The authorities pleaded that they needed more time to prepare the case the matter was adjourned to a later date. During the hearing students gathered peacefully, outside the court house, in support of Semere. Immediately after the adjournment four hundred (400 ) students were arrested and taken to Wia military camp where they suffered such bad conditions that 2 students died . The death of the students was reported by the Eritrean independent media and was labelled by such journalists as Sium Tshaie as murder. Semere Kesete remained in jail in solitary confinement in Asmara till 2002 when he escaped with his guard.

poster 35. Following the above-mentioned events the President of the High Court was summarily dismissed and since then the habeas corpus safeguard against arbitrary detention by Eritrean authorities has been defunct. Judge Teame was not arrested he was “frozen”. Being frozen is a form of punishment whereby a person is  removed from any meaningful work within the Government and at the same is prevented from accessing other economic opportunities both within and outside of the country. In regard to the discussion of Freezing I want to remind all that in Eritrea , Government workers and members of the PFDJ cannot resign from their posts even when all the National Service obligations are met and  one is in possession of  documents to that effect. This system is often abused by officials who deny people the opportunity of accessing other work. I personally know of case where, as a result of refusing  the advances of an official, a colleague of mine was refused release from her post at the Ministry and was threatened with being sent back to military training. This was despite the fact that she had done her training and had received her release papers

isayas-afewerki6. Following the arrest of the politicians (i.e. G 15) who protested the management of the country by President Isaias Afeworki, a second habeas corpus request was made (26 November 2001) under the umbrella of Article 17 of the Eritrean Constitution. This time the request was made to the Minister of Justice (Ms Fawzia Hashim) with the following demands: (a) disclosure of the place of detention of the G15 members (b) that the G 15 group be either charged or released. It is a matter of historical record that the location of detention of the G15 detention was not revealed and that they were not released. It is also a matter of historical record that there was no trial. During a speech to the National Assembly, President Isaias Afeworki accused the G15 group of treason and the National Assembly (comprising of EPFDJ party members ) condemned the G 15. It is noteworthy that not one member of the then National Assembly asked for proof or that the group of G15 be referred to the High Court. Essentially the National Assembly showed itself to spineless and gutless body. It is noteworthy that the only Eritrean Institution that attempted to mediate was that of the Elders such as Kekia and Abdu who were also  arrested.

7. Both the case of the G15 and the journalists, arrested in 2001, was heard by the African Commission on Human and People’s Rights (November 2003). The African Commission  found that the Eritrean Government was in breach of the African Charter on Human and People’s rights. In the case of the G15 their rights a fair trial, freedom of opinion and expression had been breached. The Commission urged the Eritrean Government to release the prisoners and to compensate them for unlawful detention. In the case of the journalists the Commission found that their arrest was arbitrary and that their continued detention incommunicado was in violation of the principle of due process of law. In addition the Commission found that the separation of the prisoners from their families for such a long time constituted a breach to the right to family life. Both these rulings are ignored and people continue to disappear.

Saba Makeda
Makedasaba@ymail.com
(1 – continues)

1 Stop Campaign – Response to the recent report from the Danish Fact Finding mission to Eritrea ( http:/news/4089-response – to the- recent -report – from the Danish-fact-finding –mission –to Eritrea) 

2 5/20014 ENG – Eritrea – Drivers and Root Causes of Emigration, National Service and the Possibility of Return – Country of Origin Information for Use in the Asylum Determination Process. Report from the Danish Immigration Service’s fact finding mission to Ethiopia and Eritrea August and October 2014

3 IRIN Eritrea 06.01.2009

4 The Worlds of 10 worst dictators …..

#FreeAjStaff. Lettera al presidente egiziano al-Sisi: Libera i giornalisti di Al Jazeera da 1 anno in galera

1

Lettera aperta al presidente egiziano, sua eccellenza
Abdel Fattah al-Sisi
Ambasciata d’Egitto in Italia

Gentile presidente,
Qualche giorno fa Lei è stato in Italia per una visita di pace. E’ stato il suo primo viaggio all’estero e sono contento che lei abbia scelto il mio Paese. I legami tra Egitto e Italia sono antichi ed è un bene che oggi si stia tentando di rafforzarli ancor di più. A Roma ha incontrato anche il Papa.

Journalism is not a crimeC’è però qualcosa che vorrei chiederle. Io sono un giornalista che lavora da parecchi anni in Africa e, ovviamente, sono stato diverse volte anche in Egitto.

con berrettoSono piuttosto amareggiato che nelle carceri egiziane siano detenuti quattro giornalisti che lavorano per il network televisivo Al Jazeera. Peter Greste,  Mahammed Fahmy, Baher Mohamed e Abdullah Al-Shami condannati perché avrebbero diffuso informazioni riservate.

Signor presidente, in Somalia io sono stato sequestrato dalle Corti Islamiche, non ho quindi simpatie, come potrà immaginare, per i gruppi musulmani islamicestremisti. Sono ancora vivo per miracolo. Conosco poi abbastanza bene Peter Greste per averlo incontrato in giro per l’Africa. Congo, Mali, Sud Sudan, Somalia….solo per citarle qualche Paese. Peter è un ottimo giornalista e anche gli altri colleghi lo sono. Impedire a un giornalista di diffondere le notizie di cui viene a conoscenza, lei capisce, è piuttosto difficile.

Renzi receives Al-SisiLei è un militare e sa che agli ordini si deve obbedire. L’ordine rivolto alla coscienza dei giornalisti è: “Informare”.

Abdel Fattah al-Sisi con il PapaE’ per questo che le chiedo, gentile presidente, di annullare il verdetto che condanna i quattro giornalisti. Sarebbe questo un gesto di grande giustizia e umanità che sicuramente verrebbe apprezzato sia dalla autorità italiane sia dai giornalisti di tutto il mondo. Tutti noi potremo tornare a sostenere: “In Egitto la giustizia esiste ancora”.

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Sperando in una risposta positiva le auguro di tornare presto in Italia

Massimo A. Alberizzi
direttore di www.africa-express.info
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
#FreeAjStaff

Italia ed Egitto coopereranno contro terroristi e migranti. E intanto vendiamo armi

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Antonio Mazzeo
27 dicembre 2014

Si rafforza la partnership militare tra Italia ed Egitto. Alla vigilia di Natale la ministra Roberta Pinotti e il ministro della difesa della Repubblica Araba d’Egitto, generale Sedki Sobhi, hanno siglato a Roma una dichiarazione congiunta in materia di cooperazione tecnico-militare cui seguirà il prossimo anno la stipula di un accordo intergovernativo generale nel campo della difesa e dell’import-export dei sistemi d’arma.

La collaborazione tra le forze armate italiane ed egiziane si svilupperà a partire della formazione, dell’addestramento e del controllo delle frontiere. “L’Egitto rientra tra i Paesi di prioritario interesse strategico per l’Italia in considerazione della tradizionale forte cooperazione bilaterale ed il ruolo centrale che l’Egitto può rivestire nel processo di pacificazione dell’area medio-orientale, fondamentale negli equilibri politico-militari del bacino del Mediterraneo”, afferma il portavoce del Ministero della difesa italiano.

Carro armatoAl vertice romano hanno preso parte anche il Capo di Stato maggiore della difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il Segretario generale della difesa, generale Enzo Stefanini, e il Capo di Stato maggiore della Marina militare egiziana, ammiraglio Osama Rabie. Il conflitto in Libia e gli scenari delle altre crisi regionali (Siria, Iraq, ecc.) tra i temi affrontati nell’incontro.

“Le attività di cooperazione tra le forze armate italiane ed egiziane sono state individuate in occasione della visita ufficiale del Ministro Pinotti in Egitto, lo scorso mese di novembre”, spiega il Ministero. Nella capitale egiziana Pinotti aveva incontrato il Presidente Abdel al-Fattah Al-Sisi e le più alte cariche militari nazionali ed erano stati raggiunti accordi relativi allo scambio dintelligence e tecnologie” e all’organizzazione di attività addestrative comuni.

“Abbiamo deciso di fare un comitato congiunto per studiare quali possano essere i sistemi migliori per evitare il terrorismo e drammi come quello recente, quando un gruppo di militari egiziani è stato attaccato in Sinai”, ha dichiarato Roberta Pinotti a conclusione del viaggio al Cairo. “L’area sensibile è la Libia, che dobbiamo mettere in sicurezza per impedire che i mercanti di morte continuino a mercificare persone in fuga”, ha aggiunto la ministra.

“Sia il Presidente Al-Sisi che il ministro della Difesa Sedki Sobhi hanno dato massima disponibilità a combattere con maggiore impegno l’immigrazione clandestina ai loro confini ed a collaborare per avere un controllo più complessivo di tutta la regione”.

carro esce da nave uSALa lotta al terrorismo e all’immigrazione “clandestina” (il termine non è nostro, ndr) e la “cooperazione industriale” in campo militare erano stati i temi discussi nel vertice tenutosi a Roma il 3 febbraio 2014, tra l’allora ministro della difesa Mario Mauro e il ministro degli Affari esteri egiziano Nabil Fahmi. “L’Egitto ha il forte interesse a intensificare il dialogo politico tra i due Paesi anche per meglio coordinare l’azione comune in favore della stabilizzazione dell’area mediterranea”, dichiarò il ministro Fahmy. “Con il ministro Mauro siamo concordi sulla necessità di consolidare la cooperazione anche militare tra i due Paesi, mai interrotta, a partire dagli scambi d’informazione sui fenomeni illegali che investono la sponda sud del Mediterraneo e il Medio Oriente, l’ampliamento delle esperienze formative, la possibilità di collaborazione nel settore della cyber security”.

Tappa significativa del programma di rafforzamento dei legami politico-militari tra i due Paesi, la missione in Italia a fine ottobre di una delegazione delle forze aeree egiziane, composta da ufficiali responsabili dell’istituto di formazione dei controllori del traffico aereo militare presso Il Cairo. I militari, in particolare, si sono recati in vista presso il Reparto addestramento controllo spazio aereo (RACSA) di Pratica di Mare (Roma), dipendente dalla 9^ brigata Aerea “Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance – Electronic Warfare (ISTAR – EW)”.

Egypt political crisisIl RACSA è l’ente addestrativo dell’Aeronautica militare italiana che ha il compito di formare il personale ufficiale e sottufficiale preposto al controllo del traffico e della difesa aerea; le attività del Reparto sono inoltre rivolte al personale controllore delle forze aeree straniere. Nei giorni di permanenza a Pratica di Mare, la delegazione egiziana ha avuto modo di visitare gli impianti radar e la torre di controllo dell’aeroporto, la Sala operativa difesa aerea, l’ufficio preposto alla progettazione delle procedure strumentali di volo e il Centro nazionale di meteorologia e climatologia aeronautica (CNMCA).

Ma è nel settore della produzione e vendita di armi e apparecchiature belliche che si focalizzerà maggiormente la partnership tra Italia ed Egitto. Un mese fa la holding francese DCNS ha ufficializzato l’ordine di quattro sistemi di puntamento 76/62 “Super Rapid Multi Feeding (SRMF)” prodotti da Oto Melara (Gruppo Finmeccanica) per armare le nuove corvette d’attacco “Gowind 2500” acquistate dalla Marina militare egiziana.

Nel 2013 è stata un’altra azienda di Finmeccanica, AgustaWestland, ad assicurarsi un contratto del valore di 17,3 milioni di dollari per fornire i servizi di manutenzione e assistenza al parco elicotteri delle forze armate egiziane. A fine 2012, sempre AgustaWestland aveva consegnato all’Egitto due elicotteri AW139 in configurazione ricerca e soccorso (SAR). Il contratto, per un valore di 37,8 milioni di dollari, era stato sottoscritto dall’azienda italiana con U.S. Army Aviation and Missile Command (AMCOM), il comando aereo e missilistico dell’esercito Usa che ha poi trasferito alle autorità egiziane i due mezzi attraverso il programma Foreign Military Sales (FMS).

Il personale di AgustaWestland ha pure assicurato l’addestramento dei piloti e del personale di terra e la fornitura delle attrezzature e dei ricambi necessari per la messa in servizio dei velivoli. Nel dicembre 2010 era stata l’azienda statunitense DRS Technologies, interamente controllata dal gruppo Finmeccanica, a sottoscrivere con l’esercito Usa un contratto di 65,7 milioni di dollari per fornire alle forze armate egiziane veicoli, sistemi di sorveglianza e altre apparecchiature elettroniche.

Exercise Bright Star 2009Il “preoccupante e costante aumento” delle esportazioni militari italiane all’Egitto è stato denunciato in un rapporto pubblicato lo scorso anno dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia. “Nel 2012 il valore delle esportazioni ha raggiunto i 28 milioni di euro e ha riguardato fucili d’assalto e lanciagranate della Beretta, munizioni della Fiocchi, blindati della Iveco e apparecchiature specializzate per l’addestramento militare”, scrive Opal.

Nel 2011, l’anno delle violente repressioni popolari in Egitto, il governo italiano ha autorizzato l’esportazione alle forze armate egiziane di 14.730 colpi completi per carri armati, prodotti da Simmel Difesa. Sempre nel 2011, è stata autorizzata l’esportazione di 355 componenti per la centrale di tiro “Skyguard” per missili Sparrow/Aspide a cui sono seguiti, nel 2012, altre 1.000 componenti e corsi d’addestramento per la stessa centrale di tiro prodotta dalla Rheinmetall Italia. Secondo la Rete per il Disarmo, l’allora governo Monti autorizzò nel 2012 pure l’esportazione di 55 veicoli blindati “Lizard” della Iveco, attrezzature del cannone navale “76/62 S/R” di Oto Melara e apparecchiature elettroniche e software della Selex Elsag (Finmeccanica). “Come documentato da Amnesty International, in piazza Tahrir dopo gli scontri tra manifestanti e forze armate del 2011, sono stati ritrovati dei bossoli di munizioni della Fiocchi”, ricorda Carlo Tombola, coordinatore scientifico dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Kenya, sventato assalto di un commando in un romantico resort italiano: ucciso un ascari

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Dal Nostro Corrispondente
Arturo Rufus
Nairobi, 27 dicembre 2014

Una gang di dieci uomini, travestiti da falsi poliziotti in pattugliamento, ha tentato di assalire un centro turistico nell’isola di Chale, a una decina di chilometri da Diani, popolare località turistica a sud di Mombasa.  Uno dei guardiani del resort, Cleophas Wanyonyi, è rimasto ucciso, un altro è riuscito a scappare e ha dato l’allarme facendo fallire l’attacco. Il Sands hotel è una bellissima struttura, situata in un luogo incantevole – piccolo e romantico – ed è frequentato soprattutto da turisti italiani. Anche la proprietà – sebbene non al cento per cento – è italiana e così il management. E’ situato su un’isola a 600 metri dalla costa. Durante la bassa marea, cioè due volte al giorno,  si raggiunge a piedi con l’acqua bassissima; con l’alta marea ci vuole una barca.

Chale IslandIl direttore dell’albergo, Mario Scianna, ha raccontato ai giornalisti kenioti che quattro degli assalitori, in uniforme della polizia, alle 10 di sera sono arrivati all’entrata dell’albergo sulla terraferma, dove c’è il posto di guardia, e hanno chiesto agli ascari un po’ d’acqua, sostenendo di essere di pattugliamento nella zona. Se ne sono quindi andati. Sono tornati poco dopo in dieci e hanno preteso di entrare nell’hotel per una normale operazione di controllo. Le sentinelle hanno risposto che nessuno li aveva informati e che non li avrebbero lasciati passare. Ne è sorta una lite finché uno degli assalitori ha sparato alla testa e ucciso Cleophas Wanyony, il cui corpo è scivolato nell’acqua e ritrovato solo all’alba. Il suo collega, Eliab Anabula, è riuscito a scappare e dileguarsi nell’oscurità, anche se è rimasto leggermente ferito da un proiettile sparato dai falsi poliziotti.

the-sands-at-chale-islandIl rumore degli spari ha messo in allarme le guardie di sicurezza all’interno dell’albergo, sull’isola. Hanno immediatamente dato l’allarme e chiamato la polizia, ha raccontato uno degli ospiti che poi ha informato Africa ExPress. Gli agenti, questa volta veri, sono arrivati immediatamente, ma gli assalitori avevano già fatto in tempo a fuggire.

trattoreScianna ha chiesto si rafforzare la sicurezza, cosa che gli è stata assicurata da Evans Achoki, il commissario della contea di Kwale, sotto la cui giurisdizione ricade l’isola. Achoki ha promesso che i responsabili saranno catturati presto. Al momento dell’attacco il resort era pieno al 60 per cento da ospiti kenioti e italiani.

L’isola di Chale è divisa in due parti, una dove sorge l’albergo The Sands, l’altra occupata da una riserva naturale con un’antica foresta sacra agli indigeni. Si dice sia popolata dagli spiriti. Forse sono stati proprio loro a salvare l’hotel italiano da un attacco che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze.

Arturo Rufus
arturo.rufus7@gmail.com

Nella foto in alto l’isola di Chale, a metà un ponte naturale (da TripAdvisor) e in basso il trattore che trascina un carro con cui vengono trasportati i turisti dalla terra ferma al The Sands 

 

Thirteen Children Gunned Down Escaping from Eritrea: the Corps Thrown Away

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Awate.com
23 December 2014

On December 22, awate.com’s Gedab News reported that “13 children who were escaping from Eritrea were gunned down and thrown in ditches somewhere between Ghindae, Eritrea, and Port Sudan, Sudan.”  We now have information that the party responsible for their murder was the Eritrean government and the place where the crime occurred is near Karora, in northernmost Eritrea bordering Sudan.

Although the news is being conveyed to the parents now, the massacre actually occurred in early September.

crime-against-children-in-eritreaThe children were gunned down while they were mounted on a truck and being escorted from Eritrea to Sudan. The government has a shoot-to-kill policy for anyone who leaves the country “illegally.” It is illegal in Eritrea for military-conscription age Eritreans to leave the country.

THE EVIDENCE

Of the 13 youth gunned down, three were sisters aged 13, 16, 18. Gedab News had incorrectly identified their age as 14, 18, and 19. The three girls, whose names we have not been able to ascertain are the children of two veteran fighters of the Eritrean People’s Liberation Front (EPLF), now the People’s Front for Democracy and Justice (PFDJ), the ruling party in Eritrea.

mani su filo spinatoTheir mother, a nurse during Eritrea’s war of independence, is in Toronto, Canada, to assist with the childbirth of her first-born, age 30.  The daughter who lives in Toronto was born “in the field” [rebel-held territory of Eritrea]; she was ten years old when Eritrea became an independent country in 1991.

Once in Eritrea, the family of the combatant fighter, as is the custom in Eritrea, pressured her to have more children and in quick succession she had four more beautiful children aged 21, 18, 16 and 13.  The father, a military officer, was disabled during the war of independence.

While the 21 year old stayed at home to take care of her father, her younger sisters made a fateful decision that thousands of Eritreans make every day: to flee the country. They hired a smuggler who specialized in the Ghindae-Port Sudan escape route, one of several used by Eritreans. From the scene of the crime, Karora, it appears that all 13 children had almost made it to the border when they were gunned down while still in the vehicle transporting them, and their bodies thrown in ditches to cover up the crime.

Since September, the father, Tesfahanes Hagos, a disabled combatant, had been inquiring on the whereabouts of his daughters by visiting Eritrean police stations, jails, and national security offices. It is customary for government officials to give family members of disappeared Eritreans complete denial.  Either due to his seniority, or his pestering, last week, government officials eventually gave another customary answer, “these are our daughters, just like they are yours, and no harm will came to them: we have them in custody because they broke the law.”  After more pestering by the father, the government officials broke down and confessed the truth: that his daughters, and 10 others, had been killed while trying to escape.

Isayas con cravatta volanteTraumatized, since September, the father and his 21-year old daughter have been hospitalized.

THE VICTIMS

While this is a commonplace story of every Eritrean family, what makes this one different is that all of the 13 children (7 male and 6 female) who were murdered by the government were the children of Eritrean soldiers and military officers. In fact, most of them are from Qachew, the Denden camp for soldiers: they are children of soldiers.

mani su filo spinato 2We regret that we are only focusing on the 3 of the 13 children: we know for a fact that the entire city of Asmara is engulfed by news of the death of all the children but, todate, the government media has not said a word about its September massacre of Eritrean children. It was too busy celebrating September 1: the launch of Eritrea’s armed struggle.

MORE INFORMATION

This Sunday, in Toronto, Canada, the family of the three massacred children will hold mass and church services at a Catholic Church to memorialize the murdered children.  Their biography will be read: we hope to have their names and their pictures then and to share it with our readers.

www.awate.com

In the picture in the centre the Eritrean dictator Isayas Afeworki