E’ ufficiale. Il governo maliano ha dichiarato l’ambasciatore francese persona non grata e ha intimato a Joël Meyer, rappresentante di Parigi accreditato a Bamako, di lasciare il Paese entro le prossime 72 ore.
La Francia ne ha preso atto e ha richiamato in patria il proprio ambasciatore. Il ministero degli Esteri di Parigi ha specificato di essere vicina ai partner europei nel Paese, in particolare ai danesi, i cui militari, che hanno partecipato al contingente Takuba, sono stati mandati via dal governo militare di Bamako pochi giorni fa.
Joël Meyer, ambasciatore francese espulso dal Mali
L’espulsione dell’ambasciatore francese è stata ufficializzata il 31 gennaio tramite un comunicato ripreso dalla TV di Stato del Mali.
“Il governo della Repubblica del Mali informa l’opinione nazionale e internazionale che l’ambasciatore francese a Bamako, Sua Eccellenza Joël Meyer, è stato convocato dal ministro degli affari esteri e della Cooperazione internazionale. In tale occasione gli è stata notificato l’ordine del governo di lasciare il territorio nazionale entro 72 ore”.
Le autorità maliane hanno precisato di essere disponibili al dialogo e di voler proseguire la cooperazione con tutti i partner internazionali, compresa la Francia, ma “nel rispetto reciproco e sulla base del principio di non interferenza”.
Bamako non ha apprezzato dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa francese, Florence Parly. In particolare quella del 25 gennaio : “La giunta al potere in Mali sta moltiplicando provocazioni su provocazioni”, e quelle del ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, che ha apostrofato la giunta al potere in Mali come “illegittima”, e “le sue decisioni sono irresponsabili”, parole pronunciate dopo l’espulsione dal Mali delle truppe danesi della Task Force Takuba.
Task Force Takuba, Mali
Ma Le Drian ritiene altresì che i mercenari del gruppo Wagner presenti sul territorio maliano, anche se mai confermato dal governo di Bamako, proteggano le autorità solamente in cambio dello sfruttamento delle ricchezze minerarie del Mali, come succede d’altronde da anni in Centrafrica.
Partire definitivamente o restare? Ecco la domanda che si pone la Francia in questo momento. Farsi mettere alla porta e lasciare in mano molte zone ai terroristi e permettere ai russi – in particolare ai mercenari del gruppo Wagner – di installarsi come hanno fatto in Centrafrica (altra ex colonia francese).
La posta in gioco è alta. Dal 2013, con l’operazione Several nel solo Mali, poi, per contrastare il terrorismo in tutto il Sahel, nel 2014 è stata sostituita con Barkhane, Parigi ha lasciato sul campo 53 uomini.
Dopo l’espulsione dell’ambasciatore, il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Yves Le Drian ha dichiarato: “Per ora restiamo, entro due settimane prenderemo una decisione”.
Anche i partner della Francia, impegnati con il contingente Takuba, guidato dai militari di Barkhane, vogliono vederci chiaro. In particolare il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock, ha chiesto che venga rivista la presenza delle forze europee in Mali. In una sua intervista alla Sueddeutsche Zeitung , la signora Baerbock ha detto: “Alla luce delle ultime misure messe in campo da Bamako, dobbiamo chiederci onestamente se ci sono ancora le condizioni del nostro impegno comune”.
Le relazioni tra Bamako e Parigi hanno proseguito a deteriorarsi in seguito al golpe militare dell’agosto 2020 e si sono aggravate ulteriormente nel maggio 2021, dopo un nuovo colpo di Stato, perpetrato dagli stessi colonnelli, per rafforzare il proprio potere.
Da tempo la popolazione stessa ha espresso il suo malcontento nei confronti della presenza francese e della Missione di Pace dell’ONU. Già durante le manifestazioni di protesta contro l’allora presidente Ibrahim Boubacar Keïta, deposto dai militari nel 2020 e deceduto poco più di due settimane fa, i manifestanti urlavano slogan: “Barkhane e MINUSMA, andate via da casa nostra”.
Non c’è due senza tre. Infatti all’alba di lunedì è partito dallo Yemen il terzo lancio in meno d’un mese d’un missile balistico huthi diretto al centro degli Emirati Arabi Uniti (fortunatamente intercettato e distrutto dalla contraerea emiratina). Non ha tentato di colpire in un momento qualsiasi, bensì mentre in UAE è in corso la visita del presidente israeliano Isaac Herzog, volato ad Abu Dhabi dal Principe Ereditario Mohamed bin Zayed Al Nahyan per riallacciare le relazioni diplomatiche tra Emirati ed lo Stato ebraico.
Gli Stati Uniti schiereranno un cacciatorpediniere missilistico e aerei da combattimento per aiutare a difendere gli Emirati Arabi Uniti dagli attacchi missilistici degli huthi yemeniti. Accordi in tal senso sono stati presi dopo una telefonata tra il segretario alla Difesa USA Lloyd Austin e il principe ereditario Mohammed bin Zayed Al-Nahyan
Il paradosso è che tra pochissimi giorni anche gli iraniani (che dietro le quinte sostengono e armano le milizie huthi) saranno in visita ufficiale ad Abu Dhabi, per perorare la normalizzazione delle relazioni e fare anche qualche buon affare.
A dir il vero non è proprio una novità in senso assoluto. Lo sceicco Tahnoon Bin Zayed Al Nahyan, Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Emirati Arabi Uniti di recente – in forma ‘riservata’ – ha fatto visita in Iran.
Ecco come i giornali arabi parlano degli attacchi di questi giorni tra gli huthi yemeniti e gli arabi degli emirati
Lo sceicco Tahnoon Bin Zayed Al Nahyan (fratello del principe ereditario di Abu Dhabi Mohamed bin Zayed Al Nahyan, vice comandante supremo delle forze armate degli EmiratiArabiUniti) pare sia considerato un nuovo interprete della riconciliazione. Gli viene riconosciuta un’autorevolezza e capacità di persuasione fuori dal comune ed è ascoltato da tutti (non solo per i Fondi di invetimento da miliardi di dollari che amminitra).
Parla direttamente a tu per tu con tutti i potenti del Medio Oriente: Recep Tayyip Erdogan, Mohammed Bin Salman, Naftali Bennett, Abdel Fattah Al Sisi, il monarca Abd Allah II di Giordania, Bashar Al Assad, Barham Ṣāliḥ e Mustafa Al-Kadhimi, Haytham bin Ṭāriq bin Taymūr Āl Saʿīd e molti altri.
Da mesi viaggia con discrezione, senza sosta (lontano dai riflettori mediatici) tra Turchia, Arabia Saudita, Irak, Oman, Israele, Giordania, Egitto ed Iran. Il dialogo saudita-iraniano sembrerebbe una “contraddizione” in termini, invece a Teheran Tahnoon ha stretto la mano al Segretario del Consiglio per la Sicurezza nazionale suprema dell’Iran Ali Shamkhani, e subito dopo ha incontrato il presidente iraniano Ayatollah Seyed Ebrahim Raisi.
Ha parlato di nuove politiche regionali, di alleanze (militari?), di joint venture e grandi progetti di cooperazione commerciale nonché di sicurezza. “Questi incontri sono un punto di svolta nei rapporti tra i nostri Paesi”, ha sottolineato il potente sceicco Tahnoon agli iraniani.
Qualcuno ricorderà il caso della coppia israeliana arrestata qualche tempo fa, accusata da Ankara d’essere spie del Mossad. Per ottenerne la liberazione Israele ha dovuto interpellare Abu Dhabi rivolgendosi proprio al capo del Consiglio di sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti, che gode di ottimi rapporti e considerazione negli apparati dell’intelligence Turca, tra gli alti funzionari del governo e gli stretti collaboratori del presidente Erdogan.
Grazie ai suoi buoni uffici è stata favorita la positiva conclusione della vicenda e la coppia israeliana è stata liberata; probabilmente non andrà nemmeno a processo. Certo che la benefica influenza dello sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan farà comodo, anche durante il prossimo vertice iraniano-emiratino, durante il quale quasi certamente, ci sarà tempo e modo per sviscerare il tema tanto caro agli Emirati: il ruolo dell’Iran nell’escalation del conflitto con gli huthi yemeniti.
E’ altamente probabile che per questa volta almeno, droni e missili balistici Houthi se ne staranno buonini buonini sulle loro rampe di lancio.
Intanto un rapporto redatto dell’ONU denuncia che i ribelli hanno reclutato minori tra i 10 e 17 anni. Li schierano al fronte per combattere la coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Nel 2020 sarebbero morti oltre 1.400 giovanissimi e 562 tra gennaio e maggio 2021.
Le notizie sono tutt’ora frammentarie. Un colpo di Stato è in atto in Guinea Bissau, piccolo Paese dell’Africa occidentale, che conta poco più di due milioni di abitanti. I militari hanno cercato di destituite il presidente, per altro sopravvissuto, ma ha spiegato che molti uomini delle forze di sicurezza sono stati uccisi nel tentativo di respingere l’attacco odierno. Non si esclude che sia legato agli interessi legati al traffico della droga.
Nel primo pomeriggio si sono sentiti colpi di arma da fuoco nelle vicinanze del palazzo del governo, mentre era in atto un consiglio dei ministri straordinario, con la partecipazione del presidente, Umaro Sissoco Embalo e il primo ministro, Nuno Gomes Nabiam. La riunione di gabinetto odierna è stata convocata in vista del prossimo vertice della CEDEAO in risposta al colpo di Stato militare della scorsa settimana in Burkina Faso.
Militari sulle strade di Bissau, capitale della Guinea Bissau
Da tempo i rapporti tra il presidente e il suo esecutivo sono piuttosto tesi. La situazione si è poi aggravata con la faccenda dell’Airbus A340, proveniente dal Gambia, atterrato a ottobre nell’aeroporto della capitale con l’autorizzazione del capo di Stato.
Il mistero dell’aereo
Il primo ministro aveva dichiarato che l’aereo in questione sarebbe atterrato illegalmente e che stava trasportando materiale sospetto. Dopo qualche giorno alcuni esperti hanno controllato il carico e, davanti al parlamento il premier ha poi fatto sapere che era tutto a posto, senza dare ulteriori spiegazioni.
I militari, che si sono radunati oggi attorno il palazzo del governo, che si trova nella periferia della capitale Bissau e a poca distanza dall’aeroporto internazionale, hanno intimato alle persone di tenersi a distanza, mentre i residenti della zona si sono immediatamente dati alla fuga, negozi e mercati hanno chiuso le saracinesche, altrettanto gli istituti bancari e scuole. Nelle più importanti strade della capitale, per lo più deserte, circolavano solamente camion pieni di militari.
Condanna della CEDEAO
Intanto la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale n.d.r.) ha pubblicato immediatamente una nota con la quale condanna il tentato colpo di Stato, ritiene i militari responsabili dell’incolumità del presidente e dei membri del suo governo e chiedendo infine che i soldati ritornino nelle caserme.
Secondo l’agenzia Reuters, alcune persone sono state ferite all’interno del palazzo del governo, altre due sarebbero state uccise. Finora, precisa il dispaccio, le notizie non sono state confermate ufficialmente, in quanto nessuno all’interno dell’edificio risponde alle telefonate.
Dopo il rimpasto di governo
In base a quanto riporta la Deutsche Welle sul suo sito in lingua portoghese, l’incidente odierno arriva tre giorni dopo un rimpasto di gabinetto, voluto dal presidente Umaro Sissoco Embalo. Le nuove nomine sono state criticate dal partito del primo ministro Nuno Gomes Nabiam.
Nel tardo pomeriggio anche Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU ha lanciato un appello, chiedendo la fine dei violenti scontri e il rispetto delle istituzioni democratiche.
L’ambasciate portoghese nella capitale ha chiesto ai suoi cittadini di non uscire dalle proprie abitazioni, mentre il governo di Lisbona ha rilasciato un comunicato simile a quello dell’ONU.
Golpe a gogo
In Guinea Bissau i colpi di Stato e tentativi di putsch non si contano più dall’indipendenza ottenuta dal Portogallo nel 1974. Il Paese è diventato un hub internazionale del traffico di droga in transito dal Sudamerica verso l’Europa.
La basi dei mercanti sono state individuate nell’arcipelago delle Bijagos, un gruppo di ottantotto isole lungo la costa africana al largo della Guinea Bissau, classificate dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) come patrimonio dell’umanità per il loro particolare ecosistema. ancora oggi sono uno dei maggiori punti di smistamento dei trafficanti di droga sudamericani. Insomma è il centro dove fa tappa la cocaina proveniente dall’America meridionale.
Dal Nostro Corrispondente Michael Backbone
Nairobi, 1° febbraio 2022
Nuovo attentato nella regione dell’nord-est del Kenya, in prossimità della frontiera con la Somalia. Secondo quanto afferma un rapporto della polizia, un minibus ha urtato una mina artigianale. Quindi è poi stato crivellato da colpi sparati da fucili automatici e lanciagranate. Il bilancio è di sei morti e di sette feriti. Finora l’attacco non è stato rivendicato.
Giovedì scorso la comunità straniera del Kenya è stata martellata da un passaparola di notizie ferali circa un possibile attacco terroristico nei luoghi di svago e di consumo, solitamente frequentati da stranieri.
L’ambasciata francese prima, la tedesca poi e per finire anche quella statunitense, nel giro di poche ore hanno diffuso comunicati di allerta su possibili attacchi dei terroristi.
Terroristi somali di al-Shabab in Kenya
La comunità internazionale residente in Kenya è ormai abituata a tali avvisi, ma questa volta il governo keniota ha risposto pubblicamente il giorno seguente, informando che queste notizie erano probabilmente senza fondamenta e qualora lo fossero state, il Paese è pronto a affrontare il problema con capacità, responsabilità e tempestività. In sostanza, una risposta autarchica a stretto giro di posta, smentendo le cassandre internazionali.
La molto discreta ambasciata italiana non ha ritenuto utile associarsi agli avvisi ai connazionali, nè mai lo ha fatto in tempi recenti: rimane tuttavia che azione o inazione, il Kenya sembra voglia affermare la propria volontà sovrana e indipendenza di azione nel proteggere tutti coloro che abitano sul suolo keniota senza distinzioni.
Il passato recente sembra smentire questo proclama, visto che nelle vicinanze di Lamu a più riprese sono state segnalate ultimamente diverse azioni di gruppi terroristi che hanno purtroppo mietuto vite keniote: l’assenza di vittime straniere sicuramente non ha reso le gesta dei miliziani al- Shebab eclatanti al punto da essere riportate sui media internazionali.
Resta comunque una certa diffidenza con cui questi eventi vengono gestiti dal governo di Nairobi. Da oltre tre anni vige il totale silenzio su come le autorità intendono affrontare il problema.
Sul filo esile, eppure estremamente strategico, la continuità del business del turismo, per l’economia tutta del Paese, il lavoro di narrazione tende a rassicurare ufficialmente non solo la popolazione, ma soprattutto gli interlocutori/investitori stranieri. Permane tuttavia un senso di ansietà nell’attesa del “prossimo” evento che cancellerebbe le assicurazioni fornite, sperando non accada e non si debbano contare altri morti innocenti.
Va ricordato che i terroristi al-Shabab non perdonano la presenza delle truppe keniote nel contingente dell’ AMISOM, Missione dell’Unione Africana in Somalia. A metà settembre, nella contea di Lamu, durante un’imboscata di un convoglio, sono morti 15 militari delle forze armate del Kenya L’attentato è poi stato rivendicato dai macellai somali.
Come elemento a sostegno della volontà di uscire dalla Somalia, la diatriba con il governo di Mogadiscio per dirimere la questione della ridefinizione dei limiti delle acque territoriali contese, ai fini dello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi off-shore, sembra intervenire come moneta di scambio: garantire la continuità della protezione e assistenza militare dei kenioti AMISOM nei confronti dei vicini somali in cambio di una migliore risoluzione della questione delle acque.
E’ accertato che le azioni dei terroristi che hanno avuto luogo in Kenya nei tempi recenti, dal centro commerciale Westgate nel settembre 2013, a Mpeketoni, a Garissa, all’attentato al Dusit di Nairobi (avvenuto proprio tre anni or sono), sono state fomentate o sono state opera diretta di gruppi legati a al-Shebab.
Esiste dunque una piattaforma sulla quale decisioni ben più importanti che qualche attentato più o meno sotto la sfera del controllo/prevenzione delle autorità di Nairobi potranno far orientare le decisioni: la prova di sovranità del Kenya a fronte di possibili attacchi terroristi è solo un tassello di questo complicato mosaico di stabilità regionale.
Speciale per Africa Express, per Senza Bavaglio e per Critica Liberale Valerio Boni
Milano, 31 gennaio 2022
escluṡiva s. f. [femm. sostantivato di esclusivo]… Godimento di un diritto da cui ogni altro è escluso… Con sign. più ampio, avere l’e. di una notizia, da parte di un giornale, e pubblicare una notizia in esclusiva, pubblicarla attingendo a proprie fonti particolari alle quali gli altri quotidiani o periodici non possono attingere; analogam., concedere un’intervista in e.; pubblicare in e. le fotografie della cerimonia. Questa è, in sintesi, la definizione del sostantivo esclusiva, secondo l’autorevole enciclopedia Treccani.
Non si tratta di un vocabolo arcaico o di un termine che lascia dubbi sul significato, è una parola di uso quotidiano, che l’enciclopedia chiarisce nel dettaglio, indicando tra gli altri un esempio legato al nostro lavoro. Avere l’esclusiva significa dimostrare di saper svolgere il proprio lavoro, anticipando gli altri con notizie e immagini in grado di colpire il lettore e fare la differenza.
La ricerca dell’esclusiva porta talvolta alla ridicolizzazione del termine, usato spesso per definire sconvolgente una notizia che tale non è, come l’ultimo diverbio all’interno della casa del Grande Fratello. Ma la conquista dello scoop a tutti i costi è una brutta malattia, che passa attraverso il saccheggio indiscriminato di quanto il web può offrire, vale a dire molto, a patto di saper distinguere tra perle e spazzatura.
L’aspetto più sconcertante di questa attività è che pare che nessuno ne sia esente. Di certo non le grandi testate, che nonostante i tagli possono sempre contare su redazioni che possono essere ancora definite tali. E che scaricano la responsabilità della contrazione dei perimetri e dei lettori proprio sul non rispetto dei diritti di notizie e immagini da parte di blog e siti vari.
Eppure non mancano i casi contrari, l’ultimo si è verificato questa mattina sulle pagine di Repubblica, e sarebbe potuto passare inosservato, come chissà quanti altri non strillati in prima. Per imbattersi nella fotonotizia bisogna infatti arrivare a pagina 19, dove Repubblica non esita ad appuntarsi la medaglia di proporre in esclusiva l’immagine di due ribelli del Nord del Mali, ritratti a bordo di un aereo privato in viaggio verso Roma.
Peccato che quanto pubblicato su carta e sull’edizione online il 31 gennaio fosse il contenuto di un servizio realizzato un giorno prima dalla giornalista Cornelia Toelgyes per Africa ExPress, il quotidiano dedicato al Continente, che con Senza Bavaglio ha in comune il direttore. Anche senza ottenere l’autorizzazione scritta da parte di chi ha lanciato l’articolo, sarebbe bastato citare almeno la fonte, invece di pensare soltanto a fregiarsi dell’esclusiva, che tale non è.
E visto che difficilmente arriveranno comunicazioni di Repubblica a riguardo, ci scusiamo con Serge Daniel – autorevole e apprezzato giornalista del Benin ma residente in Mali, collaboratore di importanti testate francesi – che alla redazione di Africa ExPress ha fornito importanti notizie che completano l’immagine scattata con il suo cellulare. La differenza tra un’informazione e un’esclusiva a tutti i costi.
Valerio Boni
#sbavaglio #africexpr
Il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi, ha scritto al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, il seguente messaggio: Ciao Maurizio, a me piacerebbe che citaste la fonte invece di mettere “esclusiva” a una notizia che abbiamo dato noi per primi giacché in Mali 🇲🇱 c’è il nostro bravissimo giornalista Serge Daniel che in quel Paese conosce tutti e tutto!!!!
Cari saluti
Massimo
Il Mar Rosso rischia seriamente di diventare nero per quella che potrebbe essere il disastro ambientale più grande della storia, con conseguenze umanitarie “catastrofiche” per milioni di persone.
L’apocalisse del Golfo Persico si chiama “The Safer”. E’ una superpetroliera yemenita in avaria che giace in stato d’abbandono dal 2015 a 5 miglia nautiche al largo dello Yemen, con 48 milioni di galloni di greggio a bordo (oltre un milione di barili di greggio l’equivalente di 140 mila tonnellate) che rischiano di disperdersi da un momento all’altro nel Mar Rosso facendolo diventare nero. L’acqua di mare ha già invaso da tempo il vano motori della nave.
Una bomba atomica ecologica a orologeria pronta a scoppiare in ogni momento con un impatto ambientale devastante: quattro volte maggiore del greggio disperso nel 1989 nel mare dell’Alaska dalla petroliera Exxon Valdez (ritenuto il più grande disastro ambientale della storia).
Un’ecodisastro potenziale che potrebbe determinare l’interruzione delle rotte marittime nel Canale di Suez (ricordiamo tutti cosa è successo quando la portacontainer Ever Given è rimasta bloccata nello stretto corso d’acqua).
Un potenziale impatto devastante su qualsiasi forma di turismo futuro, ma non solo. Anche gli impianti di desalinizzazione sarebbero danneggiati, compromettendo drasticamente l’accesso all’acqua potabile a milioni di persone.
Dopo una fuoriuscita di greggio verrebbero chiuse anche tutte le attività di pesca nella regione per impedire che il pesce contaminato possa entrare nella catena alimentare (attività che costituisce l’unica fonte di sostentamento per intere popolazioni).
Al momento non sono ipotizzabili interventi in situ poiché la zona è controllata dalle milizie Huthi (gruppo yemenita prevalentemente sciita sostenuto dall’Iran) che dal 2015 è in conflitto con la coalizione araba guidata da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.
Mentre nella penisola arabica non c’è tempo per “futili” emergenze ambientali e si gioca alla guerra con droni e missili balistici, un solo proiettile vagante nel posto sbagliato potrebbe scatenare una catastrofe che farebbe più danni del blocco di 1000 Canali di Suez messi insieme.
Gli arabi di stanno svegliando si son accorti che mentre giocano alla guerra in Yemen c’è la petroliera The Safer che rischia di esplodere da un momento all’altro distruggendo per decenni nel Mar Rosso ogni forma di vita (quotidiano arabo Makkahnp di oggi)
Lo scafo della nave infatti, in diversi lati si è assottigliato a pochi millimetri e nelle stive si sono formate sacche di gas ad altissimo rischio esplosivo. Le conseguenti calamità di proporzioni bibliche, porterebbero questo conflitto nel Golfo ad aver nessun vincitore, ma solo vinti.
Ancora pochi giorni fa un gruppo di attivisti di Greenpeace ha nuovamente avvertito delle conseguenze nefaste che questa emergenza ambientale potrebbe avere se la petroliera non venisse immediatamente svuotata del suo petrolio.
Nella recente conferenza stampa di Greenpeace è stato lanciato l’ennesimo allarme anche per l’economia globale; un’eventuale disastro ambientale di queste proporzioni potrebbe rendere impraticabile il Canale di Suez causandone il blocco totale.
Tragico blackout che potrebbe costare al mondo quasi 10 miliardi di dollari al giorno, con conseguenze inimmaginabili per tutta la logistica e l’economia mondiale.
Paul Horsman, che guida il Safer Response Team di Greenpeace International, ha dichiarato: “A meno che non si intervenga subito per mettere in sicurezza la petroliera, c’è il pericolo reale di una grave fuoriuscita di petrolio, o forse peggio, di un’esplosione, nel peggiore dei casi, il greggio potrebbe andare alla deriva nei paesi vicini, tra Gibuti, Eritrea e Arabia Saudita con esiti gravi e di lunga durata”.
Gli huthi hanno ripetutamente rifiutato l’accesso internazionale per garantire la sicurezza dell’UST nonostante le molteplici richieste delle Nazioni Unite.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 30 gennaio 2022
In base a quanto scritto dallo stringer di Africa Express, Serge Daniel – autorevole e apprezzato giornalista del Benin e che vive in Mali, collaboratore di importanti testate francesi – una organizzazione italiana, in collaborazione con il nostro governo, avrebbe noleggiato due aerei per portare a Roma delegazioni pro governative di ex ribelli del nord del Paese.
Delegazione di ex ribelli maliani in viaggio per l’Italia
Secondo informazioni di Africa ExPress (di cui però non abbiamo potuto trovare conferma) a organizzare la trasferta sarebbe stata Ara Pacis, Initiatives for Peace, che già lo scorso anno aveva promosso un’iniziativa simile, alla quale ha presenziato anche il ministro degli Esteri, Luigi di Maio.
Un primo gruppo sarebbe arrivato già ieri – non è chiaro se accompagnata da autorevoli funzionari del governo maliano – altri componenti della delegazione sarebbero in viaggio con lo scopo di proseguire i colloqui di pace con il sostegno del governo italiano.
Serge Daniel e il direttore di Africa ExPress Massimo Alberizzi (foto Nakano Tomoaski)
Vista la difficile situazione attuale della ex colonia francese, è indispensabile riprendere i dialoghi per ristabilire la pace nel nord Paese, secondo l’accordo di Algeri, siglato nel lontano 2015, ma mai attuato completamente.
Recentemente le truppe francesi di Barkhane hanno abbandonato diverse basi nel nord del Mali, come preannunciato da Emmanuel Macron, presidente della Francia, il 10 giugno, poi confermato durante il G5 Sahel a luglio dell’anno in corso: “Ci avviciniamo alla fine dell’operazione Barkhane, una missione di sostegno, supporto e cooperazione agli eserciti dei Paesi della regione”, aveva precisato in tale occasione il capo di Stato francese.
Ora i rapporti tra Parigi e Bamako sono tesissimi e, secondo quanto affermato proprio ieri dal ministro della Difesa francese, Florence Parly: “La Francia non può restare nel Paese a tutti costi”.
Visto che il governo di Bamako vuole rivedere diversi accordi di difesa, Parigi e i suoi alleati europei si sono dati due settimane per decidere l’evoluzione del loro coinvolgimento militare in Mali e in tutto il Sahel.
Serge Daniel è un esperto di terrorismo nel Sahel e ha scritto diversi libri assai interessanti. Questo su Al Qaeda nel Maghreb Islamico narra la genesi del movimeto islamista e come si è sviluppata l’industria dei sequestri laggiù
Solo qualche giorno fa la giunta militare al governo ha chiesto la partenza immediata dei soldati danesi di Takuba, forza europea sotto commando di Barkhane.
Takuba vede operare congiuntamente i militari di diversi Paesi europei (oltre alla Francia, Belgio, Danimarca, Estonia, Romania, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Italia), in coordinamento con altri attori internazionali, in particolare US Africom, il comando delle forze armate statunitensi per il continente africano, e MINUSMA, la missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione del Mali.
Il Vaticano ha sottolineato che “gli Emirati ArabiUniti sono un modello guida di solidarietà umana globale e le sue iniziative umanitarie vanno oltre i limiti della geografia e incoraggiano esempi pionieristici che promuovono la convivenza pacifica, la tolleranza e la pace nel mondo intero”.
Lo ha affermato durante una telefonata tra Sua Altezza lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano.
I giornali degli emirati danno molto risalto alla telefonata tra il cardinale Pietro Parolin e lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan
Parolin ha espresso la sua solidarietà agli Emirati Arabi Uniti in seguito all’attacco terroristico della milizia terroristica Houthi alle strutture civili negli Emirati Arabi Uniti, porgendo le sue sincere condoglianze alle vittime di questo attacco terroristico avvenuto il 17 gennaio e augurando una pronta guarigione ai feriti.
Da parte sua, lo sceicco Abdullah bin Zayed ha ringraziato Parolin per i suoi sentimenti sinceri, sottolineando il ruolo eccezionale del Vaticano nel servire le questioni umanitarie e nel promuovere i valori della tolleranza e della convivenza tra tutti i popoli.
Lo sceicco Abdullah ha anche affermato la volontà del suo Paese di rafforzare le sue relazioni con il Vaticano a vari livelli.
Le relazioni tra Emirati e la Santa Sede sono state testimoni di una continua crescita, soprattutto a livello umanitario, poiché il Paese ha ospitato, nel 2019, l’Incontro di Fraternità Umana tra Papa Francesco, Capo della Chiesa Cattolica, e Ahmad Al Tayyib , Grande Imam di Al Azhar , durante la quale è stato firmato il “Documento sulla Fraternità Umana” per promuovere le relazioni umane, costruire ponti di comunicazione, armonia e amore tra i popoli e combattere l’estremismo.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 29 gennaio 2022
Lo scorso novembre l’Uganda ha dato il via alla sua prima banca di latte materno. Fortemente voluto anche dal ministero della Sanità pubblica, il prezioso “banco” è stato però realizzato grazie a donazioni e raccolte fondi.
La Banca del latte materno è un punto di raccolta del latte donato da madri diverse e distribuito gratuitamente, dopo opportuno trattamento, ai piccoli pazienti che ne hanno bisogno.
Uganda: banca di latte materno
Il nuovo centro si trova al Saint Francis Nsambya Hospital, che dispone anche di un reparto di terapia intensiva neonatale, situato nella periferia di Kampala, la capitale del Paese.
Molte mamme si sono rese disponibili immediatamente per donare il proprio latte in eccesso, per aiutare soprattutto i bambini nati prematuri, in quanto la montata lattea delle loro madri è spesso condizionata negativamente dallo stress della nascita pretermine.
Altre mamme, invece, non hanno latte a sufficienza o ne sono prive completamente. Specie i bambini gracili, critici e/o sofferenti, necessitano del prezioso siero umano, perché li protegge da infezioni gravi e, inoltre, è stato dimostrato scientificamente che incentiva lo sviluppo neurologico, specie nei nati pretermine, cioè prematuri nati prima della trentasettesima settimana di gestazione.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che i bambini nati con un peso inferiore a 2,5 chilogrammi (sono circa 20 milioni all’anno a livello globale) vengano nutriti immediatamente con latte umano.
La banca di latte materno ugandese dispone di tutte le apparecchiature più sofisticate per la pastorizzazione, sterilizzazione e conservazione a lungo termine. Ora il governo di Kampala spera di poter aprire altre strutture del genere in tutto il Paese, per arginare le morti dei bambini nati prematuri.
In base alle informazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno muoiono almeno 800 mila bambini per mancanza di allattamento al seno / latte materno, le cui proprietà non sono paragonabili a quello artificiale, prodotto dalle multinazionali.
Una delle prime banche di latte materno del continente africano è stata inaugurata a Capo Verde nel 2011 grazie a una collaborazione tecnica promossa dal Brasile. Sotto la stessa regia, nel 2019 ne sono state aperte altre due, una in Mozambico e l’altra in Angola.Tutti Paesi di lingua portoghese. Nello stesso anno è diventata operativa anche una a Nairobi, Kenya. Il personale keniota è stato mandato in Sudafrica per un tirocinio specifico. La nazione dell’Africa australe è pioniere nel settore nel continente e dispone già di una trentina di strutture su tutto il suo territorio.
In Italia le BLUD (Banche di latte umano donato) sono strutture generalmente correlate ai reparti di terapia intensiva e di patologia neonatale. In tutta l’Europa esistono 280 di tali centri. La civilissima Svizzera ne dispone di 8, tutte distribuite nella parte di lingua tedesca, e, solo a giorni, sarà inaugurata la prima nella Svizzera francese, al Centro ospedaliero universitario vodese (CHUV) di Losanna.
Dal Nostro Inviato Speciale Costantino Muscau
Nairobi, 28 gennaio 2022
“Mio nonno, Daniel Toroitich arap Moi (arap in lingua swahili vuol dire figlio di, ndr) presidente della Repubblica del Kenya, ha lasciato un’eredità di oltre 300 miliardi di scellini (circa 2 miliardi e 340 milioni di euro, ndr). A me non vogliono dare neppure un centesimo di quello che mi spetta. Ecco perché faccio causa”.
Ma quanto rende in Kenya fare il presidente della repubblica? In Italia il capo dello Stato ha uno stipendio di 239 mila euro annui. Alto, ma non tanto, se si pensa che è di soli 4 mila euro superiore a quello, per dire, del presidente della traballante cassa pensionistica dei giornalisti (Inpgi).
Daniel Arap Moi, ex presidente del Kenya
In ogni caso è uno stipendio che non consentirebbe mai di accumulare un patrimonio neppure lontanamente paragonabile a quello che in 24 anni ha messo da parte Daniel Toroitich arap Moi, il secondo presidente di questo grande Paese africano.
Mentre in Italia si sceglieva il nuovo capo dello Stato, anche in Kenya tutta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media è concentrata sull’elezione del presidente, che pure avverrà il 9 agosto. E mentre infuria la campagna elettorale, emerge per la prima volta in modo ufficiale, nell’aula di un tribunale, la ricchezza enorme posseduta dal successore di Jomo Kenyatta, il defunto Daniel arap Moi, capo dello Stato dal 1978 al 2002 e vicepresidente dal 1967 al 1978.
Alla sua morte, avvenuta a 95 anni il 4 febbraio del 2020, si è sempre favoleggiato di un suo impero economico, che, come ha scritto a fine novembre 2021 Business Daily comprende “secondo documenti ufficiali e non ufficiali proprietà immobiliari, terreni, trasporti, scuole, alberghi, banche, aviazione, agricoltura, sicurezza, costruzioni, giornali e televisioni, conti bancari in patria e off shore…”.
Sull’origine di tanto ben di dio, già qualche anno fa, WikiLeaks aveva pubblicato un rapporto segreto che rivelava come Daniel arap Moi, durante i 24 anni di presidenza, si fosse appropriato di oltre 2 miliardi dollari di soldi pubblici.
A riportare d’attualità quell’enorme giro di denaro in un Paese dove le differenze di reddito sono abissali, e il 16 per cento della popolazione vive ancora con 2 dollari al giorno, è un’intricata vicenda giudiziaria per l’eredità scatenata in questi due mesi da Kibet Collins Toroitich, 44 anni, uno dei nipoti, alquanto discusso e pazzerello, dell’ex presidente.
Kibet Collins Toroitich, nipote del defunto presidente del Kenya, Daniel arap Moi
In Italia siamo abituati a contenziosi per successioni ed eredità finiti davanti al giudice: da Luciano Pavarotti a Lucio Dalla, da Renato Guttuso a Oriana Fallaci, agli Agnelli, ad Alberto Sordi. Senza dimenticare la saga Gucci.
Mai però era finito in tribunale il così corposo lascito di una tale figura politica e istituzionale. Kibet Collins è, infatti, figlio di Jonathan, pilota di rally e uomo di affari morto a 62 anni nel 2019, primogenito dei 5 maschi di Daniel arap Moi.
Kibet Collins si è rivolto alla giustizia denunciando un complotto per diseredarlo, ordito dalla esecutrice testamentaria, Zehrabanu Janmohamed, avvocatessa molto celebre anche per la passione per il cricket, trasmessagli dal marito: è la moglie di Mudassar Nazar, 65 anni, ex campione e allenatore della nazionale pachistana ed è stata la prima donna a dirigere il cricket Kenya.
Già a novembre erano state rese note le volontà di Gukaa (nonno) buonanima e la suddivisone degli assets fra i 5 maschi e le 3 figlie femmine. In particolare, la ripartizione di un vasto terreno di 932 ettari vedeva al primo posto Jonathan, papà di Kibet, e con l’impegno che alla sua morte il terreno sarebbe toccato al figlio. Il quale, forte di ciò, è andato all’assalto reclamando ben di più.
Nella denuncia Kibet Collins Toroitich Moi afferma, appunto, di essere stato escluso dalla divisione dei beni che ammontano – a suo dire e non solo a suo dire – a oltre 300 miliardi di scellini. La ricchezza sarebbe sparsa in diverse parti del pianeta: in particolare nel Regno Unito, Australia e Malawi, dove si troverebbe anche una piantagione di tabacco. Cita poi la vendita, avvenuta a fine novembre scorso, della società aeronautica della famiglia, la Siginon Aviation per 1 miliardo e 700 milioni di scellini e di esserne stato tagliato fuori.
La battaglia giudiziaria, come tutte quelle combattute in nome del defunto, sarà lunga e complessa. Ma anche dolorosa per il protagonista e poco onorevole per tutti i Moi. Sono stati tirati fuori scheletri dagli armadi personali e familiari. Che sono tanti.
Un sito spregiudicato quale undercoverafrica.com (che si vanta di dire “la verità in un mondo di bugie”) non ha perso l’occasione per ricordare come il presidente defunto avesse stima e fiducia solo per l’ultimo nato, Gideon, 58 anni, potente senatore e guida della famiglia.
Trascurava, invece, il primogenito, guarda caso proprio Jonathan, papà di Kibet Collins. Non che lo scomparso leader della nazione avesse tutti i torti. Gli eredi di Moi, infatti, non hanno avuto una vita coniugale, o professionale molto fortunata.
La figlia Doris Elizabeth sposò il manager agricolo Ibrahim Kiptum Choge, co-driver nei rally di Jonathan, contro la dura opposizione paterna. Restò vedova nel giugno 1998, quando il marito perse la vita in un incidente stradale. Il padre di Choge, Simeon, dirigente ministeriale, però parlò di “incidente orchestrato” e accusò la polizia di non aver indagato approfonditamente.
Il presidente Moi si imbufalì ancor di più quando il figlio Philip, oggi 60 anni, maggiore dell’esercito, pioniere del polo in Kenya, gemello della sorella Doris, si unì segretamente con una signora della comunità italiana di Malindi, con la quale Philip faceva affari.
Arap Moi non stimava i nostri connazionali di Malindi e neppure la nuora, un’avvenenteimmobiliarista bresciana, Rossana Pluda, detta La Mara, 57 anni. L’unione Moi-Pluda fu celebrata nel 1993 e andò avanti fino al 2008, quando volarono gli stracci, pare per la classica questione di corna.
Rossana Pluda con l’ex suocero, defunto presidente del Kenya, Daniel arap Moi
Il divorzio è stato molto travagliato. La signora Pluda ha avuto la forza di sfidare una potentissima famiglia e i pregiudizi nei confronti delle donne avviando la causa della separazione. Che nel 2015 ha vinto. Con un assegno di mantenimento di quasi 1 milione di euro in ragione dei 2 figli (Kibet e Talissa). L’ex marito finì pure in carcere per il rifiuto di pagare gli alimenti.
Nel 2017 colpo di scena: un altro giudice modifica la sentenza, alleggerendo la posizione di Philip Moi. Nel febbraio di un anno fa, però, la conclusione definitiva della causa torna a favore della nostra connazionale: l’ex militare, ormai in pensione, è stato obbligato a versare l’assegno mensile alla ex moglie, sia pure in forma ridotta. Alla fine la Leonessa di Brescia ha domato i Leoni africani. E che Leoni, i Moi…
Il quarto figlio del presidente, Raymond, 61 anni, diede pessima prova come amministratore di alcune società paterne, anche se ora siede in Parlamento, con il fratello senatore Gideon.
Il terzogenito, John, 63 anni, non riuscì a laurearsi ad Harvard e tornò a mani vuote dal Massachusetts. D’altra parte, il cattivo esempio venuto proprio dal primogenito, Jonathan: tutto donne e motori, divorziò nel 2004, si sposò due volte ed ebbe 12 figli, fra cui Kebet Collins, quello col “sedere per terra”, come lo ha definito un giornalista. Ovvero il più sfigato di tutti.
La vita di Kebet è una serie di insuccessi professionali ed esistenziali. Lo hanno impietosamente ricordato il Daily Nation, The Stars e i siti nairobinews.com e Tuko.co.ke. Dopo aver volato alto (nel 2000 era diventato pilota negli USA), è cominciato il declino. “Aveva delle imprese e sono fallite. Aveva dei terreni e ha dovuto venderli. Morti i genitori, Jonathan e Nelly Cherogony, è finito preda dell’alcool e della depressione”.
Alcolizzato, disoccupato, sfrattato, denunciato dalla moglie Gladys Jeruto perché non pagava gli alimenti per i due figli e accusato perfino di aver rubato due telefonini alla figlia. In questa sua disgraziata esistenza non manca neppure un episodio quasi burlesco se non fosse drammatico.
Lui, alcolista, nel 2017 va al Karen Hospital per disintossicarsi; incontra quella che diventerà la sua compagna per due anni: Marsha Amario, figlia di quello che era stato un tycoon nel settore dei vini e dei superalcolici. A sua volta era ricoverata per problemi psicologici. La relazione, però, frana nel 2019 in seguito a due “incidenti”surreali.
La coppia si reca in albergo per festeggiare i 30 anni di lei. Dopo una settimana lui sparisce senza pagare il conto. Lei viene arrestata. Infine il colpo finale: un giorno lui a pranzo si presenta con un piatto di patatine fritte e una bottiglietta di soda per lei e una bottiglia dì whisky per se. Pare anche che l’abbia riempita di botte. “Quest’uomo mi ha rovinato la vita – ha dichiarato poi Marsha – maledetto il giorno in cui l’ho incontrato”.
I due si lasciano, ma restano uniti dallo stesso destino: dalla nobiltà nei più alti sobborghi di Nairobi alla miseria più “nera”.
Sola e senza mezzi di sussistenza, a 32 anni, Marsha tre mesi fa si è rivolta (anche lei!) ai giudici affinché costringano il fratello, Miki Ng’ang’a, che ha preso in mano il business paterno, a passarle un assegno mensile di mantenimento.
E lui, Kebet Collins Toroitich Moi, che abitava in un lussuoso palazzo e guidava una Toyota Land Cruise V8, sopravvive grazie al sussidio di alcun amici – ha dichiarato al giudice – in un appartamentino a Kawangware, quartiere dei kenyani poveri. Ora prova a risorgere con l’eredità del nonno.
Venerdì 14 gennaio scorso il giudice dell’Alta Corte, Aggrey Muchelule, gli ha dato una speranza: ha il pieno diritto di contestare l’esecuzione del testamento multimiliardario della buonanima, ex padrone del Kenya. E di chiedere i danni causatigli dall’esclusione nella divisione dei beni.
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