Continua la folle corsa di ebola: non conosce frontiere e l’allerta arriva a Cagliari

Finora oltre mille casi sospetti. Malgrado la grave allerta, continuano gli attacchi degli estremisti islamici nella Repubblica Democratica del Congo. Una persona con presunti sintomi della micidiale patologia rintracciata nel capoluogo sardo. Tribunale del Kenya vieta apertura di un centro per americani venuti in contatto con la grave febbre emorragica

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 maggio 2026

La Repubblica Democratica del Congo è la nazione più esperta al mondo in fatto di gestione del virus ebola, la terribile febbre emorragica endemica nel Paese dal lontano 1976, quando si presentò per la prima volta nella valle del fiume Ebola da cui prende il nome.

La 17esima epidemia di ebola è stata lanciata appena due settimane fa, il 15 maggio scorso. Si tratta del ceppo Bundibugyo, che prende il nome dall’omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007. Per questa variante non esiste ancora alcun vaccino. Al momento attuale l’immunizzazione è disponibile solamente per la variante Zaire. Va comunque sottolineato che l’attuale micidiale patologia virale si era già presentato in Congo-K nel 2012.

Finora l’epidemia si è già propagata in tre province del Paese. Secondo Africa CDC (Africa Centre for Disease Control and Prevention, agenzia dell’Unione Africana (UA) con sede a Addis Abeba) sarebbero già state contagiate oltre mille persone e il numero dei morti legati alla febbre emorragica sarebbero 246, mentre una persona sarebbe pure guarita.

17esima epidemia di ebola in Congo-K

Anche in Uganda sono stati registrati due nuovi casi, portando così il totale a nove persone infette e una deceduta per la gravissima patologia.

Territori ancora controllati da M23/AFC

Va inoltre sottolineato che non tutti i territori nella parte orientale del Congo-K, già in ginocchio per i continui attacchi di moltissimi gruppi armati e dei ribelli M23/AFC sono sotto il controllo del governo centrale. E appunto l’amministrazione M23/AFC, sostenuti dal Ruanda, che controlla Goma, capoluogo del Nord-Kivu, non ha nessuna esperienza nella gestione della mortale patologia.

Anche se la situazione è complessa, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Ghebreyesus, è ottimista. Il capo dell’Agenzia dell’ONU è arrivato a Kinshasa già giovedì. Mentre ieri si è recato anche a Bunia, capoluogo della provincia di Ituri, epicentro dell’attuale epidemia.

Il direttore generale di OMS, Tedros Ghebreyesus. a Ituri, epicentro dell’attuale epidemia

Il suo aereo è atterrato nell’aeroporto di Bunia, attualmente chiuso al traffico commerciale proprio a causa del temibile virus. Tedros Ghebreyesus ha voluto portare solidarietà alla popolazione della travagliata provincia nell’est del Paese, già in ginocchio per i continui attacchi di gruppi armati, in particolare di ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili.

Attaccato campo pigmei

Poche ore fa gli estremisti islamici hanno fatto una nuova strage. Stavolta nel campo dei pigmei nella periferia Ngadi a Beni (Nord-Kivu) dove la notte scorsa sono stati ammazzati almeno 6 persone. La notizia è stata confermata da Jackson Basikania, coordinatore del Programma Assistenza ai Pigmei nella Repubblica Democratica del Congo (PAP-RDC). Secondo alcuni il bilancio potrebbe essere ben più elevato, visto che diversi residenti risultano tutt’ora disperse.

Manca personale medico

Il direttore generale di OMS ha voluto anche accertarsi della situazione sul campo, in particole nella provincia di Ituri e ha chiesto maggiore sostegno per far fronte alla carenza di personale medico, soprattutto nelle zone rurali. Molti territori sono spesso difficilmente accessibili non solo per la scarsa viabilità, ma in primo luogo a causa dell’insicurezza dovuta alle incessanti incursioni di gruppi armati, in agguato in ogni angolo. Il capo di OMS ha però sottolineato che non consiglia o raccomanda la chiusura delle frontiere, ricordando che il divieto di spostarsi da un Paese all’altro complica solamente la sorveglianza sanitaria. Intanto però Uganda e Ruanda hanno già chiuso i propri confini con la ex colonia belga.

Allerta MSF

Secondo Medici senza Frontiere (MSF) la rapida diffusione dell’ebola nella RDC sarebbe davvero allarmante. “In altre epidemie precedenti della febbre emorragica non sono mai stati registrati così tanti casi in così poco tempo”, ha precisato il vicedirettore della ONG, Alan Gonzales. E infine ha aggiunto: “La realtà odierna è che nessuno conosce la reale portata di questa infezione virale. Ogni giorno vengono segnalati nuovi casi sospetti, eppure centinaia di campioni non sono ancora stati analizzati”.

E, come spesso capita, i Paesi occidentali si interessano del continente nero quando hanno sentore di pericolo, come ora. Certo, l’ebola fa paura, nessuno lo nega e proprio per questo motivo parecchi Stati hanno già messo in atto protocolli particolari per persone residenti o provenienti dalle zone interessate dalla patologia virale.

Anche l’Italia ha già predisposto nuove ordinanze in merito. La Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il 29 maggio 2026 le misure del ministro della Sanità, Orazio Schillaci. La norma prevede l’obbligo di sorveglianza sanitaria e segnalazione per chiunque arrivi nel nostro Paese da Congo-K e Uganda. Il decreto ministeriale resta in vigore per 120 giorni.

Chiunque abbia soggiornato in quei Paesi nei 21 giorni precedenti l’ingresso in Italia è tenuto a inviare entro 24 ore una dichiarazione firmata al dipartimento di prevenzione della Asl di residenza o domicilio, anche in assenza di sintomi.

Capoluogo sardo in fibrillazione

Malgrado il severo provvedimento, poco fa L’Unione Sarda ha fatto sapere che in una via centrale di Cagliari una persona che presentava i sintomi di ebola è stata trasportata in ospedale, dove si trova in isolamento, in attesa del risultato degli esami, inviati allo Spallanzani di Roma. La strada è stata transennata. Personale della ASL del capoluogo sardo in azione. Il ministero conferma che il paziente è rientrato recentemente dal Congo-K, ma rassicura che il rischio di propagazione della patologia nel nostro Paese è molto basso.

Ma gli USA vanno oltre. Washington non vuole nessuno sul proprio territorio che sia stato esposto al micidiale virus. Lo ha confermato durante una seduta di gabinetto il segretario del dipartimento di Stato Marco Rubio. Gli Stati Uniti “non possono e non permetteranno” che alcun caso di ebola entri nel Paese., ha specificato Rubio.

Tant’è vero che all’inizio dell’epidemia, un medico statunitense che lavorava per l’ONG cristiana Serge ha contratto il terribile virus in Congo-K, è stato evacuato in un ospedale a Berlino. Il fatto è stato confermato dal ministero della Sanità tedesco, mentre anche i suoi familiari – moglie e 4 figli piccoli – sono sotto stretta osservazione sempre in Germania.

Intanto l’amministrazione Trump stava pianificando di aprire un centro di quarantena e cura dell’ebola per cittadini americani in Kenya, invece di rimpatriarli.

Il centro avrebbe dovuto fornire accesso a cure di alta qualità agli americani che avrebbero necessità di lasciare rapidamente la RDC e di essere messi in quarantena senza i rischi di un lungo trasporto di ritorno negli Stati Uniti”, aveva dichiarato al Guardian un funzionario della Casa Bianca.

Il centro di isolamento da 50 posti letto, che avrebbe dovuto essere gestito da personale medico statunitense, avrebbe dovuto entrare in funzione venerdì, secondo quanto riferito da fonti statunitensi.

Divieto Alta Corte del Kenya

Ma stavolta il progetto di Washington non è andato in porto. Un tribunale keniota ha sospeso l’iniziativa statunitense perché il fatto aveva suscitato preoccupazioni nell’opinione pubblica riguardo ai rischi di contagio transfrontaliero.

E un giudice dell’Alta Corte del Kenya ha vietato l’operatività di qualsiasi struttura per l’ebola nel Paese gestita da governi stranieri fino a quando il caso non sarà discusso in tribunale.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it

X: @cotoelgyes
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