Dov’è finito l’uranio iraniano? Nessuno lo sa o tutti fanno finta di non saperlo

Sepolto e introvabile sotto le centrali bombardate o finzione per coprire una possibile exit strategy?

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Speciale Per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
17 marzo 2026

Mentre nel Medio Oriente in fiamme gli schieramenti cercano di chiamare a raccolta i rispettivi alleati e si cercano soluzioni miliari per uscire dallo scacco iraniano realizzato sul campo con il controllo dello Stretto di Hormuz, una battaglia più sottile, e meno evidente, resta centrale nell’avventurosa campagna di guerra scatenata da Israele e dagli Usa contro l’Iran: dove è finito l’uranio di Tehran?

Nessuno lo sa, o meglio tutti affermano di non saperlo: gli Usa lanciano l’allarme sui big media imbeccati dai soliti servizi segreti, Israele subito conferma dicendo – come sua abitudine per giustificare qualunque azione – che è “esistenziale” ritrovarlo e “sottrarlo alla Repubblica islamica”, battendo ancora una volta il tempo agli Usa e delineandone gli obbiettivi strategici.

Iran potrebbe recuperare uranio dai siti bombardati

È stata infatti l’intelligence americana, ripresa dal New York Times, a lanciare la questione: Teheran potrebbe riuscire a recuperare l’uranio arricchito da sotto le macerie di qualche installazione segreta bombardata.

NYT e Channel 12

Subito dopo Channel 12, che in Israele sta al governo come il NYT alle sue ‘fonti riservate’, ha chiuso il cerchio: “Da qualche parte nelle profondità sotterranee dell’Iran, all’interno di decine di cilindri di piombo sigillati, sarebbero nascosti 450 chili di uranio arricchito, materiale sufficiente per 11 bombe nucleari. Gli esperti avvertono che finché l’uranio arricchito rimarrà sul territorio iraniano, questa guerra sarà lontana dall’essere considerata un successo”.

Più chiaro di così non si poteva confezionare, il messaggio per la presidenza americana che lo avrebbe accolto in pieno, dato che altrimenti non avrebbe saputo che fare.

Annullato JCPAO nel 2018

Ripercorrendo la storia recente è infatti difficile non notare l’evidente contraddizione tra le affermazioni contro il nucleare iraniano e la situazione nel 2018, quando “Benjamin Netanyahu – ha affermato Channel 12 – riuscì a convincere Donald Trump ad annullare il JCPOA (Joint comprehensive plan of action) l’accordo sul nucleare con l’Iran”.

Proprio un successo, considerando che con l’Accordo sul Nucleare firmato nel 2015 a Vienna tra i ‘5+1’ e Hassan Rohuani il regime iraniano avrebbe mantenuto solo pochi chili di ‘Yellowcake’ (il prodotto finale di colore giallo dei processi di concentrazione e purificazione dei minerali che contengono uranio)  arricchito al massimo al 3,67 per cento dell’isotopo 235, quello necessario per attivare le centrali nucleari o per costruire la bomba. Un prodotto arricchito per 15 anni ma comunque sotto il controllo dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Yellowcake

Da allora un nuovo accordo non si è più concluso, anzi, giusto per ricordare la sequenza degli avvenimenti, a fine febbraio 2026, mentre gli iraniani e gli americani trattavano grazie al governo omanita, gli Usa hanno attaccato proditoriamente la Repubblica islamica.

Svolta dialoghi

Per la precisione il 27 febbraio scorso, alle 23 ora italiane, l’Oman aveva annunciato: “L’Iran ha accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito”, definendo l’annuncio “una svolta”. Il 28 febbraio i cacciabombardieri già sganciavano da ore bombe sulla Persia.

Ma torniamo ai 450 chili “scomparsi”. Se l’idea è quella di “portarli fuori dall’Iran” per decretare “il successo minimo della campagna”, come mai Donald Trump, in una telefonata con il presidente russo, Vladimir Putin, ha rifiutato la soluzione di trasferimento in Russia?

In teoria, l’offerta di Putin potrebbe risolvere le cose senza la necessità di un intervento militare terrestre che significherebbe – come dichiarato lunedì dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi – trovarsi in un “nuovo Vietnam”. Perché quindi un “no”? Perché probabilmente, almeno secondo alcuni analisti italiani molto ben introdotti in Iran, si tratta solo di una ben congegniata operazione per fornire a tutti un’exit strategy. Difficile valutare la credibilità dello scenario.

Nucleare civile

Di certo però tutti i governi iraniani hanno più volte ribadito che non rinuncerebbero mai almeno al nucleare civile. Significherebbe correre il reale rischio di impeachment da parte delle loro masse. Ma guarda caso oggi “l’uranio è sepolto”.

Chi può dire quindi se è recuperabile o perduto? Verrà davvero trovato, davvero consegnato? Gli Usa avrebbero la loro vittoria e gli iraniani il loro uranio. Tanto è evidente che dopo il tragico errore geopolitico dell’assassinio della Guida Suprema, Alì Khamenei – l’unica reale barriera alla bomba con la sua fatwa sciita contro le armi di distruzione di massa – i Pasdaran, che su questo concordano con Mojtaba Khamenei, il figlio e successore, ora realizzeranno la bomba in sei mesi.

Perché in mezzo alle mille variabili e alla propaganda di questo confitto, una delle poche certezze, chiara adesso a tutti gli iraniani, è che se avessero avuto la bomba nucleare non sarebbero mai stati attaccati.

Fabrizio Cassinelli
cassinelli.fabrizio@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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