Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 febbraio 2026
Non bastano rapimenti, riduzione in schiavitù, stupri, violenze di ogni genere, in questa terribile guerra che sta insanguinando il Sudan da quasi tre anni. Ora ci mancavano solo le condanne a morte per lapidazione inflitte a due donne, perchè ritenute colpevoli di adulterio. Le sentenze sono state emesse da due Tribunali dell’ex protettorato anglo-egiziano.
Una 32enne, madre di ben 9 figli, è stata condannata alla pena capitale il 16 dicembre 2025 dalla Corte penale Alhaj Yousef dell’ East Nile, nello Stato di Khartoum. I giudici l’hanno ritenuta colpevole di adulterio ai sensi dell’articolo 146 del codice penale sudanese del 1991.

Il caso è stato avviato dal marito, che l’ha accusata di aver dato alla luce un figlio che non era biologicamente suo. Secondo quanto riferito, la donna sarebbe stata costretta a confessare e non sarebbe stata informata dei suoi diritti, nonostante la gravità dell’incriminazione. Il tribunale ha basato la sua condanna esclusivamente sulla “ammissione di colpevolezza”, l’unica prova a carico della povera mamma.
Mentre il Tribunale di Alrouirs, nella regione del Nilo Azzurro, ha emanato la stessa sentenza a un’altra signora, mamma di una bimba di otto anni. Il marito l’aveva denunciata per adulterio nel 2019.
In attesa Appello o Grazia presidenziale
Attualmente entrambe le condannate alla pena capitale sono state trasferite nella putrida galere femminile di Omdurman, città gemella di Khartoum, sull’altra sponda del Nilo. Le due signore sono ora in attesa dell’Appello o dell’eventuale Grazia che potrebbe essere pronunciata da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e de facto capo di Stato del Paese. Finora, però, il Consiglio non ha rilasciato nessuna dichiarazione in merito.
SIHA (Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa) ha denunciato per prima entrambe le condanne, sottolineando che “queste sentenze rappresentano una continuazione dei modelli di criminalizzazione delle donne”. Ha inoltre ricordato che dall’inizio del conflitto, scoppiato nell’aprile 2023, le sudanesi hanno subito un’ondata di violenza di genere, compresi stupri, una vera e propria arma da guerra.
Il gruppo per i diritti umani ha chiesto anche una “riforma radicale e completa” del sistema penale sudanese e l’immediata sospensione delle leggi che prendono di mira le donne con il pretesto della moralità pubblica.
Ritorno all’estremismo
Wolfram Vetter, capo della delegazione dell’Unione Europea in Sudan, ha rimarcato che queste sentenze rappresenterebbero un pericoloso ritorno all’estremismo e all’intolleranza nel sistema giudiziario sudanese.
Secondo l’avvocato e difensore dei diritti umani Mona El-Tayeb, intervistata da Dabanga News, la condanna a morte delle due donne, oltre a essere molto grave, delicata, preoccupante, alla luce della guerra e delle frammentazioni istituzionali nel Paese, è suscettibile a essere vista da molteplici angolazioni.
Violenze e discriminazione
“Non esiste un sistema giudiziario unificato, è difficile verificare l’integrità delle procedure legali. Tutto ciò aumenta il rischio che la religione e la magistratura vengano utilizzate per perpetuare violenza e discriminazione”, ha aggiunto infine.

Da quasi tre anni in Sudan si sta consumando un sanguinoso conflitto interno per la conquista del potere. La guerra dei due generali, Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan e leader delle Forze armate (SAF) da un lato e Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RSF), dall’altro, ha causato la morte di decine e decine di migliaia di persone. Entrambe le parti in causa sono accusati di gravi violazioni contro i diritti umani.
Oltre 11,4 milioni di civili hanno dovuto lasciare le proprie case, tra questi 2,5 milioni hanno cercato protezione e rifugio nei Paesi limitrofi, dove spesso vivono in campi per rifugiati in condizioni più che precarie.
Giorni fa il Ciad ha chiuso tutte le frontiere con il Sudan per ripetute incursioni sul territorio ciadiano e per i combattimenti, in corso tra esercito e RSF da sabato 21 febbraio a Tine, città sudanese al confine tra i due Paesi.
Per fortuna le frontiere restano aperte per i rifugiati e anche le attività umanitarie stanno proseguendo senza ostacoli.
Per salvare le due donne dalla lapidazione, rilanciamo qui la petizione che potete trovare su AVAAZ
https://secure.avaaz.org/campaign/it/stoning_in_sudan_loc/
Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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