Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
31 gennaio 2026
Tornano a punzecchiarsi Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Per ora borbottano soltanto e poco si sentono, nella vastità del rovente palcoscenico africano, quello dove alla fine si giocano sempre gli equilibri del mondo. Ma pare che gli emiratini la voce la stiano alzando, come se il loro scopo sia farsi sentire per attirare l’attenzione. Più il principe abbozza un passo laterale, tanto più lo sceicco prova a pestargli i piedi, in un balletto che rischia di diventare una baruffa.
Come racconta la rivista specializzata e di grande prestigio Africa Confidential nel secondo numero di gennaio, l’ultima mossa di Abu Dhabi, in ordine di tempo, è stata la promenade concessa alla milizia separatista yemenita, il Southern Transnational Council, guidata da Aidarus al Zubeidi, che nel mese di dicembre è riuscita a prendere il controllo delle regioni di Hadhramaut e Mahrah, che confinano con Oman e Arabia Saudita, prima di essere respinta dalla aeronautica militare saudita.
Nonostante Abu Dhabi neghi con fermezza il coinvolgimento nell’operazione, gli esperti affermano che senza la protezione del presidente emiratino, Mohamed bin Zayed al Nahyan, la milizia non avrebbe potuto spingersi tanto oltre i confini yemeniti.
Appoggio che gli Emirati hanno dato allo stesso comandante al Zubeidi, rportandolo ad Abu Dhabi tramite un volo militare (con scalo a Mogadiscio), dopo il bombardamento saudita al porto di Mukalla sulla costa yemenita, dove una nave emiratina stava sbarcando armi.

A furia di ballare però, soprattutto quando si cambiano le regole e si rubano i partner, i piedi si rischia di schiacciarli anche agli altri danzatori, invitati e non. È quello che è successo a novembre quando Abu Dhabi, étoile della compagnia di ballo, ha appoggiato e sponsorizzato il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, risvegliando l’attenzione di Cina e Turchia che, insieme a quasi tutte le organizzazioni internazionali, ne osteggiano la proclamazione.
Il rischio è dunque quello di estendere il conflitto mediorientale, sostenendo le mire di Tel Aviv fino alla penisola arabica e oltre. Gli Emirati sono infatti da sempre buoni amici di Israele, come dimostra anche la sponsorizzazione della ricerca di un accesso al mare da parte dell’Etiopia; piano appoggiato dagli israeliani, che approfitterebbero dello sbocco, e, come prevedibile in questa danza di poteri, osteggiato da Riyad e da diversi Paesi con interessi nel Mar Rosso tra cui l’Egitto.
Tutte mosse che riattivano le ostilità tra i territori del Corno d’Africa, tanto più che le ultime novità sono già arrivate alle orecchie statunitensi. Messaggero è stato il principe saudita Mohammed Bin Salman Al Saud, che ha declinato l’invito a un ultimo giro di valzer, preferendo correre all’ospite d’onore, quasi padrone di casa, a riferire dei giochetti di Abu Dhabi, che disturberebbero l’armonia della festicciola.

Dobbiamo prepararci a tutto, avrebbe detto Mohammed Bin Salman, trovando Trump d’accordo tanto da ottenere in un batter d’occhio 48 aerei F-35. Non proprio un omaggio del tycoon (si parla di un affare da diversi miliardi di dollari) ma sicuramente un privilegio mai concesso prima dall’America a nessun Paese arabo.
E approfittando del buon umore del presidente statunitense per l’affare appena concluso, il principe saudita non ha perso l’occasione per mettere in cattiva luce Abu Dhabi, nella speranza di conquistare la fiducia preferenziale degli USA e destabilizzare la presenza emiratina nel Corno d’Africa. Il principe ha infatti rimesso sul tavolo la collaborazione degli Emirati con le Rapid Support Forces (RFS) cui, come molti osservatori internazionali confermano e il governo di Abu Dhabi continua a smentire spudoratamente, continuando a fornire armi e equipaggiamenti.
Scopo principale dell’Arabia Saudita resta per ora quello di sabotare le mosse del presidente emiratino Al Nahyan, evitando lo scontro diretto.

La battaglia si gioca quindi tutta sulla conquista di avamposti nella regione, per completare ciascuno i propri disegni strategici, ovvero alleanze commerciali vantaggiose e durature. Gli EAU però vanno dritti per la loro strada, forti della consolidata amicizia con Israele.
Tel Aviv è intenzionato ad assicurarsi l’accesso al canale di Suez, ovvero al mercato mondiale, tramite alleanze nel Mar Rosso, che tra l’altro arginerebbero anche l’espansione delle forze iraniane e arabe, che pure cercano avamposti in quella regione. A questo fine gli Emirati costituiscono un ottimo cavallo di Troia con cui penetrare i diversi confini e piazzare le prime basi.
Dal conto loro gli Emirati perseguono gli stessi obiettivi, puntando al consolidamento dell’asse con Israele e Stati Uniti. Stessa ragione per cui tendenzialmente riconoscono gli autoproclamati Stati separatisti, come il Somaliland, dove ha stanziato finanziamenti importanti per il porto di Barbera e altro.
L’amicizia e la penetrazione nel Somaliland, nonchè il sostegno a Israele nel riconoscere lo Stato indipendentista, non è stato gradito da Mogadiscio, che a metà gennaio ha rotto i rapporti con Abu Dhabi.
Stavolta però, al contrario della arrugginita Arabia, il Corno d’Africa mostra una inaspettata autonomia decisionale. Consapevoli del ruolo giocato nella ragnatela di relazioni, infatti, molti degli Stati coinvolti avanzano mosse che non sempre corrispondono a quelle attese e pretese dalle potenze dominanti.
Da un lato infatti Etiopia e Kenya, che pure appoggerebbero il riconoscimento del Somaliland, reputano, nonostante la dichiarazione degli Emirati, che non è ancora giunto il momento; dall’altro la Somalia mette in guardia Israele. Siamo certi che arriveranno a Mogadiscio gli sfollati di Gaza, affermano degli attivisti locali: un esilio forzato che segnerà un nuovo fallimento della diplomazia israeliana e un ulteriore allontanamento di una qualsiasi forma di tregua.
Le danze stanno per ricominciare. Changez la dame, s’il vous plaît.
Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
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