Diario dalla Palestina
Clarissa Flann*
Gerusalemme, 9 giugno 2026
Da settimane, forse mesi, a Gerusalemme si respira un’atmosfera sospesa. Abbiamo fatto scorta di acqua, scatolette di tonno e legumi e, avendo imparato che le guerre iniziano di notte, dormiamo con l’essenziale a portata di mano, nel caso si debba raggiungere il rifugio prima dell’alba.
Anche i discorsi tra amici e colleghi, le chiacchiere con il proprietario del negozio sotto casa approdano sempre al punto: attaccheranno? Troveranno un accordo? Sarà scaramanzia, sarà esperienza, ma tutti concordano che è solo questione di tempo e che le ostilità riprenderanno a breve, nessuno crede che una soluzione del conflitto sia vicina.
La città è pronta a tornare a una quotidianità di movimenti ristretti, di lavoro e studio online, e nonostante ciò non smette di vivere e fare progetti. Si aprono nuove attività commerciali, si rinnovano ristoranti e negozi, si pianificano matrimoni, e, i privilegiati che possono, programmano viaggi e vacanze. I desideri non aspettano, e mentre i grandi valutano le loro prossime mosse, noi ci portiamo avanti.

Nonostante questa apparente normalità, settimana prossima salteró la mia lezione di arabo, ma non a causa delle disposizioni di sicurezza. In questa atmosfera sospesa infatti non si ferma l’organizzazione dei grandi eventi che periodicamente prendono in ostaggio la città. Gerusalemme é un susseguirsi di feste e manifestazioni, il che sembrerebbe una buona notizia per chi, come me, ci vive da espatriato, ma da questi eventi più che sentirsi coinvolti, ci si sente appunto, presi in ostaggio.

Dopo le grandi feste religiose dell’autunno, la primavera é il momento delle manifestazioni laiche, come la Maratona [1] o la Festa per l’Indipendenza. Il copione non varia molto: pullman turistici riempiono i parcheggi e folle si riversano sui marciapiedi, molte strade vengono chiuse e la Cittá Vecchia blindata, mentre i controlli e gli atti di prepotenza sulla popolazione palestinese aumentano.
Quello che é celebrazione per una parte della città, per gli altri rappresenta solo disagi e fastidi, quello che é festa per gli uni, diventa sopruso per gli altri.

Ora, esaurita l’euforia di picnic e concerti nei parchi cittadini per la festa dell’Indipendenza, l’attesa é per la Marcia delle bandiere, la più odiosa delle celebrazioni. Settimana prossima infatti gli Israeliani festeggeranno la “riunificazione” della città sotto il controllo dello Stato ebraico, avvenuta nel 1967 con l’occupazione della zona est di Gerusalemme, allora sotto controllo giordano.
Anche quest’anno gli abitanti palestinesi della città saranno costretti ad assistere ai festeggiamenti del momento che ha segnato per loro l’inizio dell’occupazione, e per gli abitanti del quartiere marocchino la completa demolizione delle loro case, rase al suolo per far posto alla piazza adiacente al cosiddetto muro del pianto.


Le strade di Gerusalemme sono sempre costellate di bandiere, ma in preparazione della festa sono comparse, anche nei quartieri palestinesi, quelle con lo stemma della città: il leone, simbolo della tribù biblica di Giuda sullo sfondo del muro Occidentale circondato da un ramo di ulivo. Non esattamente un simbolo di riconciliazione.

E come sempre prima di un grande evento o celebrazione, sono aumentati i controlli: alle porte della Città Vecchia é normale vedere drappelli di soldati armati da far invidia a Rambo, fermare e interrogare giovani palestinesi in modo spesso apertamente provocatorio, e più frequentemente del solito l’autobus su cui viaggiano per tornare a casa viene bloccato, per controlli.
A una delle fermate un paio di soldati o poliziotti (solitamente un ragazzo e una ragazza, sempre giovanissimi e armatissimi) salgono sul bus senza proferire parola, e noi ormai sappiamo cosa fare: un passeggero raccoglie i documenti di tutti, i poliziotti verificano i nominativi sul terminale che portano sempre alla cintura, e finalmente, dopo circa un quarto d’ora, l’autobus può proseguire.
La vita di ogni palestinese é fatta anche di queste piccole, quotidiane provocazioni, che non possono che fomentare sentimenti di risentimento e umiliazione.

Pochi giorni fa nella Città Vecchia un gruppo di ragazzini ebrei di undici, dodici anni, che vivono nel quartiere musulmano e si vedono spesso camminare con aria spavalda e provocatoria nei vicoli affollati del mercato, sotto i nostri occhi ha spintonato un coetaneo, per farsi largo tra la folla.
La madre del ragazzo ha reagito di istinto, rimproverando i ragazzi come probabilmente avrebbe fatto qualsiasi adulto, ma immediatamente i passanti sono intervenuti a calmare la donna, le hanno rimesso i sacchetti della spesa in mano e hanno portato via lei e il figlio, velocemente.
Perché in queste situazioni il rischio per un palestinese é quello di essere come minimo arrestato, e in Israele esiste, e viene ampiamente utilizzata, la misura della detenzione amministrativa, che permette la detenzione a tempo indeterminato senza alcuna formale incriminazione e né processo. Come minimo.
Durante la Marcia delle bandiere, scolaresche, famiglie e gruppi di ebrei della diaspora marciano per le strade cantando e sventolando bandiere di Israele e di Gerusalemme, sotto gli occhi dei Palestinesi, che negli stessi giorni ricordano la Nabka, “la catastrofe”, l’espulsione dalle loro terre e la cancellazione dei loro villaggi nel 1948.
Ma é la marcia all’interno della Città Vecchia, il cuore di questa celebrazione: ogni anno ragazzini, giovani coloni e simpatizzanti del nazionalismo religioso e dell’estrema destra, attraversano i quartieri musulmani sventolando bandiere di Israele e urlando slogan antipalestinesi e antiarabi. Nonostante i vicoli siano praticamente deserti e i negozi chiusi, non mancano mai aggressioni e atti di vandalismo contro i rari passanti, contro i giornalisti e contro le saracinesche o le vetrine dei negozi.
Persino le chiese rimangono chiuse per paura di questi vandali, che non solo vengono lasciati completamente liberi di devastare la città, ma in alcuni casi sono anche protetti dalle forze dell’ordine.
Si può immaginare lo strazio, il senso di impotenza e di esasperazione di chi vede le proprie strade in balia di una massa di ragazzini incattiviti e violenti, e si può capire chi, come il mio insegnante di arabo, da anni nei giorni della marcia delle bandiere organizza un viaggio fuori città, per non vedere, per non soffrire un ulteriore sopruso. Quindi, niente lezione di arabo settimana prossima.
Clarissa Flann*
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[1] La Maratona di Gerusalemme é un evento sportivo, che assume anche una valenza simbolica, poiché il suo percorso attraversa alcune delle strade dei quartieri di Gerusalemme est.
[2] Durante queste giornate gli israeliani festeggiano la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, quello che per i palestinesi é la Nabka, la “catastrofe” che causò l’esodo di oltre 750.000 persone dai loro villaggi.
*Non sono una giornalista e nemmeno una scrittrice, ma ho vissuto a Gerusalemme gli ultimi due anni, arrivata credendo di conoscere almeno in parte quello che mi aspettava, e subito soverchiata dalla complessità di una situazione inimmaginabile se non vissuta con i propri occhi. In questi due anni ho cercato di raccontare a chi nella mia cerchia di amici e famigliari aveva voglia di ascoltare, cosa significa vivere quotidianamente la realtà di un’occupazione che che non rispetta nemmeno le basi del diritto internazionale umanitario. Storie che ho vissuto o che ho raccolto da persone a me vicine, storie quotidiane, che raccontano di una vita che é precaria e oppressa da generazioni. Piccole storie, se messe a confronto con la violenza brutale dei coloni, o gli orrori indicibili del genocidio, ma sono quelle attraverso cui io sono entrata in contatto con questa realtà complessa e stratificata. C.F.
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