Break the ICE: è ora di rompere il ghiaccio e conoscere i più famosi agenti del momento, but no selfie please!

Le dotazioni del corpo di polizia sono avveniristiche e servono per monitorare attività e spostamenti dei sospetti tramite il controllo dei cellulari e dei veicoli

0
149

Gli agenti federali dell’ICE sono operativi in Italia,
ufficialmente per proteggere i leader politici e gli atleti americani.
Il Washington Post ha pubblicato un bel ritratto che spiega
chi sono e cosa fanno i paramilitari dell’ICE.

Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
5 febbraio 2026

ICE is coming to town. E non stiamo parlando del gelo americano che sta bloccando gli Stati Uniti sud-occidentali e che pure contribuirebbe all’atmosfera dei giochi olimpici; né tantomeno del furgoncino dei gelati, con l’inquietante jingle natalizio da carillon scarico, come quelli dei film dell’orrore e quindi proprio perché sono solo film, a suo modo comunque rassicurante.

No. Quelli appena arrivati a Milano per le olimpiadi invernali sono i fantomatici agenti per il controllo dell’immigrazione e delle dogane americani, saliti alla ribalta per i fatti di Minneapolis dove hanno assassinato un paio di persone: gli ICE, appunto. Che però, a dispetto della denominazione, pare che non agiranno affatto, ma si chiuderanno in ufficio a lavorare d’intelligence.

È lecito tuttavia chiedersi in che mise si presenteranno, se si porteranno dietro SUV e passamontagna, anfibi e pistola d’ordinanza. Ci sarebbe da mettersi comodi e guardarli sfilare, magari insieme alle delegazioni olimpiche, il giorno dell’inaugurazione, ma poi si rischierebbe di assistere a un corteo di carnevale.

Ci sarebbe da divertirsi e giocare a riconoscerli, se non si trattasse di una cosa seria. Non la parata di apertura, ma la loro venuta qui in Italia, che un poco, nonostante le raccomandazioni del Viminale (“non li vedrete in strada”), puzza di attacco alla sovranità dello Stato, quello italiano.

Ecco come le infografiche del Washington Post presentano le attività e gli agenti dell’ICE

Come saranno mascherati dunque non lo sapremo, ma sicuro è, come racconta il Washington Post in una interessante quanto allarmante infografica, che quelli che resteranno in America saranno ben equipaggiati per continuare a battere le strade statunitensi in lungo e in largo ancora per un bel po’.

Non bisogna capirci molto di tecnologia per avere un quadro completo degli ultimi, anche se in uso già da diversi mesi, strumenti investigativi in dotazione agli ufficiali dell’ICE. “Armi invisibili”, le chiama il Washington Post, “tecnologia di supporto investigativo” le definisce il Dipartimento di Sicurezza Americano.

Dettagli lessicali che comunque non cambiano il quadro della situazione, all’interno del quale le forze antiimmigrazione hanno decisamente superato i confini consueti, forti dell’appoggio degli uomini del presidente che “hanno rivendicato l’autorità di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per monitorare e indagare sulle reti di manifestanti anti-ICE, compresi i cittadini americani ” e autorizzati dal DHS che ha “ampliato significativamente l’ambito operativo per l’uso del riconoscimento facciale, dell’intelligenza artificiale e di altre tecnologie”.

Si tratta di strumenti digitali già adoprati da altre agenzie di controllo e sicurezza americane che però si occupano prevalentemente di terrorismo e reati contro i minori e altri crimini federali.

Le tipologie sono due: controllo e monitoraggio. Applicazioni che a meno di un metro riconoscono i volti e tracciano l’iride. Antenne per la lettura di targhe automobilistiche. Droni che riescono a vedere il colore di una maglietta, ma che pare non mettono a fuoco i volti.

Lo scopo di queste dotazioni è quello di monitorare attività e spostamenti dei sospetti tramite il controllo dei cellulari e dei veicoli. Oltre alla applicazione per il riconoscimento facciale che, insiste il Dipartimento di Sicurezza, eliminerebbe immediatamente le foto non corrispondenti ai profili già schedati, il Washington Post cita altri dispositivi, o meglio, strategie operative tramite le quali gli agenti si appoggiano a apparecchi installati sul territorio per raccogliere dati altrimenti non accessibili.

In sostanza l’ICE si frappone tra l’utente e l’apparecchiatura intercettandone i segnali. È il caso della lettura delle targhe tramite fototrappole che, isolando la cifra identificativa, dispiegano un ventaglio di informazioni che va dalle specifiche tecniche del veicolo ai dettagli di pagamento del parcheggio.

O dei localizzatori telefonici camuffati da antenne cellulari, che disconnettono i dispositivi dalle reti degli operatori commerciali e li attaccano forzatamente a quella di controllo federale. L’operazione consentirebbe solo la locazione GPS delle celle intercettate; per ottenere ulteriori informazioni trattandosi di dati sensibili, l’ICE, sottolinea l’ente gestore, necessita di una autorizzazione dal giudice, a meno che, precisa di contro l’ICE, si tratti di casi di emergenza, quali tutela dell’incolumità pubblica o possibilità di fuga dell’imputato.

Condizioni, come intuibile, facilmente dimostrabili dalle forze federali.

Una autorizzazione è richiesta anche per accedere ai dati di locazione dei telefoni cellulari, rubrica, messaggi, foto, conversazioni, che la Corte Suprema ha dichiarato strettamente personali, ma che gli agenti federali puntualmente aggirano ricorrendo a dei broker. Quello che sconcerta, a parte la esagerata mole di dati ricercati dalla task force, è la modalità poco lineare di accesso a questi ultimi.

Leeor Ben-Peretz, direttore strategico dell’azienda israeliana Cellebrite, mostra la sua tecnologia di hacking telefonico nel 2016. (Jack Guez/AFP/Getty Images)

L’ICE potrebbe dotarsi di apparecchi propri e invece si appoggia a terzi. La scelta è sicuramente legata anche all’aspetto economico. Questo non vuol dire che l’operazione non ha avuto costi rilevanti, ma che si è preferito risparmiare. Il governo federale non ha di fatto acquistato nulla, a parte una nuova batteria di droni in grado di avvistare, su una superficie di 40 metri quadri, gente da più di 12 chilometri di distanza e di individuare una singola persona da circa un chilometro. Per il resto si tratta di licenze e appunto di collaborazione con le autorità locali, spesso impossibilitate a rifiutarsi, proprio in virtù della sbandierata sicurezza nazionale che ha la precedenza su quella locale.

La strategia è però prevalentemente politica. Cercare, esigere, la collaborazione dei singoli stati e città, infatti, sortisce un doppio effetto. Da un lato sottomette i rappresentanti locali, passibili anche loro di denuncia, se non riconoscono la superiorità dell’autorità federale; dall’altro li galvanizza, rendendoli parte integrante dell’intero processo investigativo. La solita storia del bastone e della carota.

A Cortina comunque gli agenti non porteranno né l’uno né l’altra. Né droni, né antenne. Ma, con tutta probabilità, i telefoni cellulari sì. D’altronde sono pur sempre esseri umani questi federali, che scrollano le ultime news, postano foto e aggiornano stati, mettono like, guardano video virali, si divertono a riconoscere quelli generati dall’IA, e in questo dovrebbero essere campioni. La prudenza però non è mai troppa. Io, dovessi capitare in questi giorni da quelle parti, non accetterei selfie dagli sconosciuti.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza ai numeri
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761

Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsap https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here