Un convegno sull’Iran a Mendrisio si trasforma in una rissa

Contestata la giornalista e storica Farian Sabahi, docente all’Università dell’Insubria da una quindicina di monarchici che inneggiavano allo shah

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Speciale per Africa ExPress
Agnese Castiglioni*
Mendrisio, 17 gennaio 2025

Di fronte alla complessità della crisi iraniana, il dialogo tra analisti e opinioni diverse rischia di cedere il passo all’intimidazione.

Sabato scorso, la Libreria al Ponte di Mendrisio avrebbe dovuto essere un luogo di approfondimento. Ospite della serata la giornalista e storica Farian Sabahi, docente all’Università dell’Insubria e tra le voci più autorevoli sulla questione iraniana.

Tuttavia, quello che era iniziato come un dibattito accademico sulla situazione attuale in Iran si è trasformato in palcoscenico con forti tensioni.

Alla fine dell’incontro, durante l’ultima parte dedicata alle domande, un gruppo organizzato di circa quindici persone di origine iraniana ha interrotto bruscamente ia riunione.

Tra slogan politici, intimidazioni e aggressioni verbali, rivolte anche al personale della libreria, il clima di confronto democratico si è trasformato in una contestazione muscolare. E’ stata anche sventolata la bandiera con il leone e il sole, simbolo della monarchica, e la quindicina di protestatari urlava “Javid Shah!” (viva lo Shah, cioè il re di Persia), L’evento è stato paralizzato e il pubblico e la relatrice sono stati messi una situazione di vulnerabilità, incompatibile con uno spazio culturale.

La professoressa Farian Sabahi durante l’incontro di Mendrisio

Il contesto: segnali di una faglia profonda

L’episodio di Mendrisio non è un fulmine a ciel sereno, ma l’appendice di una tensione che serpeggia in tutto il Canton Ticino.

Solo pochi giorni prima, il 25 gennaio a Lugano, la polizia era dovuta intervenire massicciamente per separare due cortei contrapposti: uno pro-Israele e monarchico iraniano, l’altro a sostegno della causa palestinese.

Kamran Babazadeh, 69 anni, ha lasciato l’Iran circa quarant’anni fa. Originario di Teheran, da giovanissimo era tra coloro che scesero in piazza per protestare contro il regime dello shah Reza Pahlavi. Un regime che governava il Paese con il pugno di ferro e col le galere piene di oppositori. Certamente non teocratico come quello attuale ma anche lui profondamente repressivo e antidemocratico.

All’indomani della rivoluzione è emigrato prima in Italia e poi in Svizzera, dove vive in Ticino dal 1988. Per oltre quindici anni ha lavorato per OSAR, l’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati.

Presente sia ai fatti di Lugano sia a quelli di Mendrisio, Babazadeh è testimone diretto di una deriva che definisce preoccupante: “Un comportamento da tifosi, non da cittadini”.

La sua colpa, agli occhi dei contestatori, è stata quella di esporre una bandiera iraniana neutra, priva di simboli monarchici, attirando su di sé insulti e minacce in persiano che evocano la morte degli avversari politici.

Una diaspora frammentata e radicale

Quello che emerge è il ritratto di una diaspora iraniana attraversata da una frattura storica.

Da un lato, la spinta della corrente monarchica che sostiene Reza Pahlavi ha guadagnato visibilità sui social e nelle piazze; dall’altro, una parte degli espatriati che guarda con diffidenza a una leadership nostalgica o a ipotesi di interventi militari esterni.

In questo clima, la ricerca di analisi sfumate, come quella proposta da Farian Sabahi, diventa il bersaglio ideale.

Chi non offre risposte univoche o non aderisce a una narrazione politica a senso unico viene percepito come un nemico. Mentre in Iran la repressione seguita alla rivolta Donna, Vita, Libertà continua a colpire con arresti e condanne, all’estero la frustrazione si traduce in una radicalizzazione del linguaggio che non risparmia nemmeno i luoghi della cultura.

Dalla libreria alla gogna digitale

Ecco le immagini della tensione creatasi durante l’evento.
Il video, pubblicato sui canali social di uno degli  15 iraniani del gruppo, presenta l’aggiunta della foto di Kamran Babazadeh  insieme a  informazioni false sul suo conto :” Questo vecchio cane, nel cantone italofono della Svizzera, ha un negozio di tappeti. Qualche giorno fa ha organizzato una mostra e ha iniziato a sostenere i Pasdaran. Gli iraniani patrioti gli hanno dato una lezione”.

La violenza non si è fermata tra gli scaffali della libreria.

Il conflitto si è rapidamente spostato online, trasformandosi in una violenta campagna d’odio e di disinformazione.

Sia Sabahi sia Babazadeh sono stati bersagliati da accuse infondate di collusione con il regime di Teheran.

Sulle pagine social di Babazadeh sono apparsi commenti feroci: “Penso che tu ti stia guadagnando da vivere riciclando denaro sporco per il corpo terroristico”, o ancora “Sei una persona di merda da commentare sull’Iran, sei un diavolo di faccia. Re per sempre. Morte a tre Mullah Chapi Mujahid corrotti”.

Altri utenti hanno rincarato la dose con insulti ideologici: “Credo che questi stronzi di sinistra mangino ancora la merda del loro leader terrorista”.

Tra i profili più attivi nella diffusione di insulti e accuse figurano anche account falsi, tra cui quello di @mmaziyarkhodaeifar, che dichiarava nel proprio profilo di frequentare il Politecnico di Milano.

Il caso ha assunto contorni ancora più inquietanti quando la Rettrice dell’ateneo milanese, Donatella Sciutto, è intervenuta per verificare l’identità dell’utente.

I riscontri hanno confermato che il soggetto non è affatto uno studente del Politecnico.

La Rettrice ha quindi espresso ferma solidarietà alle vittime dell’aggressione, smascherando l’uso di profili fittizi o ingannevoli volti a conferire una parvenza di autorevolezza a chi pratica lo sciacallaggio digitale.

Difendere gli spazi di parola

Il caso di Mendrisio dimostra che le tensioni geopolitiche non hanno confini: possono penetrare in una libreria di provincia con la stessa forza con cui agitano le grandi capitali.

Quando un incontro con una studiosa viene silenziato dalle urla, a perdere non è solo la relatrice, ma l’intera comunità civile.

Documentare questi episodi è oggi più che mai necessario per proteggere quegli spazi, come librerie, biblioteche, centri civici, che tentano di resistere alla logica della minaccia e di restare, nonostante tutto, presìdi di pensiero critico.

Agnese Castiglioni*
agnesecastiglioni@gmail.com
* studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione
presso l’Università degli Studi dell’Insubria
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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