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Governo italiano ossessionato dai migranti, fornisce alla Tunisia (zero in diritti umani) motovedette guardacoste

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
9 settembre 2024

Violazioni dei diritti umani, deportazioni di migranti nel deserto, repressioni di ogni forma di dissenso interno. ma il governo italiano decide di rafforzare la partnership diplomatica e militare con il regime tunisino.

Unità navali italiane alla Tunisia

Il 28 agosto scorso, nel corso di una cerimonia ufficiale nel porto di Marina de Gammarth, a pochi chilometri da Cartagine e Tunisi, l’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Alessandro Prunas e il funzionario del settore immigrazione della Polizia di Stato presso l’ufficio diplomatico, Sebastiano Bartolotta, hanno consegnato alla Garde Nationale tre motovedette già in dotazione all’Arma dei Carabinieri e della Guardia di finanza. 

“Le unità navali verranno utilizzate per il rafforzamento della capacità della Guardia nazionale del ministero dell’Interno tunisino nelle attività di sorveglianza delle frontiere marittime”, riporta l’agenzia Nova. Nei prossimi mesi il Viminale trasferirà alle autorità del Paese nord africano altre tre motovedette “restaurate” nell’ambito del memorandum firmato a dicembre 2023 con la Tunisia per cui sono stati stanziati 4,8 milioni di euro.

Le unità sono tutte della classe Guardacoste Litoraneo G.L. 1400 (già MV800 con i Carabinieri) e sono contraddiste dalle sigle identificative G.L.1400, G.L.1401, G.L.1402, G.L.1403, G.L.1404 e G.L.1405. Costruite negli anni ‘90 dai Cantieri Navali del Golfo di Gaeta, hanno una lunghezza di 17 mt, una larghezza di 5,10 ed un dislocamento a pieno carico di 28 tonnellate. I motori marca Iveco Aifo consentono alle motovedette di raggiungere una velocità massima di 35 nodi.

Il trasferimento delle tre unità è stato enfatizzato con un tweet dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. “Esse contribuiranno a rafforzare le attività di salvataggio in mare e le azioni di contrasto ai trafficanti di esseri umani, nel quadro della cooperazione che il governo italiano ha avviato con la Tunisia sui temi migratori e sul controllo delle frontiere”, spiega il titolare del Viminale, volutamente ignaro dei crimini commessi dalle forze armate e di polizia tunisine nel corso delle attività di “contrasto” alla migrazione interna ed esterna.

Tunisia formalizza la propria zona SAR

Tre mesi fa la Tunisia ha formalizzato la propria zona SAR (Search and Rescue) nel Mediterraneo centrale: si tratta di un’area di mare estesissima che nella sua parte settentrionale sfiora la Sicilia occidentale fino al Sud della Sardegna, davanti alla regione del Sulcis. Le coordinate della nuova zona SAR hanno ricevuto l’approvazione da parte dell’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) e, come ricorda ancora l’agenzia Nova, è stato creato il Centro nazionale per il coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio marittimo (TNMRCC), sotto il Servizio nazionale di sorveglianza costiera del ministero della Difesa, con il compito di “rafforzare l’efficacia dei servizi di ricerca e salvataggio in mare e di coordinare le operazioni”. Al TNMRCC sono state assegnate diverse unità navali e aeree delle forze armate e del ministero dell’Interno.

Il trasferimento delle sei imbarcazioni anti-migranti alla Garde Nationale è stato predisposto dal governo Meloni nel dicembre del 2023. Contro il provvedimento alcune organizzazioni non governative (ASGI, ARCI, ActionAid, Mediterranea Saving Humans, Spazi Circolari e Le Carbet) hanno presentato un ricorso al Tar denunciando le “gravissime violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità tunisine, in particolare respingimenti in pieno deserto che hanno causato la morte di donne e bambini”. Il Tribunale amministrativo ha rigettato il ricorso, ma il 18 giugno 2024 il Consiglio di Stato ha sospeso in via cautelare l’invio delle prime tre motovedette ritenendo “prevalenti le esigenze di tutela rappresentate da parte appellante (le ONG, nda)”. 

Con ordinanza del 4 luglio, il Consiglio di Stato ha però rigettato l’istanza con cui le organizzazioni della società civile chiedevano la sospensione del trasferimento delle motovedette, rinviando al 21 novembre 2024 la decisione definitiva sul merito. Accogliendo le motivazioni dell’Avvocatura dello Stato, l’organo di giustizia amministrativa ha ritenuto che il trasferimento delle unità e le relative iniziative di formazione del personale della Garde Nationale tunisina possano contribuire “all’innalzamento dei livelli di tutela e salvaguardia dei migranti in mare, tanto più necessari dopo l’istituzione della zona SAR della Tunisia, tenuto conto dell’alto livello di professionalità di cui dispone la Guardia di Finanza nello svolgimento delle attività in questione”. 

La decisione di rimettere in efficienza le sei imbarcazioni già in uso alla Guardia di Finanza per cederle poi alla Tunisia è frutto di uno specifico accordo di collaborazione tra il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e il Comando Generale della Guardia di Finanza, firmato l’11 dicembre 2023, per sostenere “iniziative a favore dei Paesi non appartenenti all’Unione Europea finalizzate al rafforzamento delle capacità nella gestione delle frontiere e dell’immigrazione e in materia di ricerca e soccorso in mare”.

Nello specifico l’accordo prevede lo stanziamento di 4.800.000 euro per lo “svolgimento di attività di assistenza tecnica e capacity building a favore delle competenti autorità della Tunisia, segnatamente della Garde Nationale del Ministero dell’Interno tunisino, consistenti nella fornitura di mezzi e materiali, nell’erogazione di corsi di formazione e nella prestazione di servizi di supporto tecnico-logistico (ivi incluso l’approvvigionamento di carbo-lubrificanti per l’esecuzione di prove tecniche, verifiche e addestramento degli equipaggi in mare, nonché per il trasferimento delle unità navali sino alla destinazione in Tunisia), consulenza, assistenza e tutoraggio”. Oltre alla rimessa in efficienza delle unità navali della classe Guardacoste Litoraneo G.L. 1400, l’accordo tecnico prevede anche la formazione specifica (in territorio tunisino e presso la Scuola nautica di Gaeta) del personale della Garde Nationale alla loro conduzione ed impiego operativo.

Sempre secondo il memorandum tra il Ministero dell’Interno e il Comando Generale della Guardia di Finanza, i lavori di ammodernamento e ripristino dell’efficienza delle motovedette sono assegnati al Reparto Tecnico di Supporto del Centro Navale della GdF con sede a Miseno (Napoli), che “laddove necessario, potrà avvalersi di soggetti privati per la fornitura e l’installazione di equipaggiamenti e componentistica, previa analisi degli interventi tecnici necessari da concordare eventualmente con le autorità tunisine per soddisfare le loro specifiche esigenze operative”. I militari delle fiamme gialle si impegnano infine a “supportare le autorità tunisine negli interventi di manutenzione ordinaria sulle suddette unità navali e sulle altre unità navali già in uso alla Garde Nationale”.

Per la cronaca, lo scorso 28 agosto il Centro Navale di Formia della Guardia di Finanza ha messo a gara il servizio di refitting delle altre tre unità navali destinate alla Tunisia. Il relativo avviso è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e specifica che il valore della commessa è stimato in 4 milioni di euro. Il termine per il ricevimento delle offerte è posto per l’1 ottobre prossimo.

Nell’ultima decade, le autorità italiane hanno consegnato ai militari tunisini pure numerosi pattugliatori veloci e motovedette, impiegati tutti nelle operazioni di controllo delle frontiere marittime e di blocco e/o respingimento delle imbarcazioni dei migranti. Tra il 2014 e il 2015 sono stati donati alla Garde Nationale sei unità navali specializzate P350TN, mentre alla Marina Militare sono stati riservati sei pattugliatori modello P270TN. 

Questi ultimi sono pattugliatori veloci lunghi 27 metri e larghi 7,20, con 90 tonnellate di dislocamento ed un sistema di propulsione che assicura una velocità massima di 35 nodi e un range di 500 miglia nautiche. I pattugliatori classe P350TN hanno invece un dislocamento di 140 tonnellate, la lunghezza di 35 metri e la larghezza di 7,20; il sistema di propulsione è garantito da due motori diesel con un range di 600 miglia e una velocità massima di 38 nodi. Sulle unità possono essere imbarcati fino a 14-16 membri di equipaggio.

I dodici pattugliatori sono stati realizzati dalla Cantiere Navale Vittoria, società cantieristica con sede ad Adria, in Veneto e sono divenuti operativi dopo il loro trasferimento nella sede della Marina tunisina a La Goulette. Secondo la rivista specializzata britannica del settore difesa, IHS Jane’s, l’operazione di acquisto e invio delle unità navali alla Tunisia è costata al governo italiano 16,5 milioni di euro.

Il 3 agosto 2016 ancora il Cantiere Navale Vittoria ha consegnato ai militari di Tunisi la nave scuola Zarzis A710, un’imbarcazione di supporto alle immersioni subacquee e alle operazioni di “sicurezza negli spazi aeromarittimi”, commissionata dal Ministero della Difesa tunisino nell’ambito degli accordi di cooperazione internazionale tra l’Italia e la Tunisia siglati nella primavera del 2015. Lunga 36 metri, la nave scuola può raggiungere una velocità massima di 17 nodi ed ospitare un equipaggio di 12 persone, più 18 sommozzatori; è dotata di una campana di immersione in grado di condurre i sub fino a 100 metri di profondità. L’unità viene impiegata principalmente per l’addestramento dei sommozzatori e delle unità d’élite presso il Centro di formazione subacquea di Zarzis.

Nel maggio 2011, l’Italia aveva fornito alla Garde Nationale quattro motovedette “Carabinieri” classe 700 (18 tonnellate di dislocamento), realizzate a Gaeta dai Cantieri Navali del Golfo. Tra il 2009 e il 2011 erano stati consegnati ai militari tunisini anche due imbarcazioni Classe 500, 13 sistemi radar di pattugliamento e 38 motori marini.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Fiori d’arancio a Eswatini: una figlia dell’ex presidente sudafricano sarà la 16esima moglie del re

Africa ExPress
Mbabane, 8 settembre 2024

L’amore non conosce età. La 21enne Nomcebo, una delle figlie di Jacob Zuma, ex presidente sudafricano, si è innamorata pazzamente di Mswati III, re di Eswatini (ex Swaziland), che di anni ne ha 56. E pare che il trasporto amoroso sia corrisposto, tant’è vero che i due piccioncini hanno annunciato il loro fidanzamento ufficiale in occasione dell’annuale Reed dance festival. La ragazza dovrebbe dunque diventare la 16esima moglie del monarca.

Nomcebo, la 21enne figlia di Zuma, diventerà la 16esima moglie del monarca di Eswatini

Durante il festival si esibiscono centinaia di ragazze, spesso in topless, davanti alla famiglia reale. Una specie di sfilata delle “più belle del Paese”, che permette al re Mswati III, l’unico monarca assoluto dell’Africa ancora al potere, di scegliere ogni anno una nuova consorte o concubina. La manifestazione dura 8 giorni e è considerato l’evento dell’anno nel piccolo regno.

Nomcebo, la cui madre, Nonkululeko Mhlongo, è fidanzata da una vita con Jacob Zuma, nell’ultimo giorno della cerimonia, che si è tenuta lunedì scorso al palazzo reale, era vestita con i colori vivaci del regno di Eswatini

Il portavoce del regno, Alpheous Nxumalo, ha respinto fermamente qualsiasi insinuazione che il matrimonio tra il re e la figlia di Zuma possa essere visto come un’alleanza politica. Anzi, ci sono forti legami tradizionali tra Eswatini e la monarchia zulu del Sudafrica, il cui attuale re, Misuzulu ka Zwelithini, è nipote di Mswati III.

Il re è nato nel 1968 a Manzini – la città più importante della piccola nazione (la capitale è Mbabane) – situata tra il Mozambico e il Sudafrica – con il nome di Makhosetive. Il padre morì quando il giovane aveva solo quattordici anni. Benché il vecchio monarca avesse avuto centoventiquattro mogli, solo sua madre è stata nominata regina. Fino alla sua maggiore età gli affari di Stato sono stati appunto affidati a lei, Ntombi Tfawla, mentre il futuro re terminava gli studi all’International College a Sherborne in Gran Bretagna. E’ stato incoronato nel 1986 all’età di diciotto anni.

Mswati III
Mswati III, re di eSwatini

In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria. Eswatini conta solamente un milione e duecentocinquantamila abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i quattromila dollari. Un Paese povero, e un terzo degli abitanti è affetto da infezione HIV. L’aspettativa di vita è di 61,5 anni.

Il monarca è stato criticato in passato per l’età delle sue mogli. Nel 2005 aveva scelto come sposa la diciassettenne Phindile Nkambule, pochi giorni dopo aver revocato il divieto di avere rapporti sessuali con ragazze di età inferiore ai 18 anni. Tale norma era stata istituita nel 2001, ufficialmente per contrastare  l’HIV/AIDS. Due mesi dopo aver abrogato la legge, il re si era auto multato con una mucca, avendo sposato una minorenne, la sua nona moglie.

Non tutti matrimoni del re, che ha decine di figli, sono andati a buon fine. Alcune mogli sono state espulse dal Paese per presunto adulterio, un’altra si è addirittura suicidata.

Anche l’ultima futura sposa del re proviene da una grande famiglia poligama. Jacob Zuma, 82 anni, si è sposato sei volte e attualmente ha quattro mogli e più di 20 figli.

Zuma è stato presidente del Sudafrica dal 2009 al 2018. E’ stato costretto alle dimissioni dal suo stesso partito, l’African National Congress, dopo una serie di accuse di corruzione. L’astuto politico è stato poi la sorpresa delle elezioni del Paese che si sono svolte all’inizio di quest’anno: il suo nuovo partito, uMkhonto we Sizwe, è arrivato terzo, con il 14,6 per cento delle preferenze.

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Ondata di omicidi senza precedenti sconvolge il Sudafrica

Dal Nostro Inviato Speciale
Elena Gazzano
Città del Capo, settembre 2024

Il Sudafrica è intrappolato in una crisi che nessuna nazione dovrebbe conoscere in tempi di pace: un’epidemia di omicidi fuori da ogni controllo. In soli tre mesi (aprile-giugno), quasi 6.200 persone sono state uccise, un dato che non solo sconvolge, ma getta un’ombra oscura sulla nazione, rivelando una realtà di violenza straziante e pervasiva.

Sudafrica: guerra contro le gang

Sebbene vi sia stata una lieve diminuzione degli omicidi rispetto all’anno precedente a livello nazionale, in quattro delle nove province sudafricane è stato registrato un aumento. In particolare, nel KwaZulu-Natal si consumano quasi un quarto degli omicidi complessivi, seguito dalle province di Gauteng e Western Cape, entrambe caratterizzate da livelli di violenza che sembrano inarrestabili e sempre più intensi.

Diversi fattori contribuiscono a questa situazione. La circolazione di armi da fuoco non controllata gioca un ruolo cruciale. Molte delle armi sequestrate erano scomparse dalle stazioni di polizia nei mesi precedenti ad aprile per poi ricomparire nelle mani delle gang. Povertà diffusa e un sistema di giustizia che fatica a gestire il sempre crescente tasso di criminalità, complicano ulteriormente la situazione. Il Sudafrica presenta uno dei tassi di omicidi per abitante più alti al mondo.

L’aumento degli omicidi di donne e bambini rappresenta un altro aspetto preoccupante della crisi. Nel corso dei tre mesi analizzati, sono state uccise quasi mille donne, con un aumento del 7,9 per cento rispetto all’anno precedente. Inoltre, oltre 300 bambini hanno perso la vita, con un incremento del 7,2 per cento.

Donne e bambini sono le prime vittime degli omicidi in Sudafrica

La paura della violenza è una realtà quotidiana per milioni di sudafricani; ogni rumore nella notte potrebbe significare la fine. Secondo una testimonianza di Mitchells Plain, operatrice comunitaria, i residenti vivono nel timore di essere coinvolti in sparatorie tra bande, anche durante attività quotidiane, come uscire di casa o portare i bambini a giocare nei parchi.

In Sudafrica le gang stanno rapidamente espandendo il loro potere, reclutando nuovi membri e rifornendosi di armi in modo incontrollato. Preoccupazioni sono state sollevate riguardo a possibili legami tra queste bande e membri corrotti delle forze dell’ordine e del sistema giudiziario, il che potrebbe spiegare la facilità con cui le gang continuano a ottenere risorse e armi.

Le autorità e le forze dell’ordine sono state sollecitate a implementare misure più efficaci per contrastare la criminalità e disarmare i gruppi illegali, con l’obiettivo di smantellare le reti di traffico di droga e ripristinare la fiducia nella società. Un intervento necessario per affrontare i problemi della crescente insicurezza.

Alcune comunità di Città del Capo hanno proposto il coinvolgimento delle Forze Armate Sudafricane (SANDF) per confiscare armi illegali e ristabilire l’ordine nelle aree particolarmente colpite dalla criminalità. Tale operazione dovrebbe essere indipendente dalle forze di polizia locali, ritenute da alcuni come non sufficientemente efficaci a causa di presunti casi di corruzione.

I dati relativi agli omicidi nel Paese vengono utilizzati per evidenziare una situazione di crisi in corso. La gestione della sicurezza richiede misure che affrontino direttamente le cause principali del problema. Il rischio, senza interventi mirati, è quello di un aumento dell’insicurezza e dell’instabilità sociale.

Il Sudafrica, che in passato ha affrontato sfide significative, si trova ora di fronte alla necessità di tutelare i propri cittadini e garantire loro una maggiore sicurezza.

Mentre se il Sudafrica affronta un’ondata di omicidi di proporzioni devastanti, è utile considerare la situazione in Italia per comprendere le diverse sfide legate alla sicurezza. Dal 1 gennaio al 9 giugno 2024, in Italia sono stati registrati 113 omicidi, di cui 37 vittime sono donne. Questi dati sono stati forniti dal ministero degli Interni, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Direzione Centrale della Polizia Criminale, Servizio Analisi Criminale.

Elena Gazzano
elenagazzano6@gmail.com
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SUDAFRICA: altri articoli li trovi QUI

La guerra infinita del Sudan: da oltre un anno la gente muore sotto le bombe e di fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 settembre 2024

In Sudan si sta consumando uno dei peggiori disastri umanitari a memoria d’uomo, quasi totalmente ignorato dalla comunità internazionale. L’attenzione del mondo è per lo più concentrata sugli altri due grandi conflitti in atto: Russia–Ucraina e Israele–Striscia di Gaza. Peccato, perché vent’anni fa, il mondo si era indignato per la guerra in Darfur. Una mobilitazione di massa aveva costretto governi e istituzioni internazionali a agire. Oggi guardiamo dall’altra parte, come se la sofferenza di questo popolo non ci riguardasse.

Crisi umanitaria in Sudan

A tutt’oggi non si vede uno spiraglio di pace all’orizzonte. La sanguinosa guerra, iniziata il 15 aprile 2023 tra i due generali, Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RSF), e il de facto presidente e capo dell’esercito, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, ha costretto alla fuga quasi 11 milioni di persone. I morti non si contano più.

Entrambe le parti in causa hanno commesso abusi che potrebbero equivalere a crimini di guerra e le potenze mondiali devono inviare forze di pace e ampliare l’embargo sulle armi per proteggere i civili, ha dichiarato venerdì una missione di esperti su mandato delle Nazioni Unite.

Gli esperti in diritti umani, incaricati di indagare dalle Nazioni Unite, hanno chiesto l’invio di una “forza indipendente e imparziale” in Sudan e l’estensione dell’embargo sulle armi per proteggere i civili nell’escalation del conflitto. Secondo il team la situazione sta deteriorando di giorno in giorno.

Il gruppo, composto da tre esperti, nominato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nell’ottobre 2023, ha riportato le prove di attacchi aerei e bombardamenti  indiscriminati contro obiettivi civili, come scuole, ospedali e quant’altro.

Le RSF e le milizie alleate sono state accusate di aver commesso numerosi crimini contro l’umanità: omicidi, torture, schiavitù, stupri, schiavitù sessuale, abusi sessuali, persecuzioni su base etnica e di genere e sfollamenti forzati.

Gli esperti hanno anche chiesto di estendere l’embargo sulle armi dalla regione occidentale del Darfur all’intero Paese, sottolineando che la guerra cesserà quando terminerà il flusso di armi. Il team non ha fatto menzione dei Paesi che potrebbero essere complici dei crimini commessi sostenendo le parti in conflitto.

E’ risaputo che gli attori esterni in causa sono parecchi: EAU mandano munizioni e droni alle RSF, mentre Iran e Egitto armano SAF. Dal canto suo la Russia ha inviato i mercenari di Wagner e le forze speciali ucraine combattono accanto all’esercito di Khartoum contro i soldati di ventura di Mosca.

Finora i vari tentativi messi in campo per raggiungere un cessate il fuoco sono tutti falliti. L’ultimo in ordine di tempo, l’iniziativa di pace fortemente voluta dagli Stati Uniti, che si è tenuta a Ginevra (Svizzera) il mese scorso. Malgrado le pressioni esercitate dalla comunità internazionale, al-Burhan si è rifiutato di inviare una delegazione, mentre Hemetti – ex capo dei janjaweed – ha inviato una rappresentanza delle RFS.

Le autorità di Khartoum hanno contestato la presenza degli EAU, che – secondo loro – sostengono le RFS. Inoltre non hanno visto di buon grado che l’invito al convegno di Ginevra sia stato inviato alle forze armate sudanesi (SAF) e non al Consiglio sovrano.

Invece di annullare la conferenza, sono proseguiti i colloqui diplomatici con gli altri ospiti (Arabia Saudita e Svizzera) e gli osservatori (Egitto, Emirati Arabi Uniti, Nazioni Unite, Unione Africana).

Alla fine del meeting, il rappresentante di Washington per il Sudan, Tom Periello, ha annunciato la formazione del gruppo Aligned for Advancing Lifesaving and Peace in Sudan (ALPS), il cui fine è quello a ampliare l’accesso alle rotte umanitarie. L’iniziativa si concentra sulla creazione di un’azione internazionale congiunta per portare aiuti nei luoghi prioritari della catastrofe umanitaria che si sta consumando in Sudan.

Secondo Periello, grazie a questa iniziativa sono stati riaperti  il valico di Adré lungo il confine con il Ciad e la strada di Dabbah che parte da Port Sudan per permettere ai convogli che trasportano beni di prima necessità a raggiungere la popolazione affamata. Inoltre le RSF hanno promesso di applicare un codice di condotta tra i suoi combattenti.

Camion carichi di aiuti umanitari attraversano nuovamente il valico di Adré

Intanto la guerra continua. Oltre la metà della popolazione è allo stremo e in alcune zone la mancanza di cibo uccide quanto bombe e pallottole. La fame è un’arma da guerra, antica quanto il mondo.

Pochi giorni fa il vice amministratore di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale), Isobel Coleman,  ha invitato la comunità internazionale e i membri della diaspora sudanese a intensificare gli sforzi per sostenere il popolo sudanese:  “Non basta aumentare l’assistenza umanitaria, bisogna assolutamente far pressione ma anche per porre fine a questo violento conflitto una volta per tutte”.

Martedì è stato lanciato un altro appello alla comunità internazionale dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC) e il Mercy Corps (un’organizzazione globale non governativa di aiuto umanitario): “Bisogna affrontare la terribile crisi della fame in Sudan”.

“Il silenzio è assordante. Mentre le persone muoiono di fame ci si concentra sui dibattiti semantici e definizioni legali”, ha sottolineato Mathilde Vu, portavoce di NRC ai reporter di Dabanga News. Eppure il ministro dell’Agricoltura sudanese, Abubakr El Bishri, nega qualsiasi segnale di carestia nel suo Paese. Ha persino respinto tutti i rapporti dell’ONU e di altre organizzazioni internazionali. Secondo il ministro tutti discorsi sulla carestia sono volti a far riaprire le frontiere con il solo scopo per contrabbandare armi e equipaggiamento militare per i ribelli e per far entrare forze straniere”.

“Le risorse ci sono, l’unico problema è il trasporto, vista l’insicurezza che vige in tutto il Paese, in particolare nelle aree controllate dalle RSF”, ha poi aggiunto El Bishri.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

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SUDAN: altri articoli li trovate QUI

Uganda: Bobi Wine, oppositore del regime, lascia l’ospedale dopo assalto della polizia

Africa ExPress
5 settembre 2024

Robert Kyagulanyi, in arte Bobi Wine, maggiore oppositore di Yoweni Museveni, presidente dell’Uganda dal 1986, già in passato è stato spesso soggetto a intimidazioni da parte del regime. Secondo quanto riferisce il partito dell’ex cantante, The National Unity Platform (NUP), Wine sarebbe stato ferito due giorni fa da una granata lacrimogena dalla polizia. Inizialmente circolava voce che gli agenti delle forze dell’ordine gli avessero addirittura sparato.

Uganda: Bobo Wine ferito

Sta di fatto che Wine è stato trasportato immediatamente all’ospedale per ricevere le cure necessarie. Il sindaco di Kampala, Erias Lukwago, ha poi riferito a AFP nella serata di mercoledì che il 42enne oppositore è stato sottoposto a un intervento chirurgico per rimuovere alcuni frammenti della granata lacrimogena. “Poco fa è stato dimesso dall’ospedale”, ha poi aggiunto.

George Musisi, l’avvocato di Wine, ha spiegato che il suo cliente è stato ferito quando la polizia ha sparato una bomboletta di gas mentre si stava recando a un incontro con i suoi sostenitori a Bulindo, città che si trova una ventina di chilometri dalla capitale.

Il leader di NUP, poco prima di arrivare a destinazione, ha voluto procedere a piedi con i suoi supporter per raggiungere la città, malgrado il divieto della polizia. Di conseguenza sono intervenuti gli agenti e è nata una breve colluttazione tra le parti in causa.

Ben diversa la versione della polizia, che in un breve comunicato ha affermato: “Gli agenti presenti sul posto hanno riferito che il leader dell’opposizione è inciampato salendo in auto. Sarà comunque aperta una inchiesta per chiarire l’intera faccenda”.

Il portavoce del NUP, Joel Ssenyonyi, ha poi dichiarato che le radiografie hanno evidenziato alcuni pezzettini di un candelotto lacrimogeno conficcati nella gamba di Bobi Wine. I medici di Nsambya Hospital in Kampala hanno confermato ai giornalisti che Wine dovrà essere sottoposto a un intervento chirurgico per rimuovere alcuni frammenti.

Bobi Wine è stato dimesso dall’ospedale

Uganda Radio Network ha riferito che Ssenyonyi ha chiesto che Wine fosse dimesso dall’ospedale perché, secondo lui, da mercoledì sera agenti in abiti civili avrebbero cercato di accedere alla stanza del paziente.

Bobi Wine è stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 2017. Si è candidato poi alle presidenziali del gennaio 2021, vinte da Museveni, al potere da quasi 40 anni.

Il leader di NUP è molto popolare tra i giovani ed è stato arrestato e malmenato numerose volte dalla polizia, ben nota per le persecuzioni contro gli oppositori politici del presidente.

Africa ExPress
@afrixexp
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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https://www.africa-express.info/2021/01/16/uganda-museveni-ho-vinto-e-bobi-wine-denuncia-brogli-e-violenze/

https://www.africa-express.info/2021/01/20/kampala-accusa-ambasciatrice-usa-di-sovversione-perche-ha-voluto-incontrare-wine/

Pugno di ferro in Uganda: la polizia vieta manifestazione contro la corruzione, e arresta oltre 40 dimostranti

Israele: mille modi per far cadere il governo Netanyahu

 

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
4 settembre 2024

Per far cadere il governo Netanyhau basta che si dimettano una trentina di parlamentari dell’opposizione nella Knesset. Lo scrive il quotidiano Haaretz in un commento in cui si legge anche che “le uniche forme di opposizione recenti sono state le manifestazioni di massa contro le riforme costituzionali e questo giornale” e che l’opposizione in Parlamento è debole e frammentata.

Dopo il ritrovamento di altri sei ostaggi morti, infuriano le polemiche e le manifestazioni in diverse città israeliane hanno ormai scadenza quotidiana e durano ore e ore. Secondo il governo, gli ultimi sei ostaggi, tra cui un cittadino statunitense, sono stati uccisi da Hamas, mentre Hamas dice che è stato l’esercito israeliano a farli fuori nell’ennesima incursione a Gaza. L’Onu chiede un’indagine indipendente.

Intanto Netanyhau ha indetto una conferenza stampa lunedì per dire che è dispiaciuto della morte degli ultimi ostaggi, ma che il suo piano sul corridoio Philadelphi va avanti e che la liberazione degli ostaggi fa rima con lo sdradicamento di Hamas: le stesse parole dal 7 ottobre, con bare di ostaggi che continuano a tornare nel Paese. Il governo insomma non ha intenzione di cambiare idea sull’occupazione permanente del confine tra Egitto e Gaza. Il premier dice che solo così si tagliano le forniture ad Hamas, celando le risorse e i milioni transitati per Israele negli anni direzione Gaza.

Il premier israeliano Netanyhau in conferenza stampa lunedì 2 settembre illustra l’occupazione del confine tra Gaza ed Egitto

La questione delle trattative interrotte o inceppate inquieta parecchi governi. Anche il ministro degli esteri britannico David Lammy col suo governo ha deciso di sospendere 30 delle 350 licenze di esportazione di armi verso Israele per il fatto che possono essere usate per violazione del diritto internazionale.

Critiche piovono anche dagli americani, che continuano a finanziare uno Stato che non ha più i soldi neppure per pagare il contratto agli insegnanti delle scuole (è stato proposto al ministro dell’Istruzione un pagamento rateizzato fino al 2027 invece del contratto annuale firmato coi sindacati degli insegnanti a settembre 2023, prima dell’attentato).

Per la Francia, uno dei primi esportatori di armi al mondo, il quotidiano online Mediapart ha avuto accesso e pubblica un rapporto del Ministero della Difesa al Parlamento sulla vendita di armi del governo Macron nel 2023 dal quale si deduce che a Israele la Francia ha venduto armi per 30 milioni di euro. Il giornale non è riuscito ad sapere dal Ministero della Difesa se la vendita è avvenuta prima o dopo il 7 ottobre, particolare non secondario, visto che le armi vendute dovrebbero essere solo strumento di difesa.

A Gaza la situazione è oltre ogni limite: secondo l’ultimo report delle Nazioni Unite, sono stati evacuati e spostati di qui e di là il 90 per cento dei gazawi e alcuni di loro diverse volte. Solo ad agosto l’esercito israeliano ha dato 12 ordini di evacuazione, in media uno ogni due giorni, forzando 250 mila persone a muoversi per l’ennesima volta. Ogni spostamento include portare meno cose possibile e trovarsi in un’area sovraffollata, senza acqua e senza medicine.

A Deir al Balah l’acqua potabile rimasta è il 30 per cento rispetto all’inizio della guerra, gli impianti di desalinizzazione e l’acquedotto sono in tilt. Epatite A, polio e infezioni sono relative anche alla mancanza di cloro per ripulire l’acqua. In questo quadro le vaccinazioni in corso in una parte della Striscia contro la polio dei bambini diventano quasi una beffa.

Intanto le famiglie degli ostaggi (101 rimasti vivi) continuano le proteste. L’ultima contestazione riguarda un evento organizzato dal governo per il 7 ottobre. Un centinaio di ex-ostaggi e familiari hanno scritto al ministro dei trasporti Miri Regev che sta organizzando la cerimonia a Ofakim nel sud del Paese, che i nomi dei loro cari e le loro foto non possono essere utilizzati: “siamo contrari all’uso cinico dei nomi degli ostaggi che lo Stato ha abbandonato per quasi un anno”.

Regev ha risposto che la cerimonia avrà luogo e si prevede che siano proiettati film sull’assalto di Hamas. In un editoriale su Haaretz, Gideon Levy scrive che Israele “è la nazione delle cerimonie” e che c’è una disputa in corso su quali cantanti andranno di qua o di là. “Era parecchio tempo che non si discuteva con toni così accessi – rimarca Levy – Per di più l’argomento è una cerimonia per una guerra che non è ancora finita. Inoltre il 7 ottobre non ha bisogno di essere ricordato, è presente ogni momento col pensiero agli ostaggi morti e vivi”.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Qui gli articoli sulla Guerra a Gaza pubblicati da Africa Express

 

 

 

Paralimpiadi 2024: la disabilità delle atlete incoraggia le donne africane

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
3 settembre 2024

Le nostre disabilità siano la forza per le donne africane”. Sottoposte a discriminazioni nello sport e nella vita familiare. È il messaggio che viene dalle atlete nere che hanno conquistato l’oro ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024, edizione numero XVII (28 agosto-8 settembre).

Lo ha detto a chiare lettere la tunisina Raoua Tlili, 34 anni, vincitrice della gara di peso (nella categoria F41, quella di bassa statura), con un lancio di 10,40 metri.

La vittoria è valsa alla Tunisia e al mondo arabo la prima medaglia d’oro alle Paralimpiadi francesi. “Il messaggio che mando alle donne tunisine, alle donne arabe e alle donne in generale è di credere nelle loro capacità e potenzialità – ha dichiarato l’atleta a www.paralympic.org  – e di cercare di trasformare la debolezza in forza, indipendentemente dal campo in cui eccellono”. Ed ecco, un esempio: Raoua, che è disabile, ha sfidato gli ostacoli della disabilità e ha ottenuto buoni risultati.

Tlili, alta 1,33 metri, è l’incarnazione della caparbietà, della volontà di non arrendersi, tanto che è diventata la tunisina più titolata nella storia dei Giochi paralimpici e indicata, dalle Nazioni Unite, modello da seguire.

La tunisina Raoua Tilli, medaglia d’oro lancio pesi

Questa è stata la sua quarta vittoria nella categoria F41 alle Paralimpiadi. Le altre medaglie d’oro (a cui ha…dedicato il colore dei suoi capelli!) nel getto del peso sono state Londra, Rio e Tokio. “Non è facile per una persona di bassa statura e della mia età – ha aggiunto – soprattutto se gareggi contro avversarie che hanno 22, 25 anni. Devi avere una personalità forte e aggrapparti ai tuoi sogni perché fallirai molte volte nella tua vita, ma devi avere pazienza e determinazione per superarli. Afferrali saldamente, tienili bene, evita la disperazione, e poi gradualmente avrai successo>.

Il coraggio di provarci ha scritto altre “storie controvento”. Soprattutto da parte delle donne. Non è un caso se delle 8 medaglie d’oro conquistate dall’Africa in questa edizione francese (almeno fino al momento in cui scriviamo) 5 sono femminili. “Un successo particolarmente gratificante – ha scritto Ethiopian Observer – è quello di Tigista Gezahagn Menigstu, 24 anni, perché a differenza delle Olimpiadi , l’Etiopia non è abituata a brillare ai Giochi Paralimpici”.

Tigista, infatti, ipovedente, 3 anni fa a Tokyo aveva fatto la storia come la prima donna etiope in assoluto a vincere una medaglia al concorso. Sabato scorso allo Stade de France, davanti a un foltissimo pubblico, ha concesso il bis: ha assicurato il primo prestigioso podio al suo Paese nei 1500 metri corsi con un tempo impressionante di 4:22.39.

Lahja Ishitile, vince l’oro nei 400 m per la Namibia

Dalla Namibia viene un terzo oro femminile, quello di Lahja Ishitile, 27 anni, sui 400 metri, che ha dato l’occasione per sottolineare la differenza di trattamento tra “abili e disabili” e la necessità di scardinare discriminazioni e pregiudizi. Lahja è una studentessa dell’Università della Namibia, ha affermato il suo allenatore Hamhola Letu intervistato da The Namibian, “ha una storia interessante da raccontare, fatta di determinazione e perseveranza: una vera gladiatrice e coraggiosa figlia della terra”.

La giovane, infatti, cominciò a perdere la vista a 7 anni e divenne completamente non vedente a 11. Dopo l’iniziale disperazione della mamma (“piangeva giorno e notte”) e sua (“vivere al buio è terribile”) i familiari, i medici la scuola Eluwa Special School in Ongwediva le assicurarono tutto il supporto possibile. Lahja cominciò a gareggiare fino a diventare una campionessa nella categoria con la guida. E a diventare la seconda namibiana, dopo la pioniera Johanna Benson, a salire sul gradino più alto del podio ai Giochi Paralimpici.  A Parigi, lo scorso anno, insieme alla sua fidata guida Sem Shimanda, battè il record africano tre volte e si aggiudicò la medaglia d’argento ai Campionati mondiali di atletica paralimpica.

Hamhola ha approfittato del successo olimpico per chiedere una migliore allocazione delle risorse sportive per disabili, per garantire agli atleti un’ adeguata assistenza.

“Rispettiamo, onoriamo e premiamo loro e le loro strutture di supporto – ha tuonato Hamola -. Come dice il proverbio, ‘alle Olimpiadi si creano gli eroi e alle Paralimpiadi gli eroi arrivano… è ingiusto che gli atleti paralimpici siano trattati come cittadini di seconda categoria e sopravvivano con le briciole. E’ ora che si dia il dovuto rispetto alle nostre leggende paralimpiche. Il paragone con i compensi degli altri è stridente. Chi ha ricevuto di più e chi noccioline. Gli “abili” trovano lavoro grazie allo sport, le nostre devono implorare un’occupazione. Le ricordiamo solo ogni quattro anni”.

Il mal-trattamento delle donne, però, non si limita ai riconoscimenti pubblici o monetari, come ricorda la tragedia avvenuta in Kenya durante questi giochi (para)olimpici.

L’ugandese Rebecca Chepetgei, ridotta in fin di vita in Kenya dal compagno

La fondista ugandese, che vive in Kenya, Rebecca Chepetgei, 33 anni, è gravissima nell’ospedale “Moi Teaching e Referral” di Eldoret, nella contea Uasin Gishu (ovest del Kenya), con l’80 per cento di ustioni dopo essere stata cosparsa di benzina e bruciata dal partner, Dickson Ndiema Marangach.

Rebecca è un ufficiale dell’Uganda People’s Defence Force e detiene il record ugandese della maratona femminile (2:22:47), stabilito ad Abu Dhabi il 17 dicembre 2022. Appena tre settimane fa aveva partecipato alla maratona delle Olimpiadi di Parigi con le compagne Stella Chesang e Mercyline Chelangat e si era classificata al 44 posto.

Domenica scorsa, nella contea di Trans Nzoia, (dove Rebecca aveva comprato una casa per potersi allenare), al ritorno dalla chiesa, nel primo pomeriggio, si è trovata di fronte il compagno. Aveva una tanica di 5 litri di carburante che ha versato sulla donna, sui figli e, involontariamente, su sé stesso. Quando ha acceso un fiammifero, ha preso fuoco pure lui. E’ finito nello stesso ospedale, ma non in gravi condizioni. Non sono state fornite notizie sui figli.

Questa folle aggressione è l’ultimo orribile episodio di violenza di genere nel Paese

Un rapporto dell’Ufficio nazionale di statistica del Kenya, pubblicato nel gennaio 2023, ha rilevato che “il 34 percento delle donne in Kenya ha subito violenza fisica dall’età di 15 anni. Le donne sposate hanno molte più probabilità di aver subito violenza: il 41 per cento di esse ha denunciato episodi di violenza, rispetto al 20 percento delle non maritate”.

Un sortilegio sembra incombere su quella parte del Kenya dove nascono, crescono e si affermano i grandi del fondo e del mezzofondo. Nel 2023 aveva avuto una fine violenta il mezzofondista ugandese Benjamin Kiplagat, 34 anni. Era stato trovato senza vita, nella notte di fine anno, nell’auto del fratello a Eldoret con ferite mortali da coltello.

Kiplagat era nato in Kenya, ma aveva gareggiato per l’Uganda nei 3000 siepi alle Olimpiadi e ai Mondiali.

Due anni fa era stata strangolata a Iten (la patria dei campioni, appunto), Damaris Mutua Muthee, 28 anni, che correva per il Bahrein. L’anno prima era stata uccisa a coltellate, sempre in casa e sempre a Iten, un’altra celebre runner, Agnes Tirop, 25 anni. Sotto accusa e sotto processo il marito separato di Tirop, Emmanuel Ibrahim Rotich.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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L’atletica del Kenya sotto shock per un nuovo femminicidio: strangolata la maratoneta Damaris

Kenya tragedia nello sport: efferato femminicidio e inspiegabile suicidio

 

Madagascar: entra in vigore la castrazione chirurgica per chi stupra un bambino

Africa ExPress
2 settembre 2024

Tempi bui per gli stupratori sui minori. La scorsa settimana il governo del Madagascar ha fatto sapere di aver emanato un decreto che impone la castrazione chirurgica ai criminali rei di stupro su bambini.

Madagascar: governo emana decreto per castrazione chirurgica per stupratori sui minori

Lo Stato insulare, il cui Parlamento lo scorso febbraio ha adottato il nuovo testo legislativo molto controverso, diventa così uno dei pochi Paesi al mondo ad autorizzare l’orchiectomia bilaterale (asportazione chirurgica di entrambi i testicoli). Tuttavia, il decreto attuativo, emanato molto discretamente martedì 27 agosto, non è ancora stato reso pubblico.

La violenza sui minori è una vera e propria piaga nel Paese. A febbraio, quando la nuova legge è stata approvata dal Parlamento di Antananarivo, il ministro della Giustizia aveva sottolineato: “Abbiamo dovuto prendere questa decisione per lottare contro la recrudescenza di questo crimine. Basti pensare che nel solo mese di gennaio 2024 sono stati denunciati ben 133 stupri e oltre 600 in tutto il 2023”. Cifre forse anche sottostimate, non tutti gli stupri vengono segnalati alle autorità.

Va poi sottolineato che l’aborto non è autorizzato, è considerato un crimine. Inimmaginabili le pene di una ragazzina rimasta incinta dopo una violenza sessuale. Ora le autorità sperano che con la castrazione chirurgica si possa mettere un freno a questo terribile crimine. In effetti, potrebbe davvero avere un certo impatto su questi orchi, tenendo conto che nell’uso e costume malgascio al momento del funerale la salma deve essere integra e non mutilata.

Finora non sono ancora stati chiariti alcuni punti sulla castrazione chirurgica: non è dato sapere quale struttura sarà incaricata dell’intervento e chi pagherà il conto dell’operazione e della degenza. E ancora, in che modo il sistema giudiziario deciderà chi saranno i primi a doversi sottoporre all’esecuzione della pena inflitta. Domande che troveranno risposte solamente con la pubblicazione del testo da parte del governo. Va inoltre precisato che il Parlamento si era espresso solamente per l’orchiectomia bilaterale, in quanto la castrazione chimica era stata giudicata anticostituzionale.

La nuova legge è ancora nell’occhio del ciclone e sta dividendo l’opinione pubblica e gli esperti di tutto il mondo, sia per la sua applicazione dal punto di vista etico, sia per la sua efficacia.

Nell’isola Stato sono contrari persino molte ONG in difesa dei diritti delle vittime di stupro, nonché la Conferenza episcopale malgascia. Anche Amnesty International ritiene la nuova legge disumana e crudele, incompatibile con le norme internazionali sui diritti umani. In tal senso si era espressa anche Laure Delattre-Burger, ambasciatrice dell’Unione Europea accreditata a Antananarivo. Critica non apprezzata dal governo e ritenuta un’interferenza negli affari interni. E per questo motivo il ministro degli Esteri malgascio aveva chiesto a Bruxelles la sostituzione della rappresentante diplomatica.

Presunti colpevoli attendono la loro sentenza nelle prigioni in Madagascar

Intanto i presunti colpevoli sono in attesa di sentenza nelle carceri malgasce.

Africa ExPress
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Hamilton, fuoriclasse della formula 1, ora in pista in Africa sulle strade degli ultimi

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
1° settembre 2024

Nel giorno della resurrezione della Ferrari a Monza, con il successo di Charles Leclerc, 26 anni, domenica 1° settembre, Lewis Hamilton non ha vinto, come ha fatto ben 5 volte.

Eppure, eppure… inevitabilmente l’attenzione era puntata anche su di lui, il baronetto Hamilton, 39 anni.

Formula 1, Mercedes: il pilota Lewis Hamilton

Il prossimo anno, infatti, il sette volte campione del mondo in Formula 1, considerato uno dei più grandi piloti di tutti i tempi, lascerà la Mercedes e si metterà al volante della Rossa di Maranello.

Hamilton, però, qualche settimana fa, si è rivelato al mondo (e non solo a quello motori-donne-champagne dei Gran Premi) come un campione anche nella vita. Ha utilizzato i 14 giorni della sosta estiva di Formula 1 per la riscoperta dell’Africa, o almeno di una parte di essa: “Per visitare musei di storia, vivere esperienze culturali in ciascuno dei Paesi che visito: nel 2022 ero stato nel continente come turista. Stavolta non più”.

Prima è andato in Marocco, poi in Senegal. Qui ha voluto mettere piede nell’isola di Gorée al largo della costa della capitale, Dakar: è stato il più grande, infame, centro del commercio degli schiavi dal XV al XIX secolo. Ora è monito del brutale sfruttamento subito dai neri e santuario per la riconciliazione.

Una tappa imprescindibile per il campione, unico pilota nero nel circo delle 4 ruote, che nella sua vita ha subito – da bambino in Gran Bretagna, dove è nato da mamma caraibica – dolorosi e odiosi atti di bullismo e, da adulto, sulle piste automobilistiche, vigliacchi insulti razzisti. Al punto che la Federazione internazionale automobilistica ha dovuto prendere severi provvedimenti per evitare il ripetersi di simili episodi.

Mozambico: Maratane Refugee Settlement

Proprio per le sue origini, Lewis Hamilton si è fatto anche portavoce del movimento Black lives matter, che si batte per i diritti civili delle persone di colore. Dopo l’assassinio da parte della polizia, negli Stati Uniti, degli afroamericani Breonna Taylor e George Floyd (maggio 2020), il pilota si è presentato in gara indossando magliette recanti messaggi contro il razzismo e a Londra è sceso in piazza per manifestare.

Hamilton, da anni, è impegnato sia sul fronte dei diritti umani, sia in quello di difesa dell’ambiente e degli animali.

Lewis Hamilton

Nel 2021 ha aderito (con 20 milioni di euro) alla fondazione dell’ente benefico Mission44, per i giovani sfortunati del mondo. “Sostenere le ambizioni dei giovani provenienti da minoranze è sempre stato importante per me – spiegò a Vanity Fair – e Mission 44 rappresenta il mio impegno a creare un vero cambiamento all’interno di questa comunità. Nella mia vita ho sperimentato in prima persona come provenire da un background sottorappresentato possa influenzare il tuo futuro”.

Non a caso la tappa che nel tour africano ha maggiormente impressionato il re dei motori è quella del Maratane Refugee Settlement nel nord del Mozambico.

E’ un insediamento dell’agenzia l’UNHCR che ospita oltre 33.000 rifugiati (prevalentemente dalla Repubblica Democratica del Congo, Burundi e Ruanda), soprattutto bambini, giovani e vedove. Il pilota li ha incontrati, si è fatto fotografare con loro e un suo post sui social è stato visionato da almeno un milione di persone.

Il soggiorno lo ha toccato profondamente e ha avuto un’eco mondiale. “Un conto è leggere sui giornali o vedere in televisione queste situazioni, ben altra cosa è viverle direttamente – ha commentato Hamilton –  Vedere, parlare con bambini che percorrono a piedi10 chilometri per andare a scuola e altri 10 chilometri per tornare a casa, che non hanno cibo… E poi in giro per il campo ho incontrato pochi uomini… la prove che troppi ne sono stati uccisi in diverse aree di conflitto”.

Al termine della sua esplorazione dell’Africa del dolore, il pilota prima di tornare a gareggiare ha commentato: “C’è tanto da imparare da queste realtà. Sto ancora elaborando quanto ho vissuto. È stato davvero pesante sia in Senegal sia in Mozambico. Mi son detto: come posso aiutare?”

A parte il suo contributo di immagine e finanziario, il pluri iridato ha lanciato una proposta: un Gran Premio da correre in Africa: “Non  possiamo continuare a ignorare l’Africa, da cui il resto del mondo prende tanto e nulla dà in cambio”.

Dopo il Mozambico, Lewis ha effettuato una visita a sorpresa in Benin. Alla riscoperta delle sue origini in questo Paese, dove ha incontrato il re.

E su Instagram ha concluso: “Ogni volta che vado in Africa mi sento a casa mia più che in ogni altra parte del mondo”.

Una fatto è certo: i tifosi della Ferrari il prossimo anno non troveranno solo un campione sul paddock, ma un uomo, un fuoriclasse che vuole sfruttare la Formula 1 per contrastare il razzismo, difendere l’ambiente e dare una mano a quei ragazzi che sono rimasti ai box. Si spera che i fans, oltre al rombo dei motori. ascoltino anche la sua voce.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Niger: dopo Francia e USA, via anche il contingente tedesco, resistono le truppe della missione italiana

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 agosto 2024

Il mese di agosto ha segnato le partenze di due contingenti militari occidentali dal Niger. All’inizio del mese è stata sgomberata definitivamente la Air Base 201 degli Stati Uniti a Agadez e ieri hanno lasciato il Paese anche gli ultimi soldati tedeschi. La loro partenza definitiva era stata annunciata da Berlino i primi di luglio. L’unico contingente occidentale ancora presente nel Paese sono gli italiani nell’ambito della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN).

Truppe tedesche lasciano il Niger

Il 16 luglio, durante la sua visita a Abidjan, il ministro degli Affari Esteri tedesco, Annalena Baerbock, aveva puntualizzato che il suo governo aveva deciso di interrompere la cooperazione militare con il Niger per mancanza di affidabilità e garanzie da parte del governo di transizione di Niamey, salito al potere con un colpo di Stato un anno fa. Di fatto, Berlino non aveva alcun accordo di cooperazione con la giunta militare. La Baerbock ha poi aggiunto: “Non abbiamo però interrotto gli aiuti umanitari, il popolo nigerino non è responsabile di quanto sta accadendo”.

Dopo 8 anni, la Bundeswehr ha concluso ieri la propria missione in Niger e le truppe tedesche hanno lasciato la base di trasporto aereo di Niamey, inaugurata nel 2018 dall’allora ministro della Difesa di Berlino, Ursula von der Leyen. Un aereo militare con gli ultimi 60 soldati di Berlino è atterrato al Wunstorf, in Bassa Sassonia, venerdì sera. Mentre il materiale è stato riportato da Niamey con un aereo da trasporto A400M.

Mentre il 5 agosto scorso, le Forze Armate USA avevano annunciato: “Tutti i nostri soldati sono partiti, abbiamo svuotato la base anche di tutto il materiale. Non resta più nulla”. E, durante una breve cerimonia, presenziata da ufficiali nigerini e USA, l’infrastruttura è stata consegnata ufficialmente alle autorità di Niamey con oltre un mese di anticipo.

La base 201 di Agadez è costata più di 100 milioni di dollari. Dista quasi 1000 chilometri dalla capitale ed è stata progettata per l’utilizzo di voli di sorveglianza con e senza equipaggio e altre operazioni. Ma dal golpe militare dello scorso anno era già praticamente inattiva, la maggior parte dei droni, che un tempo monitoravano le attività jihadiste nei Paesi africani instabili, erano già stati messi negli hangar.

Il 16 marzo il governo golpista di Niamey aveva chiesto agli Stati Uniti di ritirare le proprie truppe dal Paese africano. Così Washington ha cominciato a sgombrare il campo, operazione che doveva essere completata entro il 15 settembre prossimo, secondo un accordo siglato a maggio tra il ministro della Difesa nigerino, Salifou Modi e l’assistente segretario alla Difesa statunitense per le operazioni speciali e i conflitti a bassa intensità (LIC, low intensity conflict), Christopher Maier.

A novembre, Niamey ha posto fine anche alla sua principale cooperazione con l’Unione Europea (UE), abrogando la legge del 2015 sul traffico di migranti. Allora l’UE aveva adottato provvedimenti per assistere e sostenere le autorità nigerine, sia quelle del governo centrale che quelle locali, per sviluppare politiche, tecniche e procedure per gestire e combattere il traffico dell’immigrazione irregolare.

Come i suoi vicini golpisti di Burkina Faso e Mali, anche la giunta militare del Niger, dopo aver cacciato i francesi alla fine dello scorso anno, si è rivolta alla Russia per ottenere sostegno. E, nell’ambito di una cooperazione in svariati campi, compresa quella militare, pochi giorni dopo aver notificato lo sfratto agli americani, sono arrivati i russi con i loro equipaggiamenti.

Ora, sotto il sole rovente del Niger, le tempeste di sabbia del Sahara e le inondazioni dovute ai cambiamenti climatici, tra gli occidentali stanno resistendo solamente le truppe italiane di MISIN.

Il generale Bonfigli in visita alla base di MISIN

La nostra Missione è presente in Niger con circa 300 militari. Ha una propria base, inaugurata nel 2023, all’interno dell’aeroporto di Nimey. All’inizio di marzo Francesco Paolo Figliuolo, Comandante Operativo di Vertice Interforze (COVI) e l’Ambasciatore Riccardo Guariglia sono stati ricevuti dai vertici delle autorità militari di transizione a Niamey. Mentre alla fine dello stesso mese Giovanni Caravelli, direttore dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE), cioè lo spionaggio, ha incontrato il presidente del regime di transizione, Abdourahmane Tchiani, che ha elogiato l’operato dei nostri soldati nel Paese. Almeno per il momento, nessuno sfratto in vista per i nostri militari.

Qualche mese fa il governo italiano ha deliberato il nuovo finanziamento per la missione MISIN (Niger). L’11 aprile il comandante del Comando operativo di vertice interforze (COVI), Francesco Paolo Figliuolo, in audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato ha spiegato che “prosegue l’impegno della Difesa nel Sahel, dove lo sforzo operativo è focalizzato principalmente sul Niger. L’Italia ha una posizione di interlocutore privilegiato nel Paese, che continua ad essere il crocevia di tutti i flussi migratori sia dal Sahel sia dal Corno d’Africa”.

Secondo Figliuolo è di importanza primaria consolidare la presenza italiana con la missione MISIN e ha precisato: “Complessivamente nel Sahel prevediamo di impiegare un contingente massimo di quasi 800 unità, un’unità navale e fino a 6 assetti tra aerei e elicotteri”.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Photocredit: Tagesschau

https://www.africa-express.info/2024/05/04/i-russi-entrano-nella-base-americana-a-niamey/

https://www.africa-express.info/2024/06/10/gli-americani-se-ne-vanno-by-by-niger/

https://www.africa-express.info/2024/03/31/litalia-non-vuol-ritirare-il-contingente-militare-dal-niger-e-manda-il-capo-degli-007-a-trattare-con-i-golpisti/