Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi Stoccolma, 8 agosto 2004
Il certificato dei medici di Amsterdam spiega con scioccante semplicità e chiarezza: “Abbiamo estratto dal cranio di Negassi Tsegay, dov’ era impiantata all’ altezza dell’ orecchio destro, una minuscola ampolla che rilasciava lentamente un veleno micidiale”. Una tecnica imparata negli anni in cui i guerrigliere eritrei erano appoggiati dall’Unione Sovietica, dove seguivano corsi d’addestramento. Se gli specialisti che l’hanno visitato non se ne fossero accorti il paziente sarebbe morto senza che nessuno capisse perché. Negassi è eritreo e ora vive a Stoccolma. Nel suo Paese ha partecipato alla guerra di liberazione, è stato ferito e dopo l’indipendenza lavorava nell’ ufficio del presidente Isayas Afeworki.
“Quando mi accorgo che il regime diventa sempre più repressivo mi dimetto”, racconta con la voce scossa da un tremito. Un “tradimento” che i dirigenti non tollerano. “Mi arrestano mi pestano, mi torturano. Finché, dopo un anno, mi propongono: ‘Vai in televisione, accusa di tradimento i 15 dirigenti attualmente in galera; dì che hanno preso soldi dall’ ambasciatore italiano, Antonio Bandini, e sono spie dell’ Etiopia e noi ti rilasciamo’”.
Lui cerca di resistere ma è prostrato, fisicamente e psicologicamente. Così accetta la parte del delatore. Viene scarcerato, portato in ospedale dove lo operano all’orecchio, al timpano lacerato dalle botte. E’ in quel momento che i medici militari di Asmara gli impiantano la micidiale fiala. L’avrebbe ucciso 21 giorni dopo il programma televisivo. “Uscito dall’ ospedale avrei dovuto imparare la mia parte a memoria – ricorda Negassi -. False accuse contro i 15 dissidenti, eroi della guerra di liberazione, che nel settembre 2001 hanno firmato un documento in cui chiedono democrazia, elezioni, libera stampa”. Tra loro Petros Solomon, ex braccio destro di Isayas Afeworki, Hailè Wondelsaye, ex ministro degli Esteri, Mohammed Sharifo, ex ministro degli Interni, arrestati (e da allora scomparsi in una galera del regime) dalla Hagerawi Dehnet, la polizia segreta, pochi giorni dopo la firma. Non è previsto alcun processo.
“I 15 godono della simpatia popolare. Sarebbero stati screditati e con loro l’Italia e il suo ambasciatore (allora c’era Antonio Bandini), accusato di difendere i dissidenti e di chiedere con insistenza il rispetto dei diritti umani”, spiega l’ ex guerrigliero che conclude il suo racconto: “Sono salvo per miracolo. Un paio di giorni prima della trasmissione, già annunciata con enfasi, riesco a scappare. In Europa sto male e i medici scoprono la condanna a morte, per lento avvelenamento, cui ero destinato”.
Una volta venerato come un dio dalla diaspora eritrea nel mondo, il presidente Isayas Afeworki ora è profondamente odiato. Le sue carceri sono piene di dissidenti, giornalisti, studenti, intellettuali e ha instaurato nel suo Paese un vero e proprio regime del terrore, con una società militarizzata.
Nonostante ciò, in Italia Afeworki e assai apprezzato: Berlusconi, lo ospita nella sua villa in Sardegna, il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, lo accoglie assieme al consigliere di An, Piergianni Prosperini, e il governatore delle Marche, Vito D’ Ambrosio, di centrosinistra, invita gli imprenditori della sua regione a investire in Eritrea.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Khartum, 1° agosto 2004
C’è un po’ di confusione nel governo sudanese sull’atteggiamento da prendere nei confronti della risoluzione votata venerdì dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ieri il ministro degli Esteri, Mustafà Osman Ismail, ha dichiarato che, tutto sommato, il documento è accettabile”perché non contiene nulla di nuovo”, mentre Daffi Khateeb il segretario generale del ministero dell’Informazione e, di fatto, portavoce del governo, ribadisce che la “la risoluzione è inaccettabile, perché incompleta e sbilanciata. Non menziona infatti le milizie civili organizzate dai ribelli, i “.
Secondo il governo di Khartum, mentre i janjaweed (le milizie filoarabe che stanno terrorizzando le popolazioni del Darfur, ndr) attaccano le popolazioni di origine africana i bashinger se la prendono con i baggara rezegat e gli abbala rezegat, le tribù di origine araba che sostengono il governo Le atrocità, dunque, non sarebbero a senso unico.
Nel grande inferno del Darfur ognuno si occupa dei massacri “di sua competenza”.
“Comunque – continua Daffi – 30 giorni sono pochi per organizzare il disarmo dei janjaweed. Il Sudan è enorme, le vie di comunicazione precarie. Manterremo la promessa di smobilitare i janjaweed, ma abbiamo bisogno dell’aiuto internazionale che speriamo attivi rapidamente.
Lo stesso Ghazi Suleiman, leder del gruppo sudanese per le difesa dei diritti umani, ha rettificato: “La mozione è troppo blanda. Qui ci vuole un intervento forte e militare”.
Massimo A. Alberizzi massimo. alberizzi@gmail.com @twitter @malberizzi
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Khartoum, 25 luglio 2004
Il governo sudanese si sente offeso e rigetta la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. “Abbiamo fatto e stiamo facendo tutto quanto è possibile per disarmare i janjaweed – spiega Daffi Khateeb, segretario generale del ministero dell’informazione sudanese -. Abbiamo messo 12 dei loro leader in prigione e inviato in Darfur 3.500 poliziotti. Nei prossimi giorni diventeranno cinquemila. La colpa della crisi umanitaria è dei ribelli, che non vogliono partecipare ai colloqui di pace”:
“Un’offesa, questa crisi
Non si risolve così”
Il commento generale del governo dell’opposizione e della società civile è stato comunque unanime:”Le risoluzioni non risolvono la gravissima crisi umanitaria che sta devastando il Darfur”.
Nessuno nega più la catastrofe, né le violenze, ma come ammonisce l’avvocatto Ghazi Suleiman, presidente del Gruppo Sudanese per la Difesa dei Diritti Umani, “bisogna andare alla radice del problema per poterlo risolvere”.
“Il Darfur – spiega Ghazi – è stato scelto come campo di battaglia dagli integralisti islamici. Da una parte i governativi, guidati dal presidente Omar Al Bashir, dall’altra i ribelli, vicini al padre padrone del fondamentalismo sudanese, Hassan Al Turabi. Non dobbiamo dimenticare che la popolazione del Darfur è stata la spina dorsale del NIF (National Islamic Front), il partito religioso che dal 1989, con un colpo di Stato, ha cancellato la democrazia in Sudan. Quando il NIF si è spezzato in due fazioni, le tribù del Darfur si sono schierate e divise”.
Critiche anche le organizzazioni umanitarie:
“Questa è una resa dei conti tra islamici”
“I janjaweed – continua Ghazi – I miliziani a cavallo che compiono scorrerie nei villaggi ammazzando gli abitanti e bruciando le capanne, sono da una parte e dall’altra. I ribelli attaccano le popolazioni alleate al governo e viceversa. Tutti compito atrocità laggiù, non solo i governativi. E noi laici e difensori dei diritti umani non possiamo schierarci”.
Ghazi attacca soprattutto i guerriglieri del JEM (Justice and Equality Movement) uno dei due gruppi ribelli: “I suoi leader vengono dei maghi della fazione di Turabi, ministri, generali funzionari e capi della sua sicurezza. Il loro obbiettivo è far cadere il governo di Bashir. La guerra del Darfur è una resa dei conti tra islamici”.
Alfred Taban è il direttore del quotidiano in inglese Khartoum Monitor.Finito in carcere una decina di volte, non è tenero con il governo. Eppure si schiera anche lui contro le minacciate sanzioni: “Non è questione di buoni o cattivi. Se si inaspriscono gli animi con azioni sbagliate, si rischia di peggiorare la situazione. Occorre obbligare le due parti a sedersi al tavolo dei negoziati e ora sono i ribelli a rifiutare il dialogo. Sanno di godere della simpatia internazionale e alzano il prezzo”.
Secondo Taban il governo non puoi disarmare i janjaweed, come chiedono gli Stati Uniti, pena la sua caduta: “L’esercito regolare è composto per un buon 40 per cento da darfuriani che simpatizzano con i guerriglieri. Se i miliziani a cavallo fossero smobilitati, tutta la regione cadrebbe immediatamente nelle mani dei ribelli e a Khartum il regime ne resterebbe travolto”.
Nella capitale sudanese è arrivato Gino Strada, il fondatore di Emergency, che, dopo una visita di ispezione nella regione in guerra, sta per riabilitare il blocco operatorio dell’ospedale di El Fasher, il capoluogo del Darfur settentrionale.
“Non mi pare che le sanzioni abbiano mai fermato guerre e conflitti – spiega Strada – e la crisi sudanese non si risolve minacciando interventi militari. Le parti vanno spinte al tavolo dei negoziati, favorendo una tregua umanitaria. Lo so che non è semplice, ma occorre tappare la bocca a quanti, da tutte le parti, soffiano sul fuoco. Non si può affrontare il problema dividendo i protagonisti in buoni e cattivi”.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
BORAMA (Somaliland) – “Annalena non è mai diventata musulmana, ma era meglio di tanti musulmani. Ci ha insegnato molto e ci ha aiutato come nessuno ha mai fatto”. Lo sheck (come si chiama l’ imam in Somalia) Mohammed Said Sawer non usa mezze parole per spiegare chi abbia ammazzato il 6 ottobre scorso la volontaria italiana, impegnata in questa città nel pieno deserto del Corno d’ Africa: “Sono stati i fondamentalisti – racconta -. Hanno armato la mano assassina, la odiavano per la sua campagna contro la mutilazione genitale femminile, l’ infibulazione, che costa infiniti dolori e talvolta la vita a tante ragazzine innocenti”.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Niamey, 21 luglio 2003
“Io quei documenti non li ho mai visti e quindi, poiché portano la mia firma, sono falsi, proprio falsi”. Adamou Chekou, ex ambasciatore del Niger in Italia, l’uomo che avrebbe scritto al suo governo per annunciare l’ arrivo di un negoziatore iracheno interessato a comprare uranio, smentisce tutto. “Io non c’ entro nulla, non mi sono mai occupato di queste cose, di miniere e minerali”.
Chekou è appena stato a una battuta di caccia fuori Niamey e, quando ieri a tarda sera torna a casa e si accorge di due giornalisti occidentali al suo cancello (con me c’è l’inviato dell’Independent di Londra) non trova di meglio che chiudersi in casa. L’ uomo di scorta, un ufficiale in divisa che imbraccia una mitraglietta Uzi di fabbricazione israeliana, non ci permette neppure di attendere nel lussureggiante giardino della villa. Con cortesia, ma anche con fermezza, ci invita ad attendere fuori, sulla strada polverosa lì davanti.
La miniera di uranio della Somair ad Arlit in Niger
L’ ex ambasciatore in Italia ci riceve pochi minuti dopo che nella sua villetta è arrivato Mahaman Ali, capo del gabinetto del presidente della Repubblica, Tandja Mamadou. Chekou è un buon amico del capo dello Stato e, secondo le voci che circolano a Niamey, un suo stretto protetto. Ha fatto perfino parte della delegazione che si è recata a Dakar, in Senegal, per incontrare il presidente americano, George W. Bush, alla sua prima tappa del recente viaggio in Africa.
La stanza dove ci accomodiamo sui divani per parlare è buia e la poca luce del tramonto che entra dalla finestre fa risplendere la galabia (il costume locale, un lungo camicione su pantaloni molto larghi) giallo-oro indossata dal padrone di casa.
“Ho sentito qualcosa di questa vicenda dalle radio e dalle televisioni internazionali, ma confesso di non aver seguito la cosa con particolare interesse”, si scusa. Inutile obiettargli che i giornali di tutto il mondo hanno parlato di lui e sembrerebbe che quei documenti siano stati confezionati da qualcuno, in qualche modo, frequentatore dell’ambasciata del Niger a Roma, quando lui ne era il responsabile. “Non ho mai visto quei documenti falsi e nessuno me li ha forniti. Io non sono stato chiamato né dagli americani, né dai britannici, né dagli italiani. Ufficialmente nessuno mi ha fatto mai sapere niente, nessuno mi ha chiesto alcunché, né cosa io ne pensassi”.
Nel febbraio 2002 la Cia ha inviato in Niger un diplomatico di grande esperienza africana, Joseph C. Wilson, per indagare sul dossier uranio dal Niger all’Iraq. “No, anche durante quel viaggio nessuno mi ha chiesto niente, nessuno mi ha mai interpellato. Io ero ancora in Italia, forse avrà parlato con il mio ministro degli Esteri”. Chekou, sprofondato nel suo divano, agita nervosamente un piede, e, all’obiezione che in quel caso il capo della diplomazia del Niger avrebbe dovuto avvisarlo, risponde: “Insomma la questione è palesemente falsa e quindi non mi riguarda”.
Ma Blair e Bush hanno in qualche modo scatenato la guerra su informazioni riguardanti la compravendita di uranio. Ci sono sospetti sull’operato del Niger e sul suo in particolare e lei non chiede al suo governo di indagare per capire chi ha fabbricato quel dossier e perché? “Non ci siamo posti realmente il problema. Il Niger è amico di tutti i Paesi occidentali, America, Francia, Gran Bretagna e Italia. Io poi amo l’Italia perché ho passato lì tanti anni della mia vita “, risponde un po’ seccato Adamou Chekou.
Minatori ad Arlit
Lui parla l’italiano perfettamente ma sta ben attento a non pronunciare una parola nella nostra lingua. Neanche quando lo provoco con qualche frase. Sembra quasi che non intenda far perdere nulla del colloquio al capo di gabinetto del presidente. Anzi, Mahaman Ali interviene spesso per aggiungere qualcosa alle continue smentite. Quando poi mostriamo due dei documenti parla solo lui per illustrarne la manifesta falsità: “Vedete, questa lettera del 10 ottobre 2000, firmata dal ministro degli Esteri Ailele El Hadji Habibou, che peraltro aveva lasciato l’ incarico almeno tre anni prima, porta l’ intestazione del Consiglio militare supremo, dissolto nel 1997. E’ dunque palesemente contraffatta“.
Mahaman non spiega però che Ailele, dopo aver lasciato la diplomazia, è diventato presidente del Consiglio d’amministrazione della Cominak, la società che sfrutta le miniere di uranio di Akouta, nel nord del Niger. Ailele, tra l’altro, faceva parte della delegazione nigerina che a Dakar ha incontrato George W. Bush. Mahaman Ali, alla richiesta di poter incontrare il presidente della repubblica Tandja Mamadou per affrontare il dossier Iraq, oppone una certa resistenza, invocando regole di protocollo e burocratiche. “Bisogna passare per il ministero degli Esteri e per quello dell’ Informazione”, fa osservare.
Per lui non conta molto il fatto che il Niger in questi giorni sia sulle prime pagine di tutti i giornali e che dal governo nigerino ci si attenda un chiarimento convincente sulla vicenda: “Abbiamo ufficialmente smentito un nostro coinvolgimento nella vendita di uranio a Saddam”, è la secca conclusione. E’ difficile parlare con loro del fatto che comunque in Niger è possibile procurarsi qualunque documento, un passaporto, una patente, ma perfino un certificato di nascita o di morte senza grandi problemi. Basta pagare – e neppure tanto – il funzionario di turno che di buon grado si occupa di tutto.
La palazzina degli uffici ad Arlit
Purtroppo, sebbene il Niger non sia uno dei Paesi africani più corrotti, il livello di povertà è tale che la gente per un po’ di denaro è disposta a fare qualunque cosa. Anche a fabbricare dossier finti sulla vendita di uranio all’ Iraq.
Per questo immenso e sabbioso Paese africano l’uranio è essenziale. Il suo minerale estratto dalle due miniere di Akouta e Arlit, gestite la prima dalla Cominak (34 per cento della francese Cogema, 31 della Onarem, governo nigerino, 25 della giapponese Ourd e 10 della spagnola Enusa) e la seconda dalla Somair (56 per cento Cogema, 36 Onarem, 6,54 per cento Urangesellschaft, tedesca) viene sottoposto a una prima raffinazione in un unico impianto gestito dalla Cogema. Vengono così prodotte 2.960 tonnellate all’anno di concentrato di uranio, la famosa yellowcake, la torta gialla, trasportate prima con camion e poi in treno a Cotonou, capitale e importante porto del Benin, da dove raggiungono gli impianti di arricchimento in Francia e negli Stati Uniti.
Fino a qualche anno fa l’uranio rappresentava il 61 per cento delle entrate del Paese. Ora è sceso al 40 per cento, ma solo perché il suo valore è diminuito fortemente.
Il Niger resta comunque uno dei Paesi più poveri del mondo con un tasso di scolarizzazione al 29 per cento, un reddito pro capite di 180 dollari l’ anno e un’ aspettativa di vita di 46 anni. La sua democrazia è fragile e il presidente Tandja Mamadou, eletto nel 1999, rischia di essere travolto da questo scandalo che i suoi avversari politici stanno utilizzando contro di lui.
Per i giornali dell’opposizione, infatti, il governo non poteva non sapere di questo dossier e forse ci ha anche lucrato sopra.
Dal nostro inviato speciale Monrovia, 11 luglio 2003
Pepè Kamara aveva 10 anni quando ha imbracciato il suo primo mitra. Era il 1991. Poi, quando è diventato più grandicello è passato all’Rpg (Racket Propelled Granade), un lanciagranate molto comune in Africa, di fabbricazione sovietica. Stessa carriera come quella di Junior George, reclutato nel ’90 all’età di 14 anni. “I ribelli del Npfl (National Patrotic Front of Liberia) fedeli a Charles Taylor, allora un comune signore della guerra, hanno attaccato il nostro villaggio – racconta Junior -. Mia madre è stata ammazzata accidentalmente durante la battaglia. Non so chi sia stato. Mio padre è riuscito a scappare e non l’ho mai più rivisto. I guerriglieri hanno conquistato l’abitato e mi hanno costretto a seguirli nella foresta. Mi hanno dato da mangiare, un giaciglio e mi hanno messo il mano un kalashnikov. Da allora ho cominciato a combattere”.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Monrovia, 7 luglio 2003
Tutti speravano che una volta ottenuta l’investitura popolare con le elezioni presidenziali del 1977, Charles Taylor si convertisse da signore della guerra in politico prudente. Invece, forse per avidità e ingordigia, non ha saputo resistere alla tentazione di moltiplicare le sue ricchezze e accrescere il suo potere.
Nato nel 1949 da padre discendente dagli schiavi americani liberati e «rimpatriati» in Liberia e da madre indigena di etnia Gola, il presidente ridotto ora a «sindaco» di Monrovia, comincia la sua carriera negli Stati Uniti a una pompa di benzina. Passa per l’università di Waltham in Massachusetts dove si laurea in economia.
Torna in Liberia dove diventa alto funzionario delle finanze del governo del dittatore Samuel Doe, che pochi giorni prima aveva fucilato l’élite dominante sulla spiaggia di Monrovia. Accusato di essersi appropriato di un milione di dollari, scappa e torna negli Usa. A causa di un mandato di cattura internazionale viene arrestato ma fugge calandosi dalla finestra.
E’ il 1985. Per quattro anni fa la spola tra Tripoli, Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e il nord della Costa D’Avorio dove addestra assieme al sierraleonese Foday Sankoh gruppi di miliziani. Il giorno di Natale 1989 lancia il primo attacco alla Liberia e in breve tempo, tra atrocità e massacri, si impadronisce del potere.
Il Paese è allo stremo. Nel 1997 si presenta alle elezioni con lo slogan: «E’ vero ho distrutto la Liberia, ma datemi una possibilità di ricostruirla». Gli striscioni sono sconcertanti.
Sotto decine di foto, la stessa didascalia: «Ha ammazzato mia madre, ha ammazzato mio padre, ora io lo voto». E il 70 per cento dei liberiani – terrorizzati che il Paese possa ripiombare in guerra – lo votano.
Si allea con Foday Sankoh che con il suo RUF (Revolutionary United Front) ha lanciato una ribellione in Sierra Leone e controlla le miniere di diamanti. Taylor si fa consegnare le gemme e le ricicla come liberiane. Riceve armi ucraine di contrabbando e fomenta la ribellione di Sankoh.
Ora che in Sierra Leone è tornata la pace, il Tribunale internazionale Onu lo vuole sul banco degli imputati per crimini contro l’umanità. Ma al presidente nigeriano Obasanjo, che ieri gli ha offerto asilo in Nigeria, lui l’ha detto chiaro: «Le accuse contro di me devono essere cancellate».
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com
______________________LA SCHEDA______________________
UN PAESE ALLO STREMO
La Liberia, fondata nel 1847, è la più antica repubblica d’Africa. Negli ultimi 20 anni ha conosciuto solo guerra civile. La rivolta contro Taylor inizia nel 1999. I ribelli controllano due terzi del Paese, la zona dei diamanti e quella del legno, principali ricchezze
LA GUERRA CIVILE
Taylor accetta l’esilio in Nigeria. Condizionato però all’arrivo di una «forza di «pace» (guidata dagli Usa). Washington replica: prima se ne vada lui Il presidente ricercato dall’Onu
LAUREA IN AMERICA Charles Taylor, 55 anni, figlio di una famiglia di ex schiavi tornati in Liberia, vanta una laurea in economia negli Usa. La terza moglie, Jewel, è economista
SIGNORE DELLA GUERRA
Taylor è salito al potere a Monrovia guidando una rivolta armata. E’ ricercato dal Tribunale Penale dell’Onu per la Sierra Leone, dove ha fomentato i guerriglieri del RUF (Revolutionary United Front), macchiatisi di atrocità contro civili.
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Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Monrovia, 6 luglio 2003
Tutti speravano che una volta ottenuta l’investitura popolare con le elezioni presidenziali del 1997 Charles “Ghankay” Taylor (Ghankay sta per “Testardo”, in dialetto gola) ribelle e signore della guerra per temperamento ed educazione (il suo mentore è stato Gheddafi) , si riconvertisse in politico accorto e prudente. Invece, forse per avidità e ingordigia, non ha saputo resistere alla tentazione di moltiplicare le sue ricchezze e accrescere il suo potere. Abile lo è certamente se il suo Paese, uno dei pochi ad avere rapporti diplomatici con la Cina Nazionalista di Taiwan e quindi a riceverne gli aiuti, riesce ad accreditarsi anche sulla piazza di Pechino per piazzare diamanti e legno pregiato.
Massimo Alberizzi e Charles Taylor al palazzo presidenziale di Monrovia subito dopo un’intervista
Nato nel 1949 da padre discendente dagli schiavi americani liberati e “rimpatriati” in Liberia e da madre indigena di etnia gola, il presidente ridotto ora a “sindaco” di Monrovia, comincia la sua carriera negli Stati Uniti come pompista in una stazione di servizio. Passa per l’università di Waltham in Massachusetts dove si laurea in economia. Torna in Liberia dove diventa alto funzionario delle finanze del governo del dittatore Samuel Doe, che pochi giorni prima aveva giustiziato l’elite dominante sulla spiaggia di Monrovia.
E’ in questo periodo che viene soprannominato “Superglue” (cioè “Spercolla”) perché – sostengono i suoi detrattori – il denaro che gli resta attaccato alle mani. Accusato di essersi appropriato di un milione di euro scappa e torna negli USA. A causa di un mandato di cattura internazionale viene arrestato ma fugge dalla cella calandosi dalla finestra, come in un film, con lenzuola annodate. E’ il 1985. Per quattro anni fa la spola tra Tripoli, Ouagadougou , capitale del Burkina Faso, e il nord della Costa D’Avorio dove in un campo segreto addestra assieme al sierraleonese Foday Sankoh (anche lui diventerà un famoso capo ribelle) gruppi di miliziani.
Il giorno di Natale 1989 lancia il primo attacco alla Liberia e in breve tempo, tra atrocità, orrori e massacri, si impadronisce del potere. Il Paese è allo stremo, prostrato e in ginocchio. Nel 1997 si presenta alle elezioni con lo slogan: “E’ vero ho distrutto la Liberia, ma datemi una possibilità di ricostruirla”. Gli striscioni elettorali sono sconcertanti e impressionanti. Sotto decine di foto una didascalia recita: “Ha ammazzato mia madre, ha ammazzato mio padre, ora io lo voto”.
E il 70 per cento dei liberiani – terrorizzati che il Paese possa rimpiombare in guerra – lo scelgono come loro presidente. Il resto è storia recente. Si allea con Foday Sankoh che ha lanciato una terribile ribellione in Sierra Leone (i suoi uomini terrorizzano i civili tagliando braccia, gambe nasi e orecchie) e controlla le miniere di diamanti. Taylor si fa consegnare le gemme e le ricicla come liberiane.
Riceve armi ucraine di contrabbando e fomenta la ribellione di Sankoh. Ora che in Sierra Leone è tornata la pace, il Tribunale internazionale costituito ad hoc dall’Onu lo incrimina (primo presidente in carica) per crimini contro l’umanità. Il mandato di cattura lo raggiunge ad Accra, in Ghana, dove è andato per colloqui di pace. Per paura di essere arrestato torna precipitosamente a Monrovia. E a Obasanjo che ieri gli ha offerto asilo in Nigeria ha chiesto esplicitamente: “Le accuse contro di me devono essere cancellate”.
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Massimo A. Alberizzi Monrovia, 6 luglio 2003
Tutti speravano che una volta ottenuta l’investitura popolare con le elezioni presidenziali del 1997 Charles “Ghankay” Taylor (Ghankay sta per “Testardo”, in dialetto gola) ribelle e signore della guerra per temperamento ed educazione (il suo mentore è stato Gheddafi) , si riconvertisse in politico accorto e prudente. Invece, forse per avidità e ingordigia, non ha saputo resistere alla tentazione di moltiplicare le sue ricchezze e accrescere il suo potere. Abile lo è certamente se il suo Paese, uno dei pochi ad avere rapporti diplomatici con la Cina Nazionalista di Taiwan e quindi a riceverne gli aiuti, riesce ad accreditarsi sulla piazza di Pechino per piazzare diamanti e legno pregiato.
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