27.9 C
Nairobi
martedì, Febbraio 3, 2026

Un convegno sull’Iran a Mendrisio si trasforma in una rissa

Speciale per Africa ExPress Agnese Castiglioni* Mendrisio, 2 febbraio...

Mozambico, in un libro biosofia e biosfera del popolo Macùa, dove Dio è anche madre

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 24 gennaio 2026 Pwiyamwene,...

Arabia Saudita e Emirati: corteggiano Israele e litigano sul Somaliland (e non solo)

Speciale per Africa ExPress Novella Di Paolo 31 gennaio...
Home Blog Page 539

Sudan, Bashir libera il suo oppositore storico Hassan Al Turabi

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 9 marzo 2009

Hassan al Turabi, l’ideologo islamico ex alleato del presidente sudanese Omar Al Bashir al momento del colpo di Stato che lo portò al potere il 30 giugno 1989, è stato liberato stanotte alle 23 dalla prigione di Port Sudan. Alle 3 del mattino un aereo militare l’ha riportato a Khartoum. Turabi è tra i più fieri oppositori del regime militare sudanese ed era stato messo in manette per l’ennesima volta il 14 gennaio dopo aver dichiarato ai giornalisti che «Al Bashir farebbe bene a consegnarsi al tribunale internazionale per evitare altre sofferenze al Paese e alla sua popolazione». Considerato dagli americani un vicino ad Al Qaeda o comunque ai fondamentalisti radicali, Hassan Al Turabi è l’unico leader politico sudanese che gode di un prestigio e di un’autorevolezza tali da poter impensierire politicamente Bashir e i suoi amici. Le sue opinioni – rilasciate in diverse interviste al Corriere della Sera – non sono per nulla integraliste, ma piuttosto liberali, naturalmente visto il contesto islamico e sudanese. Turabi, 77 anni nel febbraio scorso, ha studiato alla Sorbona di Parigi e a Londra e parla correntemente francese e inglese. E così le sue tre figlie che non solo non usano il burqa ma coprono il capo con un velo leggerissimo che lascia intravedere capelli e collo.

Hassan Al Turabi con Massimo Alberizzi durante un’intervista tre anni fa

LA MOGLIE: «SONO FELICE» – Al telefono di casa Turabi risponde la moglie Wisal, sorella di un altro leader politico sudanese, Sadiq Al Mahadi, primo ministro al momento del colpo di stato di Bashir. «Siamo felicissimi anche se non sappiamo perché è stato rilasciato. Per altro non abbiamo mai saputo perché è stato imprigionato. Non gli sono mai state rivolte accuse specifiche. Mio marito è stanchissimo e dorme. Ha i postumi di una brutta polmonite. Gli hanno ridato anche il passaporto», conclude con un ottimo inglese.

LA SCELTA DI BASHIR – Con la liberazione del suo più acerrimo nemico, Bashir tenta di blandire l’opinione pubblica islamica. Con il viaggio in Darfur di domenica ha voluto sfidare la Corte Penale Internazionale che ha spiccato un mandato di cattura contro di lui. Ha così ribadito che è in controllo della situazione. La scarcerazione di Turabi invece è una mossa per ammorbidire l’opposizione interna, soprattutto islamica, ma anche politica; quella della setta Ansar e del suo braccio operativo, il partito Umma, dell’ex primo ministro Sadiq Al Mahadi, e quella del partito-setta Khatmia dell’ex presidente Osman Al Mirghani. Sadiq e Mirghani sono stati cacciati da Bashir con il colpo di stato del 1989 che lo portò al potere. Il presidente oggi può fidarsi ciecamente solo della tribù dei Giaali, la sua, che vive a nord di Khartoum. La Corte Penale Internazionale probabilmente non riuscirà mai a arrestare il leader incriminato, finché rimane capo dello stato. Ma se dovesse esserci un cambio di regime, forse le cose per lui potrebbero mettersi male.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

09 marzo 2009 (ultima modifica: 10 marzo 2009)

Crimini contro l’umanità in Darfur, mandato di arresto per Al Bashir

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 4 marzo 2009

I tre giudici della prima camera preliminare della Corte Penale Internazionale (vengono dal Ghana, dalla Lettonia e dal Brasile) hanno autorizzato l’arresto del presidente del Sudan Omar Al Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. I magistrati hanno lasciato cadere l’accusa di genocidio. Ma solo per ora, perché se durante l’inchiesta emergeranno nuovi elementi, l’imputazione potrebbe essere ripresa.

L’italiana Silvana Arbia, cancelliere della Corte, già procuratore del tribunale per il Ruanda, durante la conferenza stampa, trasmessa in diretta dei network internazionali, ha sottolineato che per catturare Al Bashir sarà chiesta la collaborazione di tutti gli Stati compreso il Sudan. Arbia ha ricordato: «Le autorità di tutti i Paesi, compresi quelli che non hanno firmato il trattato (tra cui Stati Uniti, Cina, Sudan, Libia e Iran, ndr) hanno l’obbligo di arrestarlo e di riferire immediatamente alla Corte. Tutti hanno il dovere di rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza su questa materia. Anche se è presidente Al Bashir non gode di nessuna immunità». Le accuse per cui si chiede l’arresto riguardano tra l’altro tortura, stupro, saccheggio e distruzione di beni. «Le autorità sudanesi – ha concluso Arbia – si sono rifiutate di collaborare con la corte».

PROTESTE A KHARTOUM – La reazione di Khartoum è stata immediata. La televisione di stato ha bollato come “neocolonialista” la decisione della corte. Nella capitale centinaia di persone sono scese per la strade a sostegno del presidente formalmente incriminato, con cartelli di protesta e urlando slogan contro li giudici. Da un palco gli oratori hanno lanciato insulti al procuratore Louis Moreno-Ocampo, ai magistrati della corte e in genere contro l’Occidente.
E poco dopo sono arrivati i primi provvedimenti: il governo di Khartoum ha espulso dal Sudan dieci organizzazioni internazionali, tra cui Msf, accusandole di cooperazione con la Corte Penale Internazionale.

Omar al-Bashir, presidente del Sudan

Si teme ora che vengano messe in atto rappresaglie anche verso i funzionari dell’Onu che lavorano nel Paese, 32 mila persone tra staff internazionale nazionale. La cifra comprende però 25 mila caschi blu, dislocati in Darfur ma soprattutto in Sud Sudan. Gli italiani sono 500, di cui 300 a Khartoum. Ocampo, nel luglio scorso nella sua richiesta di incriminazione del presidente Al Bashir per 10 capitoli diversi (cinque per crimini contro l’umanità, tre per genocidio, due per crimini di guerra), era stato categorico, parlando di precise responsabilità nel deliberato massacro dei civili delle tribù fur, masalit e zagawa che abitano il Darfur. «Il suo alibi – aveva scritto Moreno-Ocampo nella sua durissima e circostanziata richiesta di arresto – è combattere la ribellione, il suo intento è il genocidio. Non mi prendo il lusso si supporre: ho prove indiscutibili».

Secondo le accuse, “il presidente sudanese controlla tutto l’apparato dello Stato e usa questa sua influenza per coprire la verità e proteggere i suoi subordinati e la loro smania di genocidio”. Si calcola che in Darfur siano state ammazzate 300 mila persone e che due milioni siano stati costretti a scappare dalle loro case. Bashir già mesi fa si è rifiutato di consegnare due sospetti di genocidio: il ministro per gli affari umanitari, Ahmad Harun, e uno dei capi delle feroci milizie filogovernative, i janjaweed (i diavoli a cavallo), Ali Khashayb. E’ la prima volta che un presidente in carica viene incriminato. 

Manifesti di Al Bashir a Kahartoum
Manifesti di Al Bashir a Kahartoum

INCRIMINAZIONE SOSTENUTA DA TUTU – E l’incriminazione è stata sostenuta da uno dei leader storici del continente, l’arcivescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu che martedì in un editoriale sul New York Times ha sottolineato con forza: «Poiché le vittime sono africane, i leader africani devono sostenere con determinazione la richiesta di vedere i responsabili perseguiti». Per altro con un plateale gesto di sfida, martedì il presidente sudanese è apparso in televisione mentre danzava e scherzava con i suoi sostenitori durante una manifestazione a suo favore nel nord del Paese, la zona da cui lui proviene. L’emittente ha fatto vedere il momento in cui i dimostranti bruciavano una grossa fotografia di Moreno-Ocampo: «Decideranno mercoledì – ha poi detto ai microfoni Al Bashir -. Ebbene noi gli diciamo di immergersi nell’acqua e di berla tutta”, una frase idiomatica araba che si usa per mostrare il massimo disprezzo. In questi mesi il governo sudanese ha reagito con spregio alla richiesta di Moreno-Ocampo di procedere verso Al Bashir: «Il procuratore è un criminale – aveva sentenziato senza mezzi termini Abdalmahmood Mohamad, ambasciatore all’Onu, subito dopo la richiesta di rendere esecutivo il mandato di arresto -. La motivazioni sono politiche e poi non riconosciamo quel tribunale».

LE MINACCE – In attesa della decisione odierna dei giudici, il 21 febbraio scorso, Salah Gosh, capo dei servizi di sicurezza e di intelligence del Sudan, aveva lanciato una minaccia: «Ci consideravano estremisti islamici, poi siamo diventati moderati e civilizzati credendo nella pace e nella vita per ciascuno. Potremmo tornare al passato estremismo, se fosse necessario. Non esiste nulla di più facile». Gosh aveva accusato la Cpi di essere manovrata da “lobby sioniste” e ha ricordato che il Sudan considera un crimine aiutare la Corte Penale Internazionale: «Tutti coloro che collaboreranno con essa saranno arrestati per essere processati». Esam Elhag, portavoce del gruppo ribelle SLA (Sudan Liberation Army) al telefono con il Corriere è soddisfatto: «E’ il primo passo verso la giustizia che stiamo aspettando dal 2003 quando è cominciata la pulizia etnica. Quel giorno lo stesso Bashir ha ammesso: «Non voglio né prigionieri né feriti». Quello di Ocampo è il primo passo verso la giustizia. Un atto che può lenire i sentimenti di vendetta che nutre la gente del Darfur».

Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, organizzazione che ha promosso e sostenuto vari progetti nella disgraziata regione del Sudan Occidentale, ha scritto un libro, “Volti e colori del Darfur”, Edizioni Gorée, dove sono raccolte terribili testimonianze sulle violenze contro i civili. Eccone una, tratta dal volume che sarà presentato in aprile proprio in occasione della Giornata Mondiale per il Darfur. E’ la storia di Miryam, scappata nel campo rifugiati di Al Salam. La donna che non ha neanche una tenda per proteggere se stessa e il suo bimbo di pochi mesi, non conosce le ragioni della guerra tra i movimenti ribelli del Darfur e il governo di Khartoum, ma ricorda com’erano quelli che hanno distrutto il suo villaggio e l’hanno violentata. «Gente armata, arabi. Mi hanno buttata a terra, strappato i vestiti e mi hanno stuprata a turno. Sono svenuta».

Non ricorda altro, ma di una cosa è certa: ”Noi del Darfur li riconosciamo subito i predoni che vengono dal Nord. Sono cattivi e a noi donne fanno cose orribili, peggio di ogni cosa…”. Poi parla del marito. «E’ scomparso tre mesi fa – racconta – due settimane prima che partorissi. Non mi ha più voluta. Non so se è stato ucciso, non m’importa. Ora sono sola con il mio bambino e ho paura. Ma voglio che la gente sappia, voglio che chi è nel vostro e in altri paesi potenti non permettano che succedano ad altre ragazze quello che è successo a me». La decisione della Corte, comunque, non sembra potrà avere un effetto pratico. Appare assai improbabile che il presidente sudanese, andato al potere con un colpo di stato il 30 giugno 1989, venga tradotto in carcere all’Aia. A meno che la pressione internazionale non provochi un cataclisma nello stesso Sudan e un cambio di regime a Khartoum.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Ruanda, ergastolo a padre Seromba rinchiuse i fedeli tutsi in chiesa poi diede ordine di abbatterla

0

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
18 marzo 2008

Athanase Seromba, un prete cattolico ruandese, è stato condannato all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio e sterminio durante la mattanza che sconvolse il piccolo Paese africano nel 1994.

La sentenza della Corte d’appello del tribunale internazionale per il Ruanda (che ha sede ad Arusha, in Tanzania) è durissima e ribalta quella, mite, di primo grado con la quale i giudici avevano condannato Seromba a 15 anni di carcere. La condanna di allora parlava di aiuto e sostegno agli assassini. Quella di oggi aver commesso egli stesso i massacri.

Silvana Arbia

Nessun Pentimento

Seromba – ha spiegato Silvana Arbia, l’italiana capo dei procuratori della corte, voluta dall’Onu all’indomani del genocidio durante il quale furono trucidati in cento giorni un milioni di tutsi e hutu moderati – non ha mostrato alcun segno di pentimento e non ha riconosciuto le sue responsabilità, evidenziate, invece, dai testimoni che hanno partecipato al processo”.

Un altro imputato, l’italo-belga George Ruggiu, speaker della Radio Television Libre des Mille Collines (RTLM) che aveva incitato gli hutu a massacrare i tutsi, si era dichiarato colpevole e dimostrato pentito. Aveva ottenuto le attenuanti e il 1° giugno 2000 era stato condannato a una pena tutto sommato mite, 12 anni di carcere. Dal 28 febbraio scorso Ruggiu sta scontando la pena in Italia. Questi i fatti accertati dalla corte, dopo aver sentito numerosi testimoni.

Massacro in chiesa

Durante la caccia all’uomo del 1994, Padre Seromba aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 tutsi. Aveva assicurato a tutti che lì, al cospetto di Gesù e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo.

Le bande armate hutu non avrebbero osato entrare nella cattedrale. Invece mentre i rifugiati pregavano, ha chiuso a chiave le porte della chiesa, e ha ordinato all’autista di un bulldozer di abbattere l’edificio mentre gli assassini sparavano e lanciavano granate dalle finestre. Fu un massacro soprattutto di donne, vecchi e bambini.

“La corte – spiega la dottoressa Arbia – ha constatato che senza la sua autorità morale quel massacro non sarebbe stato commesso. I capi degli assassini e le autorità civili premevano per ammazzare i rifugiati in chiesa, ma nessuno osava muoversi. Anche l’uomo che operava sul bulldozer se era rifiutato di obbedire agli ordini e si è mosso solo dopo che ha avuto l’ok dal sacerdote.

Athanase Seromba, sacerdote

Le responsabilità

Una sentenza giusta vista la gravità dei fatti e il prestigio dell’imputato, massima autorità morale in quel contesto. Nessuno avrebbe abbattuto una chiesa senza il consenso e l’approvazione dell’autorità religiosa che la governa.

E’ stato accertato che Seromba, addirittura, ha indicato all’autista del mezzo meccanico il lato più debole dell’edificio in modo tale che la demolizione fosse più efficace. Il comportamento del sacerdote, insomma conferma la volontà di portare a termine il massacro.

La fuga in Italia 

Seromba – che si è sempre dichiarato innocente – era poi scappato e con la copertura di amici preti e delle gerarchie vaticane si era rifugiato a Prato, aveva cambiato nome, padre Anastasio Sumbabura) e continuava a officiare messa come se nulla fosse accaduto.

Era stato riconosciuto e denunciato, ma l’allora procuratrice del Tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, aveva avuto difficoltà a ottenere l’estradizione. Aveva accusato il Vaticano di esercitare pressioni sul governo italiano per evitare che prendesse una decisione in proposito. Infatti il sacerdote non è mai stato estradato: si è costituito.

Genocidio Ruanda 1994

“Ma lui è innocente”

L’avvocato di Seromba, il beninese, Alfred Pognon, uno dei fondatori di Avvocati Senza Frontiere, durante un’intervista che mi ha rilasciato nel settembre del 2004 ad Arusha, mentre si stava celebrando il processo era tranquillo.

“Il mio cliente è una vittima – aveva sostenuto sicuro – e il tribunale dell’Onu è politicizzato. Quei giudici vogliono condannare gli accusati per giustificare la loro esistenza e la loro burocrazia che costa milioni di dollari. Attraverso Seromba intendono colpire la Chiesa e noi dobbiamo impedirlo. Dimostrerò la sua innocenza”.

Ma le prove e le testimonianze sono state schiaccianti e lui non è riuscito a farlo dichiarare innocente nonostante – sostengono sottovoce alla procura del tribunale – le pesanti pressioni del Vaticano per assolverlo.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

“Io, bianco accusato di genocidio in Ruanda vi racconto quella follia”

 

Seromba, un’italiana a capo dell’accusa

Speciale per Africa ExPress
M. A. A.
Arusha (Tanzania), 12 marzo 2008

Una giudice italiana, Silvana Arbia, ha guidato la pubblica accusa durante il processo contro padre Seromba. Ha impostato le indagini e il comportamento da tenere durante il processo d’appello contro il sacerdote cattolico condannato all’ergastolo per genocidio.

Silvana Arbia

Silvana Arbia, giudice alla corte d’appello di Milano, ormai da anni è impegnata nel Tribunale dell’Onu per il Ruanda, dove ora è a capo dei team di procuratori, seconda solo al procuratore generale. Un incarico che lascerà a metà aprile per assumere quello ancora più impegnativo di registar alla Corte Penale Internazionale dell’Aja.

Il registar è una figura che nell’ordinamento italiano non esiste ed è l’organo che in seno al CPI rappresenta le vittime, amministra la Corte e organizza gli uffici decentrati come, ad esempio, quello si vorrebbe costituire in Darfur. E’ un incarico di altissimo livello e di grande prestigio.

Athanase Seromba, sacerdote

La dottoressa Arbia, esperta di diritto internazionale, di criminalità organizzata e di reati sessuali (gli stupri sono stati continui durante il genocidio in Ruanda) nel 1998 è stata membro della delegazione italiana durante l’incontro di Roma che sancì la nascita della Corte Penale Internazionale.

M. A. A.
12 marzo 2008
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

“Io, bianco accusato di genocidio in Ruanda vi racconto quella follia”

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

 

 

Ucciso in Somalia Ali Iman Sharmarke, un amico che credeva nel giornalismo

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 12 agosto 2007

Se non ci fosse stato lui forse ora non potrei scrivere questa nota. E’ stato proprio Ali Iman Sharmarke – saltato sabato su una mina telecomandata a Mogadiscio – che il 2 dicembre dell’anno scorso ha esercitato un’enorme pressione sui fondamentalisti somali convincendoli a lasciarmi andare dopo che ero stato arrestato all’aeroporto di Mogadiscio.

Quando i servizi di sicurezza delle Corti Islamiche mi hanno prelevato e invitato a seguirli, venivo proprio da casa di Ali. Tra l’altro avevamo parlato di come sia difficile e rischioso fare il giornalista in una situazione di guerra – dove qualunque cosa tu dica da fastidio a qualcuno che ti può rispondere a raffiche di mitra – e della sua sicurezza. Lui era un laico e in quel momento i fanatici avevano stretto le maglie della repressione religiosa. “Non mi toccheranno – aveva detto – sono protetto a
sufficienza”. Contava molto sul fatto che i grandi capi delle corti, e soprattutto la spina dorsale del loro apparato militare, fanno parte della cabila aer, un sottoclan del grande gruppo haberghidir.

Il giornalista somalo Ali Iman Sharmarke

E infatti fu proprio grazie ai suoi forti legami aer che riuscì a convincere il gran capo.dell’islamismo somalo, lo sceicco Hassan Daher Awies a prendermi sotto la sua protezione e impedire agli oltranzisti di procedere alla mia esecuzione.

Ali Iman era comunque una della poche teste indipendenti della Somalia. Aveva passaporto canadese, ma  nove anni fa era tornato in patria per organizzare la prima radiotelevisione libera del Paese: Horn Afrik. Credeva nella funzione del giornalismo: “La gente deve essere informata di quello che succede – mi aveva detto quando l’avevo incontrato la prima volta – altrimenti in questo Paese non ci sarà mai pace. Libertà e democrazia passano attraverso il giornalismo”. Criticava il governo di transizione, il che, oltre a diversi giorni di chiusura delle trasmissioni, gli era costato un paio di colpi di mortaio nella grande villa sede dell’emittente.

Ma criticava anche il fondamentalismo “estraneo – diceva masticando il vietatissimo chat, le foglie di eccitante messe al bando dalle Corti – ai costumi e alle tradizioni della Somalia”.

Le sue analisi politiche sull’ingarbugliata e inestricabile situazione somala illuminavano sugli eventi, sulle ambizioni personali, sugli obbiettivi dei clan, sugli interessi esterni. Insomma una visita nel suo ufficio era la prima cosa che facevo appena atterrato a Mogadiscio. Dalla conversazione con Ali capivo subito chi dovevo intervistare, dove dovevo andare per trovare qualche buona notizia e come dovevo muovermi.

Avrebbe potuto essere scelto come presidente laico e democratico della Somalia: da un lato sarebbe stato capace di tenere in qualche modo sotto controllo gli aer – accontentandoli nelle loro ragionevoli richieste di avere un maggior peso nella gestione del potere e garantendoli davanti alle altre cabile – dall’altro chiedendo in cambio di calmare le aspirazioni religiose dei fondamentalisti islamici che agli aer sono legati.

Chi l’abbia ucciso forse non si saprà mai. Ma se non si conosce il nome né il mandante, se ne intuisce chiarissimamente la ragione: sabotare qualunque processo di pace.

Massimo A. Alberizzi

Prime sentenze del tribunale internazionale sulla Sierra Leone: condannati tre protagonisti della guerra civile

0

20 giugno 2007
Prima sentenza del tribunale per i crimini commessi in Sierra Leone. Tre dei principali protagonisti della guerra civile (1991-2002), Alex Tamba Brima, Brima Kamara e Santigie Borbor Manu, sono stati condannati a Freetown, dal tribunale speciale internazionale misto governo/Nazioni Unite. La pena che dovranno scontare sarà resa nota dalla corte il 16 luglio.

La carneficina dei tutsi del 1994: la macabra storia di padre Seromba

0
Speciale per africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
15 dicembre 2006

Aprile 1994. Il Ruanda è in preda ala follia collettiva. I suoi cittadini di etnia hutu, attizzati da bande armate di estremisti, gli hinterahamwe, sono scatenati contro i tutsi e gli hutu moderati. Civili armati di machete fanno a pezzi amici, compagni, conoscenti e persino coniugi, colpevoli solo di appartenere a un gruppo razziale differente. Alla mattanza partecipano anche parecchi preti, cattolici, protestanti, avventisti.

Genocidio del Ruanda

E’ un genocidio che, prove alla mano, è stato preparato meticolosamente. Mentre i notabili del regime hutu al potere nei mesi precedenti avevano comprato armi, munizioni e perfino machete, dai microfoni di Radio Mille Coline, emittente legata al regime hutu, gli speaker, tra cui si distingue per la veemenza l’italo-belga Giorgio Ruggiu (che si è dichiarato colpevole e condannato a 12 anni), non fanno altro che eccitare gli animi: «Schiacciate gli inyenzi (cioè gli scarafaggi), riempite le tombe».

L’Onu non si muove e al Palazzo di Vetro di New York vengono cestinati gli accorati appelli del generale canadese Romeo Dallaire, capo di un piccolo drappello di caschi blu di stanza a Kigali, che annuncia con settimane, se non mesi di anticipo, la preparazione del genocidio. In cento giorni vengono sterminati un milione di tutsi e hutu moderati. Un’ecatombe.

Il mondo dei diplomatici assiste cinicamente immobile, e nel novembre successivo il Consiglio di Sicurezza decide di costituire ad Arusha, alle falde del Kilimangiaro, in Tanzania, un tribunale per i crimini commessi in Ruanda. Nelle maglie degli investigatori internazionali finisce anche padre Athanase, fino a prima di quell’aprile 1994 conosciuto come un’anima pia.

La trasformazione

“Ogni mattina all’alba – mi racconteranno dieci anni dopo i suoi parrocchiani a Nyange vicino Kibuye, sul magnifico lago Kivu in Ruanda – scendeva nella sua chiesa, preparava i paramenti, li indossava in attesa dei fedeli per la messa. Distribuiva una parola buona per ciascuno, portava conforto alla sua gente oberata dalla fame e dalla povertà, non si lasciava sfuggire un’occasione per aiutare i più indigenti. Poi la trasformazione da pio a demonio”.

L’agguato

Seromba, sostiene il capo d’accusa firmato nel 2001 dall’allora procuratrice Carla del Ponte e dopo dal sostituto Silvana Arbia, assieme al borgomastro e all’ispettore di polizia prepara e mette in pratica un piano, diabolico, per sterminare la popolazione tutsi della zona. Per incoraggiare i tutsi in fuga disperata nelle campagne a ripararsi nella parrocchia, il ministro di Dio li attrae in chiesa usando tutta la sua autorità di religioso: promette protezione. Intere famiglie – certe che gli interahamwe (le milizie di criminali Hutu) rispetteranno il tempio, come già accaduto durante i massacri degli anni precedenti – accettano l’ospitalità offerta dall’abate. Ma una volta dentro, scoprono di essere intrappolati.

L’orrore disumano

Nessuno dà loro acqua e cibo e padre Seromba respinge il denaro dei rifugiati per acquistare pane e frutta. Si rifiuta persino di celebrare la messa. Secondo l’atto d’accusa del Tribunale dell’Onu il prete ordina ai gendarmi di sparare su quanti, calandosi dalle finestre, cercano di rubare frutti dal bananeto alle spalle della parrocchia. I bambini, in preda a febbre e dissenteria, piangono in continuazione.

Manca l’aria, 2 mila persone vivono nella disperazione in un luogo che può contenerne al massimo 1.500. Il 13 aprile matura il primo attacco: i miliziani estremisti circondano la chiesa, sparano raffiche di fucile sui civili inermi e tirano granate all’interno. Nella confusione, tra urla e schizzi di sangue, qualcuno riesce a scappare, ma viene catturato.

Sterminio affidato ai bulldozer

I testimoni sentono il sacerdote ordinare ai soldati di chiudere tutte le porte e di giustiziare i trenta tutsi bloccati mentre tentano in fuga. Il 16 aprile – sempre secondo l’accusa – Seromba e le autorità locali decidono per la soluzione finale.

Chiamano gli autisti di due bulldozer della società italiana Astaldi, che sta costruendo la strada da Gitarama a Kibuye. L’idea è micidiale: seppellire i rifugiati sotto le macerie del luogo sacro. “Gli hutu sono tanti. Questa chiesa verrà ricostruita in tre giorni”, sentenzia l’abate dando all’autista attonito l’ordine di procedere.

Pochi minti prima un suo collega, che si era rifiutato di agire, era stato ammazzato con un colpo alla testa. Con movimenti coordinati le due macchine demoliscono i muri della chiesa, mentre la popolazione del villaggio, armata di machete e bastoni, circonda l’area per attaccare chi cerca di fuggire. Dentro trovano la morte 2mila tutsi.

Athanase Seromba, sacerdote

La fuga protetta

Ma sono loro a vincere la guerra nel giugno 1994 ed è Seromba a fuggire. Prima in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo) poi in Italia. Quando giunge a Firenze, nell’estate del 1997, è raccomandato da una lettera del vescovo di Nyundo, che loda le sue doti di religioso semplice e devoto. Il prelato chiede alla diocesi fiorentina di dargli accoglienza per un certo periodo. Dice sì che è un profugo, ma dello Zaire e che si chiama Anastasio Sumbabura. La Curia toscana gli trova un posticino nella parrocchia dell’Immacolata a Montughi.

Scovato dai giornalisti

Tutto sembra finire lì. Invece lo scovano i giornalisti. Il governo italiano tergiversa, ma poi deve cedere alle pressioni della Del Ponte, che ottiene l’estradizione: è il febbraio 2002. L’avvocato di Seromba, il beninese, Alfred Pognon uno dei fondatori di Avvocati Senza Frontiere, durante un’intervista al Corriere nel settembre del 2004 ad Arusha, mentre si celebra il processo appare tranquillo. «Il mio cliente è una vittima – sostiene sicuro – e il tribunale dell’Onu è politicizzato. Quei giudici vogliono condannare gli accusati per giustificare la loro esistenza e la loro burocrazia ignava che costa milioni di dollari. Attraverso Seromba intendono colpire la Chiesa e noi dobbiamo impedirlo. Dimostrerò la sua innocenza».

Ma le prove e le testimonianze sono schiaccianti e lui non riesce a farlo assolvere nonostante – sostengono sottovoce alla procura del tribunale – le pesanti pressioni del Vaticano sui magistrati.

Massimo A.Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
https://www.africa-express.info/2008/03/18/in-ruanda-fu-genocidio-ergastolo-a-padre-seromba/
https://www.africa-express.info/1998/04/22/io-bianco-accusato-di-genocidio-in-ruanda-vi-racconto-quella-follia/

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.

Etiopia, il dittatore rosso Mengistu giudicato colpevole di genocidio

0

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Baidoa (Somalia), 13 dicembre 2006

Mengistu Hailè Mariam, il dittatore rosso che ha governato l’Etiopia dal 1977 al 1991, è stato giudicato colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Il processo è durato 12 anni e la sentenza è prevista per il 28 dicembre. Mengistu nel 1991, prima che il suo regime fossa abbattuto dalla rivolta del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai, riuscì a scappare e a rifugiarsi in Zimbabwe, ospite del sui amico, Robert Mugabe. Conduce una vita assai riservata in una villa alla periferia di Harare.

Più volte mi ha rifiutato un’intervista perché – a suo dire – gli è stato chiesto di evitare qualunque dichiarazione. Mengistu è stato protagonista di una delle più atroci repressioni che la storia africana ricordi. L’accusa ha provato che era lui in persona a dare gli ordini di uccidere, torturare, violentare chiunque si opponeva al suo potere.

L’ex sanguinario dittatore dell’Etiopia, Mengistu Hailè Mariam (anche nella foto qui in basso)

Nel 1974 il Negus Neghesti (cioè il re dei re, Hailè Selassie) d’Etiopia viene rovesciato da un colpo di Stato militare, le cui intenzioni iniziali sono quelle di modernizzare un Paese, fermo al medio evo. Un medio evo di splendore: l’Etiopia era l’unico Stato africano che poteva considerarsi tale e nel XIX secolo scambiava ambasciatori con i Paesi europei. Ma pur sempre un medioevo dove la società era divisa in caste e dove il potere era tutto nelle mani dei nobili e della Chiesa Ortodossa.

Ma ben preso i miliari golpisti si dividono, anche su come gestire la rivolta eritrea, che dal 1962 insanguina la provincia del nord. Così da una congiura di palazzo, durante la quale vengono assassinati i generali che fino a quel momento avevano gestito il potere della giunta militare (il Derg), emerge come leader il colonnello Mengistu. Mengistu chiede e ottiene il sostegno dell’Unione Sovietica che invia ingenti quantitativi di armi e un numero imprecisato di istruttori militari che lo aiutano a respingere l’invasione di truppe somale che avevano invaso il sud (l’Ogaden).

In Etiopia comincia la crudele e feroce repressione di ogni dissenso. Centinaia di studenti e di intellettuali che avevano creduto in un reale cambiamento della società vengono trucidati. Il “Terrore Rosso” (come passerà alla storia quel periodo) non risparmia operai, contadini, commercianti. Basta un semplice sospetto per cadere sotto il pugno di ferro della polizia politica del Derg.

Ne fanno le spese soprattutto i militanti dell’EPRP (Ethiopian People’s Revolutionary Party) il gruppo che per primo aveva appoggiato la rivolta contro Hailè Selassie. Nel Tigrai era nato due anni prima (nel 1975) il TPLF (Tigray People’s Liberation Front) guidato da Melles Zenawi, l’attuale leader etiopico, che combatte il Derg da posizioni filoalbenesi (l’Albania di allora del dittatore Enver Oxa). Dopo una disastrosa carestia (1984), che vede per la prima e unica volta affiancati nella corsa agli aiuti americani e sovietici, il regime fa sprofondare ancor di più il Paese in uno stato di povertà disastroso.

L’atteggiamento italiano verso il dittatore, che dopo aver sterminato l’opposizione, guida il Paese con il pugno di ferro, è benevolo. Il nostro governo (pur essendo Mengistu dichiaratamente schierato con l’Unione Sovietica in piena guerra fredda) non gli lesina gli aiuti e alla fine degli anni ’80 viene gratificato con il più dispendioso progetto di cooperazione mai finanziato da Roma: 800 miliardi di lire (gestiti dal Fai, il Fondo Aiuti Italiani di Francesco Forte) destinati al Tana Beles. Il progetto agroindustriale è faraonico e per realizzarlo viene sbancata un’intera foresta di bambù e la popolazione locale, gli shangilla, vengono deportati a migliaia di chilometri di distanza. Oggi di quell’immensa opera non resta più nulla.

La caduta del muro di Berlino, segna anche la fine dei dittatori africani filosovietici. Il 22 maggio 1991 i tigrini e gli eritrei entrano ad Addis Abeba e ad Asmara. Lui pochi giorni prima è costretto a fuggire mentre 4 scherani del regime si rifugiano nell’ambasciata italiana: uno si suiciderà poco dopo, il vice primo ministro Hailù Yemeni, un altro, il generale Tesfaye Gebre Kidane, che aveva sostituito il despota dopo la sua fuga, viene ammazzato nel giugno 2004, durante una rissa nella palazzina che li ospita nel grande recinto dell’ambasciata italiana a Addis Abeba.

Quindici anni dopo, ne sono rimasti due: Beranu Baye, suo ministro degli esteri, e il generale Addis Tedla, capo di stato maggiore. L’Italia non li consegna finché nel Paese vige la pena di morte. Ma Melles Zenawi, l’uomo che l’ha sconfitto e ora guida l’Etiopia, mi ha promesso, durante un’intervista,  che la pena di morte non sarà applicata e verrà cancellata dai codici etiopici. Così Mengistu non lascerà il suo esilio dorato e non sconterà la condanna, ma per i due ospiti della nostra ambasciata potrebbero aprirsi le porte del carcere.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Kenya, Shadow of Scandal Hangs Over Ricci Cocaine Case

1

Husband and wife arrested on drug trafficking charges risk life imprisonment. Couple have languished in Nairobi’s decaying prisons since December 2004. Judge fails to appear. Hearing adjourned until 11 am on 28 June.

From Our Special Correspondent
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 20 June 2006

The torments of Angelo Ricci and Estella Duminga Furuli, the couple accused of large-scale drug trafficking, are far from over. Yesterday, they were awaiting sentence, which for this kind of crime can be life imprisonment in Kenya. But Judge Aggrey Muchelule failed to arrive at the court and the hearing was adjourned until 11 am on 28 June. The two Italians are answering charges of drug trafficking. The quantity involved is huge – 1.2 tons of cocaine worth 70 million euros, to be precise – and it is for that reason that Foggia-born Angelo Ricci, 70, and his Argentine-Calabrian wife Estella Duminga Furuli, 43, neither with any previous convictions, have been languishing since 14 December 2004 in Nairobi’s insalubrious jails. Five Kenyan citizens charged for the same offence are in jail with them.

All those arrested protest their innocence and have described how harsh life is in Kenya’s prisons. Detainees have to pick maggots and insects out of their food, sleep on the bare floor and submit to humiliations of all kinds. The drug trafficking of which the two Italians are accused is becoming controversial in Kenya. After the revelations published by the Africa ExPress, which referred to the involvement of top-level Kenyan authorities, the story was picked up by a number of other papers, including the prestigious Africa Confidential. It has the hallmarks of a Machiavellian international intrigue in which the two Italians and the other defendants have been cast as scapegoats.

ANGELO E ESTELLA

The affair in which the Riccis are embroiled appears to be linked to a major scandal that is threatening the presidency of Kenya itself and involves leading members of the international Mafia. On Thursday 8 June, two Armenian brothers, Artur Margaryan and Artur Sargsyan, used their passes to gain entrance to Nairobi airport and prevent customs officers from inspecting nine suitcases owned by a female friend who had just arrived from Dubai. One of the two brothers produced a pistol and then the pair took the woman by the arm, seized the suitcases and marched off with a shout of “You don’t know who we are”.

The following day, the chief of police, General Hussein Ali, issued orders that the two were to be deported and not hauled before a magistrate for trial. The Armenians had been living in Nairobi but were expelled a few weeks earlier. At their home, police officers broke down the door and found assault rifles, jackets and berets with “Police” insignia, diplomatic licence plates, Kenyan passports and identity cards issued to police deputy superintendents and permits for access to high-security zones of the airport. There were fifteen cars in the garden, some with government licence plates.

According to the Kenyan press, Artur Margaryan claims to be the partner of Winnie Wambui, the daughter of Mary Wambui, the most influential of Kenyan President Mwai Kibaki’s advisers. It is also rumoured that she is his second wife of the chief of the State. Although Mr Kibaki has always denied it, this widely retailed piece of Nairobi gossip shows just how close the two are.

In an attempt to gag press accusations against the presidency, Kibaki suspended the head of the Criminal Investigative Department, Joseph Kamau, and a series of high-level civil servants, including Winnie Wambui herself, a special adviser to the Ministry of Water. It was discovered that their access permits enabled the two Armenians to enter all parts of the airport without difficulty. And it was also discovered that the two had taken delivery of at least twenty-nine containers without having to go through the usual customs procedures.

What was in the containers? Obviously something illegal, otherwise they would not have bypassed inspection. News desks at the Nairobi papers that are investigating the affair are in no doubt: “Cocaine”. Inquiries by the Africa ExPress have established that the huge quantity of cocaine the Riccis are accused of trafficking arrived at the port of Mombasa and was then transferred to Nairobi. Finally, some of it was taken to the Malindi villa that the Italian couple were employed to rent out, and had in fact leased to a group of Dutch citizens.

The drug was transported by a Mombasa-based company, Prima Binns & Pest Control, owned by two brothers, Abubakar, known as Abu, and Hassan Joho. The company has the contract for refuse collection and pest control in the port. Until just a few years ago, the two brothers and their four ramshackle lorries were on the point of bankruptcy.

Then in 2003, the year in which Mwai Kibaki came to power, they suddenly acquired wealth and a new female friend, the ubiquitous Mary Wambui.“They are extremely arrogant”, someone who knows them well but wishes to remain anonymous says bluntly. “They use money to bribe police officers. And they do it in public, quite shamelessly, in front of everyone. When Mary Wambui comes to Mombasa, the Johos send their black Mercedes to pick her up at the airport. For the Johos, getting goods out of the airport is child’s play. The Riccis have nothing to do with drug trafficking. The cocaine they are accused of selling was taken out of the port of Mombasa in the lorries owned by the Joho brothers. They stuff the packages in amongst the refuse and no police officer at a check point would dare to search them”.

mary wambui

Abu and Hassan Joho are in partnership with Artur Margaryan and Artur Sargsyan. Their passes for the airport were issued to the Chelamed Ltd company, of which Abu Joho is general manager. But there is another embarrassing connection. The two Armenians are also in partnership with Baktash Akasha, a member of the powerful Akasha family, suspected of smuggling. Some time ago, Margaryan said that a female Akasha clan member was married to one of his managers. According to the Kenyan daily The Nation, the head of the family and one of Kenya’s richest men, Ibrahim Abdallah Akasha, is a former drug smuggler who managed to avoid a custodial sentence thanks to influential friends in government. He was killed in May 2000 in Amsterdam’s Bloedstrat (Blood Street), ambushed on his way to a meeting with an unknown dealer to discuss the non-payment of a consignment of heroin he had delivered to Holland in 1999.

The traffickers who used the Malindi villa rented to them by the Riccis were all Dutch, with the exception of George Kiragu, the husband of a Dutch citizen, Anita. Inspectors from the Netherlands are also making inquiries and have already arrested the individuals believed to be Kiragu’s accomplices in what is a complex international investigation. Their names are Robertus Johannes Stehman, Hendrik Baptiste Hermanj, Johan Neelen, Arien Gorter and Marinus Hendrik van Wezel, the organisers of the drug trade who found powerful friends in Kenya. When they fled just before police arrived at the villa in Malindi where the cocaine was found, they were able to fly to Nairobi undisturbed. They spent the night in the Hotel Panafric and the following morning embarked on a KLM flight bound for Amsterdam.

Like the Armenian brothers, the five had permits to enter restricted areas at the airport. No trace has remained of their passage through Jomo Kenyatta International Airport on 13 December 2004. Who covered their tracks and who issued their passes?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

In the first picture Angelo Ricci and his wife Estella Furuli during the trial. In the second picture Mary Wambui

Nairobi, processo a due italiani accusati di traffico di cocaina (1 tonnellata): “Siamo innocenti”
http://www.africa-express.info/2014/01/24/nairobi-processo-due-italiani-accusati-di-traffico-di-cocaina-1-tonnellata-siamo-innocenti/

Kenya, dietro ai Ricci accusati di traffico di cocaina l’ombra dello scandalo

0

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 20 giugno 2006

Non finisce il calvario di Angelo Ricci e Estella Duminga Furuli, la coppia accusata di un ingente traffico di droga. Oggi era attesa la sentenza (la pena prevista dal codice keniota per questo genere di reati arriva all’ergastolo). Invece il giudice Aggrey Muchelule non si è presentato e l’udienza è stata rinviata al 28 giugno, ore 11.

I due italiani devono rispondere di traffico di droga. Una montagna enorme, esattamente una tonnellata e duecento chili di cocaina (valore 70 milioni di euro)  per cui il settantenne Angelo Ricci, foggiano, e sua moglie (43 anni) Estella Duminga Furuli, argentina-calabrese, entrambi incensurati, dal 14 dicembre 2004 marciscono nelle fatiscenti galere di Nairobi. Con loro 5  kenioti, incriminati per lo stesso reato. Tutti hanno protestato la loro innocenza e raccontato quanto sia dura la vita nelle carceri keniote: per mangiare i detenuti devono scartare insetti e vermi dal cibo, dormono per terra e subiscono umiliazioni di ogni genere.

La storia del traffico di droga di cui sono accusati i due italiani sta diventando scottante in Kenya dopo che le rivelazioni pubblicate dal Corriere della Sera http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/03_Marzo/28/alberizzi.shtml su un coinvolgimento ai massimi livelli delle autorità keniote, sono state riprese da diversi giornali, tra cui il prestigioso Africa Confidential. Sembra un machiavellico intrigo internazionale che ha risucchiato i due italiani e gli altri imputati facendogli fare la parte dei capri espiatori.

Angelo Ricci e la moglie Estella Dominga Furuli

La vicenda cui sono coinvolti i Ricci, infatti, sembra avere connessioni con un serio scandalo che sta scuotendo la stessa presidenza della repubblica del Kenya e coinvolge pezzi grossi della mafia internazionale..

Giovedì 8 giugno due fratelli armeni, Artur Margaryan e Artur Sargsyan, entrano con i loro tesserini di riconoscimento all’aeroporto di Nairobi per impedire che i doganieri ispezionino le 9 valigie di proprietà di una loro amica che era appena arrivata da Dubai. Uno dei due fratelli brandisce una pistola, prendono sottobraccio la ragazza, afferrano i bagagli e al grido “Voi non sapete chi siamo noi” se ne vanno. Il giorno dopo, su un ordine preciso del capo della polizia Generale Hussein Ali, i due, invece di essere portati davanti a un magistrato e giudicati, sono espulsi dal Paese. 

Nella loro residenza (gli armeni vivevano a Nairobi, ma erano stati espulsi alcune settimane prima) la polizia, sfondata la porta, trova mitra d’assalto giubbotti e berretti con la scritta “Polizia”,  targhe d’auto diplomatiche, passaporti kenioti e carte di identità per vice commissari della polizia, carte d’accesso nelle aree dell’aeroporto, anche nelle zone ad alta sicurezza. In giardino 15 auto, alcune con targhe del governo.

Secondo i giornali kenioti, per sua stessa ammissione, Artur Margaryan è il fidanzato di Winnie Wambui, figlia di Mary Wambui, la consigliera più potente e influente di Mwai Kibaki, il presidente della Repubblica. Si dice anche che sia la sua seconda moglie. Lui ha sempre smentito, tuttavia una voce di questo tipo, assai insistente a Nairobi, dimostra come siano strette le relazioni tra i due.

Nel tentativo di azzittire i giornali che mettono sotto accusa la stessa presidenza, Kibaki sospende il capo della polizia criminale (Criminal Investigative Department, Cid) Joseph Kamau e una serie di funzionari di alto livello, tra cui la stessa Winnie Wambui, consigliere speciale del ministro delle acque. Si scopre che i due armeni con i loro tesserini d’accesso potevano entrare senza problemi in tutte le aree dell’aeroporto. E si scopre che al porto di Mombasa i due hanno ricevuto almeno 29 container, consegnati loro senza essere sottoposti ai rituali controlli doganali.

Cosa contenevano quei container? Certamente qualcosa di illegale, altrimenti non avrebbero saltato le ispezioni. A Nairobi nelle redazioni dei giornali chi investiga sulla vicenda non ha dubbi: “Cocaina”.

Investigazioni del Corriere della Sera hanno appurato che l’immensa quantità di cocaina che i Ricci sono accusati di aver trafficato, sono arrivati al porto di Mombasa, poi trasferiti a Nairobi e infine, in parte, portati in quella villa di Malindi che la coppia italiana aveva l’incarico di affittare e aveva in effetti locato a un gruppo di olandesi, da una compagnia di Mombasa, la Prima Binns & Pest Control,  di proprietà dei fratelli Abubakar, detto Abu, e Hassan Joho. La società ha la concessione della raccolta dei rifiuti e della derattizzazione del porto. Fino a qualche anno fa i due fratelli, con i loro quattro camion scassati, erano sul punto di fallire. Dal 2003 – anno in cui è arrivato al potere Mwai Kibaki- sono diventati improvvisamente ricchissimi e vantano un’amica potente: la solita Mary Wambui. ”Sono estremamente arroganti – racconta senza mezzi termini uno che lo conosce bene ma che per paura vuole mantenere l’anonimato -. Usano il denaro per corrompere gli agenti di polizia. Lo fanno in pubblico senza pudore davanti a tutti. Quando Mary Wambui arriva a Mombasa i Joho mandano la loro Mercedes nera a prenderla all’aeroporto. Per loro è un gioco da ragazzi fare uscire la merce dal porto. I Ricci sono estranei al traffico di droga. La cocaina che sono accusati di smerciare è stata trasportata fuori da porto di Mombasa dai camion dei fratelli Joho. Mettevano i pacchetti sotto l’immondizia e nessun poliziotto ai posti di blocco sulla strada osava metterci le mani dentro”.

Abu, e Hassan Joho sono in società con Artur Margaryan e Artur Sargsyan. I loro pass per entrare in aeroporto erano stati rilasciati a nome della società Chelamed Ltd, di cui Abu Joho è direttore generale.

Ma esiste un altro imbarazzante collegamento: partner dei due armeni è anche Baktash Akasha, membro della potente omonima famiglia accusata di traffici illeciti. Margaryan ha tempo fa dichiarato che una delle Akasha è sposata con un suo manager.

Secondo il quotidiano keniota The Nation,  il capofamiglia, Ibrahim Abdallah Akasha, uno degli uomini più ricchi del Kenya, era un trafficante internazionale di droga, riuscito a salvarsi dalla galera grazie alle sue potenti amicizie nel governo. Viene ucciso nel maggio 2000 ad Amsterdam in Bloedstrat (via del Sangue) in un agguato tesogli mentre stava andando a un appuntamento con un trafficante rimasto sconosciuto, per discutere il mancato pagamento di una partita di eroina che aveva consegnato in Olanda nel 1999.

I trafficanti che hanno usato la villa di Malindi affittata loro dai Ricci sono olandesi meno uno, George Kiragu, sposato a una olandese, Anita. Gli ispettori dei Paesi Bassi stanno anch’essi investigando e, nell’ambito di questa complessa inchiesta internazionale, hanno proceduto ad arrestare nel loro Paese quelli che considerano i complici di Kiragu: Robertus Johannes Stehman, Hendrik Baptiste Hermanj, Johan Neelen, Arien Gorter and Marinus Hendrik van Wezel. Sono loro gli organizzatori del traffico che ha trovato potenti connivenze in Kenya. Quando sono scappati, prima dell’arrivo della polizia nella villa di Malindi dove è stata trovata la cocaina, sono volati con tutto comodo a Nairobi, hanno dormito una notte all’Hotel Panafric e la mattina successiva si sono imbarcati su un volo della KLM per Amsterdam. Anche loro, come fratelli armeni, avevano in mano i cartellini d’accesso alle aree riservate dell’aeroporto. Del loro passaggio al Jomo Kenyatta International Airport il 13 dicembre 2004, non è rimasta alcuna traccia. Chi li ha coperti e chi aveva emesso i pass per loro?

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi