29 dicembre 2013
Un pilota dell’aviazione militare eritrea, Habtom Kahsay, è scappato con il suo bombardiere a Gibuti e ha intenzione chi chiedere asilo politico in un altro Paese. Secondo informazioni raccolte da Africa ExPress, si tratta dello stesso pilota che nel 1998 allo scoppiare della guerra con l’Etiopia si alzo in volo da Asmara e bombardò la scuola elementare e l’asilo a Makallè, in Tigrai.
Pilota militare eritreo scappa con il suo jet a Gibuti
Sud Sudan, Salva Kiir accetta la tregua, Riek Machar pone condizioni. E si combatte a Malakal
Massimo A. Alberizzi
28 dicembre 2013
Continuano gli scontri in Sud Sudan. La città di Bor, che era stata catturata dalle forze di Riek Machar, comandate dal generale Peter Gadet Yak, un vecchio ribelle che negli ultimi trent’anni ha cambiato alleanze numerose volte, è stata ripresa dai governativi. Ma Riek Machar non si è arreso e ora il capoluogo del Jonglei State è circondata dai suoi uomini, che promettono di riprenderla nelle prossime ore.
ESCLUSIVO/Com’è cominciata la guerra civile in Sud Sudan
Massimo A. Alberizzi
27 dicembre 2013
Ma cosa è successo esattamente domenica 15 e lunedì 16 dicembre a Juba? Qual è stata la scintilla che ha fatto scattare la guerra tra il presidente Salva Kiir Mayardit e il suo ex vicepresidente Riek Machar Teny? Africa Express ha investigato e chiesto informazioni a fonti di vario orientamento. Questo è quanto emerso. La sera del 15 dicembre a Juba era stata indetta una riunione dei dirigenti dell’SPLA/M (Sudan People’s Liberation Army/Movement), il partito di Salva Kiir e di Riek Machar, al potere.
Etiopia e Kenya cercano di mediare in Sud Sudan, ma la guerra continua
Massimo A. Alberizzi
27 dicembre 2013
Il presidente kenyota Uhuru Kenyatta e il primo ministro etiopico Hailemariam Desalegn sono volati a Juba per convincere i protagonisti della guerra in corso in Sud Sudan, il presidente Salva Kiir e il suo ex vice licenziato in luglio, Riek Machar, di sedersi al tavolo delle trattative, far tacere le armi e bloccare le atrocità. Un’impresa abbastanza complicata perché ormai tutto il Paese è in fiamme.
Bor, la capitale del Jonglei State, è ancora nelle mani dei ribelli di Machar, e così Bentiu, capitale dell’Unity State. Bor è circondata dalle truppe governative i cui portavoce ogni giorno annunciano: “E’ questione di ore ricattureremo la città”. Alla sua periferia ci sono scontri e scaramucce che rischiano ogni momento di trasformarsi in furibonda battaglia.
Bentiu è un importante centro petrolifero e li la situazione è calma. I governativi sembrano lontani e i pozzi continuano a produrre. La situazione, invece si è aggravata a Malakal, capoluogo dell’Upper Nile, dove è in corso una battaglia per il controllo della città.
Le Nazioni Unite hanno annunciato che i rinforzi dei caschi blu dovrebbero arrivare entro in fine settimana, ma non è semplice assemblare un contingente militare e spedirlo in Sud Sudan in così breve temo. D’altro canto per la protezione di civili è necessaria la presenza di forze fresche. L’Onu ha fatto marcia indietro sulle fosse comuni a Bentiu, la loro scoperta, da parte dei caschi blu era data per certa: “Non abbiamo la possibilità di fare delle verifiche come riportato in un primo tempo. Scusate si è trattato di un errore dovuto alla cattiva interpretazione di un messaggio”, si è giustificata Hilde Johnson, inviata speciale dell’ONU in Sud Sudan. Si può tirare un sospiro di sollievo perché le fosse comuni ora sono solo un sospetto, ma è una magra consolazione. Le campagne, come rivelano alcuni viaggiatori, sono punteggiate di cadaveri: civili uccisi per pura vendetta, a prima vista, a sangue freddo.
Parlando con i giornalisti via video da Juba, Hilde Johnson ha chiesto ai leader politici del Paese di dare una chance alla pace. “E’ in gioco il futuro del vostro Paese nato dopo decenni di guerra”, ha detto tra l’altro. Dal 15 dicembre, giorno dello scoppio della guerra civile – ha rivelato la signora – sono morte almeno mille persone.
Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
Massacri, fosse comuni, pulizia etnica così i due avversari affrontano i negoziati in Sud Sudan
Massimo A. Alberizzi
26 dicembre 2013
Massacri, fosse comuni, esecuzioni sommarie, regolamenti di conti pulizia etnica. Il Sud Sudan è di nuovo ripiombato nel caos, come durante la guerra d’indipendenza. Non si può comunque ridurre tutto a una guerra etnica tra i dinka del presidente Salva Kiir Mayardit e i nuer dell’ex vicepresidente Riek Machar Teny, licenziato nel luglio scorso.
Torture, sevizie e umiliazioni: per i migranti africani ovunque è la stessa storia
Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
26 dicembre 2013
Le notizie che ci giungono dall’Africa sono tutt’altro che confortanti. Ogni giorno migliaia di persone lottano per la propria vita: si vedono spesso costretti a lasciare radici e affetti per non soccombere al dittatore di turno, per non essere uccisi da guerre inutili. Portano con se poche cose, spesso nulla, solo il sogno di trovare la libertà, di essere accolti in qualche altra parte del mondo.
Il Natale in una galera della Guinea Equatoriale: il calvario di Roberto Berardi
Massimo A. Alberizzi
25 dicembre 2013
Le condizioni di detenzione di Roberto Berardi, l’imprenditore italiano rinchiuso in una galera della Guinea Equatoriale da gennaio, sono peggiorate. Berardi è stato messo in isolamento il cibo è peggiorato e le ritorsioni per avere ricevuto la visita di un diplomatico italiano, inviato dalla nostra ambasciata italiana in Camerun, competente, sono diventate continue.
Il conflitto in Mali e il terrorismo nel Sahel: colloquio con Serge Daniel, corrispondente Radio France International
Serge Daniel, corrispondente Radio France International, racconta la situazione in Mali, dalla minaccia terrorista di Al Qaeda nel Magreb Islamico, alle forze che si contendono l’Azawad, il Mali del Nord.
Dal Nostro Inviato Speciale
Carla L. Leone
Bamako, dicembre 2013
“Il Sahel è una locomotiva di illegalità che guida tre vagoni: la droga, il terrorismo ed il traffico di esseri umani”. Con questa metafora Serge Daniel, una delle voci più autorevoli del giornalismo dell’Africa subsahariana, racconta ad Africa ExPress la crisi che negli ultimi anni attraversa i paesi del Sahel.
Sud Sudan, Salva Kiir annuncia l’imminente attacco ma le pressioni perché negozi sono fortissime
Massimo A. Alberizzi
24 dicembre 2013
Un migliaio di morti, centinaia di feriti, centomila sfollati. La guerra in Sud Sudan sta devastando il Paese. I due antagonisti, il presidente di etnia dinka, Salva Kiir, e il suo ex vice, nuer, Riek Machar, si stanno sfidando con dichiarazioni bellicose, che non lasciano prevedere la fine del conflitto in tempi brevi. Salva Kiir ha annunciato che è imminente l’attacco del suo esercito contro Bor e Bentiu città strategiche, soprattutto la seconda al centro della zona petrolifera, in mano ai ribelli. Le pressioni per far sedere Kiir e Machar allo stesso tavolo per trattare – ed evitare così la completa catastrofe – sono fortissime: sono impegnati americani, europei e il segretario dell’ONU Ban Ki Moon.
Fonti dell’ONU danno per certa anche una battaglia a Malakal, capoluogo dell’Upper Nile, zona popolata in maggioranza dagli shilluk, la terza etnia del Paese. Alcuni dei suoi leader, come Pagan Amun, ex segretario dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army, il movimento di liberazione che ha vinto la guerra di indipendenza), sono stati arrestati da Salva Kiir. Nella lotta tra dinka e nuer, per ora gli shilluk sono rimasti neutrali, ma si percepiscono segni insofferenza contro i dinka che stanno cercando di conquistarsi l’egemonia. Pagan, comunque già da tempo aveva criticato Slva Kiir per i metodi accentratori della sua gestione del potere.
Se Salva Kiir deciderà davvero di riprendere con la forza i territori che gli sono sfuggiti di mano, provocherà altri lutti e altre violazioni dei diritti umani. E scaverà ancora di più quel solco tra le tribù che sta distruggendo un’unità conquistata con grande fatica e tante difficoltà.
Salva Kiir prima del referendum sull’indipendenza del gennaio 2011 era apparso come l’uomo che era riuscito a riconciliare e riappacificare le oltre 200 tribù che compongono il Sud Sudan ed era assurto alla presidenza, il giorno dell’indipendenza, il 9 luglio dello stesso anno, proprio grazie a questa conquistata immagine.
Da un anno è cambiato: ha cercato di far fuori i suoi avversari politici, molti mettendoli in galera. Nel luglio scorso ha licenziato tutto il suo governo compreso il vicepresidente Riek Machar. Si è alienato così le simpatie non solo dei suoi antagonisti, ma anche di parecchi dinka, secondo cui non so può accentrare il potere nelle mani di un solo gruppo etnico, altrimenti il Sud Sudan rischia di esplodere.
Critica con il presidente, in particolare, Rebecca Nyandeng, vedova di John Garang, il fondatore e leader della guerra di liberazione morto in un incidente aereo. La signora Garang, che gode di grande prestigio nel Paese, si è schierata con Riek Machar.
Salva e Rebecca si sono incontrati domenica. Lei ha cercato di convincerlo a sedersi al tavolo con Riek e di liberare tutti i prigionieri politici, soprattutto quelli arrestati in questi giorni. Il presidente ha accettato di negoziare, ma si è rifiutato di rilasciare i nuer finiti in carcere, considerata questa dall’ex vice-presidente una condizione sine qua non per cominciare a trattare.
Le prossime ore daranno essenziali per capire se il Sud Sudan eviterà di imboccare la strada che lo porterà direttamente nel burrone.
Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi
Sud Sudan: a Bor e Bentiu la gente vive nel terrore di esecuzioni sommarie
Massimo A. Alberizzi
23 dicembre 2013
Natale di terrore per le popolazioni cristiane che vivono in Sud Sudan dove una settimana fa è scoppiata la guerra civile tra i sostenitori dinka del presidente Salva Kiir Mayardit e quelli nuer del vicepresidente Riek Machar, licenziato nel luglio scorso. Salva la settimana scorsa ha accusato Riek di aver tentato un colpo di Stato l’ex vicepresidente ha negato ci sia stato un tentativo di golpe e sostiene che l’avversario ha utilizzato un pretesto per reprimere gli avversari politici.
