Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
18 giugno 2026
Il cammino della speranza era cominciato tra i luoghi più disperati della Terra. Per alcuni giocatori della nazionale australiana di calcio il passaggio dai campi profughi ai campi da gioco del Campionato mondiale in svolgimento in USA, Messico e Canada, non è stato un volo, ma una lunga, dolorosa traversata.
Dopo la vittoria, a Vancouver, per 2-0, sabato 13 giugno, dei Socceroos (come viene chiamata la squadra del Nuovo Continente) sulla Turchia, l’attenzione dei media si è concentrata sull’autore del primo gol: Nestory Irankunda, 20 anni, nato a Kigoma, in un insediamento per rifugiati in Tanzania, al confine con Burundi e Congo.

I genitori, del Burundi, erano fuggiti dalla guerra civile che per anni ha sconquassato il loro Paese.
“Un campione che ha realizzato un sogno, il primo giocatore nato fuori dall’Australia che segna un gol al mondiale con la maglia dei Kangaroos, il ragazzo che vive una favola, che incarna la speranza, il riscatto, l’integrazione in Australia”: i media internazionali hanno aperto i cordoni della scontata retorica, ma si sono scordati di sottolineare che Irankunda non è l’unico fiore nato in un centro di accoglienza dei disperati.
Sbocciato ad Adelaide
Sia che esso si trovi nella regione dei Grandi Laghi o in altre parti del Continente nero. Come altri giovani Irankunda è sbocciato in Adelaide, in Australia, dove i genitori hanno trovato accoglienza. Ora quel Paese, Nestory, con la maglia gialla dai risvolti verdi, lo rappresenta sul palcoscenico più importante del calcio planetario.
Anche Awer Mabil, 30 anni, e Mohamed Tourè, 22 anni, sono due dannati della Terra che stanno vivendo il sogno mondiale.
Vite parallele
Due vite parallele, verrebbe da dire citando lo scrittore greco Plutarco. In questo caso, però, non si tratta di celebri personaggi storici, ma di due esistenze tese a sbarcare il lunario in modo umano. Quelle poche che ce l’hanno fatta, fra le migliaia che sopravvivono nell’abiezione, in queste “discariche umane della storia” e tentano, varcando mari e deserti, la fortuna.

Mabil e Tourè sembrano riassumere tutte le piaghe che il nostro mondo riserva a una parte dei suoi abitanti: figli di genitori scappati da conflitti spaventosi (il Sud Sudan il primo, la Liberia, il secondo) e sopravvissuti fino all’arrivo salvi, ma non tanto sani, al campo di Kakuma nel nord del Kenya (Mabil), e di Conakry, in Guinea (Tourè) . Un miraggio, per chi ci arriva, anche se chi vi entra, per la maggior parte, lascia ogni speranza di uscirne.
L’insediamento di Kakuma, nella contea del Turkana, con i suoi 300 mila ospiti è il campi rifugiati più popoloso dell’Africa, forse il più disumano. Istituito all’inizio degli anni ’90, come un riparo di base a centinaia di migliaia di persone, molte delle quali bambini, in fuga dai Paesi confinanti, è ancora oggi al limite della capienza e della sopravvivenza per chi vi si trova.
Mabil vi è nato in una capanna di fango, cresciuto con un pasto al giorno, giocato con una palla fatta di calzini arrotolati e di pezzi di plastica da calciare a piedi nudi su un campo arido polveroso, rovente.
Sterminato parcheggio
Le condizioni non sono migliorate di molto, come hanno confermato ad Africa Express, i rappresentanti di una organizzazione internazionale umanitaria reduci da recentissima visita nel campo. “E’ uno sterminato parcheggio di vite sospese, non a caso chiamato un ‘non luogo’. Trovare lavoro e un reddito è difficilissimo, l’erogazione di energia elettrica e di acqua è precaria, la sicurezza inesistente, il clima infernale, l’assistenza internazionale ridotta al lumicino dopo che gli americani hanno tagliato i fondi, c’è chi si affitta la capanna di lamiera o la tenda miserabile in cui vegeta, frequenti gli scontri all’interno tra gruppi e con la popolazione locale, che è talmente povera da considerare privilegiati i rifugiati”.
Vent’anni fa, nel 2006, Mabil, dopo 10 anni di infanzia durissima a Kakuma, nel ghetto di terra arida e di lamiera, con la famiglia ha ottenuto il passaggio per l’isola-continente, domicilio ad Adelaide.
Qui, nella capoluogo dell’Australia, meridionale, Awer Mabil ha espresso il suo talento calcistico, anche se per realizzarsi ha giocato in Danimarca, Portogallo, Spagna, Svizzera, Turchia. Il culmine nel 2022 grazie al rigore contro il Perù che ha regalato al Paese che lo ospita la qualificazione mondiale.
Dai piedi nudi alle scarpette
Sette anni prima, il calciatore insieme al fratello, Awer Bul, al compagno di squadra Osama Malik, alla diplomatica Rachael West e all’imprenditore Ian Steel, ha creato la fondazione Barefoot to Boots (BTB, Dai piedi nudi alle scarpette da calcio). L’organizzazione fornisce supporto per la salute, istruzione, parità di genere dei rifugiati, dona ai bambini palloni, scarpe e magliette.
“La prima volta che sono tornato a Kakuma, non riuscivo a trattenere le lacrime”, ricorda il giocatore, che ancora oggi versa alla fondazione metà del suo stipendio che gli passa la società di calcio spagnola in cui milita.
“Sono solo un atleta, e nemmeno particolarmente bravo, ma i bambini mi accolgono come un vero eroe. Non me lo merito. I miei genitori, i miei veri eroi, mi hanno portato in Australia. Sono io il fortunato, credo che la gente semplicemente non si renda conto di come vivono coloro che non sono stati altrettanto fortunati. Ce ne sono centinaia di migliaia. Dobbiamo fare tutto il possibile per loro. No, non sono una star. Non sono ricco. Non è questo che mi interessa, ma come aiutare chi è più talentuoso di me. Ce ne sono tanti, e anche loro aspettano la loro occasione.”
Sfollati dalla guerra
Parallela e “convergente” la vicenda umana e professionale di Mohamed Tourè. I genitori Amara e Mawa, originari della Liberia sono sfollati dalla guerra civile liberiana e hanno trovato salvezza in un campo di Conakry (Guinea) nel 1990. Dopo 14 anni di stenti in un limbo a cielo aperto, quando Tourè aveva appena 8 mesi, è arrivato il viaggio della speranza e della nuova vita nel continente oceanico.
“Dopo essersi stabiliti ad Adelaide nel 2004, la famiglia Touré – Come ha ricordato la settimana scorsa l’emittente australiana Abc – ha trovato la propria casa e la strada verso il successo”.
E non solo lui. “Dotati di talento naturale, determinazione e personalità affascinanti, i fratelli Al Hassan, Mohamed e Musa Touré hanno subito attirato l’attenzione degli osservatori”. Dei tre fratelli, in nazionale ci è finito il fratello di mezzo, Mohamed detto Mo, orgogliosamente supportato da tutta la famiglia.
La loro storia si intreccia con quella di altri due giovani campioni del football di Adelaide: i fratelli Tete Owen e Kusini Boja Yengi, 25 e 27 anni, figli di due sud sudanesi, Emma e Ben Yengi.
Terra natale
Il capofamiglia, Ben, dopo il suo arrivo ad Adelaide all’inizio degli anni ’70, ha lavorato per diverse organizzazioni a sostegno dei rifugiati, nel campo multiculturale e sanitario, oltre che per l’Università di Adelaide. Ha anche dedicato più di un decennio ad aiutare sette nipoti e altri parenti a lasciare il campo profughi in Uganda, dove suo padre, suo fratello, sua cognata, sua nipote e otto cugini erano morti per malattia.
Nel 2007 si è trasferito tra il Sud Sudan e l’Uganda, per continuare a fornire servizi sanitari e scolastici alla terra natale. E da lì – ha scritto un giornale australiano. – a 12 mila chilometri di distanza, ha seguito la crescita anche calcistica dei ragazzi, che hanno trascorso una parte dell’adolescenza in Sud Sudan. ”Giocavamo a calcio con palloni, rotondi o quadrati, fatti di sacchetti di plastica arrotolati e legati con uno spago – ha ricordato pochi giorni fa Kusini, parlando con l’emittente ABC – e le porte le delimitavamo con due pietre”.
Dopo 10 anni, Kusini, che a causa di un infortunio ha dovuto saltare il campionato mondiale, ha voluto rivedere i luoghi dell’infanzia: “Era la prima volta che tornavo in Africa dopo tanto tempo, quindi è stato fantastico incontrare mio padre e vedere come dare il mio contributo alla comunità da cui provengo “.
Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vuoi contattare Africa ExPress?
Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 oppure +39 377 090 5761
Ci si può abbonare gratuitamente ad Africa Express sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglk
LA NOSTRA LIBERTÀ È ANCHE LA TUA:
DIFENDILA DESTINANDO IL TUO 5X1000 A
SENZA BAVAGLIO E AFRICA EXPRESS
CODICE FISCALE 97689150155
I quotidiani online Senza Bavaglio e Africa ExPress sono editati da Senza Bavaglio Centro Studi Giornalismo. Sono distribuiti gratuitamente e i nostri contributi non sono retribuiti. E’ tutto lavoro volontario ma svolto con professionalità e autorevolezza.
Tuttavia, dobbiamo affrontare parecchi costi. Per favore vi preghiamo quindi di sostenerci destinando a noi il vostro 5×1000. A voi non costa niente (il contributo è obbligatorio, la sua destinazione facoltativa) ma ci aiuterete a mantenere la nostra libertà. Siamo testate autonome e indipendenti e tali vogliamo restare.
Per destinare il vostro 5×1000 a Senza Bavaglio e Africa ExPress basta scrivere il nostro codice fiscale 97689150155 nell’apposita casella della vostra dichiarazione dei redditi.

Sostieni il nostro giornalismo indipendente
Ogni contributo aiuta a mantenere l’informazione libera.
Sostieni il nostro giornalismo indipendente
Ogni contributo aiuta a mantenere l’informazione libera.
