Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 febbraio 2026
Lo scorso ottobre, con la caduta di al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale (Sudan) la comunità internazionale tutta si era indignata per il massacro di oltre mille persone trucidate dalle Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti.
I morti causati dalla furia omicida dei paramilitari sudanesi non erano “solo” mille come denunciato allora. Dopo mesi di indagini si è scoperto che le vittime delle RFS sono ben oltre 6000, persone ammazzate senza pietà nei primi tre giorni dopo la conquista del capoluogo del Darfur settentrionale.
Rapporto rivela massacro
L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite rivela maggiori dettagli su quanto è successo in quei giorni a al-Fasher subito dopo essere stata conquistata dalle RFS.

La relazione, stilata dall’OHCHR (Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), è basata su centinaia di interviste effettuate alla fine del 2025 a sopravvissuti e testimoni. OHCHR ha così potuto documentare migliaia di uccisioni nei primi tre giorni dell’offensiva delle RSF. Tuttavia, nel rapporto viene precisato che il bilancio complessivo delle vittime durante l’offensiva durata settimane è “senza dubbio significativamente più alto”.
Le RSF e le milizie arabe alleate hanno compiuto uccisioni di massa ed esecuzioni sommarie, violenze sessuali, rapimenti a scopo di estorsione, torture e maltrattamenti, detenzioni, sparizioni, saccheggi e utilizzo di bambini nelle ostilità. Molti attacchi sono stati diretti contro civili e persone sulla base dell’etnia o della presunta affiliazione.
Lotta per il potere
I paramilitari sudanesi, dopo un assedio di 18 mesi, avevano messo in fuga lo scorso ottobre la VI divisione dell’esercito sudanese (SAF), la cui base era nella periferia della città. SAF, il cui leader è Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan e le RFS sono in guerra dall’aprile 2023. Una sanguinoso e brutale lotta per il potere, centrata sul controllo assoluto del Sudan, che ha messo in ginocchio l’intero Paese.
Ora, l’Alto Commissario di OHCHR, Volker Türk, ha rinnovato l’appello a tutte le parti in causa, affinché pongano fine a quelle che ha definito “gravi violazioni commesse dalle forze sotto il loro comando”.
Campo addestramento RSF in Etiopia
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) continuano a negare il loro appoggio agli uomini di Hemetti. Eppure, secondo un’inchiesta di Reuters di pochi giorni fa, Abu Dhabi avrebbe finanziato un campo di addestramento “segreto” per i paramilitari delle RFS a Benishangul-Gumuz, Etiopia.

Ovviamente il ministero degli Esteri degli EAU ha risposto seccamente alla Reuters, affermando che il loro Paese non è parte in causa nel conflitto in Sudan e tantomeno è coinvolto “in alcun modo” nelle ostilità.
Il portavoce del governo etiopico e le RSF non hanno risposto alle richieste dettagliate della Reuters di commentare la presenza di questo sito.
Immagini satellitari mostrano il campo, situato nella remota regione occidentale di Benishangul-Gumuz, vicino al confine con il Sudan.
Diverse fonti, tra questi anche un alto funzionario del governo etiopico hanno confermato che Abu Dhabi avrebbe finanziato la costruzione del campo. E non solo, avrebbe inviato anche istruttori militari e provvederebbe, inoltre, al supporto logistico del sito.
In seguito alle rivelazioni della Reuters, l’Autorità per i Media (EMU) di Addis Abeba, ha negato il rinnovo della tessera per l’accreditamento dei tre giornalisti dell’Agenzia. EMU ha anche ritirato l’autorizzazione ai reporter dellai Reuters per coprire il 39esimo vertice dell’Unione Africana, che si è svolto il 14-15 febbraio.
Intanto gli Emirati utilizzano il porto di Berbera nel Somaliland, recentemente riconosciuto come Stato indipendente da Israele, per rifornire di armamenti le RFS come dimostra il video qui sotto.
Situazione umanitaria drammatica
Nel ex protettorato anglo-egiziano la situazione peggiora di giorno in giorno e, secondo l’ONU si tratta della peggiore crisi umanitaria al mondo, con oltre 9 milioni di sfollati e più di 4 milioni di persone che si sono rifugiati nei Paesi limitrofi, come Ciad, Egitto, Centrafrica, Etiopia, Sud Sudan, Uganda, Libia. I morti non si contano più: sono decine e decine di migliaia.
Chi è sopravvissuto alle bombe, alle pallottole, alla fame, al pericoloso tragitto verso un Paese straniero, inizialmente ha creduto di essere al sicuro, pieno di speranza di poter ricominciare una nuova vita senza pericoli. Purtroppo per molti non è stato così.
Dall’inizio dello scoppio della guerra in Sudan nell’aprile 2023, tantissimi rifugiati sudanesi sono arrivati in Libia. Nella città meridionale di Kufra, i richiedenti asilo sono finiti in campi insalubri. Senza prospettiva alcuna. Pertanto c’è chi ha deciso di tornare nel Paese di origine, nonostante gli orrori dei combattimenti.
Deportazioni forzate
Anche in Egitto le cose non vanno meglio. Organizzazioni per i diritti umani hanno riferito che attualmente centinaia di sudanesi e altri richiedenti asilo sono detenuti nelle putride galere egiziane, in attesa di essere deportati.
Egyptian Network for Human Rights ha denunciato pochi giorni fa la morte di un migrante fuggito dal Sudan – in possesso di regolare permesso di soggiorno -, in una prigione egiziana.
Una settimana fa un altro rifugiato sudanese aveva fatto la stessa fine in una cella di una stazione di polizia, dove era stato portato dopo il suo arresto.
Secondo la piattaforma per i rifugiati in Egitto, le deportazioni forzate sono ormai all’ordine del giorno. Nel 2025 sono stati rispediti a casa quasi 3000 sudanesi. E, in base a quanto riportato dall’ambasciatore di Khartoum accreditato a Il Cairo, attualmente oltre 400 connazionali sono detenuti nelle prigioni egiziane.
Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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