Pakistan, Egitto, Arabia Saudita, Turchia: insieme per risolvere i conflitti in Medio Oriente

Formato all’indomani dell’inizio della guerra all’Iran, il "Quartetto" alla prova sui dossier della regione

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Speciale Per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
27 giugno 2026

Il 21 giugno scorso si è tenuta al Cairo la quarta riunione dei ministri degli Esteri di Egitto, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, per discutere dei recenti sviluppi regionali in vista del raggiungimento della pace e della stabilità nella regione mediorientale.

L’incontro, programmato inizialmente a Al-Alamein, si è tenuto lo stesso giorno in cui in Svizzera sono cominciati i negoziati tra Iran e Stati Uniti previsti dal Memorandum of Understanding firmato una settimana prima dai presidenti Trump e Pezeshkian, che ha fermato la guerra in Medio Oriente.

Iniziato il 28 febbraio da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, il conflitto si è esteso infatti su più fronti: ai Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, al Libano dove è riesplosa la guerra tra Hezbollah, filo iraniano, e Israele. Allo stretto di Hormuz, chiuso dal primo di marzo dalla Repubblica Islamica, facendo schizzare il prezzo delle materie energetiche sui mercati.

Il Memorandum, detto anche accordo di Islamabad, è stato raggiunto con la mediazione del Pakistan, i cui sforzi sono stati sostenuti dal Qatar in primo luogo e, seppure in misura minore, dall’Egitto, dalla monarchia saudita e dalla Turchia.

Un primo incontro tra i ministri degli Esteri dei quattro Paesi si era tenuto a Riyad il 19 marzo scorso, durante il summit dei rappresentanti dei Paesi Islamici (Turchia, Azerbaijan, Qatar, Bahrain, Egitto, Giordania, Kuwait, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria e Emirati Arabi Uniti), allarmati dall’escalation in Iran.

“Quartetto”: riunione a margine del Forum diplomatico di Antalya

Le delegazioni del “Quartetto” si sono incontrate di nuovo il 14 aprile a Islamabad ribadendo la necessità di intensificare gli sforzi diplomatici per contenere la crisi in Medio Oriente e rafforzare la sicurezza e la stabilità regionali. Tre giorni dopo i quattro ministri si sono ritrovati un’altra volta in Turchia, a margine del Forum Diplomatico di Antalya 2026.

Nell’incontro del Cairo, il principe saudita Faisal bin Farhan Al Saud, il ministro degli Esteri e vice primo ministro del Pakistan Mohammad Ishaq Dar, Badr Abdelatty, capo della diplomazia egiziana e il suo omologo turco Hakan Fidan hanno espresso il loro sostegno ai negoziati tra Iran e Usa in corso nelle stesse ore presso il Burgenstock resort sul lago di Lucerna.

Hanno auspicato il successo di questa prima sessione di colloqui per passare alla fase successiva e raggiungere una soluzione “duratura, verificabile e mutualmente accettata”, in cui si tenga conto delle preoccupazioni dei Paesi della regione in vista di un rafforzamento della sicurezza collettiva e della stabilità a lungo termine.

Sul tavolo del “Quartetto” anche l’escalation di Israele in Libano e la causa palestinese, con particolare attenzione alla situazione umanitaria a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, che, hanno sottolineato nel comunicato finale, rimane centrale per la stabilità di tutto il Medio Oriente.

I quattro ministri – i cui Paesi fanno parte del Board of Peace voluto da Trump per la ricostruzione di Gaza, ma che finora non ha mosso un dito – hanno espresso il loro sostegno ai diritti legittimi del popolo palestinese e alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente nei confini del 1967 con Gerusalemme Est capitale, quale fondamento indispensabile per raggiungere una pace duratura, in accordo con le relative risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il summit del 21 giugno al Cairo, tra Egitto, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia segna una tappa ulteriore di un coordinamento tra Paesi arabi che potrebbe assumere un peso crescente nel ridisegno del Medio Oriente.

Secondo quanto riporta il Daily News Egypt infatti, il presidente egiziano Al-Sisi avrebbe avanzato l’idea di dare una struttura istituzionale a questo meccanismo di consultazione, capace di contribuire alla stabilità della regione e di affrontare le crisi. Sarebbe un passo ulteriore rispetto al rafforzamento del partenariato, del coordinamento e della collaborazione nei campi di “interesse comune” di cui hanno parlato ad Antalya.

Da considerare che, nell’ambito della sicurezza, la Turchia ha investito molto nell’industria della difesa, in particolare nella produzione di droni, missili e jet. Il Pakistan possiede testate nucleari, la monarchia saudita sta diventando un polo di rilievo per le tecnologie avanzate, l’Egitto dispone di cospicue forze armate e controlla il canale di Suez.

Tra l’altro, durante la visita a febbraio del presidente turco Recep Tayyp Erdogan, al Cairo, l’Egitto e la Turchia hanno sottoscritto un accordo militare bilaterale per rafforzare la cooperazione nel campo della sicurezza.

Nell’occasione, il fornitore di armi turco Mechanical and Chemical Industry Corporation ha firmato un contratto di forniture da 350 milioni di dollari al ministero della Difesa egiziano, che comprende il Sistema di difesa aerea a breve raggio Tolga, la vendita di munizioni e una linea di produzione in Egitto.

La Turchia, che è anche membro della NATO, già l’anno scorso ha cercato di aggregarsi all’accordo di mutua difesa firmato a  settembre 2025 da Arabia saudita e Pakistan e sta tentando di coinvolgere l’Egitto.

Il presidente turco, Recep Erdogan con il suo omologo Abdel Fattah al-Sisi

Mentre qualcuno si chiede se non stia nascendo una NATO islamica, alla base del coordinamento tra i quattro Stati c’è la constatazione della necessità di una certa presa di distanza dalla dipendenza straniera in materia di sicurezza, specie dopo i bombardamenti iraniani sulle strutture energetiche e civili dei Paesi del Golfo e la chiusura dello stretto di Hormuz, senza che gli stessi USA ne assumessero il costo.

Come osserva il professor Ismail Numan Telci, in un articolo pubblicato a maggio da Aljazeera Center for Studies, la sfiducia verso l’America – suscitata dall’invasione dell’Iraq del 2003 – la debole risposta all’attacco del 2019 degli Houti (la formazione yemenita sostenuta dall’Iran) alle strutture petrolifere statali della ARAMCO in Arabia Saudita, l’incapacità di rispondere alle crisi regionali e l’espansione delle operazioni militari israeliane specie dopo il 7 ottobre 2023, hanno contribuito a diffondere un profondo senso di insicurezza.

La stessa politica dell’America First del presidente Trump fa presagire che gli Usa potrebbero non essere a lungo il partner su cui contare per risolvere i conflitti della regione.

Dall’altra, organi quali la Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, attivi sul piano diplomatico ma non securitario, si sono limitati negli anni a lanciare comunicati sia nelle crisi in Siria, Yemen, Libia, Sudan sia dopo l’attacco all’Iran del 28 febbraio.

Oltre all’indebolimento dell’autorevolezza del diritto internazionale e alla diminuita efficacia delle istituzioni multilaterali, la competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia ha introdotto nella regione mediorientale una serie di interferenze ma non stabilità.

Al contrario, queste intromissioni hanno rafforzato le divisioni, disegnando un quadro multipolare che ha prodotto minore garanzia di sicurezza più che opportunità di allineamento strategico.

“Piuttosto che costituire un rigido sistema di alleanze, il contesto quadrilaterale emergente – conclude il professor Ismail Numan Telci riferendosi al “Quartetto” – sembra funzionare come un meccanismo di coordinamento pragmatico permettendo agli Stati partecipanti di preservare l’autonomia strategica, rinforzando selettivamente la cooperazione in aree di interesse comune. Tali accordi riflettono una tendenza più ampia verso un regionalismo multipolare flessibile, in cui gli stati danno priorità alla collaborazione basata sulle questioni specifiche rispetto alla politica formale dei blocchi”.

Se il “Quartetto” si evolverà in qualcosa di più strutturato tale da affrontare e risolvere i conflitti oggi in corso è tutto da vedere. Ad esempio, fa notare Hasan Alhasan, senior fellow dell’International Institute for Strategic Studies, nonostante il patto di mutua difesa, per ragioni di equilibri interni  “il Pakistan ha schierato aerei da combattimento in Arabia Saudita solo dopo che è stato raggiunto il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, nonostante i numerosi attacchi con missili e droni iraniani contro la monarchia saudita nelle settimane precedenti”.

Un altro dossier con cui i singoli Paesi del “Quartetto” si stanno misurando riguarda il disarmo di Hezbollah in Libano, per il quale il presidente Trump vorrebbe coinvolgere militarmente la Siria di Al-Chareh. Il presidente siriano ha risposto di essere disposto a dialogare con la milizia sciita se necessario, ma niente truppe sul terreno.

Dati i suoi legami con la Siria, la Turchia pensa invece a un asse strategico tra Ankara, Beirut e Damasco per contrastare le ambizioni di Israele, attualmente attestato nella “zona tampone” al confine Sud del Libano, e fornire un’alternativa alla proposta del presidente americano per disarmare Hezbollah sull’esempio di alcune milizie filo iraniane in Iraq.

Ma il Libano accetterà l’influenza della Turchia dopo che ha firmato un accordo per la delimitazione della frontiera marittima con la Repubblica di Cipro?

L’Egitto a sua volta ha lanciato in proposito un documento, Accordo quadro per una soluzione graduale volta a rafforzare la sovranità dello Stato libanese e ad attuare l’Accordo di Taif, col quale propone il disarmo graduale dell’ala militare del Partito di Dio e l’integrazione di alcuni suoi quadri nell’esercito regolare libanese e nelle forze di sicurezza. Riuscirà il “Quartetto” a formulare e strutturare un percorso praticabile?

Formatosi come reazione alle aggressioni israeliane e alla guerra di Usa e Israele con l’Iran, il “Quartetto” riunisce Paesi che in passato hanno avuto relazioni instabili. Sono comunque delle potenze nella regione e tutto dipenderà da come reagiranno non solo agli shock geopolitici ma anche dagli allineamenti regionali non sempre stabili.

Emanuela Ulivi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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