A 48 metri dal cielo, il kenyota Kirui è stato ucciso dall’Everest

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Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
26 maggio 2024

Voleva solo sfiorare il cielo. Voleva farlo dal tetto del mondo, l’Everest, ma scalandolo – primo africano nella storia – senza l’aiuto delle bombole di ossigeno. A 48 metri dalla meta, invece, il cielo se lo è portato via.

Joshua Cheruiyot Kirui

Il keniota Joshua Cheruiyot Kirui, 40 anni, affermato dirigente bancario di professione, maratoneta e scalatore per passione, è stato trovato senza vita a 8800 metri di altezza. Di lui e della sua guida nepalese, Nawang Sherpa, 44, si erano perse tracce e notizie mercoledì scorso, 22 maggio.

Il giorno seguente, l’Everest Today, che segue con particolare attenzione le cime sopra gli 8 mila dell’Himalaya e del Karakorum, ha annunciato: “È con profonda tristezza che condividiamo la notizia della morte dell’alpinista keniota Cheruiyot Kirui sull’Everest. Il suo corpo è stato trovato a poca distanza dalla vetta. Chiamiamo il punto della sua morte sul Monte Everest (8848.86m) Cheruiyot Point per onorare il primo africano quasi al vertice dell’Everest senza usare ossigeno supplementare. E anche il Kenya – ha aggiunto Everest Today – dovrebbe dedicare a questo alpinista una delle sue montagne”.

“Ora che è morto, la patria si gloria di un nuovo eroe alla memoria, ma chi lo amava aspettava il ritorno di un figlio vivo, di un eroe morto che ne farà?”. Potrebbero dirlo, pur senza conoscere Fabrizio De André, la mamma Ruth Kenduywo e il papà Wilson Kenduywo, che nel loro villaggio di Chepterit (contea di Nandi, nella provincia Rift Valley, 250 km dalla capitale), attendevano buone nuove da questo loro figliolo di cui andavano fieri.

Non solo era diventato dirigente di un importante istituto finanziario, Kenya Commercial Bank, ma, travolto da una irrefrenabile passione per lo sport, aveva corso maratone e mezze maratone e si era dedicato, negli ultimi 10 anni, con tutte le forze all’alpinismo: era arrivato a scalare il Kilimangiaro (5895 metri) e ben 15 volte il Monte Kenya (5199 metri). “Fin da bambino amava arrampicarsi sugli alberi, i cipressi e gli eucaliptus del nostro compound – ha ricordato la mamma in un’intervista rilasciata sabato, 25 maggio al canale keniota NTV – io tremavo di paura e mi rinchiudevo in casa per non vederlo in cima. A ogni sua impresa mi si stringeva il petto dall’ansia”.

“Ha scritto un libro sulle montagne, è stato una settimana sulle Alpi, più recentemente in Argentina – ha aggiunto il papà – per lui scalare era diventato un lavoro, ma era sempre attento alla sicurezza. Eravamo orgogliosi di lui. E speravamo che la sua ultima impresa portasse gloria a lui e alla nazione”.

I genitori dello scalatore kenyota, Joshua Cheruiyot, morto sull’Everest

L’obiettivo di Joshua Cheruiyot era, infatti, quello di toccare la punta del pianeta senza bombole. Il bancario prestato all’alpinismo sapeva bene che già un suo connazionale, James Kagambi, era stato il primo africano e keniota a raggiungere il tetto terrestre nel maggio di 2 anni fa (ne avevamo parlato anche su Africa Express). Lui però voleva fare di più – come aveva dichiarato nella sua ultima intervista (quotidiano The Star, 21 marzo scorso) alla vigilia della spedizione rivelatasi fatale.

“L’arrampicata sull’Everest è già stata fatta. Penso che l’unica differenza sia salire senza ossigeno. Questo non è stato fatto da nessun africano. È il modo più difficile per scalare il Monte Everest, ma senza questa sfida mi sembrerebbe di non aver raggiunto molto. So che ci sono rischi, ma non sono suicida”,

Kirui aveva aggiunto di essere preparato mentalmente e fisicamente e di non aver trascurato nessun dettaglio, anche alimentare: “Abbiamo bisogno di molti fluidi, di acqua. Il cibo deve essere facilmente digeribile, come lo zucchero semplice, i noodles e il riso. La carne non aiuta perché il tuo corpo potrebbe non digerire cibi complessi. Servono zuppe come quella di aglio, bevanda sana utile a mantenere il corpo caldo e prevenire il mal di montagna. Quando mi impegno in qualcosa, ho l’intenzione di tornare vivo e raccontare di persona ai miei cari quello che ho fatto”, aveva concluso

A mamma e papà è arrivata, invece, la telefonata di un altro figlio, che comunicava la ferale notizia. Una caduta, forse, è stata fatale a Joshua e al suo sherpa Nawang. Quando erano a due passi dal cielo.

“Dio dà e Dio toglie” è stato il commento rassegnato del primo scalatore, James Kagambi. Di certo questa ennesima tragedia ricorda – come ha scritto The Nation – che scalare l’Everest non è come fare una passeggiata nei parchi di Nairobi. Nella stessa settimana nel monte supremo del pianeta sono morti altri tre alpinisti, ha sottolineato Himalaya Times, che ha aggiunto: “Lo scalatore dagli ultimi contatti radio sembrava avesse un comportamento anormalo, ma si rifiutava di ricorrere all’ossigeno”.

Secondo gli ultimi dati ufficiali, dagli anni ’20 a oggi sull’altare del re dell’Himalaya le vittime sacrificate sono 340. Oltre 200 hanno trovato sepoltura fra i ghiacci perenni. Joshua Cheruiyot Kuri sarà fra esse. Riportarlo a casa costerebbe 190 mila dollari.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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