La guerra di Israele a Hezbollah rischia di distruggere il Libano

Nonostante l’accordo tra Iran e USA, che nelle intenzioni del Pakistan doveva comprendere anche lo stop agli attacchi dal e sul piccolo Paese, nel primo giorno del cessate il fuoco Tel Aviv ha bombardato pesantemente anche Beirut: 357 morti, un massacro

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Speciale Per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
12 aprile 2026

Le bombe che Israele continua a sganciare sul Libano non colpiscono solo la catena di comando di Hezbollah, le sue postazioni, le strutture finanziarie a Beirut o il suo arsenale nella valle della Beqaa. Riaprono ferite mai sanate del tutto nella società e mettono a nudo la vulnerabilità delle istituzioni libanesi.

Guerra a fianco di Teheran

La reazione di Hezbollah il 2 marzo scorso, quando ha lanciato sei razzi su Israele, di concerto con Teheran, dopo l’attacco di USA e Israele all’Iran e l’uccisione della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha riaperto il conflitto.

La risposta israeliana non si è fatta attendere: in poco più di un mese quasi 2000 i morti, tanti civili, oltre un milione e duecentomila sfollati, molti dei quali senza un tetto. Decine i villaggi distrutti al Sud, dove Israele sta avanzando contrastato dai miliziani di Hezbollah.

Israele bombarda Beirut

L’esercito di Tel Aviva ha inoltre fatto saltare tutti i ponti che collegano la regione a sud del fiume Litani al resto del Libano e intende creare una zona tampone per mettere in sicurezza i villaggi del Nord della Galilea.

Nonostante l’accordo tra Iran e USA, che nelle intenzioni del Pakistan e della Repubblica Islamica doveva comprendere anche lo stop agli attacchi dal e sul Libano, il primo giorno del cessate il fuoco Israele ha bombardato pesantemente il territorio libanese e in particolare la capitale: 357 morti, un massacro. Il Libano e Israele tratteranno ugualmente, e da questi negoziati diretti dipenderà il futuro del Paese dei Cedri.

Il disarmo sciita

In realtà il conflitto in Libano non è mai finito nonostante il cessate il fuoco firmato il 26 novembre 2024, a conclusione della guerra iniziata dal Partito di Dio l’8 ottobre 2023 in appoggio ad Hamas a Gaza.

Pur essendosi ritirato dal territorio libanese, Israele ha continuato ad occupare cinque postazioni ed ha proseguito i raid che hanno provocato centinaia di morti non solo tra le file di Hezbollah ma anche tra la popolazione. Un motivo in più per la milizia sciita per opporsi al disarmo richiesto esplicitamente dall’accordo di cessate il fuoco, al quale sia il presidente della repubblica che il governo hanno dato seguito fin dal loro insediamento, adottando il piano di disarmo predisposto dalle forze armate.

La questione del disarmo di Hezbollah, previsto alla fine della guerra civile e da varie risoluzioni Onu, è strettamente intrecciata alla situazione e alla storia del Libano. Indipendente dal 1943, il Libano ospita dal 1948 centinaia di migliaia di palestinesi, è stato teatro di una guerra civile durata 15 anni, definita da Ghassan Tueni  in un libro celeberrimo “Une guerre pour les autres”, ha subito dal 1976 al 2005 l’occupazione e la tutela siriana, ben infiltrata nelle istituzioni, e le invasioni e l’occupazione del Sud da parte di Israele dal 1982 al 2000. In altre parole il Libano è uno stato che non ha mai potuto esercitare appieno la sua sovranità.

Dall’altra, il Partito di Dio, armato e finanziato dall’Iran, sostenuto dal regime siriano degli Assad padre e figlio fino a dicembre 2024, siede in Parlamento e ha esteso la sua influenza attraverso una serie di istituzioni sociali che hanno riempito l’assenza dello Stato. Ha consolidato il suo potere e il suo prestigio quando è riuscito a far ritirare Israele dal Libano nel 2000, e esercitando quel potere di veto all’interno del governo, previsto dall’accordo di Doha del 2008.

E’ diventato quello che molti chiamano “uno Stato nello Stato”, con un proprio apparato, migliaia di combattenti e un arsenale inaccessibile. Hezbollah è soprattutto un segmento dell’“asse della resistenza” architettato e foraggiato dall’Iran a Gaza, in Iraq, in Siria, nello Yemen e in Libano, indebolito dalle controffensive israeliane dopo il 7 ottobre 2023 e dal cambio di regime in Siria, ma che l’Iran intende salvaguardare anche nei prossimi negoziati con gli Usa in Pakistan.

A differenza però della guerra con Israele del 2006, provocata dall’uccisione da parte di Hezbollah di tre soldati israeliani e dal rapimento di altri due, quando la popolazione libanese aveva solidarizzato con i combattenti sciiti della “resistenza”, lo stesso non è accaduto nella guerra del 2023 e in quella del marzo scorso, scatenate su ordine di Teheran.

Agli occhi della maggior parte dei libanesi queste sono “guerre degli altri”, di cui stanno pagando il prezzo, altissimo, senza averle decise. Ciononostante Hezbollah è ritenuto da buona parte della popolazione l’unica forza militare capace di difendere il Libano e di dissuadere Israele, i cui ministri messianici non vedono l’ora di estendere il confine Nord fino al fiume Litani, in vista di un “Grande Israele”.

L’esercito specchio del Paese

Il Libano non ha in effetti un esercito efficiente. Stando alle cifre fornite dal quotidiano l’Orient-Le Jour a marzo, conterebbe in tutto 83.000 militari, malpagati, con salari ridotti del 70/75 per cento dalla crisi finanziaria che dura dal 2019.

Un soldato dell’esercito libanese

Come nelle istituzioni statali, l’equilibrio confessionale viene mantenuto negli alti gradi, mentre il 70 percento dei soldati sono musulmani, per lo più sciiti, e solo il 30 percento cristiani. Senza risorse statali, l’equipaggiamento dipende soprattutto dagli aiuti degli Stati Uniti, e dispone di armi e mezzi non certo in grado di contendere col livello e le tecnologie né di Israele né di altri Paesi. Non ha mai preso parte ai conflitti che hanno riguardato il Libano, ad eccezione di alcuni combattimenti contro dei gruppi jihadisti. Dal 1991 partecipa al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Dopo il cessate il fuoco del 2024, in coordinamento con le forze dell’UNIFIL a Sud del Litani, l’esercito ha  requisito armi e a neutralizzato i tunnel di Hezbollah. Alla fine di novembre 2025 aveva sequestrato 230.000 pezzi tra munizioni, piattaforme di lancio missili e armi varie. Messo fuori uso 177 i tunnel.

Diecimila  soldati sono stati dislocati al Sud in 200 postazioni lungo la frontiera con 20 i punti di controllo. Risultati che non hanno mai persuaso Israele, convinto che il traffico d’armi dalla Siria e i flussi finanziari illeciti destinati alla milizia non si fossero mai interrotti, e che Hezbollah continuasse le sue attività al Sud con nuove infrastrutture nonostante la smentita dell’Unifil.

Le istituzioni alla prova

La prudenza del capo delle forze armate, il generale Rodolphe Haykal, nell’applicare la seconda fase del piano di disarmo di Hezbollah nella zona a Nord del Litani fino al fiume Awali, che il Partito di Dio rigettava, era ben motivata.

Dopo la decisione presa dal governo il 3 marzo scorso per evitare l’escalation di Israele, di dichiarare illegali le attività di Hezbollah e di permettere il ricorso alla forza per disarmarlo, in una lettera pubblicata su un giornale vicino alla formazione filoiraniana, un gruppo di “Ufficiali patrioti dell’esercito libanese” si rifiutava di confrontarsi con Hezbollah, definite “forze nazionali che subiscono un’aggressione straniera”.

Con l’intensificarsi delle operazioni delle forze israeliane, alla fine di marzo i soldati libanesi si sono ritirati da alcuni villaggi del Sud che gli abitanti non avevano voluto abbandonare, per timore di essere di nuovo attaccati o catturati dalle truppe israeliane.

E quando il governo ha proibito tutte le attività dei Guardiani della Rivoluzione iraniani presenti in Libano e successivamente dichiarato l’ambasciatore iraniano in Libano persona non grata, stretto giro è arrivata la risposta di Teheran: l’ambasciatore resterà.

Ed è rimasto, come volevano Hezbollah e il presidente del parlamento Nabih Berry. A riprova della fragilità delle istituzioni statali, sempre più sotto tiro.

Le paure del passato

Lo spettro di una nuova guerra civile può anche avere il volto degli sfollati. Sono ormai centinaia di migliaia i rifugiati dalle zone di combattimento e dalla banlieue Sud di Beirut, bombardata senza posa da Israele. Intere famiglie sono accampate sui marciapiedi della Corniche e nelle piazze della capitale da più di un mese alle intemperie. Altri sono stati sistemati allo stadio, altre ancora in istituti religiosi.

C’è molto volontariato spontaneo. A Sidone la municipalità fa quello che può. Ma la solidarietà dei cittadini non è più la stessa di due anni fa. Anche disponendo di mezzi, non sempre agli sfollati viene dato un alloggio in affitto.

Gli omicidi mirati di Israele, che bracca e uccide responsabili ed esponenti di Hezbollah negli appartamenti dei palazzi o negli hotel, hanno aggiunto la paura alla collera per questa nuova guerra. In alcuni quartieri i cittadini sono scesi in strada per dire che non volevano sfollati, non volevano diventare scudi umani, evocando i massacri subiti durante la guerra civile.

Non sono benvoluti in territori, parti di città, parcellizzati in zone confessionali e territoriali di appartenenza, legati alla storia del Libano.Tensioni comunitarie e ripiegamento in se stessi che, se non indirizzate, rischiano di esplodere e di far saltare in aria il Libano “Paese messaggio” della convivenza.

Emanuela Ulivi
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