Il pretesto dell’arma nucleare per scatenare la guerra all’Iran

Sostenere che la Repubblica islamica avrebbe rappresentato una minaccia imminente alla sicurezza nazionale della superpotenza americana e all’esistenza stessa dello Stato ebraico è una falsità priva di qualsiasi fondamento

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Speciale Per Africa ExPress
Giovanni Porzio
3 marzo 2026

Gli Stati Uniti hanno 5.177 testate nucleari, Israele almeno 90, l’Iran nessuna. Sostenere che l’ Iran rappresenterebbe una minaccia imminente alla sicurezza nazionale della superpotenza americana e all’esistenza stessa dello Stato ebraico è una falsità priva di qualsiasi fondamento.

Al contrario, l’Iran degli ayatollah non è mai stato così vulnerabile, indebolito dall’offensiva israelo-americana dello scorso giugno, da decenni di sanzioni, da una crisi economica che ha innescato un’ondata di proteste, represse nel sangue, inizialmente contro il carovita e la svalutazione del rial e poi dirette contro la leadership del Paese e il sistema di potere che la sorregge.

Oltre 150 bambine morte sotto il bombardamento di una scuola primaria

La caduta del regime di Bashar Assad in Siria ha privato Teheran del suo principale alleato e i colpi inferti dalle IDF (Israel Defence Forces, l’esercito) a Hezbollah in Libano, ad Hamas a Gaza e agli Houthi in Yemen hanno frantumato quell’“asse della resistenza” che formava l’ossatura della strategia regionale della Repubblica Islamica.

Non stiamo dunque assistendo a un “attacco preventivo” in presenza di un pericolo immediato, come hanno dichiarato con scarsa convinzione, molta ipocrisia e abbondante faccia tosta Netanyahu e i suoi generali, ma a un’operazione su larga scala, in aperta violazione del diritto internazionale, pianificata da mesi nei minimi dettagli sulla base delle informazioni raccolte dai sistemi di spionaggio elettronico e dai numerosi agenti della Cia e del Mossad presenti sul suolo iraniano.

Cortina Fumogena

Risulta ora chiaro come i negoziati di Ginevra altro non fossero se non una cortina fumogena destinata al fallimento.

Cosa ha spinto Netanyahu e Trump a scatenare la terza guerra del Golfo, un conflitto che rischia di destabilizzare l’intero Medio Oriente e di avere conseguenze imprevedibili, non solo all’interno della Repubblica Islamica? La questione nucleare è pretestuosa.

Teheran ha sempre negato l’esistenza di un programma militare segreto: dopo la decisione di Trump di uscire dagli accordi JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, trattato che mirava a garantire che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico) firmati nel 2015 sotto la presidenza Obama l’Iran ha arricchito l’uranio a livelli superiori a quelli necessari per uso civile, ma non ci sono prove che stia fabbricando ordigni atomici. Proprio Trump, del resto, aveva dichiarato in giugno che il programma nucleare iraniano era stato “obliterato”.

Somme enormi

Il premier israeliano, che alle legislative del prossimo ottobre rischia di perdere la maggioranza alla Knesset, sa che la sua sopravvivenza politica – come dimostrato dai due anni di massacri a Gaza – dipende dal mantenimento di uno stato di guerra permanente: il conflitto con l’Iran gli consente di accreditarsi come il baluardo della patria minacciata.

Israele ha investito enormi somme e incessanti sforzi per convincere la comunità internazionale e l’opinione pubblica interna che Teheran, la “testa del serpente”, rappresenta un pericolo non solo per lo stato ebraico ma per la stabilità globale.

C’è poi un altro calcolo. Il famigerato Board of Peace, inaugurato dieci giorni prima dello scoppio di questa guerra, avrebbe dovuto (nei deliri di The Donald) risolvere i conflitti in Medio Oriente e nel mondo intero sostituendosi alle Nazioni Unite. Benché si tratti, come lo ha definito il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, di una “struttura neocoloniale”, o più semplicemente di un comitato di affari per promuovere gli interessi politici e finanziari del presidente e dei suoi accoliti, impedisce a Netanyahu di avere mano libera a Gaza come ha sempre fatto, di disarmare Hamas (che conserva l’armamento leggero) e di procedere all’annessione formale della Cisgiordania.

Board of Peace

Nel Board ci sono i Paesi arabi, con i quali Israele ha interesse a mantenere buoni rapporti. La Turchia, nonostante l’opposizione di Tel Aviv, si è impegnata a fornire truppe per la stabilizzazione di Gaza e sta già operando con personale umanitario nella Striscia.

La nuova guerra contro l’Iran serve a Netanyahu per far dimenticare lo sterminio di Gaza, che ha isolato Israele nel mondo, a ricompattare l’opinione pubblica interna, profondamente divisa, e a riattivare l’aggressiva agenda regionale dello stato ebraico.

Ipocrisia di Trump

Nell’attaccare l’Iran, Donald Trump, che aveva promesso di ridurre l’impegno militare americano all’estero e pretende il premio Nobel per avere, a suo dire, posto fine a otto guerre, ha giocato d’azzardo. In calo nei consensi, anche tra i repubblicani e i MAGA, con le votazioni di mid-term all’orizzonte e con la prospettiva di perdere il controllo del Senato, punta su un successo rapido e indolore per risalire la china dei sondaggi.

Ma l’Iran non è il Venezuela. L’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e la decapitazione dei vertici dell’esercito e dei Pasdaran (gli omicidi mirati sono una specialità israeliana, vietata dal diritto internazionale) dovrebbero provocare un “cambio di regime” e una sollevazione del popolo iraniano. È improbabile. Non esistono precedenti di un governo rovesciato solo con una campagna di bombardamenti aerei.

Tentativi USA falliti

I tentativi americani di abbattere manu militari i regimi ostili sono falliti o hanno prodotto conseguenze nefaste. In Afghanistan vent’anni di occupazione armata e centinaia di migliaia di vittime non sono bastati a sconfiggere i Taliban. Gheddafi è stato annientato da una coalizione di milizie armate sostenute dall’aviazione della Nato, ma la Libia è precipitata nell’anarchia e nella guerra civile.

Saddam Hussein è stato rovesciato (col pretesto della fake news sulle fantomatiche armi di distruzione di massa) da una imponente coalizione internazionale a guida americana: l’invasione ha causato almeno mezzo milione di morti, ha innescato un feroce conflitto etnico-religioso, ha consegnato il Paese alle milizie sciite ed è servita da incubatrice per lo Stato islamico.

L’Iran, con i suoi 92 milioni di abitanti, non può essere in ogni caso paragonato né alla Libia, né all’Afghanistan, né all’Iraq. Le strutture del regime sono articolate, non c’è un solo uomo al potere. Khamenei è già stato sostituito da un triumvirato a interim (l’ayatollah Alireza Arafi, il presidente Massud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholamhossein Ejei) in attesa della nomina del nuovo rahbar, la Guida della rivoluzione, da parte dell’Assemblea degli esperti.

Centri di potere

Le forze armate e i Pasdaran, che controllano le leve dell’economia e della finanza, sono altrettanti centri di potere. Come il majlis, il parlamento, il bazaar e le Fondazioni religiose. Un sistema non facile da scardinare, tenuto conto della sua resilienza e del suo pervasivo apparato repressivo.

Se poi l’obiettivo è quello di “ridisegnare la mappa del Medio Oriente” non c’è da rallegrarsi, perché a disegnarla, con tonnellate di bombe, saranno il responsabile del genocidio a Gaza, ricercato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale, e l’instabile tycoon di Mar-a-Lago. Che con il passare dei giorni, al contrario di Netanyahu, sembra ansioso di chiudere in fretta la partita.

A preoccupare Trump non sono le 160 vittime, in gran parte bambine, della scuola elementare di Minab centrata nelle prime ore del conflitto da uno dei suoi missili e neppure la chiusura dello stretto di Hormuz da cui passa il 20 per cento del petrolio e del gas mondiali, bensì la notizia dei primi tre morti americani.

Pochi favorevoli a intervento militare

I sondaggi dicono che negli Stati Uniti meno di un quarto della popolazione è favorevole all’operazione militare contro l’Iran. Se il numero delle bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce dovesse malauguratamente aumentare, si affretterà a dichiarare “mission accomplished” e a reclamare l’ambito premio Nobel.

Giovanni Porzio
porzio.giovanni@gmail.com
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