Caso Al Masri: la portata internazionale dello schiaffone della Corte Internazionale all’Italia

Roma accusata di non aver collaborato come avrebbe dovuto

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EDITORIALE
Valerio Giacoia
5 aprile 2026

Sarebbe gravissimo sottovalutare – relegandolo in fretta, tra un avventura amorosa e l’altra, a imprevisto di secondo piano politico – il deferimento dell’Italia da parte della Corte Penale Internazionale all’Assemblea degli Stati membri (è la prima volta nella storia del nostro Paese) per la mancata collaborazione sul caso Al Masri.

Il nostro governo è stato chiamato ancora una volta a chiarire la sua posizione sul pasticciaccio che riguarda il torturatore libico lasciato tranquillamente rimpatriare su un volo dei nostri servizi segreti e per giunta senza avvisare nessuno.

Il generale – arrestato poi comunque a Tripoli su ordine della procura libica lo scorso novembre e in attesa di processo – venne fermato dalla Digos in un hotel di Torino il 19 gennaio 2025. Era arrivato nel capoluogo piemontese dalla Germania per assistere alla partita di calcio Juventus-Milan.

Al Masri, ex capo della polizia giudiziaria libica

E’ stato liberato due giorni dopo dalla Corte d’Appello di Roma, grazie a un cavillo giuridico ignorato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando al contrario avrebbe potuto e dovuto annullare quella incredibile scappatoia.

Siamo inadempienti, accusa in maniera definitiva la Corte (confermando perciò quanto già messo nero su bianco sei mesi fa dalla Camera preliminare dell’Aja), avendo clamorosamente violato lo Statuto di Roma.

Infatti, leggiamo nel documento siglato tra i Paesi dell’ONU nel 1998 ed entrato in vigore nel 2002, “è dovere di ogni Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”.

La nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’epoca del fattaccio, si giustificò spiegando che l’Italia non avrebbe potuto che espellere immediatamente un soggetto così pericoloso, tacendo sulla liaison con un alleato magari scomodo come la Libia.

La ex-colonia italiana è di fatto utile sia per gli inciuci economici e geopolitici e a tenere chiuse le rotte dei migranti. Gli stessi continuano a morire nel Mediterraneo ogni giorno.

E sempre su di loro il tagliagole Al Masri, sanguinario senza scrupoli a capo della polizia giudiziaria libica, ordinò, praticandole anche in prima persona, violenze sessuali, torture, bambini compresi, e omicidi nelle carceri di Tripoli, soprattutto nella famigerata prigione di Mitiga.

Salvataggio di migranti africani nel Mediterraneo (Courtesy Sos Mediterranée)
Salvataggio di migranti africani nel Mediterraneo (Courtesy Sos Mediterranée)

Orrori, commessi a partire dal 2015, evidentemente considerati meno importanti della nostra ragion di Stato. Una figuraccia mondiale, quella fuga dell’aguzzino con la passione per il calcio, di cui parlarono tutti i media internazionali.

Ora è arrivato lo schiaffone dell’Aja, che “presenterà una relazione sulle azioni intraprese, unitamente a eventuali raccomandazioni, alla prossima sessione dell’Assemblea”.

La stessa Procura di Roma ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro Nordio, accusata di false informazioni ai PM proprio nell’ambito della vicenda Al Masri.

I procedimenti che riguardavano lo stesso Nordio, il collega, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario Alfredo Mantovano erano stati archiviati in Parlamento dai voti della maggioranza. Ora la stessa cercherà di creare uno scudo per la ex “zarina” di via Arenula, con un voto in Aula per estenderle l’immunità e, perciò, arrivare al conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.

Se risulterà in suo favore, sospenderà il procedimento di piazzale Clodio. Il caso Al Masri, ripiombato con prepotenza con il deferimento dell’Italia per non aver collaborato come avrebbe dovuto è un nuovo, bel grattacapo per il governo dopo lo scossone politico del referendum e le conseguenti dimissioni a catena di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè.

Sarà dunque un caso che i giornali cosiddetti “mainstream” riempiono le pagine d’altro, per esempio della liaison tra il ministro dell’Interno e una giornalista trentaquattrenne e suoi relativi incarichi di favore?

Non è un dettaglio tecnico, né un semplice incidente procedurale, invece, quanto denunciato dall’Aja. Né può passare sottotraccia. Il deferimento da parte della Corte Penale Internazionale segna un passaggio politico rilevante. Non si può da un lato sostenere la giustizia internazionale, dall’altro calpestarla, quando questa entra in collisione con interessi strategici.

Valerio Giacoia
valeriogiacoia@yahoo.it
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