Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

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Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
1° aprile 2026

In sole 24 ore molte delle istanze americane su cui si basava la propaganda Occidentale si sono sciolte come la neve al sole, e le trattative e gli scenari sembrano prendere una piega politica decisamente avversa all’asse Usa-Israele (con quest’ultimo che comunque persegue nel frattempo i suoi obiettivi in Libano e in Cisgiordania).

Prima di tutto pare che si siano tutti resi conto che l’uranio iraniano non è – o non potrà esserlo dagli Usa – recuperabile. Trump ha detto alla CBS che “l’uranio arricchito è sepolto così in profondità che sarà molto difficile per chiunque rimuoverlo”. Come a dire: problema sistemato. Sempre che sia vero, ovviamente.

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L’ayatollāh Mojtabā Ḥoseynī Khāmeneī, a sinistra e Donald Trump. L’Iran nega: non ci sono dialoghi in corso con gli USA

D’altra parte il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha smentito formalmente tramite Al Jazeera una trattativa con gli USA (pur essendo lui, insieme al presidente Masoud Pezeshkian dell’ala aperturista).

Il parlamento iraniano dal canto suo martedì ha approvato ufficialmente l’introduzione di un pedaggio per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz, in cooperazione con l’Oman. Si tratta di una mossa che formalizza quanto stava già accadendo da alcune settimane, con le petroliere delle nazioni ‘amiche’ fatte passare grazie al pagamento del greggio in Yuan o in valute Brics svincolate dal sistema Swift e dal dollaro.

Stretto di Hormuz

Una mossa che provoca un bagno di realtà su chi possa davvero incidere sulla viabilità della preziosa via commerciale.  E per ribadire il concetto mercoledì l’Iran ha colpito con un missile una petroliera del Qatar bloccandola. Le opzioni degli USA di poter prendere in mano le sorti dello Stretto grazie a una coalizione politica e navale, infatti, si allontanano. E anche l’ipotesi di un intervento di terra – come viene chiamata l’ipotetica invasione che gli USA stanno preparando ammassando uomini e mezzi – non permetterebbe di ‘tenere’ il campo abbastanza a lungo per garantire manu militari una ‘normalizzazione’ Occidentale di Hormuz, soprattutto se abbinata alla tensione nell’altro stretto vitale, su cui è stato in parte dirottato il naviglio, quello di Bab el Mandeb.

Questa oggettiva situazione unita ai prezzi della benzina che negli USA sono schizzati oltre i 4 dollari al gallone per la prima volta in quasi 4 anni, secondo il Wall Street Journal hanno convinto Trump a dire ai suoi consiglieri di essere “pronto a mettere fine all’operazione contro l’Iran anche se lo Stretto di Hormuz dovesse restare in gran parte chiuso”. Una nuova giravolta.

Sempre martedì la Cnn ha riferito che il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha dichiarato che l’Iran sta consentendo al Paese il transito di navi “sotto bandiera pakistana”, probabilmente garantendo un passaggio sicuro anche a quelle legate alla Cina.

Insomma, i Paesi dell’area stanno privilegiando soluzioni tra attori locali. Ricordo che Cina e Pakistan hanno fortissimi interessi sulla costa e sul commercio navale, con i due porti più grandi dell’Oceano Indiano, Chabahar e Gwandar, essenziali per i due Stati legati alla nuova ‘via della Seta’.

Cina e Pakistan hanno proposto anche un piano in cinque punti per la fine della guerra in Medio Oriente sotto l‘egida dell’ONU. Ma in questo gioco diplomatico, che l’Iran sta conducendo, il ministro degli Esteri iraniano aveva già chiaramente spiegato che “l’Iran non accetterà un cessate il fuoco ma solo la fine della guerra”. Martedì le borse e i mercati hanno scommesso sulla pace ma è probabile che si tratti di rimbalzi speculativi.

Ci sono poi altri problemi per la linea USA: i mercati obbligazionari, che negli USA stanno andando fuori controllo, con tassi di interesse in rialzo (pericolosissimo per chi come gli americani ha 40mila miliardi di debito pubblico-monstre). I costi della guerra, con le scorte di missili intercettori e bombe d’aereo che non possono coprire tempi infiniti a 10 mila chilometri dagli Stati Uniti, sguarnendo per di più Ucraina e Taiwan; il calo dei sondaggi, con i minimi storici per Trump al 36 per cento di gradimento e una riscossa democratica che il 25 marzo ha vinto le elezioni supplettive a Mar-a–Lago, roccaforte Maga. Con le elezioni di Mid -Term in arrivo.

Sembrerebbe una situazione senza uscita. Il timore però è proprio cosa faranno gli Stati Uniti se non riusciranno a ottenere una vittoria. Con discorsi sempre meno sottovoce che parlano di “nucleare tattico” e con il concreto pericolo di “false flag” israeliani come il lancio di “missili iraniani” (che tali non. sono) sulla Turchia.

E la Repubblica Islamica? Ha punti deboli? Potrebbe alla fine accettare comunque un accordo? Hanno ancora moltissimi missili da lanciare (le valutazioni della rivista Jane’s parlavano nel 2024 di circa 100-200mila vettori tra missili e droni – l’Iran ne lancia 50-100 al giorno) e possono aspettare.

Sono però infiltrati dai servizi stranieri, e i loro vertici sono stati massacrati, tanto che oggi chiunque rivesta un vero ruolo di potere è un martire che cammina. Questo, al di là della logica sciita, per la quale può anche essere accettabile, resta un problema per la tenuta del potere interno.

Inoltre, le sanzioni economiche e le distruzioni strutturali rappresentano un incubo, per il Dopoguerra iraniano, dato che in svariati anni i governi che si sono succeduti non hanno mai trovato una formula vincente per risistemare l’economia del Paese. La fine delle sanzioni e ampi risarcimenti per la ricostruzione è quindi innegabile che alletterebbero la Repubblica Islamica.

E così nonostante siano stati attaccati proditoriamente per ben due volte mentre negoziavano, alla fine nulla viene escluso, nemmeno negoziare per la terza volta consecutiva.

Fabrizio Cassinelli
(2 – fine)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

La prima perte di questo articolo la trovate qui:

Iran: smentite, conferme e bombardamenti incrociati impediscono la pace

Un’evidente escalation militare sconfessa nei fatti le dichiarazioni politiche, mentre predomina il fondamentalismo religioso. I psdaran: “Hormuz è aperto, l’obiettivo è il suo controllo non la libera circolazione”

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