L’escalation petrolifera comincia a ritorcersi contro USA e Israele

Colpito il sistema energetico dello Stato Ebraico, Trump parla di 'fine della missione'. Tanto ormai le aziende americane hanno i prezzi alle stelle

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Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
21 marzo 2026

Mentre centinaia di petroliere e cargo del mondo occidentale attendono dentro e fuori dal Golfo Persico di poter attraversare lo stretto di Hormuz, USA e Israele hanno dato il via alla seconda e più grave fase dell’aggressione militare all’Iran, bombardando il più grande giacimento di gas del mondo che si trova al centro del Golfo stesso. È l’escalation che tutti si aspettavano: l’attacco totale alle risorse energetiche. Ma pare già scricchiolare.

Colpiti principali campi estrattivi iraniani

Cacciabombardieri americani e israeliani hanno bombardato tre campi estrattivi del principale giacimento di gas iraniano, South Pars, e impianti petroliferi ad Assaluyeh, la costa dalle mille torri petrolifere ad esso collegate. Immediata la risposta della Repubblica Islamica che ha esteso le sue rappresaglie missilistiche sugli impianti e i giacimenti di Arbia Saudita, Qatar ed Emirati.

Iran: Israele bombarda giacimento di gas, South Pars

Colpite le raffinerie saudite di Samref (Mar Rosso) e al Jubail, i giacimenti di gas di al Hosn negli Emirati, i centri qatarini di Mesaied e Ras Laffan (quest’ultimo, pare, raso al suolo). Immediato rialzo del prezzo del petrolio: Brent +5 per cento, prezzi alla pompa che sfondano i 2 euro.

Bombardate raffinerie israeliane

Tra giovedì e venerdì, intanto, è partita la 65ª fase dell’operazione “True Promise-4” che ha colpito raffinerie israeliane di Haifa e Ashdod in Israele, con l’uso di missili Kader potenziati. Colpire quelle raffinerie, e le pipeline verso esse che passano in Iraq, altro Paese al centro dei raid, significa bloccare tutto il sistema petrolifero israeliano, proprio quel sistema che voleva beneficiare del caos per mettersi a capo di nuove esportazioni verso l’Europa.

E il problema grosso, per Netanyahu, è che a distruggerlo del tutto, dato che è molto localizzato, si farà molto prima che a radere al suolo l’Iran e a impedirgli qualunque ulteriore azione. Non a caso, dopo questo bombardamento, il presidente Trump ha cominciato a parlare di “vittoria” e di “ridimensionamento” della missione. Siamo andati lì per la sovranità energetica, ma a situazione si sta ritorcendo proprio contro queste realtà.

Perché l’industria petrolifera ha bisogno di anni (e di investimenti miliardari, che non è detto arrivino ancora, vista l’insicurezza della regione) per ricostruire, e la “Grande Israele” ha bisogno delle sue raffinerie.

Crosetto: errore colpire impianti produzione

Come spiegato bene venerdì dal ministro della Difesa italiano Crosetto: “Il fatto di aver coinvolto gli impianti di produzione energetica da tutte e due le parti è stato un errore drammatico, perché sono danni che durano una vita, ci vorranno 3-5 anni per rimettere in piedi l’impianto del gas in Qatar”. Il Qatar peraltro divide con l’Iran il giacimento più grande del mondo, quello attaccato giovedì, appunto, dagli israeliani.

South Pars è il giacimento operativo di gas più grande del mondo. Il secondo (sempre tra quelli in piena produzione) è Ghawar, in Arabia Saudita, che sempre venerdì ha dichiarato al Wall Street Journal di aspettarsi “il prezzo del petrolio a circa 180 dollari al barile se il conflitto proseguirà fino ad aprile”.

L’inizio dell’anno persiano, giorno della più importante festa iraniana, il Nowruz, che quest’anno è caduto il 20 marzo, avviene quindi mentre la follia di questa guerra pare proseguire con enormi perdite economiche. O forse no. Qualcuno che ci abbia guadagnato pare ci sia.

USA: lauti profitti

Secondo una stima della banca di investimento Jefferies, ripresa dal Financial Times, i produttori di greggio statunitensi realizzeranno 5 miliardi di dollari in più solo mese di marzo. E se il livello medio di 100 dollari al barile resistesse per il resto dell’anno, secondo la società di ricerca Rysted, genererebbe 60 miliardi di dollari in più rispetto ai ricavi prima del conflitto.

A guadagnarci sarebbero proprio i produttori del costosissimo shale gas (gas naturale, prevalentemente metano, intrappolato in formazioni rocciose argillose poco permeabili a grande profondità, ndr) il cui prezzo di pareggio si realizza se il barile costa almeno 60-70 dollari. I principali produttori sono gli Stati Uniti, passati recentemente dall’essere la più energivora nazione del globo, al Paese principale esportatore di GNL (gas naturale liquefattoI.

Pagamenti in yuan

Ecco, insieme alla guerra per il petrodollaro – con gli iraniani che stanno facendo passare da Hormuz le petroliere che pagano il greggio in yuan, vero schiaffo ai potenti della terra – il vero motivo di tutto questo oltre agli interessi del principale alleato USA nella regione. Il settimanale britannico The Economist conferma questo scenario ricordando che circa il 13 per cento della produzione globale di GNL proviene dal Qatar, che pochi giorni fa ha sospeso la produzione.

Questo rende i Paesi europei ancora più dipendenti dalle importazioni di gas liquefatto dagli Stati Uniti, peraltro già cresciute dai 20 miliardi di metri cubi nel 2021 a 80, forse 90 miliardi di metri cubi nel 2025. Ora i prezzi saliranno aumentando di molto i profitti dei produttori USA. Solo alcuni mesi fa temevano di dover diminuire la produzione mettendo a rischio le promesse di forniture americane all’Europa.

In questa logica, l’unica che conti, ci siamo tutti dentro, anche se lasciamo a Trump il lavoro sporco. Ecco perché le condanne politiche in UE stentano ad arrivare o sono tiepide. Intanto United airlines sabato ha tagliato i voli negli USA per l’aumento dei carburanti, e i prezzi alla pompa cominciano a risalire anche negli Stati Uniti. Prima che gli americani si imbestialiscano, meglio dire di aver vinto e ritirarsi: il mercato dovrebbe aver consolidato l’aumento dei prezzi almeno per quest’anno. Missione compiuta.

Sempre che Israele lo permetta.

Fabrizio Cassinelli
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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