Come in Israele la ferrea censura racconta la guerra

Il lettore dei quotidiani o lo spettatore delle news vede solo quello che le autorità israeliane autorizzano

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Speciale Per Africa ExPress
Eric Salerno
10 marzo 2026

Il popolo israeliano, ebrei e arabi, non sa. Solo quando missili e droni finiranno di colpire forse sarà informato del costo di questa guerra scatenata contro l’Iran. Forse potrà vedere e parlare dei palazzi distrutti, dei luoghi che furono e dovranno essere ricostruiti. Rifugi privati e pubblici limitano il numero di morti e feriti ma non i traumatizzati.

La notizia di una donna israeliana inciampata e rimasta leggermente contusa mentre correva verso un rifugio mi ricorda la storia di quella collega che, durante l’assalto all’Iraq e la pioggia di missili di Saddam Hussein su Israele rimase leggermente ferita quando correva verso il rifugio con i tacchi a spillo. I danni a tutto, allora, erano relativamente minori.

Abisso tra arsenali

C’è un abisso tra quell’arsenale iracheno e sistemi missilistici iraniani, quantitativamente e qualitativamente molto superiori. Nei cieli israeliani si possono seguire le loro tracce, anche filmarle e raccontarle. Ma è proibito, da una censura ferrea, filmare e soprattutto raccontare i luoghi di impatto.

Missili iraniani su Israele

Il lettore dei quotidiani o lo spettatore delle news vede solo quello che le autorità israeliane autorizzano. Le regole della censura risalgono ai tempi del Mandato della Gran Bretagna sulla Palestina. Ai giornalisti accreditati e non in Israele viene fatta firmare un impegno a rispettare le regole.

Immagini e descrizioni scritte dei danni subiti nelle città o nei villaggi sono off-limits se non, di tanto in tanto, per fare vedere che sono molto di meno di quello subiti da chi attacca. Nel caso di oggi, dall’Iran.

Motivazioni strategiche

Vi sono, ovviamente, comprensibili motivi strategici per la scelta delle autorità soprattutto quando vengono colpiti luoghi strategici come basi militari, aeroporti, centrali elettriche. I divieti servono anche a gestire una crescente rabbia della popolazione israeliana. Per due anni l’opinione pubblica era concentrata su Gaza, su Hamas: una maggioranza degli ebrei israeliani era concentrata sugli ostaggi israeliani da liberare; non era interessata alla sorte dei civili palestinesi della striscia.

E i media che sostenevano la politica del governo Netanyahu evitavano di mostrare la realtà di Gaza. Quelle che ci arrivavano dalla striscia erano quelle rubate da satelliti o dalle reti tv che grazie ai giornalisti palestinesi riuscivano a seguire la sistematica distruzione di quel pezzo di mondo, di intere famiglie – bambini, donne, uomini – decimati. In Israele, quelle immagini, non trovavano spazio sui media locali.

Soltanto ai pochi giornalisti stranieri, accompagnati da portavoce militari israeliani veniva concesso di tanto di sfiorare quella realtà ma non di parlare con le vittime di tanta ferocia.

Quadro limitato della situazione reale

Oggi i giornalisti accreditati in Israele possono raccontare soltanto quello che governo e apparato militare di Tel Aviv permette. Per questo le immagini che vediamo e i racconti dei “nostri inviati” e “corrispondenti” a Tel Aviv o a Gerusalemme ci forniscono un quadro molto limitato dei danni psicologici subiti dalla popolazione israeliana.

E anche i media israeliani di centro-destra evitano di raccontare ai loro ascoltatori i danni materiali di un conflitto di cui non si intravede fine. Saranno necessari miliardi di dollari per ricostruire abitazioni e altro. Molte industrie sono in difficoltà. Il settore agricolo è completamente fermo. I media locali, per in compenso, sbandierano con orgoglio il crescente numero di commesse che arrivano da mezzo mondo (specialmente dai paese del Golfo attaccati dall’Iran) alla super gettonata industria militare.

Eric Salerno
eric2sal@yahoo.com
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