Comprendere le trasformazioni dell’ordine mondiale guardando al Medio Oriente

L’analisi del politologo Ziad Majed di un secolo di storia di quella regione geopolitica, terreno di rivolgimenti interni e di interventi esterni e specchio, ieri come oggi, delle evoluzioni in corso

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Speciale Per Africa Ex Press
Emanuela Ulivi
19 febbraio 2026

Quello che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria, Iran, Iraq, in Yemen, non è definibile solo come il ridisegno dell’intera regione.

Nell’ottica di Ziad Majed, politologo franco-libanese, il Medio Oriente di oggi riflette altri “disordini”, fratture e trasformazioni a livello mondiale, che egli stesso identifica nell’erosione dell’universalismo, nell’indebolimento delle pratiche democratiche, nella radicale rimessa in discussione del diritto internazionale.

Ziad Majed

Per capire come il Medio Oriente di oggi sia un “rivelatore privilegiato” di un ordine mondiale in ricomposizione, nel suo ultimo libro Le Proche-Orient, miroir du monde – Comprendre le basculement en cours, (La Découverte, pp.352), uscito a ottobre 2025, Majed – professore all’Università americana di Parigi, dove dirige il programma di studi sul Medio Oriente – analizza sotto il profilo storico e geopolitico un secolo di trasformazioni della regione.

L’autore mostra come il Medio Oriente, all’incrocio tra Africa, Asia e Europa, ridefinito da spartizioni coloniali, indipendenze, colpi di stato, rivoluzioni e controrivoluzioni, sia sempre stato uno spazio in cui si sono riversate le dinamiche mondiali.

I momenti fondativi

Dalla caduta dell’impero ottomano, che segna la nascita del Medio Oriente – termine forgiato dalle diplomazie europee nel XIX secolo – l’autore individua dei momenti fondativi attraverso i quali focalizza il legame tra la storia della regione e le dinamiche mondiali: la spartizione del Medio Oriente e i mandati coloniali, la fondazione dello Stato di Israele e la Nakba, la “catastrofe” dei palestinesi, la guerra dell’ottobre 1973 e lo shock petrolifero, la rivoluzione iraniana del 1979 e il jihad in Afghanistan, la guerra del Golfo, gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la lotta al terrorismo, le rivoluzioni arabe.

Fino ad un’ottava fase iniziata il 7 ottobre 2023, in cui a Gaza si sta consumando quello che anche per Majed è un genocidio, continua la pulizia etnica in Cisgiordania. Mentre il Libano, da anni in crisi economica profonda, è ancora terreno di attacchi da parte di Israele, la transizione in Siria, dopo il rovesciamento del regime degli Assad, è marcata da divisioni comunitarie, con scontri sanguinosi e dall’occupazione israeliana.

Ognuno di questi momenti di rottura ha rimodellato o consolidato dei regimi nei quali l’autonomia delle società ha dovuto costantemente fare i conti con gli interventi esterni, sottolinea l’autore che nel capitolo dedicato alle rivoluzioni arabe evidenzia l’emergere di una nuova generazione decisa a ottenere i propri diritti. Rivoluzioni, primavere, poi soffocate, specie in Siria, nell’indifferenza internazionale.

Lo sgretolamento del diritto

Il libro è anche uno sguardo sull’immagine riflessa e quello che vede sono le democrazie occidentali che ripiegano rispetto ai principi che le stesse hanno stabilito.

Il Medio Oriente è stato ed è quindi anche specchio del crollo di un certo ordine internazionale, in cui altre dinamiche hanno preso il posto dei principi universali e delle norme fissate dopo il 1945.

Dopo il “nuovo ordine mondiale” inaugurato dal presidente USA George H. W. Bush all’indomani della Prima Guerra del Golfo, che ha portato al processo di pace e agli accordi di Oslo, poi affossati, con George W. Bush figlio è iniziata la “guerra contro il terrorismo” dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Un conflitto senza frontiere né limiti temporali, contro una nebulosa ideologica e transnazionale, che ha legittimato la logica dell’intervento globale e permanente fondata su una concezione espansiva della legittima difesa e si è tradotta in una serie di leggi eccezionali e nella creazione di Guantanamo, una prigione per sospettati, esclusi dall’applicazione delle leggi federali e dalle convenzioni di Ginevra.

il libro di Ziad Majed Le Proche-Orient, miroir du monde

Con la copertura della guerra al terrorismo, la Russia di Putin ha giustificato l’offensiva contro gli indipendentisti ceceni e il premier israeliano, Ariel Sharon, la guerra al terrorismo palestinese, paragonando Yasser Arafat a Osama Bin Laden.

Due anni dopo, nel 2003 è l’Iraq è al centro del riordino regionale su input dei neoconservatori, basato sul rovesciamento dei regimi ostili agli USA e sull’esportazione della democrazia, anche con la guerra, opponendo l’Asse del Bene a quella del Male, snobbando le istituzioni internazionali e multilaterali.

Dopo l’Afghanistan l’Iraq diventa il terreno di una dimostrazione di forza, di dissuasione globale, con una “bugia di Stato” – il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein- senza copertura delle Nazioni Unite.

La questione palestinese dopo il 7 ottobre

A partire dall’8 ottobre 2023, la questione palestinese assume, nella lettura di Ziad Majed, la dimensione di “rivelatore dell’ordine mondiale contemporaneo”.

La solidarietà a Israele per il trauma causato dall’attacco di Hamas si trasforma presto in appoggio incondizionato ad una guerra che è andata oltre la legittima difesa o la risposta al terrorismo: l’appoggio militare di Biden a Israele e il veto alle risoluzioni che chiedevano il cessate il fuoco in Consiglio di Sicurezza ONU, la fornitura continua di armi e munizioni, la collaborazione di vari stati europei, indicano di fatto la loro implicazione diretta in una guerra rivolta anche contro la società palestinese.

Manifestazioni contro la guerra a Gaza

Questo appoggio trasforma le condizioni del dissenso. Le manifestazioni di solidarietà coi palestinesi di Gaza in alcuni Paesi vengono guardate con sospetto o vietate, oppure disperse in modo violento.

Alcune associazioni sono private dei finanziamenti pubblici, altre sciolte per decreto. Personalità del mondo sindacale e accademico sono colpite da procedimenti disciplinari o giudiziari. Screditati i bilanci dei morti forniti dal ministero della Sanità di Gaza, in mano ad Hamas, seppure corroborati da ONG sul campo e da agenzie ONU. Le immagini e i racconti dei giornalisti indipendenti vengono marginalizzati.

Un’opera di negazione unisce alla cancellazione materiale delle esistenze dei palestinesi, un’epurazione lessicale, per negare le violenze e squalificare le parole stesse destinate a dare loro un nome.

“Neutralizzando le categorie giuridiche e storiche adeguate per qualificare i crimini commessi, come ‘crimini di guerra’, ‘crimini contro l’umanità’, ‘pulizia etnica’ e ‘genocidio’, l’obiettivo è stato quello di erigere un silenzio normativo in cui l’annientamento poteva proseguire senza un linguaggio per designarlo”.

Una strategia di riconfigurazione semantica sommata a quella che Majed chiama “fabbrica mediatica della cancellazione” nella copertura dell’attacco del 7 ottobre e della guerra, caratterizzata dalla gerarchizzazione delle vite, dall’occultamento dei contesti storico e politico, dall’adesione ad una visione del conflitto che oppone la presupposta modernità democratica di Israele ad una alterità ridotta a arcaica e pericolosa. Questo nelle grandi democrazie occidentali.

La guerra a Gaza per Majed provoca anche un rovesciamento delle pretese etiche dell’Occidente, sostituendo agli ideali universalisti la “logica dell’eccezione permanente”. Anche il diritto internazionale umanitario, concepito per confinare la ragion di stato nei limiti della morale giuridica, è stato svuotato della sua sostanza o sospeso. “La sua chiamata in causa viene condizionata dall’identità delle vittime o dalla configurazione geopolitica delle alleanze”: con l’invasione russa dell’Ucraina si è riconosciuto subito il diritto del popolo ucraino a resistere, la causa palestinese invece è stata divisiva.

In questo clima l’esercizio della democrazia non può che uscirne inficiato, indirizzato verso una gestione autoritaria del dissenso. Le sanzioni di Trump contro i giudici della Corte Penale Internazionale e Francesca Albanese costituiscono un precedente pericoloso in cui l’incriminazione non deriva più dall’aver compito un atto barbaro ma dall’ambizione di far applicare a questo crimine delle norme condivise.

Per Majed tuttavia è ancora possibile riconfigurare l’universalità, costringendo la comunità internazionale a rigettare l’eccezione e a riaffermare la dignità di tutti i soggetti.

Emanuela Ulivi
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