Agnese Castiglioni*
17 gennaio 2025
All’inizio del 2026, nonostante il cessate il fuoco dichiarato ma mai applicato veramente, Gaza resta segnata da una violenza continua. I raid aerei colpiscono infrastrutture e campi profughi, aggravando una crisi umanitaria estrema.
In questo contesto, poiché l’accesso indipendente dei media è impossibile, perché impedito da Israele, le poche testimonianze dirette diventano essenziali.

Raccontare Gaza da dentro

Dal febbraio 2024, nel campo profughi di Khan Younis, una tenda educativa dai colori vivaci rompe il grigiore delle macerie, offrendo ai bambini uno spazio di apprendimento e protezione in un contesto di continua insicurezza.
La storia di questa tenda è stata ricostruita grazie alle testimonianze raccolte da Jalal Al Farra, giovane palestinese titolare di una borsa di studio e in attesa di espatriare per iniziare gli studi all’Università dell’Insubria.
Il 9 gennaio, proprio mentre Jalal Al Farra documentava il progetto, Khan Younis è stata colpita da un nuovo raid aereo: un missile è caduto a pochi metri dalla tenda in cui si trovava lui.

È sopravvissuto, ma l’episodio mostra con chiarezza quanto anche gli spazi civili ed educativi restino esposti alla violenza del conflitto.
Il racconto è arrivato in Italia attraverso una collaborazione che ha superato confini e censure, rendendo possibile l’intervista al fondatore del progetto, Hassan Jaber Al Shallah.
In assenza di accesso per i giornalisti internazionali, la ricostruzione dei fatti passa inevitabilmente attraverso chi vive e testimonia sul campo.
Dal sogno alla scuola
Nel febbraio 2024, dopo quattro mesi di totale sospensione delle attività scolastiche, Hassan Jaber Al Shallah ha deciso di reagire. “Ogni bambino di Gaza è diventato mio figlio”, racconta.
Da questa consapevolezza è nata la prima tenda educativa mobile, dipinta a mano per restituire ai più piccoli un frammento di normalità.
Oggi quella tenda è una scuola con più aule, frequentata da oltre 1.500 studenti tra i 5 e i 17 anni.
Il progetto va oltre l’istruzione formale: offre supporto psicosociale, logopedia e attività ricreative per aiutare i bambini ad affrontare i traumi della guerra.
Gli insegnanti sono volontari della comunità locale, uniti da esperienze comuni di perdita e resistenza.
Un modello che si muove
La forza dell’iniziativa risiede nella sua flessibilità. Quando una zona diventa troppo pericolosa, la scuola si sposta, garantendo continuità educativa anche in condizioni estreme.
Le lezioni si concentrano su arabo, matematica, scienze e inglese. “Non stiamo solo insegnando – afferma Al Shallah – stiamo proteggendo il futuro”.
Voci dalla speranza
La scuola è gratuita e sostenuta da volontari, autofinanziamento e piccole donazioni. Per crescere sono necessari fondi, partner internazionali e visibilità. Il bisogno di risorse è urgente, ma altrettanto urgente è raccontare al mondo che, tra le macerie, i bambini continuano a sognare.

Rawaan, otto anni, racconta: “Qui mi sento forte. Ho imparato a leggere da sola. Sogno di diventare medico e costruire un asilo colorato come questa tenda”.
Suo padre aggiunge: “Questa scuola non ha restituito solo lezioni, ma speranza”. Tra le macerie, ogni quaderno colorato diventa una forma di resistenza pacifica.
Una promessa tra le rovine
Per Hassan e il suo team, l’istruzione è la prima linea di difesa contro la disperazione.
Questa scuola mobile è più di un progetto educativo: è una promessa di futuro e dimostra come la conoscenza condivisa possa aprire spazi di responsabilità e solidarietà anche dove la censura tenta di imporre il silenzio.

Agnese Castiglioni*
agnesecastiglioni@gmail.com
* studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria, frequentante il corso di Storia e Diritti tenuto da Farian Sabahi, che fornisce le basi per trattare le tematiche qui esposte.
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